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Discussione: La tua vita rimane qui dentro, te la difendo.

  1. #1
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    Predefinito La tua vita rimane qui dentro, te la difendo.

    Questa sarà l'ennesima storia che posto!
    Spero di riuscire a finirla.
    Buona lettura.


    La tua vita rimane qui dentro, te la difendo.

    1.
    Come chi parte e non saprà mai se ritorna.

    -Emma, scendi!
    Frugai nell'armadio e presi la mia maglietta rossa della Duff, la infilai sopra gli jeans blu ed infilai anche le converse rosse. Scesi in cucina, e mia madre mi diede immediatamente i piatti da mettere in tavola.
    -Sbrigati, tesoro, Franco e suo figlio saranno qui a minuti.- Disse mia madre, agitata.
    Dieci minuti più tardi, mentre io guardavo Mtv, in attesa di un video musicale di Tiziano Ferro, il campanello suonò. Mi alzai dal divano ed andai ad aprire, trovando davanti a me due uomini.
    Il primo uomo era alto, capelli brizzolati, aveva sicuramente una quarantina d'anni; il secondo, che si nascondeva dietro al primo, era più alto di me, aveva degli occhi di ghiaccio ed uno sguardo perso nel vuoto.
    -Tu devi essere Emma.- Disse l'uomo dai capelli brizzolati, tendendomi la mano. -Io sono Franco.
    Gli sorrisi, stringendo la mano, e lui, dopo avermi lasciata, si diresse verso mia madre che ci aveva raggiunti.
    Il ragazzo era entrato in casa, mi aveva dato una rapida occhiata, aveva fatto lo stesso con la casa, e poi aveva fatto una smorfia.
    -Carmine,- lo riprese il padre. -almeno saluta.
    -Salve.- Disse Carmine.
    Io mi voltai, per tornare a sedermi sul divano, ma mia madre mi fermò.
    -Emma, sii educata.
    Mi voltai di nuovo verso il ragazzo.
    -Ciao.- Borbottai e mi sedetti sul divano.
    Nel frattempo, mia madre fece fare ai due ospiti il giro della casa, raccontando ogni singolo evento della nostra vita, tralasciando il più doloroso per lei. Raccontò in quale giorno era stata scattata una determinata fato, e Franco ascoltava con attenzione, deciso ad imparare tutto della nostra famiglia; mentre Carmine si era fermato a guardare la collezione di CD, posta accanto alla televisione.
    -Di chi sono questi CD?- Domandò.
    -Erano..
    -Erano di mio padre; se non li tocchi, mi fai un grande favore.- M'intromisi, spengendo la Tv.
    -Non li tocco, stai tranquilla.- Rispose lui, sbuffando.
    Una volta finito il giro turistico della casa, ci sedemmo tutti a tavola e mentre mia madre e Franco parlavano del più e del meno, io mangiavo con la testa china sul mio piatto, senza proferire alcuna parola, nella speranza che il pranzo finisse presto.
    -Emma.- Mi chiamò Franco, una volta arrivati al dolce. -Credi che potrà piacerti Legnano?
    -No, per niente.
    Mi madre mi pestò il piede.
    -Carmine ti aiuterà ad ambientarti. Sono sicuro che andrete d'accordo.
    Io e questa scimmia ancora non evoluta?, pensai.
    -Papà non dire così, che poi ci crede!- Disse Carmine, ridendo.
    Guardai quel ragazzo negli occhi, e fui sopraffatta dal suo sguardo. Mi alzai con le lacrime agli occhi e corsi in camera mia, chiudendo la porta a chiave.
    La mia vita mi aveva stufata; piano piano cominciava a rovinarsi e, ne ero sicura, se non avessi preso in mano la situazione, la mia vita mi avrebbe distrutta.
    In verità, avevo delle amiche, ma dopo la morte di mio padre, mi ero chiusa in me stessa. Non parlavo più con mia madre, avevo perso i contatti con tutti: a scuola restavo sempre seduta al mio posto, a meno che non dovessi andare in bagno, ed i miei voti oscillavano sempre. In verità, Roma mi stava diventando stretta, con tutti i suoi ricordi; mentre Carmine cercava di rovinare il mio nuovo inizio.
    -Emma, sono la mamma. Apri, per favore.
    Girai la chiave nella serratura ed aprii la porta.
    -Sei pronta?
    Annuii.
    -Verremo io e Franco a prendere il resto. Adesso andiamo.
    Presi la mia valigia, chiusi la mia camera ed uscii da quella casa. C’era una cosa che restava chiusa lì dentro e che neanche mia madre mi avrebbe potuto portare: il ricordo degli anni più belli.
    Mi sedetti sul sedile posteriore, misi le cuffie nelle orecchie e spinsi play. Mentre Carmine dormiva, io vedevo il paesaggio cambiare, sulle note di quelle canzoni, che avevano fatto la mia infanzia. Non sapevo se sarei mai tornata indietro, se Roma m’avrebbe mai accolta con la sua magia.
    Per tutto il viaggio, non mi girai mai a guardare indietro, attraverso il vetro del portabagagli, perché se mai lo avessi fatto, la nostalgia avrebbe preso il sopravvento e tornare indietro, alla mia vita solitaria, sarebbe stato il mio solo ed unico pensiero.

    Arrivammo a Legnano dopo tre ore.
    La mia nuova casa era grande, il colore esterno era bianco ed aveva anche un giardino. Franco mi porse la mia valigia, poi mi fece segno di seguirlo all’interno.
    -Eccoci qui.- Disse, sorridendo. –Devo avvertirti che nella tua camera manca la scrivania: arriverà tra qualche giorno. Nel frattempo puoi usare quella di mio figlio.
    -Vuoi dire che può entrare tranquillamente nella mia camera?- Domandò Carmine.
    -Esatto.
    -Oh, Dio, immagino la puzza!- Dissi, sventolando la mano destra sotto il naso.
    -Smettetela. Dovete imparare a convivere voi due.- S’intromise mia madre.
    Lei rendeva le cose facili, per me non lo erano. Carmine Ruggiero era il ragazzo più maleducato, orgoglioso, altezzoso che avessi mai conosciuto; convivere con lui sarebbe stato un trauma.
    Ci dirigemmo verso le nostre stanze.
    -Non toccare i miei CD, quando entri in camera mia. Neanche la chitarra, intesi?- Ordinò con sguardo minaccioso.
    -Stai tranquillo, Carmine, mi attaccherei qualche malattia.
    -Mi chiamo Ka.
    -Che soprannome da tamarro.- Risi.
    Mi chiuse la porta della sua camera in faccia, ed io mi ritrovai da sola. La mia camera era abbastanza grande, con un letto, la televisione, ed una finestra che dava sulla strada. Avevo anche spazio per mettere i miei libri ed i miei CD.
    -Ka,finalmente sei tornato. Senti..- Il ragazzo appena entrato dalla porta mi squadrò. –Tu non sei Ka.
    -Da cosa l’hai capito?
    -Dal fatto che sei una donna.- Sorrise imbarazzato. –Io sono Omar.
    -Emma.
    -Sei la nuova sorella di Ka!
    -No. Sono figlia unica.
    -Ho capito. –Sorrise.
    -Carmine è nell’altra stanza. Ma vacci piano, non è di buon umore.
    Il ragazzo si scusò ed uscì dalla mia camera. Non era poi così male.


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    __________________________________________________ ____________

    Voglio dedicare questo capitolo ad Erika (Marziana), perché se posto sta storia è solo grazie a lei. Per cui, grazie.. sono contenta d'averti conosciuta, moglie. Ti voglio bene.
    nenniKa, @ale and chiara*randa like this.

  2. #2
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    Predefinito Re: La tua vita rimane qui dentro, te la difendo.

    Son contenta di sapere che sta storia piace.

    2.
    E forse non sarà come credevi.


    La mattina dopo fui svegliata da mia madre. Subito mi ricordai che dovevo affrontare la cosa più terribile del mondo: il primo giorno nella nuova scuola. Dovevo fare una buona impressione, almeno mia madre avrebbe avuto modo di conoscere qualche mia amica.
    Aprii una valigia e presi un paio di jeans, una maglietta bianca con la foto di Johnny Depp stampata sopra, e le converse bianche. Raggiunsi il bagno dieci secondi prima che Carmine mettesse la mano sulla maniglia; entrai e lo sentii imprecare.
    Nella casa c’erano due bagni, la cosa negativa era che io dovevo dividerlo con quell’homo non ancora sapiens.
    -Vuoi uscire, per favore?- Gridò, dopo solo tre minuti.
    Uscii, vestita e lavata; lui entrò al mio posto e si chiuse a chiave.
    -Comunque, buongiorno!- Gridai.
    Scesi in cucina, mi sedetti a tavola e inzuppai un biscotto nel mio latte e cioccolato. Carmine arrivò poco dopo, mi maledì perché per colpa mia aveva fatto tardi ed il suo latte e caffè era diventato freddo.
    -Emma, oggi è il tuo primo giorno di scuola.- Disse Franco, sorridendo. –Ti porterà Carmine.
    -Ma papà..- Protestò il figlio.
    -Niente “ma”. Andrai con il motorino e porterai anche Emma.
    -Va bene. Ma per il ritorno io non ci sono: vado con Dani e Pedro.
    Risi ed il latte mi andò di traverso.
    -Che ridi?- Domandò Carmine, fulminandomi con lo sguardo.
    -Mi spieghi che nome è Pedro? Dani come soprannome può andare, ma Pedro?- Dissi, ridendo.
    -Neanche Emma è così bello, se proprio lo vuoi sapere.
    -Meglio di Carmine.
    -Ka!- Urlò lui.
    -Sentiti meno figo, tesoro.- Dissi, alzandomi.
    Dopo aver messo la tazza nel lavandino, andai in bagno per lavarmi i denti. Mentre scendevo di nuovo, con lo zaino in spalla, pronta per uscire, sentii mia madre e Franco dire “Hai trovato pane per i tuoi denti.”
    -Seriamente. Emma potrebbe andar bene per Stefano: gli farebbe mettere la testa a posto.- Spiegò Franco.
    -Ste non esce con ragazzine.
    -Avete un solo anno di differenza, Carmine.
    Interruppi il discorso con un colpo di tosse.
    Mia madre, mentre Carmine finiva di prepararsi, mi fece lo stesso discorso che mi fece tre anni prima, quando iniziai le superiori.
    -Non essere timida, nessuno ti mangia là dentro. Fai amicizia, e non mettere il muso. Ricorda che devi sempre sorridere; andrai alla grande.
    Mi diede un bacio sulla fronte , poi Carmine arrivò ed uscimmo.
    -Sia chiaro: il classico e lo scientifico sono vicini, ma io e te non ci conosciamo lì.- Mi disse lui, porgendomi il casco.
    -Mi rovinerei la reputazione, se la gente sapesse che vivo con te.
    Partimmo e mezz’ora dopo, dal momento che sbagliò strada (e disse che io lo avevo distratto!), arrivai davanti alla mia nuova scuola. Lui mi fece scendere, prese il casco e se ne andò, senza salutarmi.
    Con lo zaino in spalla, mi avviai dentro la scuola, alla ricerca della segreteria. La trovai al primo piano.
    -Tu devi essere la nuova arrivata. Sei in I C, secondo piano.- Spiegò la donna della segreteria.
    Annuii e salii le scale.
    Una volta entrata, mi sedetti all’ultimo banco, dalla parte del muro, mentre tutti mi guardavano.
    Ero diventata un fenomeno da baraccone e non me ne ero accorta?
    La professoressa, per mia fortuna, arrivò subito. Alla prima ora c’era Storia dell’ arte.
    -Ruggiero!- Mi chiamò dieci minuti più tardi.
    Mi alzai all’improvviso e mi accorsi di aver dormito, mentre il resto della classe rideva.
    -Ruggiero!- Mi chiamò ancora la professoressa.
    -Non mi chiamo Ruggiero!- Gridai. –E’ idiota per caso?
    -Come si permette! Vada dal preside.
    Mi alzai ed uscii dall’aula, seguita dalla professoressa, che si ricordò che io non sapevo dove fosse il preside. L’ufficio si trovava vicino la segreteria, e lui, per mia sfortuna, era seduto alla sua scrivania.
    -La nuova arrivata, presumo. –Disse.
    -Si.- Confermò la professoressa. –E già è sfacciata.
    Dopo una discussione, durata mezz’ora, si decise di chiamare a casa, ed io sperai con tutto il cuore che nessuno rispondesse. Qualche minuto più tardi, vidi entrare nello studio del preside Franco ed Omar, l’amico di Carmine.
    Venne spiegata la situazione, nessuno si arrabbiò, ma Franco preferì farmi uscire.
    -Sei fortunata che tua madre è uscita di casa.- Mi disse, una volta fuori dalla scuola.
    -Non dirlo a mamma, ti prego.
    -Non lo farò. Ma promettimi che non lo farai mai più.
    -Lo prometto.
    Mi sorrise.
    -Ora vado, ti lascio nelle mani di Omar. Ci vediamo a casa.
    Salutai Franco ed Omar mi fece segno di salire nella sua macchina.
    -Sbattuta fuori all’inizio della prima ora!- Disse, ridendo. –Neanche io ci sono mai riuscito.
    -Non ridere. E’ una brutta cosa!
    -Sono le nove, io non ho fatto colazione, ti va di farla con me?
    -Ci sto.
    Mise in moto e girò per tutta Legnano, fino a trovare un bar stracolmo di gente, per lo più anziani, che leggevano il giornale. C’erano dei tavolini fuori, ed erano quasi tutti occupati. Riuscimmo, nonostante tutto, a sederci ad un tavolino e lui ordinò per tutti e due.
    -Mi spieghi perché vieni qui?- Domandai.
    -Ci sono tante persone.
    -Appunto, non ti da fastidio?
    -No. Con tutta la gente che parla, fa avanti e indietro, non c’è pericolo di stare a pensare tutto il tempo.
    -Sei strano.
    -Perché tu no? Da quanto so, a te piace la solitudine.
    -Non è che mi piace, ti ci abitui alla solitudine.
    Mi guardò.
    -Che è successo in classe?- Mi chiese, mordendo il suo cornetto.
    -La professoressa mi ha chiamata Ruggiero!
    -Tutto qui?
    -Tu non capisci.
    -Andiamo, Ruggiero, cosa c’è che non va?
    -Non mi chiamo Ruggiero, ok? Non ho niente a che fare con quella famiglia.
    -Franco ti vuole bene. E se il problema è Ka, posso dirti che fa sempre così, ma se lo conosci meglio migliora.
    -Non voglio conoscerlo.
    -Prova ad abbassare le tue barriere, invece di stare sola. Fidati di me, Legnano ti sembrerà più bella.
    Continuammo a chiacchierare, anche dopo aver pagato ed essere tornati in macchina. Omar non mi riportò a casa, decise di farmi vedere Legnano, ed anche Milano. E continuava a parlarmi, come se ci conoscessimo da una vita; per la prima volta, dopo tanto tempo, parlavo anche io con qualcuno, raccontavo la mia vita, e questo qualcuno ascoltava.
    Allora forse Omar aveva ragione. Dopo quella mattinata, Legnano era diventata più colorata.



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  3. #3
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    Predefinito Re: La tua vita rimane qui dentro, te la difendo.

    Tornata da Paris , la città per la quale ho aspettato dodici anni.
    Mi faccio perdonare e posto due capitoli!.

    3.
    Porti le cicatrici, ma nessuno le vedrà.

    Rigirai tra le mani la cartina di Legnano, che ero riuscita a recuperare. Camminavo con lo sguardo chino su quel foglio, alla ricerca di una biblioteca, senza preoccuparmi se urtavo qualcuno.
    Neanche un turista si sarebbe comportato così, ma io neanche una cartina sapevo leggere. In più, se non fossi arrivata a casa prima che fosse buio, mia madre, ne ero sicura, avrebbe chiamato carabinieri, poliziotti, ospedali e vigili del fuoco.
    Secondo me, si preoccupava un po’ troppo.
    Dopo aver confuso le strade per tre volte, mi arresi e mi sedetti su una pan china, cercando di capire quel maledetto pezzo di carta.
    -Serve aiuto?
    Alzai lo sguardo. Il ragazzo mi guardava, sorridendo.
    -Come scusa?
    -Pensavo avessi bisogno di aiuto.
    -Già. Devo andare in biblioteca.
    -Ed hai preso una cartina.- Mi squadrò. –Non sei di qui, giusto?
    -Sono arrivata ieri.
    Mi alzai e tesi la mano al mio ‘salvatore’.
    -Mi chiamo Emma.
    -Danilo.- Si presentò lui, stringendo la mia mano. –Bene. Sei fortunata: anche io devo andare in biblioteca.
    -Finalmente un po’ di fortuna.
    -Ti accompagno io.
    Lo ringraziai e ci incamminammo nella direzione opposta. Non essendo io brava a leggere le cartine, ero finita da tutt’altra parte. Arrivammo davanti alla biblioteca, e mi accorsi che ci trovavamo vicino alla mia scuola.
    Mazza che cu.lo!
    -Eccoci arrivati.- Disse, quando entrammo. – Cosa ti serve?
    -‘Narciso e Boccadoro’.
    -Ho letto quel libro. Ti piacerà sicuramente.
    -A te cosa serve?
    -Un libro di Verga, per quella di italiano.
    Ci separammo e cominciammo la ricerca. Danilo ci mise poco a trovare il suo, scelse di prendere ‘I Malavoglia’, mentre io ci misi un po’ di più. Il libro infatti era stato spostato alla lettera N, non si trovava sotto la lettera H.
    Ci avvicinammo al bancone e, dopo che Dani ebbe fatto, poggiai il mio libro accanto alla ragazza davanti al pc. Dal momento che dovevo fare la tessera, tirai fuori il mio documento, ma la ragazza mi fermò.
    -Sei Emma Ruggiero, giusto?- Mi chiese.
    -No.- Strinsi i denti. –Emma Giorgi.
    -E’ stata già fatta una tessera a tuo nome.- Mi avvisò.
    Presi il mio libro, salutai ed uscii.
    -Ruggiero, è!- Disse Danilo, ridendo.
    -No, è Giorgi.
    -Come vuoi. Sei la sorella di Carmine.
    -La figlia della compagna di Franco, il padre di Carmine.- Lo apostrofai.
    -Ehi, se fai così non saranno in molti quelli che saranno tuoi amici.
    -Non voglio amici, grazie.
    -Bene. Comunque, lo vuoi un passaggio per tornare a casa?
    Lo guardai, mentre sorrideva. Da quando aveva intonato il nuovo cognome, avevo capito che lui era Dani, l’amico di Carmine. Non potevo sbagliare. E, nonostante questo, mi stava simpatico. Era un ragazzo semplice, simpatico, che sapeva contagiare con la sua simpatia.
    -Accetto.
    Tornammo vicino alla panchina, dove c’eravamo incontrati. Mi lasciò lì e tornò qualche secondo più tardi, con il suo motorino. Salii e lui partì, senza che io gli dicessi quale direzione prendere. Non potevo aiutarlo in nessun modo, visto che ero riuscita a perdermi con una cartina della città.
    Tornai a casa sana e salva, dopo dieci minuti.
    -Grazie del passaggio.
    -Figurati.- Mi sorrise. –Ciao, Emma Giorgi.
    -Ciao, Danilo.. ehm.. io non so il tuo cognome!
    Rise.
    -Ci vediamo.
    Mise in moto e partì.
    Entrai in casa. Franco era in cucina, Carmine era sul divano a giocare alla play con un suo amico. Mia madre non c’era, o almeno così pensavo. Arrivò anche lei, con una busta in mano e le lacrime che quasi le rigavano il volto.
    -Cos’è sta roba, Emma?- Domandò.
    -Cosa?
    -Questo.
    Mi passò la busta bianca, l’aprii e lasciai che la mia borsa toccasse il pavimento; mentre le lacrime rigavano il mio di volto. Fanco era appena apparso in salone, mentre gli altri due avevano messo muto.
    -Perché non me lo hai detto?
    -Cosa avrei dovuto dirti?
    -Cosa stava accadendo.
    -Non lo so.
    Con le lacrime agli occhi, lasciai cadere quella busta e mi rinchiusi nella mia camera.
    A volte basta davvero poco per distruggere una giornata, per tirar fuori ricordi che se ne stavano rinchiusi nella scatola dei ricordi. E allora tutto ciò che mi ero riproposta era crollato. E allora la cicatrice si riapre, e questa volta possono vederla tutti quanti. Questa volta il segno c’è, e sono le lacrime.Gli occhi gonfi.
    -Emma.
    Mia madre mi chiamò dall’altra parte della porta.
    -Emma, sii forte.
    Aprii la porta.
    A volte sono le parole che aiutano, altre volte sono gli abbracci. Noi non lo sappiamo quando sia il momento di utilizzare l’uno o l’altro. Mia madre lo sapeva.
    La mia non era una di quelle batoste dalla quale non ti riprendi. La mia era stata una storia semplice, eppure una cicatrice l’aveva lasciata. Allora mia madre mi abbracciò, senza dire una parola.
    Ed io per andare avanti che faccio? Mi stringo a lei e per la prima volta piango davanti a qualcuno. Piango, e qualcosa sembra stia cambiando.

  4. #4
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    Predefinito Re: La tua vita rimane qui dentro, te la difendo.

    4.
    L’allegria mancata poi diventi amore.

    La mattina dopo scoprii che mia madre aveva dormito con me.
    Mi alzai, facendo in modo che lei non si svegliasse; presi un paio di jeans, le converse rosse, una maglietta e corsi in bagno. Quel giorno avrei dovuto affrontare il mio secondo primo giorno di scuola. Non avrei mandato tutto a put.tane.
    Scesi in cucina e mi sedetti al tavolo.
    -Oggi ti accompagno io, Emma- Mi disse Franco. –Non è per tenerti d’occhio, tranquilla.
    -Carmine non vuole accompagnarmi, vero?
    -Macché. Devo andare a lavorare, sono di strada.
    Inzuppai un biscotto nel mio latte e cioccolato.
    -Mi dispiace per ieri.- Sussurrai.
    Lui mi sorrise soltanto. Poi arrivò Carmine, prese la sua tazza senza neanche insultarmi. Passò quasi tutta la colazione senza calcolarmi, e questo mi dava fastidio.
    -Mi dispiace per ieri… per il tuo amico.
    -Lascia perdere. Che eri una bambina viziata e scema lo sapevo. Che eri isterica l’ho scoperto ieri.
    Non risposi. Lasciai che il biscotto diventasse molliccio e buttai tutto nel lavandino.
    Franco mi lasciò davanti scuola ed io entrai, sotto lo sguardo indagatore degli altri studenti. Forse la notizia del mio sclero era arrivata anche a quelli del primo anno, ed io ero diventata davvero il fenomeno da baraccone.
    ‘Stupiscili, Emma.’ Pensai.
    Entrai in classe e mi sedetti all’ultimo banco. Ma tutti gli sguardi si posarono su di me, quando il professore entrò in classe; non di Storia dell’Arte, questo era di Storia e Filosofia.
    -Scommettiamo che verrà spedita di nuovo dal preside?- Disse una ragazza.
    Pensai anche io che sarebbe successa la stessa cosa del giorno precendente, ma mi salvai: nel registro avevano cambiato il mio cognome. Non c’era più scritto Ruggiero.
    Le ore di scuola passarono velocemente, e fui felice di poter uscire da quell’istituto e respirare a pieni polmoni l’aria che mi circondava.
    -Emma!
    Appoggiato ad una macchina c’era Omar.
    -Ciao, Omar.
    -Oggi sei uscita con tutti gli altri.
    -Non l’avresti mai detto, vero?
    -Mai.- Sorrise. –Sono passato a prenderti.
    -Sei il mio autista personale?
    -No. Solo che Ka ha da fare le prove per questa sera. Franco mi ha scongiurato di passarti a prendere.
    -Scongiurato.- Ripetei.
    -In realtà ha detto che eri ancora scuola, volevo vedere se mi stava prendendo per il cu.lo
    -Io ho 10 in condotta.
    -Sicura?
    -Gnè gnè.
    -Dai, sali in macchina. Andiamo a mangiare.
    -Ma ogni volta che mi passi a prendere hai fame?
    -Una volta esci alle nove di mattina. Una volta all’una. E’ colpa tua.
    Salimmo in macchina e lui mise in moto. Questa volta non girammo tutta Legnano, ci fermammo al primo Mc che incontrammo.
    -Che fai oggi pomeriggio?- Mi chiese, quando ci sedemmo al tavolo.
    -Ho da fare i compiti di greco.
    -E questa sera?
    -Dormo?
    -No. Questa sera vieni con me.
    -Non esco con persone più grandi di… ma quanti anni hai?
    -Vent’uno. Ma non ti preoccupare, non ci provo con te.
    -Vent’uno.- Ripetei.-Ok, magari si fida mia madre.
    -Comunque vieni.
    -No.
    -Si. Tua madre ha già acconsentito.
    -Fotti.ti
    -Anche tu.
    Finimmo di mangiare e mi riportò a casa, dove non c’era nessuno. Approfittai della situazione ed iniziai a fare i compiti, ma poi mi ricordai di quella busta. Andai in cucina, cercai fra la spazzatura, e la trovai. Mia madre non aveva strappato le foto.
    -Emma, sei in casa?
    Strappai quelle foto e corsi a salutare mia madre.
    Dopo cena, Omar mi passò a prendere come da programma. E mi portò nel locale, dove, scoprii poco dopo, quella sera avrebbe suonato Carmine.
    -Mi spieghi cosa ci facciamo qui? Carmine mi odia.- Spiegai.
    -Stai con me.- Mi strinse la mano. –Sei la mia ‘compagna’ per questa sera.
    Ci sedemmo lontani dal palco.
    Qualche minuto più tardi, scoprii che Carmine Ruggiero sapeva fare qualcosa nella vita. Omar mi spiegò chi suonava cosa, quali canzoni cantavano e chi le aveva scritte. I quattro ragazzi sul palco erano qualcosa di indescrivibile, fra loro c’era sintonia, ma soprattutto amicizia.
    -Come sono?- Mi chiese Omar.
    -Fenomenali.
    Mi alzai, decisa ad andare da Carmine, per scusarmi e per fargli i complimenti,come avrebbe fatto u na vera sorella. Ma prima che potessi comportarmi come tale, qualcuno mi bloccò.
    -Omar..- Mi voltai. –Caz.zo ci fai qui?
    -Sono venuto per te. Ho saputo che eri qui e..
    -Vai a farti fot.tere- Disse, cercando di divincolarmi.
    -No, aspetta, fammi parlare.
    -Lasciami che mi fai male.
    Il presentatore salì sul palco, presentò la band di Carmine, ma non sentii da parte sua ringraziamenti. Tutto ciò che sentii fu ‘Levale le mani di dosso.’ E poi i suoi passi che si avvicinavano.
    -Adesso vattene, Ema.- Dissi.
    -No, dobbiamo parlare.
    -No, te ne vai invece.- Ordinò Carmine.
    -Ma che vuoi tu?
    -Ema, lasciami, per favore.
    -Hai sentito?- Domandò Carmine.
    -Ma chi sei, il fidanzatino nuovo?
    -No, peggio. Sono suo fratello.- Disse lui e poco dopo gli diede un pugno sul naso.
    La presa si sciolse e mentre Emanuele se ne andava, io scoppiai a piangere ed abbracciai Carmine.
    -Che piangi, scema?- Mi chiese.
    -Sei un idiota, Ka.
    -E tu sei mia sorella, che tu lo voglia o no.
    E allora lascio che le mie barriere si abbattano, piano piano, come mi aveva detto di fare Omar. Lascio che crollino, per prendere ciò che tenevo lontano.


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  5. #5
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    Predefinito Re: La tua vita rimane qui dentro, te la difendo.

    5.
    Questa è la mia gente, sono le mie strade, le mie facce.

    Legnano era diventata davvero una città colorata, era diventata il mio posto felice. Erano bastate cinque persone, per renderla tale; cinque persone che all’inizio volevo lasciare fuori dalla mia vita.
    Sembra strano, ma, a volte, per sentirsi a casa, non serve essere nella città Natale, ma basta avere accanto le persone giuste. Ed io le avevo trovate.
    Nei tre mesi che avevo trascorso a Legnano, ero riuscita a conoscere meglio gli amici di Ka e Ka stesso, avevo ascoltato le loro canzoni, ero riuscita a piangere dalla gioia, ad emozionarmi, grazie a quelle canzoni. E finalmente avevo i miei amici. Esatto, la ragazza che non voleva amici, ne aveva trovati.
    Non ero più sola.
    -Hai preso tu il mio plettro?- Urlò Ka.
    -Io ho il mio, scemo.
    -E allora il mio dove è finito?
    -Guarda sotto al cuscino.
    -Come se io metto il plettro sotto…- Guardò sotto al cuscino. –Trovato.
    -Visto?!
    Scendemmo per pranzare. La casa era vuota: Franco e mia madre erano a pranzo fuori.
    -Devi andare da qualche parte, oggi?- Mi chiese.
    -Si. In camera a studiare: ho il compito di chimica domani.
    -Chiuditi in camera, mi raccomando.
    -Perché?
    -Viene Pedro.
    Io e Pedro eravamo amici, certo, ma non amici come lo ero con Dani o con Ste. Eravamo nemici-amici; sinceramente, credevo mi odiasse per la mia scena isterica di tre mesi prima. In più, non avevamo nulla in comune. E mi stava sulle pal.le, così, senza motivo. Forse perché era una schiappa in latino, ed io al contrario amavo questa materia.
    -Meno lo vedo, meglio mi sento.
    -Vale la stessa cosa per lui.
    -Non mi fa né caldo né freddo.
    Finimmo di mangiare quella specie di pasta, che Ka aveva preparato, poi ci sedemmo in salone per guardare la Tv. Come ogni giorno, vedemmo i Simpson; ma, alla fine, a lui non interessava per niente quel cartone.
    -Com’è Legnano, ora?- Mi chiese.
    -Ka, piove. E’ grigia.
    -Non intendevo questo.
    -Ah.- Capii al volo. –Colorata..come diceva Omar.
    -Ti manca Roma?
    -Un po’.- Abbassai lo sguardo. –Mi manca papà, più che altro.
    -Mi dispiace.
    -Mica è colpa tua.
    -Un giorno ti porto a Roma. Ci stai?
    -Grazie.
    Finimmo di guardare il cartone animato e, appena questo finì, qualcuno suonò alla porta. Era arrivato l’anti-latino. Salutai Ka e mi rinchiusi in camera mia.
    Mi sedetti sulla sedia della mia scrivania e cercai di studiare. Ma io e la chimica eravamo come la nutella e l’etichetta della scadenza di questa. E come se a me importasse dell’atomo, o della tavola periodica, o di tutte le altre cose.
    Dal momento che il mio cervello, un’ora dopo, cercava di capire ancora due righe, presi il mio mp3, le chiavi di casa ed uscii.
    Non avevo ancora del tutto imparato tutte le strade, ma riconoscevo le persone. Alcune di queste mi salutarono, altre mi ignorarono del tutto, come fossi invisibile.. anzi, come se lo fossi ancora.
    Alcune cose non cambiano, questo lo avevo imparato già da tempo; alcuni sentimenti sono destinati a durare in eterno. Mentre altre cose cambiano, se siamo noi a desiderarlo e se noi gli diamo il permesso di cambiare. Io avevo desiderato l’affetto della mia nuova famiglia, e poi lo avevo permesso. Avevo abbattuto le mie barriere, per accettare Ka, Franco e la felicità di mia madre. Avevo lasciato chissà dove la bambina viziata, ed ero cresciuta.
    Ma io avevo permesso tutto ciò.
    E se non lo avessi fatto? Se invece avessi insistito affinché mia madre mi riportasse indietro, dalla mia gente? Alla fine, ci avremmo rimesso in tre: io, Franco e mia madre.
    A Roma non avevo più nulla, eccetto mio padre. A Legnano avevo trovato la mia nuova famiglia, la mia nuova gente. Nuove facce da vedere e ricordare; nuovi nomi da memorizzare; nuove conoscenze; nuovi sorrisi. Stavo bene, lì.
    Tornai a casa verso le sei di pomeriggio, salutai mia madre e Franco che erano tornati e corsi in camera.
    Dal momento che il mio portatile non funzionava, decisi di chiedere a Ka di prestarmi il suo.. ben sapendo che avrebbe voluto qualcosa in cambio. Come un vero fratello.
    Aprii la porta e mi trovai faccia a faccia con Pedro.
    -Avanti, Pè, mi vuoi dire questo paradigma?- Domandò Ka.
    -Mi sono perso, colpa sua!- Rispose lui, indicandomi.
    -Sono la causa della tua ignoranza, che fortuna!
    -Non sentirti tanto importante.
    -Quel paradigma è una cavolata. Anche mio fratello lo sa. - Sorrisi. –Mi presti il portatile, Ka?
    -Tutto tuo. Aspetta solo che Pedro chiuda la sua posta.
    Pedro si mise davanti al computer, cominciò a chiudere alcune pagine e poi ad aprire delle nuove e-mail.
    -Due biglietti per Madrid!- Esclamò
    -Aerei?- Domandò Ka.
    -No. Per il concerto di Tiziano.
    Rimasi immobilizzata, con un sorriso a trentasei denti, sulla porta.
    Due biglietti per il concerto di Tiziano a Madrid. DUE BIGLIETTI PER IL CONCERTO DI TIZIANO A MADRID!
    -Che cosa?- Chiesi, dopo cinque minuti.
    -Che vuoi?- Mi domandò Pedro.
    -Cosa hai detto prima?
    -Due biglietti per Madrid.
    -Per cosa?
    -Per il concerto di Tiziano.
    Urlai dalla gioia, saltai come un’idiota e dovettero passare cinque minuti prima che mi rendessi conto di aver fatto una figura di mer.da davanti a Pedro.
    -Sei isterica forte!- Mi disse.
    -Accetta quell’offerta.- Gli dissi, facendo gli occhi dolci. –Ti prego.
    -Promettimi che non ti dovrò più vedere nella tua fase isterica.
    -Giuro che non ci vedremo più. Adesso accetta.
    Pedro accettò la richiesta e, insieme a Ka, scendemmo giù in salone. Dovevo ancora chiedere il permesso a mia madre.
    Già vedevo allontanarsi il mio sogno.
    -Perché strillavi?- Mi chiese Franco.
    -Perché è matta.- Rispose Pedro, ridendo.
    -Bravo, vuoi un biscotto ora?- Risi. –Per cose molto serie. TizianoFerrofaunconcertoaMadridhoaccettatoduebigli etti.- Dissi, tutto d’un fiato.
    -Non abbiamo capito.- Disse mia madre.
    -Ho accettato due biglietti per vedere Tiziano Ferro a Madrid. Posso andare?
    Ed eccoli i momenti che odiavo di più: mia madre che sta in silenzio, pensa alla risposta da darmi, e Franco che le fa compagnia nel suo silenzio.
    -Va bene.- Disse, in fine.
    -Sul serio!?
    -Si.- Sorrise. –Ma a due condizioni.
    -Te pareva.
    -La prima è che il viaggio te lo paghi da sola. La seconda è che trovi qualcuno maggiorenne che ti accompagni.
    -State tranquilli,- S’intromise Ka. –Noi,- indicò anche Pedro –sappiamo già chi la accompagnerà.



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  6. #6
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    Predefinito Re: La tua vita rimane qui dentro, te la difendo.

    6.
    Salta la distanza che separa i tuoi sogni dalla realtà.


    -No, no e no. Non partirò mai.-
    Mi sedetti, sbuffando, sulla sedia del Mc Donald. Avevo detto a quel genio, che mi ritrovavo per fratello, ed al suo amico che nessuno avrebbe mai convinto Omar a venire a Madrid per un concerto di Tiziano.
    -Dai, Omar, vedi anche la città.. le Spagnole!- S’intromise Ste.
    -Cosa vuoi che mi importi delle… hai detto Spagnole?!
    -Si, Omar, ci sono le Spagnole. Pensavi che a Madrid ci vivessero gli Inglesi?
    -Mangia, invece di blaterare.
    -Sei l’unica speranza, fratello.- Disse Pedro.
    Non capivo se lui incitava il fratello a partire con me per farmi contenta, o perché voleva che io me ne andassi per due giorni. Sicuramente per la seconda, ma almeno cercava di convincere il fratello.
    -Quanti giorni?- Domandò Omar.
    -Tre. Ma il terzo giorno parti dopo pranzo.- Disse Ka.
    -E vedrai tante Spagnole.- Disse Dani.
    -Voi uomini siete tutti uguali.- M’intromisi.
    -Ehi, tu vai per vedere Tiziano. Mio fratello vedrà le Spagnole.- Mi rispose Pedro.
    -Certo, perché se non fa cose sconce con ragazze straniere non vive più. Ok, rispetto le necessità altrui.- Risi. –Vieni con me a Madrid?- Domandai ad Omar.
    -Non potrei mai dire di no a te. - Mi rispose lui, sorridendo.
    -A me hai detto di no!- Disse Ka.
    -Tu non sei Emma.
    -Ma nessuno può resistere ai miei occhi da cucciolo.- Protestò lui.
    -Fatti una vita Ka, sul serio!- Disse Dani, ridendo.
    Ormai sollevata, finii di mangiare il mio panino, mentre gli altri parlavano delle Spagnole. Ste scongiurò Omar di portarne una con se (io quindi, visto che i biglietti erano due, sarei rimasta in Spagna: bell’amico!), Pedro gli diceva che se si fosse fidanzato con una di loro, si sarebbero trasferiti tutti a Madrid; Ka gli diceva che, nonostante non fosse mai stato con una Spagnola, a letto erano decisamente brave; Dani, che a mio avviso era l’unico sano, mi difendeva.
    -E’ normale che penso ad Emma.- Disse Omar, guardandomi. –Penserò solo a lei.
    -Uno normale!- Esclamai.
    -Altrimenti sono convinto che seguirà Tiziano e questo me la fregherà.
    -Non sono così matta, idiota!
    -Che ne sai?- Mi disse, sorridendo.
    -Se lo fossi, ti lascerei in albergo e ci andrei con uno Spagnolo al concerto. Sai, sono molto belli.
    -Si, come no. Tu rinunceresti ad una meraviglia vivente?- Domandò, indicandosi.
    -No, non rinuncerei mai a Johnny Depp per uno Spagnolo!
    -Che c’entra Johnny Depp?
    -Lui è la meraviglia vivente!
    -Prevedo un viaggio strano.- S’intromise Dani.
    Soltanto quando finimmo di mangiare ed uscimmo, per andare al parco, mi ricordai che, nonostante avessi trovato un accompagnatore, dovevo pagare il viaggio, quindi dovevo trovare un lavoro. Niente lavoro, niente soldi, niente viaggio, niente Tiziano.
    -Se ti serve lavoro, Em, potresti lavorare alla festa della ragazza di Pedro!- Disse Ste.
    -La ragazza di Pedro?- Chiesi. –Chi è che ha tanto coraggio?
    -Non è la mia ragazza. E, fidati, nessuna ragazza mi resiste.
    -Pè, io non vorrei dirtelo, ma mia sorella è una ragazza e, a quanto pare, ti resiste e come!- Disse Ka.
    -Tu quoque, Brute, fili mi!- Urlò Pedro.
    -Hai imparato una frase in latino. Magari oggi nevica!- Disse Dani.
    -Lasciatelo stare.- Lo difese Ste. –Emma, non è la ragazza di Pedro, è la ragazza di cui Pedro è innamorato. Suoneremo alla sua festa, perché le piacciono le nostre canzoni.
    -Ed io che c’entro? So suonare a caso la chitarra.- Chiesi.
    -Alla madre serve un’altra ragazza che aiuti il catering.- Spiegò Dani.
    -Dovrei fare la serva a questa qui? Vabbè che mi fa pena, perché Pedro la ama, però non così tanto!
    -Vuoi andare a Madrid, o no?- Domandò Ka.
    Chi me lo faceva fare? Se avessi aspettato qualche altro anno, Tiziano sarebbe tornato in Italia, con un nuovo tour e lo avrei visto direttamente a Milano, oppure a Roma. Ma io, il cervello, lo usavo solo a scuola. Andare a Madrid e vederlo in Spagna era una cosa che dovevo fare; avrei anche servito Pedro, se questo fosse servito.
    -Va bene, va bene.- Dissi.
    -Lo sapevo: non vedi l’ora di passare tre giorni solo con me!- Disse Omar, abbracciandomi.
    -No, idiota: voglio solo vedere Tiziano.
    -Fancu.lo!
    -Mi occupo io dell’albergo, per le..
    -No, ci penso io.- M’interruppe Omar.
    -Singole.- Scandii bene questa parola.
    -Certo, come faccio a portare una Spagnola, se ci sei tu in mezzo?
    -******.o
    -Ti voglio bene anche io, Emma.

    Il giorno dopo, scoprii che la ragazza, di cui Pedro era innamorato, veniva nella mia scuola ed era di un anno più grande. Lui la aspettava fuori dalla scuola.
    -Comunque ciao!- Mi disse, dopo che io l’avevo ignorato.
    -Dici a me?
    -Si, Ruggiero.
    -Bene. Ciao, Pedretti.- Sorrisi. –Cosa fai qui?
    -Aspetto Chiara.
    -E chi è?
    -E’ la ragazza.. la ragazza..
    -E’ la ragazza di cui ti sei innamorato! Non ci vuole tanto a dirlo.
    -Viene a scuola con te, purtroppo.
    -Che cosa tenera. Adesso dov’è?
    -Eccola.
    Mi voltai.
    Chiara era una ragazza alta, occhi nocciola, capelli lunghi e biondi. Era il mio esatto opposto: lei alta, io bassa; lei capelli lunghi, io alla maschiaccio; lei vestita da femmina, io una via di mezzo tra femmina e maschio.
    -Ciao, Marco.- Lo salutò. –Chi è lei?- Mi indicò.
    -Lei è Emma, la sorella di Ka; te ne ho parlato ieri.
    -Emma Ruggiero!- Mi tese la mano. –Sono contenta di poterti incontrare.
    -Sul serio?- Chiesi.
    -Si!
    -Cominciamo bene, allora.- S’intromise Pedro.
    -Lei è la ragazza che lavorerà alla festa!
    -Esatto.
    Cominciai ad odiare quella ragazza. Non perché fosse una bella ragazza, non perché dovessi lavorare per lei, ma perché Pedro ne era cotto. M’aspettavo una ragazza ignorante, bella, orgogliosa.. non un pezzo di pane.
    In più, lui aveva occhi solo per lei. Non che provassi qualcosa, ma avrebbe potuto anche rivolgermi altre parole!


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  7. #7
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    Predefinito Re: La tua vita rimane qui dentro, te la difendo.

    7.
    Siamo figli di mondi diversi, una sola memoria.


    Il giorno della festa era arrivato ed io non ero mentalmente pronta. Ero riuscita a scoprire che, mentre Chiara era una ragazza gentile, la madre era una iena. Tiziano m’avrebbe dovuto fare una statua!
    -Sei ancora in pigiama!- Urlò mio fratello, entrando in camera mia.
    Si, in effetti indossavo ancora il pigiama, perché avevo oziato tutto il santo giorno, mentre lui aveva fatto le prove.
    -Adesso mi vesto. Esci!
    Presi dall’armadio un paio di jeans, le converse, ed una maglietta bianca. Mi cambiai e scesi in salone, dove mi sedetti sul divano, in attesa di Omar, che aveva deciso di accompagnarmi. Lui doveva esserci per forza, dal momento che era il manager del gruppo di mio fratello, ma aveva preferito andare prima insieme a me che dopo con gli altri.
    Il campanello suonò, e due secondi dopo, dopo aver salutato mia madre e Franco, mi sedetti sul sedile del passeggero.
    -Primo giorno di lavoro!-Esclamò.
    -E si spera l’ultimo.
    -Come lo paghi il viaggio?
    -Ho anche dei soldi da parte, intelligente!- Sorrisi.
    Arrivammo al locale ed Omar mi abbandonò: lui doveva organizzare il suo lavoro, io il mio. Ricevetti subito un rimprovero da parte della iena: jeans e converse erano da cambiare.. avrebbe cambiato anche i miei capelli, perché “Non si addicono ad una ragazza della tue età..”, ma era una cosa impossibile. Cinque minuti più tardi portavo dei pantaloni normali, neri, e delle ballerine (neanche mia nonna le avrebbe mai portate!) ed una camicia bianca (si, alla fine la iena decise che dovevo cambiare anche la mia maglietta). Insomma, secondo lei ero più femmina.
    “Pensa a Tiziano, pensa a Tiziano.” Pensai.
    Quando il gruppo dei quattro idioti, più uno (Omar), mi vide, partirono le battutine e le risate.
    -Se tua madre ti vedesse!- Disse Ka, ridendo.
    -Se ti vedessero tutti quanti!- Disse Ste, prendendo il cellulare.
    -Non t’azzardare, o il basso fa una brutta fine!- Lo minacciai.
    -Non toccare il mio basso.
    Tiziano Ferro avrebbe dovuto farmi veramente una statua d’oro.
    Dopo avermi preso in giro per dieci minuti, i ragazzi salirono sul palco e cominciarono a sistemare i propri strumenti: Ka accordava la chitarra e Ste il basso; Dani posizionava la sua batteria; Pedro.. lui non faceva nulla, in verità.
    -Giorgi,- Urlò la iena. –non ti pago per guardare quattro ragazzi. Cammina.
    Seguii la donna, mentre Chiara mi sorrideva e si andava a sedere vicino a Pedro ed Omar. Ma, in compenso, mi resi conto che io dovevo fare poco e niente: soltanto portare i piatti. C’era di peggio.
    A fine serata, poi, avrei ricevuto i soldi, li avrei uniti agli altri, avrei fatto qualche altro lavoro e sarei partita. Tutto filava liscio.
    Quando la iena mi disse che potevo finire di lavorare, perché ormai avevano tutti finito di mangiare, mi sedetti lontano dal palco ed ascoltai i quattro scemi, che avevano scelto come nome ‘Finley’.
    Mezz’ora dopo, Ka e Ste stavano mangiando, Dani parlava al cellulare, Omar parlava con una ragazza, e Pedro si era seduto vicino a me.
    -Come è andato il lavoro?- Mi chiese.
    -Meglio di quanto m’aspettassi.
    -Adesso hai i soldi necessari per partire!
    -Si, così, quando ritorno, non ti vedo più.
    -Perché?- Chiese, diventando rosso.
    -Te l’avevo detto per.. quando hai preso i biglietti!
    -Ma io scherzavo, Emma.
    -A me non sembrava.
    -Massi! Non penserai davvero che..
    -Bè, da qui non me ne posso andare, ma posso pure non vederti.
    -Ma io non voglio. –Mi strinse le mani. –Sul serio, Emma.
    Lo guardai e ritirai le miei mani.
    -Belle canzoni.- Dissi, alzandomi.
    Sentii lui mormorare un ‘Grazie’ e poi nulla.
    Possibile che fosse matto? Io e lui non ci sopportavamo, non ci eravamo mai sopportati. Tra tutti gli amici di Ka, lui era quello che odiavo.. anche se suo fratello era il mio migliore amico. Ma, comunque, avevamo fatto un patto: lui avrebbe preso i biglietti ed io non lo avrei più visto. Avrei sempre cambiato strada, mi sarei chiusa in camera.
    Ed era la cosa più stupida di questo mondo.
    Io e lui eravamo diversi, eravamo opposti. E non c’era possibilità che ci saremmo attratti, come invece fanno i poli opposti.
    Eppure, nonostante tutto, io lo volevo nella mia vita.. ma come volevo Dani e Ste e Ka.
    Rientrai e lo trovai seduto insieme a Chiara; mi avvicinai e gli feci cenno di alzarsi, se gli andava. Lui lo fece.
    -Scusa.- Dissi. –Sono una bambina, purtroppo. Parlo senza pensare.
    -Scuse accettate.
    -Lasciamo stare quella promessa, era anche stupida.
    -E’ quello che cercavo di dirti.
    -Amici come prima?
    -Più di prima, Em.
    E mi abbracciò.
    Tornata a casa, quella sera, non dormii affatto e diedi la colpa alla madre di Chiara, che, dal momento che m’aveva fatto indossare quelle sottospecie di scarpe, m’aveva distrutto i piedi. Ma invece il motivo era un altro: Marco Pedretti, ovvero Pedro, ed io eravamo finalmente diventati Amici, proprio con la A maiuscola. E questo mi piaceva.
    La mattina dopo, a colazione, mia madre mi fece il terzo grado.
    -Come è andata a lavoro?- Mi chiese.
    -Benone. Ho raggiunto il mio scopo.
    -Hai i soldi per partire?
    -Si, mamma.
    -Sei sicura di volerlo fare?
    -Sto con Omar, non posso non fidarmi.
    Avevo i soldi per partire, bisognava soltanto darli all’agenzia e poi sarei partita.


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    __________________________________________________ ___
    Ammetto che nella mia testa, sto capitolo era nettamente migliore. u.u
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  8. #8
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    Predefinito Re: La tua vita rimane qui dentro, te la difendo.

    8.
    Partirò per poi capire che so amarti da morire.

    Il giorno della partenza era finalmente arrivato.
    A colazione, mia madre cominciò a dirmi cosa fare e cosa non fare, mi chiese se nella valigia avevo messo tutto quanto, mi disse che dovevo tenere a portata di mano il cellulare. Tutto questo, cinque ore prima della partenza; non osavo immaginare la scenata che avrebbe fatto all’aeroporto.
    -Oggi parti, dopo quattro mesi che sei arrivata.- Disse Ka, entrando nella mia stanza.
    -Solo tre giorni, poi ritorno.
    -Lo so, altrimenti Omar ne risentirà!- Rise.
    -Torno, magari senza Omar, ma torno.
    -Perché senza Omar?
    -Magari si innamora veramente di una Spagnola e mi lascia.
    -Se lo fa, sono caz.zi suoi!
    -Ma sono contenta di partire.- Dissi, sedendomi sul letto.
    -E di abbandonarmi.- Continuò lui, sedendosi accanto a me.
    -No. Magari prima lo avrei fatto, ma tu.. tu m’hai fatto risentire a casa, Ka.. credo che, nonostante abbiamo iniziato male, sei l’ultima persona che abbandonerei.
    Mi abbracciò ed io mi strinsi a lui, come se qualcuno stesse per portarmelo via. Lui era mio fratello, non di sangue, però si era comportato come tale, ed io gli volevo bene.. come ne volevo a mia madre e a Franco.
    La vita cambia molto velocemente, ed anche alcuni sentimenti.
    -Emma, Carmine, scendete! Dobbiamo andare!- Urlò Franco.
    Ka prese la mia valigia e scendemmo in salone. Mancavano poche ore alla partenza, ma Franco voleva andare subito all’aeroporto per mettere a posto ogni cosa.. aveva anche convinto la famiglia Pedretti! Così, tre ore prima del volo, mi ritrovavo seduta in attesa che qualcuno chiamasse il mio volo. La compagnia era delle migliori: i soliti cinque idioti.
    -Mi raccomando, Omar, tieni d’occhio le Spagnole!- Disse Ste.
    -Che le Spagnole! Tu,- Disse mio fratello, indicando il mio compagno di viaggio. –tieni d’occhio mia sorella!
    -E fidati, Ka, non le succederà niente: promesso.
    E mentre loro discutevano sul tenermi d’occhio, si sedette accanto a me Pedro.
    -Sei pronta?- Mi chiese.
    -Psicologicamente no!
    -Pensa che domani vedi Tiziano.
    -E poi ritorno.- Gli sorrisi. –Non vedo l’ora di tornare, Pè.
    -Tu? Tu che odi tutto e tutti?
    -Si, proprio io.
    -Bè, allora ti dico una cosa: mancherai a tutti.
    -Ma questo lo so, che ti credi!
    -Egocentrica!
    -Voglio sentire nuove canzoni, quando torno.
    -Come faccio a scrivere nuove canzoni in due giorni?
    -Problemi tuoi.
    Passammo le ultime ore a ridere, come due vecchi amici. Stavamo recuperando i quattro mesi di odio puro! Cominciai a capire che non lo odiavo più, che, una volta tornata, avrei voluto vedere la sua faccia per prima, insieme a quella di Ka.
    Io e lui eravamo amici. Lo ripetei a me stessa finché non fu ora di andare.
    -Stai attenta, Emma.- Disse mia madre, abbracciandomi. –Chiamami.
    -Lo farò.
    -Divertiti, Emma, mi raccomando.- Disse Franco
    Salutai tutti quanti ma, dopo solo cinque passi, mi voltai indietro e corsi ad abbracciare mio fratello.
    -Non parti per la guerra, Em!
    -Lo so, però.. mi mancherai.
    -Anche tu. Per tre giorni dovrò litigare con qualcun altro.. credo che litigherò con Dani!
    -Ti voglio bene, Ka.
    -Divertiti, Em. Ti verrò a prendere io, dopo domani.- Mi baciò la fronte.
    Tornai al mio posto ed insieme ad Omar passai il controllo. Pochi secondi dopo ero sull’aereo, in attesa che questo decollasse. Omar m’abbandonò subito, perché una ragazza era attratta da lui e voleva parlarci.. no, ad essere sinceri, quella aveva ben altro per la testa; presi il mio mp3, misi le cuffie nelle orecchi e spinsi play.

    Qualche ora dopo fui svegliata dalle botte che Omar mi dava sulla spalla.
    -Che c’è?- Gridai.
    -Zitta, idiota!- Mi disse. –Stiamo per atterrare.
    -Se provi di nuovo a svegliarmi così...
    -Cosa?
    -Non sai cosa posso farti.
    -Non ho paura, scema.
    Gli diedi una pizza dietro la testa e poi mi sedetti comoda sul mio sedile, perché la hostess cominciava a guardarci in modo strano.
    Eravamo atterrati. Eravamo arrivati a Madrid!
    Dopo aver preso le valigie, Omar comprò una cartina per poter arrivare sani e salvi all’Hotel. Fortunatamente il genio chiese informazioni, altrimenti saremmo arrivati a Barcellona a piedi (se mai fosse possibile!).
    -Sono riuscito a portarti in albergo.- Disse.
    -Se avessi letto io la cartina..
    -Ci saremmo ritrovati chissà dove: accettalo, tesoro, non le sai leggere. Non sei riuscita a leggere neanche quella di Legnano!
    -Tu come.. Dani! Te l’ha detto Dani!
    -Si,- Rise. –ci siamo divertiti e prenderti in giro!
    -Bell’amico!
    Entrammo nell’Hotel ed andammo direttamente alla reception.
    -Salve!- Urlò Omar.
    -Sei scemo? Siamo in Spagna, come pretendi che ti capiscano?- Dissi.
    -Lascia fare a me.
    Dopo aver parlato per cinque minuti, il ragazzo della reception (ed era anche un bel ragazzo!) prese una chiave e ci guardò.
    -Pedretti, giusto?- Chiese.
    -Esatto.- Confermò Omar.
    -Una matrimoniale.- Disse il ragazzo, porgendoci la chiave.
    -Una matrimoche?- Dissi.
    -Matrimoniale, Em!
    Ci allontanammo, salimmo le scale e partimmo alla ricerca della nostra camera. Sperai che il ragazzo si fosse sbagliato, o confuso, o che Omar stesse scherzando: io non avrei mai diviso il letto con lui! Le mie speranze furono distrutte, quando trovammo la stanza ed aprimmo la porta. C’era un solo letto. Matrimoniale.


    __________________________________________________ _______
    Con questo capitolo, annuncio che la Fan fiction è finita.
    No, scherzo. Aspettativi un colpo di scena, nel prossimo capitolo.
    E non solo perché "c'è" Tiziano

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  9. #9
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    Predefinito Re: La tua vita rimane qui dentro, te la difendo.

    9.
    L’ultima notte al mondo, io la passerei con te.

    La mattina dopo mi svegliò la sveglia alle sei e trenta: dovevo prepararmi e dovevo assolutamente prendere i primi posti sotto al palco! Diedi una botta al braccio di Omar, poi sul suo petto; mi accorsi, in quell’istante, che era nudo.
    -Oh porca *****!- Urlai.
    -Che c’è?- Urlò lui, alzandosi.
    Mi coprii gli occhi con la mano e mi alzai.
    -Tu dormi nudo!
    -Fancu.lo, stavo dormendo!- Mi fece il dito medio. –Non dormo nudo, io: ho i pantaloni del pigiama.
    -E non potevi dirmelo prima?
    -Tu non potevi dirmi che dormivi solo con una maglietta?
    Tolsi la mano da davanti agli occhi e mi guardai.
    -Questo è il mio pigiama, scemo!- Dissi.
    -Una semplice maglietta!
    -Se non lo hai notato questa maglietta è grande.
    -E quindi?
    -Questo è il mio pigiama, idiota!- Ripetei la frase di poco prima.
    -E questo,- indicò i pantaloni. –è il mio.
    Si alzò dal letto e se ne andò in bagno; ne uscì tre secondi dopo.
    -Mi spieghi perché sei già sveglia?- Chiese.
    -Devi sbrigarti: voglio la prima fila!
    -Tu mi hai svegliato alle sei di mattina perché vuoi la prima fila? Tu sei matta.
    -E tu.. tu sei un idiota. Adesso sbrigati.
    Passò in bagno mezz’ora, poi lo lasciò tutto per me. Io, a differenza sua, ci misi poco per lavarmi e cambiarmi. Omar nel frattempo, chiamò la reception per sapere se l’auto che avevamo noleggiato era arrivata.
    -Ricordati che mi devi un favore.- Mi disse, prima di uscire.
    Dopo aver preso il mio zaino, chiudemmo la porta della stanza alle nostre spalle e scendemmo nella Hall.
    Omar prese le chiavi della macchina e la prima cosa che fece fu chiedere indicazioni per arrivare ad un bar. Naturalmente, doveva mangiare anche a Madrid!
    -Tu che prendi?- Mi chiese, una volta seduti ad un tavolino.
    -Cornetto e latte al cioccolato.
    Prese le nostre ordinazioni; mentre io lasciai a metà il mio cornetto e bevvi subito il mio latte, lui mangiò il suo cornetto e bevve il suo caffè lentamente, come se avessimo tutto il giorno. Lo fissai per tutto il tempo e, dopo pochi secondi, si decise a finire tutto.
    -Senti, lo so che è importante, ma fammi almeno mangiare in santa pace.- Disse, quando ripartimmo.
    -Ho preso i panini, scemo. Quando saremo in fila, mangerai in santa pace.
    -Ricordami di non andare mai più ad un concerto con te.
    -Non è questo. Io sto per vederlo.- Sorrisi. –Scusami se ti tartasso.
    -Ti perdono e ti assecondo, soltanto perché lui per te è importante.- Mi sorrise.
    -Sapevo di poter contare su di te.
    Dopo esserci persi tre volte, arrivammo nel luogo del concerto. C’era già molta gente, ma noi ci sedemmo sotto il sole di Marzo, che, per nostra fortuna, non era forte quanto quello di Luglio.
    Per passare il tempo, avevo portato un libro, l’mp3, e da mangiare; così, mentre Omar dormiva beatamente sulle mie gambe, io leggevo ‘Persuasione’ di Jane Austen.
    Così passarono le prime ore di quel giorno. Ed ogni volta tiravo fuori il cellulare per vedere l’ora e contare quante ore mancavano al grande evento. Per molti era una cosa stupida, per me no. Omar si sentiva fuori posto, io no. Io ero a casa, per il semplice fatto che ero dove stava il mio cantante preferito, il compagno della mia adolescenza.
    Io non ero mai stata una ragazza socievole, estroversa; no, io avevo sempre nascosto tutto, e poi arrivò lui. Un semplice ragazzo di appena vent’uno anni che realizzava il suo sogno e al tempo stesso dava a me la forza di realizzare i miei.
    E poi, dopo cinque ore, eravamo dentro lo stadio, in seconda fila: mica male!
    -Grazie, per avermi accompagnata.- Dissi ad Omar.
    -Non c’è di che, Emma.
    -Ma perché l’hai fatto?
    -Perché tu ci tenevi tanto, non potevo tirarmi indietro.
    -Grazie. So che a te neanche piace Tiziano.
    -Non lo amo come te, ma neanche lo odio. Ha una bella faccia.- Indicò la mia maglietta appena comprata.
    Legai la fascia di Tiziano in testa e sistemai i miei Ray-Ban neri. Ero pronta per il mio concerto, pronta per lui.
    Tutto sembrava perfetto, finché non conobbi Valentina. Era una vecchia amica di Omar, e si trovava “ per caso” al concerto di Tiziano Ferro, in Spagna. Subito si avvicinò a noi.
    -Omar!- Urlò.
    -Vale, che ci fai qui?- Chiese lui.
    -Sto con mia sorella. Tu?- Mi guardò. –Fai da baby-sitter?
    La guardai ed aprii la bocca per parlare, chiusi la mano destra a pugno (ero pronta a darglielo in faccia!), ma Omar mi bloccò, parlando prima di me e stringendo la mia mano.
    -Lei è Emma, la mia migliore amica.
    -E ti ha convinto a vedere Tiziano!
    -Già!
    -Godetevi il concerto, allora.- Sorrise. –Ah, tieni.- Porse ad Omar un biglietto. –Passami a trovare questa sera, dopo il concerto. C’è anche il numero della camera.
    Se ne andò, mentre Omar si rigirava tra le mani quel pezzo di carta.
    -Sta nel nostro albergo!- Disse.
    -Che cu.lo!
    -Non mi dire che.. sei gelosa!
    -Io? Ma neanche per sogno. Mi ha dato della bambina, quella.. quella..gallina!
    -Dalle uova d’oro. E’ cresciuta bene!
    Non risposi. Ci voleva ben altro per rovinarmi la giornata. Eppure il fatto che aveva civettato con Omar mi dava fastidio; il fatto che lo volesse per se, quando invece questi tre giorni erano miei e suoi. A Madrid c’eravamo io e lui.
    I piedi cominciavano a fare male, ma quando si spensero le luci non ci pensai più.
    Credo sia inutile dire quanto bello, emozionante fu vedere Tiziano apparire a pochi metri da me. La voce se ne andò subito, già alla prima canzone, perché avevo imparato anche quelle in spagnolo (sapevo che sarebbero tornate utili!). E le grida, i pianti, i sorrisi, le emozioni son cose che, se qualcuno non le vive, allora non può capirle.
    Mi accorsi che anche Omar canticchiava qualcosa, e rimase sempre vicino a me. E per qualche secondo, durante ‘Te tomarè una foto’, non sapendo neanche perché, la mia mano cercò, trovò e strinse la sua.
    A fine concerto ero più viva che mai; le ore passate in piedi e seduta sotto al sole, il male ai piedi erano insignificanti: avevo realizzato e vissuto il mio sogno, non c’era nulla di più bello.
    -Come è stato?- Mi chiese Omar, in macchina.
    -Stupendo è dir poco- Dissi con la poca voce che avevo.
    -Adesso vai a dormire?
    -E tu vai da Valentina.
    -Non voglio che vai a dormire perché devo andare da Valentina.- Sbuffò.
    -Ma vai, che ti frega? Io mi cambio e dormo. Sono una bambina, ricordalo.
    -Sei impossibile, quando fai così.
    -E tu sei un cascamorto.
    -Vuoi che non ci vada? Dimmelo, allora.
    -Non ho detto questo.
    Arrivammo in albergo, parcheggiò la macchina, scendemmo e ci ritirammo in camera. Dopo aver buttato lo zaino per terra, presi il mio pigiama sotto al cuscino.
    -Adesso vai, ci vediamo domani.- Dissi.
    -Vuoi davvero che vada?
    -E’ quello che tu vuoi, Omar. Lei. Vuoi tutto e lei è tutto.
    -Vuoi davvero che vada?- Ripetè
    -Buonanotte, Omar.
    Entrai in bagno e rimasi qualche minuto a guardarmi allo specchio. Cosa potevo pretendere? Lei era perfetta, lei era grande, lei era matura, lei era più bella, lei aveva coraggio. Io no.
    Tolsi i vestiti ed indossai la maglietta della Duff, poi uscii. Fui sorpresa di vedere Omar sdraiato sul letto.
    -Che ci fai qui?- Chiesi.
    -Stavo pensando.
    Si alzò e si sedette sul letto, mi tirò a se e mi guardò negli occhi. Passò la sua mano destra fra i miei capelli.
    -Perché dovrei andare da lei, quando qui c’è la mia Emma. Quando qui c’è tutto.
    Avvicinò il suo viso al mio e poggiò le sue labbra sulle mie.
    “E’ il mio migliore amico.”, pensai.
    Tenni fisso questo pensiero, quando io sbottonai la sua camicia, quando il mio pigiama toccò il pavimento, quando le sue braccia m’avvolsero. E, poco dopo, quando tutto era finito sul pavimento, restavano soltanto due amici, che si amavano per la prima volta.


    __________________________________________________ ____
    Lo so, magari ho parlato troppo poco di Tiziano, menzionandolo appena, ma questo capitolo non ha mai subito modifiche. La prima bozza è stata quella decisiva.
    Vorrei soltanto dire che a parole davvero non si può descrivere un concerto di Tiziano, che, davvero, a Roma è stato magnifico. Davvero per me è.. lui è parte della mia famiglia. Di lui mi fido, ciecamente -come degli altri quattro u.u- .


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  10. #10
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    Predefinito Re: La tua vita rimane qui dentro, te la difendo.

    10.
    Ricorda che con il ritorno inizia un altro viaggio.

    Rimasi a fissare il soffitto della mia camera per tutta la notte, in attesa che sorgesse il sole. Si, ero un idiota, ma i tre giorni erano passati ed Emma ed Omar sarebbero tornati nel pomeriggio. Volevo rivederla, ancora, e parlarle per spiegarle alcune cose. Sembrava assurdo, banale, ma credevo di provare qualcosa per lei, qualcosa che andasse oltre l’amicizia: ma cosa fosse, io non lo sapevo.
    L’orologio segnò le sette di mattina; chiusi gli occhi. Non dormii, comunque: ero troppo agitato. Mi rigirai nel letto trecento volte, per cercare di prendere sonno, ma l’agitazione me lo impediva. Possibile che mi fossi ridotto così?
    La verità era che, nonostante io la odiassi e la detestassi, mi era mancata. Mi era mancato battibeccare con lei, prenderla in giro, trovare sempre qualcosa che non andasse in lei, perché, bisognava ammetterlo, non era perfetta.
    Dovevo parlarne con qualcuno e la prima persona che mi venne in mente fu Ka, così presi il cellulare e lo chiamai; dopo tre squilli, rispose.
    -Caz.zo vuoi, Pè?
    -Ciao anche a te!
    -Mi chiami alle sette di mattina e pretendi che ti saluti con il sorriso sulle labbra?
    -Hai ragione, scusa.
    -Vuoi sapere come portarti a letto Chiara?
    -No! Voglio parlare di... di Emma.
    -Mia sorella?- La sua voce cambiò. –Caz.zo è successo? Hanno cercato di violentarla? Omar l’ha mollata?
    -Vuoi stare zitto?- Urlai. –Voglio solo parlare di lei.
    -Non potevi aspettare, che ne so, le otto di mattina?
    -No, ora, perché altrimenti non dormo.
    -Avanti, spara.
    -A te cosa piace di lei?- Chiesi.
    -Non lo so, non l’ho mai vista in quel senso.
    -In generale, Ka.
    -Bè.. è simpatica, mi sa tenere testa, ti detesta.
    -Sei molto simpatico.
    -Io le voglio bene perché è semplicemente Emma. Non è cambiata per piacere a me, o agli altri: è rimasta se stessa.
    -Tutto qui?
    -Tutto qui, Pè. Adesso posso tornare a dormire?
    -Si, ciao!- Risi. –Ah, questa sera torna Erika!
    Passarono esattamente trenta secondi, prima che lui potesse parlare.. anzi, farfugliare qualcosa (il nome di Erika.) e poi attaccò. L’orologio segnava le sette e venti. Presi sonno, alla fine, ma dieci minuti più tardi mi svegliò mia madre: dovevo andare a scuola.
    Quando andai in bagno per lavarmi e vestirmi, scoprii le conseguenze della mia notte bianca: avevo due occhiaie, proprio sotto agli occhi, una faccia che avrebbe fatto paura a chiunque ed i capelli scompigliati –i miei ricci!-.
    Dopo essermi sistemato, scesi a fare colazione.
    -Porto te e gli altri all’aeroporto, nel pomeriggio.- Disse mio padre.
    -Come mai?- Chiesi.
    -Così tuo fratello può portare la macchina.
    -Vedi di non prendere impegni per questa sera, Marco: i Ruggiero vengono a cena da noi.
    Mi andò di traverso il latte.
    -Anche Emma?- Chiesi.
    -Certo, che domande: vogliamo sapere tutto del viaggio!- Rispose mia madre. –E poi mi piace quella ragazza!
    Salutai i miei, presi lo zaino ed uscii di casa. Raggiunsi Ka, Dani e Ste alla fermata dell’autobus: nessuno di noi aveva voglia di andare a scuola, come al solito.
    -Come andiamo a prendere i turisti, oggi?- Chiese Ste.
    -Ci porta mio padre.- Risposi.
    -Io vado con mio padre e Claudia, la madre di Emma.
    -Bene, quindi siamo solo in tre.- Concluse Dani. –Arriva l’autobus.
    Arrivammo a scuola, sfortunatamente in tempo, e subito in prima ora mi chiamò alla lavagna quella di matematica, poi, in terza ora, mi interrogò la professoressa di italiano ed in quinta quella di latino: che bella giornata!
    -Grazie, per avermi parato il cu.lo: non avevo studiato nulla!- Mi disse Ka, dandomi una pazza sulla spalla.
    -Strano che non hai studiato, di solito studi tutti i giorni!- Risposi.
    -Io avevo studiato tutto!- Urlò Dani.
    -Sarà per domani.- Gli disse Ka.
    -Così lui non studia.- Dissi, indicando Ka.
    Dopo essere stati raggiunti da Ste, andammo a mangiare un pezzo di pizza, poi Ka ci lasciò per tornare a casa. Dani e Ste accettarono di studiare con me, così andammo a casa; almeno, saremmo potuti andare direttamente all’aeroporto, senza dover fare troppi giri.
    Mio padre ci venne a chiamare, dopo quattro ore di studio intenso.. no, non è vero, dopo due ore di torneo alla play. Mio fratello aveva chiamato per dire che stava per riprendere l’aereo e che Emma era sana e salva. Io rimasi a fissare il vuoto, appena mio padre pronunciò il nome di Emma.
    Due ore dopo, vidi mio fratello ed Emma avvicinarsi. Non si guardavano, camminavano distanti; quando mancavo pochi passi, Emma, come due giorni prima ma questa volta con la valigia, corse fra le braccia di Ka.
    -Mi sei mancato!- La sentii dire.
    -Anche tu, Emma!
    Poi, dopo aver salutato sua madre e Franco, Emma si avvicinò a me: salutò prima Dani, poi Ste e poi me. Mi sorrise, ricordandomi che dovevo fargli sentire le nuove canzoni.
    -Mi dispiace per te, ma ne ho scritta una sola. Questa sera te la faccio sentire.- Le risposi.
    -Questa sera?
    -Siamo a cena a casa Pedretti, Emma.- Disse Claudia.
    Lei sbiancò, poi divenne rossa come un peperone ed il suo sguardo si spostò su Omar, che stava parlando con Ka.
    -Ti farò sentire la canzone.
    -Prometti?- Disse, tornando a guardarmi.
    -Giuro!
    Quella faccia la rividi verso le nove, quando, dopo aver aperto la porta, me la trovai davanti. Mia madre e mio padre l’accolsero con un abbraccio e con un sorriso a trentasei denti: mia madre l’adorava e mio padre la stimava, per essere stata tre giorni con Omar. Mio fratello era in camera sua, non la venne a salutare.
    -Omar?- Chiese lei.
    -E’ in camera sua, scende per cena.- Risi. –Ma la tua voce è rimasta a Madrid?
    -Sotto al palco.- Ammise, sorridendo.
    Ci sedemmo a tavola e fummo raggiunti da Omar, che si sedette vicino a me.
    -Emma, com’era il concerto?- Chiese mia madre.
    -Stupendo! Omar può confermare.
    Lui annuì.
    -E Madrid?- Chiese mio padre. –Chiedo ad Omar?
    -Non l’abbiamo vista insieme.- Ammise. –Io..ci siamo separati per.. per un po’.
    -E’ successo qualcosa?- Chiesero in coro mio padre, mia padre, Franco e Claudia.
    Io guardavo Emma, Ka guardava Omar.
    -No, noi.. noi..
    -Volevamo vedere cose diverse, tutto qui. Ma l’ho chiamata sempre.
    La cena passò velocemente, senza che qualcun altro chiedesse del viaggio o sentisse la voce di Omar ed Emma. Ka continuava a guardare male mio fratello, mentre il mio sguardo non smetteva di guardare Emma.
    Poi, dopo il dolce, Emma mi aiutò a sparecchiare e a lavare i piatti.
    -Mi sei mancata davvero, Em.- Le dissi.
    Fummo interrotti dal suono del campanello. Ci spostammo in salone, dove tutti stavano salutando la nuova arrivata: Erika. Mi feci spazio tra tutti e l’abbracciai, dimenticandomi di ciò che dovevo dire ad Emma. Poi, quando m’allontanai, Erika guardò Omar.
    -Che fai li impalato? Abbracciami, scemo!
    Omar attraversò a grandi passi il solone e l’abbracciò. E poi fu la volta di Ka: lui era rimasto a guardarla da lontano, cercando di capire se lei fosse veramente lì, davanti a lui.
    -E tu?- Gli disse Erika. –Non saluti una vecchia conoscenza?
    -Ciao.- Disse Ka.
    Lui si mosse, ma non si avvicinò a lei; si avvicinò ad Emma, la prese per mano ed insieme uscirono di casa.




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