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Discussione: Ho cominciato a cercare la tua mano prima che tu prendessi la mia.

  1. #31
    V.I.P


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    Predefinito Re: Ho cominciato a cercare la tua mano prima che tu prendessi la mia.



    31.

    Ti verrò a prendere con le mie mani e sarò quello che non ti aspettavi. Sarò quel vento che ti porti dentro e quel destino che nessuno ha mai scelto. E poi, l'amore è una cosa semplice e io, adesso te lo dimostrerò.

    Sento qualcosa muoversi sul mio collo. Muovo la spalla, pensando di cacciare un insetto rompi scatole, ma questo torna di nuovo come niente fosse. Apro gli occhi e mi tornano in mente le immagini di ieri. Istintivamente abbasso lo sguardo: quattro braccia. Non era un sogno. È la realtà.
    Intanto quel qualcosa continua a solleticarmi il collo. Riconosco dopo un po’ che si tratta semplicemente del respiro di Pedro che usa la mia spalla come un cuscino. Comodo, dicono.
    Non mi muovo, non voglio svegliarlo. Faccio un respiro profondo e provo a chiudere gli occhi.
    P: “Buongiorno bimba.”
    I: “Chiamami ancora così, e sarà l’ultimo per te.” Ribatto facendolo ridere mentre mi stringe con forza a sé.
    P: “L’avevo intuito che non faceva al caso tuo. Però, Francesco non c’è arrivato. Sono troppo avanti.” Mi giro verso di lui e lo sfido con lo sguardo.
    I: “Ora che me lo ricordi…effettivamente non ho chiuso con lui.” rifletto ad alta voce mentre il suo sguardo passa dal divertito al serio.
    P: “Due piedi in due staffe. Che ragazzaccia!” mi canzona ricevendosi come risposta una testata sul petto.
    I: “Dici che dovrei lasciarlo? In fondo, non era poi malaccio. Bello, simpatico, dolce, ascolta anche musica decente.” Ironizzo ancora mentre infilo le mani tra i suoi capelli, giocando con i riccioli ribelli che trovo.
    P: “Lo terrei come riserva per quando non ci sono. Potrebbe sempre servire!” scatto su di lui accarezzandogli le guance e appoggiando il braccio sul suo petto. Occhi dentro occhi.
    I: “Preferisco l’originale.” Sussurro prima di baciarlo dolcemente. Sorride mentre le nostre labbra si muovono sempre più velocemente. Si schiudono per far si che le lingue possano scambiarsi il buongiorno. Ci stacchiamo controvoglia e con il respiro accelerato. Mi passa un dito per disegnare il contorno del mio naso. Sorride ancora.
    P: “Oggi è il grande giorno: Ka.”
    I: “Ecco, a proposito, ti do un’ora d’anticipo. Poi, vengo anch’io. È anche il mio, di migliore amico, ricordi?”
    P: “Giusto.”
    I: “Tranquillo, porto paletta e scopa per raccogliere i tuoi pezzi. Con tanto amore.”
    P: “Sei proprio un tesoro, guarda! Ahahaha” mi fa il solletico prima di alzarsi dal letto per cambiarsi. Mi imbarazza vederlo in boxer, ma è così meravigliosamente bello con i capelli arruffati e il viso disteso in un sorriso. Resto in silenzio meditando se alzarmi o meno dal letto.
    P: “Bene, incrocia le dita per me. A dopo!” mi saluta per poi chiedermi “Ma, a che stai pensando?”
    I: “Al fatto che quando chiuderai quella porta, sentirò già la tua mancanza.” dico dalla nuvoletta rosa in cui mi trovo e immediatamente avvampo rendendomi conto di quanto uscito dalla mia bocca. Ride per la mia reazione e se ne va, chiudendo la porta. Mi lascio cadere all’indietro sul cuscino, respirando profondamente e pensando a quanto accaduto nelle ultime ventiquattro ore. La porta si riapre di nuovo con Pedro che mi salta addosso sul letto urlando come un matto e finendo per baciarmi in modo appassionato.
    P: “Pensavi veramente che me ne sarei andato in quel modo dopo quanto hai detto?” annuisco vagamente prigioniera dei suoi occhi “Sbagliato. Adesso, però, vado davvero.”
    Un ultimo bacio. Le sue mani che lasciano i miei fianchi, le sue labbra che abbandonano le mie, i suoi occhi che mi sorridono prima di girarsi verso la porta.
    Mi infilo sotto la doccia, ho i minuti contati. Asciugo i capelli e li lascio sciolti, lancio un’occhiata alla canotta regalatami da Pedro e decido che è osare troppo indossarla a casa di Ka, oggi. Così miei amati Rolling Stones, verrete con me da loro insieme ai jeans strappati.
    Esco di casa in perfetto orario e mi dirigo a casa del mio migliore amico, sperando di trovare il mio ragazzo ancora intero.

    * * *

    È mattina, ma non m’ importa. Quello che conta è il discorso che devo affrontare con Ka. Corro letteralmente a casa sua, arrivo con il fiatone e il cuore che batte a duemila per la felicità lasciata qualche minuto fa tra le labbra della mia ragazza e il timore per la reazione del mio fratello. Suono e qualche secondo dopo il mio amico compare sulla porta evidentemente agitato.
    K: “Pè, è successo qualcosa di grave?” domanda preoccupato
    P: “Devo parlarti. Posso entrare?” la risposta è scontata, per cui ci sediamo entrambi sul divano.
    K: “Avanti, spara. Non è normale questo tuo atteggiamento!”
    P: “Riguarda Ilaria.” Il suo sguardo luccica di cose belle, per poi diventare curioso. “Non sono molto bravo a parole. Ho cercato in tutto questo tempo di comportarmi da amico, di fare come mi avevi chiesto tu: essere più civile con lei.”
    K: “Lo so e stai andando benissimo, me ne accorgo ogni giorno che passa e..” lo blocco con la mano prima che possa dire qualcosa che mi tolga il coraggio di parlare ancora
    P: “Quello che non sai è che mi sono innamorato di lei.” Sgancio la bomba, prendo fiato prima di riprendere a parlare “Che ti piaccia o no. Questo è quello che sento ed è così forte da non poterlo più tenere solo per me. Ieri mi sono dichiarato in modo insolito, ho fatto una caccia al tesoro con la complicità di Gaia. Quando poi, l’ho vista accanto al suo albero al parco ho creduto di non avere la forza per aprirle il mio cuore. Era confusa, stranita, incredula finchè non le ho spiegato tutto, ma proprio tutto quello che provavo e provo con lei.” dico tutto d’un fiato aspettando la sua sfuriata.
    K: “Questo spiega molte cose. Fratello, lei è speciale per me, lo sai. L’avrò ripetuto un migliaio di volte generando problemi dove non dovevano esserci, mi spiace. Volevo solo proteggerla da chi poteva farla soffrire. Se sei qui, significa che lei ricambia e che la caccia al tesoro ha funzionato! Giusto?”
    P: “Eh, si.” riesco solamente a dire mentre un peso sullo stomaco si sgretola. Mi sento finalmente libero. “Non sei arrabbiato, quindi?”
    K: “No, perché sei stato un amico sincero. Ovviamente se dovessi farle del male, sarò io stesso a regolare i conti con te.” Afferma scoppiando a ridere “Dovresti vedere la faccia che hai fatto!”
    P: “Coglio*e, c’ero cascato.” Un abbraccio fraterno, la comprensione che cercavo. Suonano alla porta. Sicuramente è lei. Ka si alza e lo sento ridere. È felice.

    * * *

    Sono di fronte a Ka che mi apre la porta sorridendo.
    K: “Se è una sfuriata che speri di trovare, mi spiace, è alla porta accanto!” indicando i suoi vicini di casa che spesso e volentieri si lamentano delle prove che fa in camera sua
    I: “Veramente volevo un abbraccio.” Affermo fingendomi imbronciata scatenando la sua risata. Poco dopo sono avvolta dal suo profumo e dalle sue braccia.
    K: “Solo una domanda.”
    I: “Carmine, guardami negli occhi.” Dico sapendo già cosa vuole chiedermi “Sono felice, veramente. E so che se quel pir*a mi spezza il cuore, a rompergli le gambe ci penserai tu.” Mi sollevo sulle punte per dargli un bacio sulla guancia. “Perché sei tu il mio supereroe preferito, questo non cambierà mai.”
    K: “Era quello che volevo sentirti dire. Sei speciale e anche Pedro lo è, quindi se siete felici, lo sono anche io per voi. Adesso, vieni, che sul divano si è arenato qualcuno di tua conoscenza!” ribatte mentre dietro di lui compare la sagoma di Pedro.
    P: “Super eroe, eh.” Esclama all’indirizzo di Ka che gli rifila una linguaccia soddisfatta come risposta.
    I: “Certo! Da piccola mi proteggeva sempre da ogni cosa che credeva potesse danneggiarmi. O semplicemente, dove stava lui dovevo esserci anche io.”
    P: “Si, ricordo le partite a calcio con le femmine.”
    I: “Ora le cose non son molto cambiate. La femmina della squadra sei tu!” esclamo prima di abbracciarlo mentre mi manda a quel paese tra le risate di Carmine.
    K: “Abbraccio di gruppo?” propone e ovviamente non ci tiriamo indietro, per la gioia del divano che deve sorreggere tre animali come noi. Tra queste mura, tra queste braccia mi sento a casa.

    __________________________
    Mi sono divertita a sconvolgere i punti di vista.
    Vi adoro, una per una. Siete troppo.
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  2. #32
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    Predefinito Re: Ho cominciato a cercare la tua mano prima che tu prendessi la mia.



    32.
    Sono fermamente convinta che se l’amore può far male, l’amore può anche guarire.

    In questi giorni ho tentato ripetutamente di rintracciare Francesco. Sono una persona per bene, e nonostante ci abbia scherzato su con Pedro, effettivamente la mia coscienza mi impone la sincerità nei confronti di quel ragazzo nel quale ho trovato appiglio per mesi prima di aprire il cuore all’amore, quello vero. Purtroppo, sembra che sia sparito. Non risponde ai miei sms, se chiamo trovo la sua voce registrata e vuota indice di un telefono staccato. Quando sarà reperibile, coglierò l’attimo. Ne va della mia integrità e della mia coerenza. Mi sembra ci sia qualcosa in sospeso, di non detto e vorrei concludere nel migliore dei modi in maniera tale da permettermi di vivere serenamente la mia storia con quel matto d’un cantante. È spesso in studio, stanno lavorando un sacco, ci vediamo con il contagocce magari di sera, magari a pranzo, magari quei cinque minuti al telefono solo per sentire una la voce dell’altro. È di una tenerezza disarmante e assolutamente contagiosa. Mi piace, mi piaccio. Stop.
    G: “Qui, terra.” Afferma con una voce metallica imitando un robot mentre smanetta di fronte alla mia faccia.
    I: “Eh, che vuoi?”
    G: “Lo sai cosa succederà tra pochi, pochissimi giorni?”
    I: “Ok, cosa mi son dimenticata?!” esclamo strabuzzando gli occhi.
    G: “Il concerto, cretina.”
    I: “Ti autorizzo a farlo.” Sottolineo parola per parola, prima di ricevermi un cuscino in faccia. Come diavolo ho fatto a dimenticarmi che tra quattro giorni il mio amore Dave verrà in Italia a trovarmi?!
    Impossibile. Terribile. Inaudito.
    G: “Colpa del Pedretti. Quello, è geloso fradicio di Dave, secondo me pur di non farvi incontrare ti porta sulla strada oscura. Cioè, è palese che nostro marito ci voglia con sé durante il tour mondiale. No?”
    I: “Esatto. Ha bisogno del nostro supporto. Senza di noi, sarebbe perso. Dico io, lui è più dei nostri fidanzati messi insieme. Un batterista eccellente e un cantante spettacolare. Ammettiamolo, abbiamo preso quello che passava il convento, noi.” Continuo il gioco scoppiando a ridere. “No, vabbè, Pedro con la barba non lo voglio!”
    G: “Ahahahahah in effetti, non hai tutti i torti a pensarla così. Tra l’altro oggi pomeriggio vado da loro in studio, Dani vuole spiegarmi dei passaggi di una canzone.”
    I: “Si, come no. L’ultima volta che sei andata da Dani, il giorno dopo mi son trovata a correre per mezza città dietro a dei biglietti per una caccia al tesoro. Ho il dovere di farmi dei dubbi!”
    G: “Anvedi oh, al posto di ringraziare!” non le do il tempo di continuare che mi fiondo su di lei per farle il solletico. Ovviamente mi becco pure calci e pugni sui fianchi. Dolore ricompensato dalle lacrime che escono dai suoi occhi unite a insulti a tutto spiano. Che dolce, lei.
    Sento la suoneria del mio telefono provenire da qualche posto sperduto della mia camera. Mollo Gaia tra le risate e scappo alla ricerca del mio cellulare. Quando lo afferro, smette di suonare. Mannaggia a me e al vizio di dimenticarlo nei luoghi più introvabili. Richiamo immediatamente. Dopo ben cinque, e ripeto, cinque squilli si degna di rispondere.
    I: “Ti ho richiamato subito, dove sei finito nel frattempo, in culonia?!”
    P: “Dolcezza portami via, eh.” Ribatte ridendo “In realtà stavo scappando da Ivan che voleva fare un uso creativo del basso: per testare la resistenza del manico, voleva tirarmelo in testa.”
    I: “Oh, approvo i suoi esperimenti!”
    P: “Grazie, molto gentile.”
    I: “Cosa volevi?”
    P: “Sentirti un po’…” sussurra mentre sento le voci dei ragazzi fare dei cori irripetibili alle nostre spalle. Giuro, li faccio neri.
    I: “Che tenerello, sei. Quei cretini invece hanno vita breve, molto breve. Ribadisci a Ka, che la sua chitarra è in casa mia e ci resterà come ostaggio per un’eternità di questo passo.”
    P: “Non ti dico la faccia che ha fatto. Fossi in te, la nasconderei prima che arrivi sotto casa tua.” Ride ancora, ride per me soltanto. “In ogni caso, volevo parlarti del concerto.”
    I: “Gaia me lo ha ricordato prima. Ti rendi conto che mi è passato di mente?!”
    P: “Sono sconvolto. Passo più tardi da te, se mi vuoi!”
    I: “Mmm se porti da mangiare, ti voglio eccome!”
    P: “Solita scansafatiche. Un bacio.”
    Riattacca. Lancio il cellulare sul letto e mi sorprendo a cercare il primo album che trovo dei Foo ed inserirlo nello stereo. Mi tocca sistemare quel casino che comunemente chiamo camera, meglio farlo in buona compagnia. No?
    Parte All my life e inizio a saltellare come una cretina. Mi faccio prendere dalla musica e finisco per andare in corridoio, cantando in playback e facendo ogni gestaccio possibile ed immaginabile. Gaia mi guarda tra lo stupito e lo sconvolto, per poi fingere di avere una batteria a portata di mano e battere su rullanti inesistenti. Se per caso qualcuno entrasse dalla porta in questo momento, chiamerebbe direttamente un manicomio per farci rinchiudere. Stravolte, ci sediamo per terra dove ci troviamo.
    G: “Questa era solo una canzone, mi spieghi come faremo a reggere un intero concerto?!”
    I: “Non ne ho la più pallida idea, ci toglierà anni di vita, ma saranno spesi bene. Che dico, benissimo!” ribatto tutta allegra mentre mi convinco ad alzarmi per finire di sistemare la scrivania. Un paio di ore dopo, Gaia si prepara ed esce per andare a stanare il suo batteriologo. Ho tutto il tempo per fare una delle mie solite genialate. Ho dato la cera in corridoio, devo assolutamente inaugurarla. Mi metto da un lato, prendo la rincorsa e poi mi lascio scivolare manco fossi su di una tavola da surf. Meraviglioso, finchè non trovo la parte di pavimento senza cera che fa attrito, ma soprattutto volare per terra. Rido e mi insulto contemporaneamente. Suonano alla porta. Sarà il mio ometto. Scatto in piedi e corro ad aprire.
    P: “Eccomi! Tieni prendi questo.” Mi porge una busta che emana un profumo che mi fa venire una fame pazzesca. Mi ha presa in parola. “E questo!” sussurra a qualche centimetro di distanza dalle mie labbra dopo avermi rubato un bacio. Lo abbraccio affondando il viso nella sua spalla, facendo il pieno di lui e del suo profumo. Giro lentamente la testa, quel tanto da permettermi di vedere il suo sguardo sorridermi. Resterei abbracciata a lui per ore. Riesce a metabolizzare tutte le mie emozioni negative, trasformandole in qualcosa di buono per il cuore. Gli rubo un bacio, prima di sciogliere la presa e andare in cucina per mangiare. Dopo cena, ovviamente, la tappa obbligata è il divano. Un giorno o l’altro prenderà la forma del mio sedere, in effetti.
    Mi lascio accogliere dalle sue braccia, appoggiando la testa sul suo petto a livello del cuore. Lo stringo a me, mentre mi accarezza i capelli e la schiena.
    P: “Prima parlavi del concerto…”
    I: “Già, con Gaia siamo giunte alla conclusione che sarà memorabile. Nel senso che non siamo in grado di reggere l’intero concerto saltellando. Faremo a turno, che ne so, una canzone lei, quella dopo io.” ipotizzo nell’ennesimo ragionamento strampalato che riesco a tirar fuori.
    P: “Oh si, trovo sia proprio la soluzione migliore questa.” Afferma tra una risata e l’altra. Dio solo sa quanto sia stupendo sentire nel suo petto la nascita di quel suono. Meraviglioso. “Piuttosto…ci vai con Ka?”
    I: “Oh, potrei si.” Gli pizzico il fianco “Cretino.”
    P: “Era solo una domanda.” Finge un vittimismo che non è in grado di reggere.
    I: “Voglio andarci con te. Altrimenti, chi mi protegge da quelli che pogano senza un domani?”
    P: “Ah, mi sembrava ci fosse la fregatura…”
    I: “Pedro, dai.” Faccio gli occhioni stile gatto con gli stivali di Shrek “Ti tengo la manina se vuoi!”
    P: “Non hai idea delle botte che prenderemo.”
    I: “Prenderai, volevi dire.”
    P: “Ok, te lo lascio credere ancora per un po’. Anche se effettivamente, avresti bisogno del tuo super eroe, non del sottoscritto.” Ironizza facendo spallucce e disegnando dei cerchi sul mio braccio. Mi giro di scatto per guardarlo e fargli una smorfia.
    I: “I supereroi sono fittizi, tu invece sei reale. Tra le tue braccia sono al sicuro come in nessun altro posto. Ricordatelo, in futuro.” Ribatto seria, mentre un sorriso si disegna sul suo viso. È soddisfatto dalla mia risposta.
    P: “Perché quando parli mi rendi felice?”
    I: “Dico sempre cose intelligenti, io.” dico dandomi un tono di superiorità e finendo per generare l’ennesima lotta a colpi di solletico. Perché con lui, tutto si riduce ad una risata perenne.

    ___________________________
    Al posto di studiare per preparare l'esame, posto.
    Vi adoro.
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  3. #33
    V.I.P


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    Predefinito Re: Ho cominciato a cercare la tua mano prima che tu prendessi la mia.



    33.
    Hello, I've waited here for you, Everlong.

    Il giorno tanto atteso è arrivato. Ho dormito poco, e quel poco pure male. In teoria non dovrei nemmeno reggermi in piedi dalla stanchezza, in pratica sono un fascio di nervi pronti per scattare. Oggi nemmeno Bolt potrebbe correre più veloce di me. Afferro il cellulare e invio un sms a Pedro, tanto per svegliarlo e rompergli le palle.

    Oggi è il FF day. Non ho dormito nulla, sono agitatissima. Non vedo l’ora di vederti perché vorrà dire che dopo poco vedrò Dave. Se muoio nell’attesa, sappi che vi ho voluto bene.

    Lascio il cellulare e mi fiondo in corridoio per bussare ripetutamente alla porta della camera di Gaia. Senza che mi dia il permesso, entro e mi lancio su di lei urlando. Il suo “fancu*o” non tarda ad arrivare.
    I: “OggivediamoDave!” dico tutto d’un fiato alla velocità della luce. Lei si gira, alza un sopracciglio.
    G: “Che hai detto?!”
    I: “Oggi-vediamo-Dave. Meglio?”
    G: “Eh, ora si che si ragiona.” Mormora mettendosi seduta sul letto e iniziando a saltellare come una bambina. Ripetiamo quella frase come una cantilena e non ci annoiamo nemmeno un po’ di sembrare due bambine. Oggi non è un giorno come gli altri, oggi è il giorno in cui manterremo una promessa. Eravamo su una panchina di Villa Borghese quando avevamo giurato a noi stesse che saremmo andate a vedere i Foo Fighters insieme. Non separate, non divise con altre persone. Solo noi due. Una promessa fatta per cementare la nostra amicizia, legata anche dalla passione per la musica e per i concerti.
    G: “Noi, le promesse sappiamo mantenerle.” Afferma fermandosi e guardandomi allegramente. Ancora una volta riesce a leggermi nel pensiero.
    I: “Due cuori, una panchina e una promessa. Nostro marito, ci attende!”
    G: “Giusto! Almeno una volta nella vita dovrà vederci.”
    I nostri discorsi sconclusionati vengono interrotti dal suono del campanello. Ci guardiamo stupite, non attendiamo nessuno per ora. Svogliatamente capisco che chi deve alzarsi per andare a rispondere, sono io. Me la prendo con calma e rispondo al citofono.
    I: “Chi è?”
    X: “I Teletubbies!” sento due voci rispondere e scoppiare a ridere. No, ma con che razza di idioti ci siamo messe?! Mistero. Apro e avviso Gaia degli ospiti in arrivo. Qualche minuto e sento le loro voci borbottare per le scale. Sbadiglio sonoramente, mentre mi appoggio al muro.
    D: “Eccoci!” esclama entrando in casa senza accorgersi di me accanto a lui.
    I: “BUUU” urlo nelle sue orecchie facendolo spaventare
    G: “Brava, così si fa. Non si urla di prima mattina.”
    I: “Non qui, non con Gaia in circolazione. Rischi la pelle, Calvio.”
    D: “Invece ci ho lasciato un timpano. Prospettive. Tu, moretta, vieni qui e fatti abbracciare!”
    G: “Oh se vuoi abbracciarmi, muovi il tuo culetto e vieni qua. Non mi muovo, devo risparmiare le energie per Dave.” Ribatte lei facendomi ridere. È un boss, sempre e comunque. Mentre Dani la porta in cucina per fare colazione, comprendo di aver dimenticato l’altro Teletubbies alle mie spalle. Il tempo di formulare il pensiero e sento le sue mani accarezzarmi i fianchi per poi abbracciarmi dolcemente. Il mento che delicatamente si appoggia alla mia spalla. Il respiro leggermente rotto tra i capelli. Il cuore che riprende a saltellare come un matto. Sensazioni che non smetterò mai di provare e che porteranno sempre allo stesso nome: Pedro.
    P: “Buongiorno dolce metà!” sussurra piano e credo che se in questo momento Dani arrivasse con due uova dalla cucina e le mettesse sulle mie guance, cuocerebbero in un minuto. Sono avvampata a quelle parole. Dolce metà. Io, poi, che ho sempre pensato di non averla in dotazione la dolcezza. Evidentemente si è nascosta per bene in attesa di uno come lui, o semplicemente mi mette nelle condizioni di essere me stessa. Pregi e difetti.
    Appoggio le mani sulle sue, le accarezzo per poi voltarmi e baciarlo. Mi guarda attentamente, mentre mi passa i pollici sulle guance per avvicinarmi ancora a lui. È più forte di me, una calamita.
    P: “Certo che per essere una che non ha dormito molto, sei una gran…” riflette per trovare la parola adatta mentre immediatamente rido “Vabbè, hai capito! Niente borse sotto agli occhi, sorriso smagliante, capelli meravigliosamente spettinati. Bella, sei bella.”
    I: “Grazie, veramente. Sono nervosissima!!” rispondo abbracciandolo per trovare la pace di cui ho bisogno.
    P: “Oh il nervoso lo scaricherai dopo la prima canzone, non ti preoccupare. Sarà magnifico.”
    Annuisco mentre insieme andiamo in cucina dove Gaia e Dani stanno discutendo su quanto zucchero mettere nel caffè. Il tempo vola, ci prepariamo e raggiungiamo gli altri a casa di Ka. Si, perché i biglietti li ha ovviamente ancora lui. Saliamo in macchina e dopo una mezz’oretta scarsa, arriviamo a Rho. Presentiamo i biglietti e ci avviamo verso la zona adibita al concerto. Il cuore batte forte. Tra poche ore sul palco di fronte ai miei occhi salirà un uomo, un gruppo che ha segnato la mia esistenza. Sarà come rincontrare quegli amici che non vedi da anni, ecco. Un’emozione indelebile e bellissima.
    Prima dell’inizio del concerto, cerco con lo sguardo Gaia. Scatto verso di lei e l’abbraccio.
    I: “Questa è la nostra notte, amica!” le urlo nell’orecchio per farmi sentire mentre con la coda dell’occhio vedo partire dei fumogeni sul palco.
    G: “Non l’avrei vissuta senza il tuo aiuto! Grazie, per tutto.” Sorride e la lascio tra le braccia di Dani. Torno dal mio uomo, che mi stringe prontamente la mano.
    P: “Avevi promesso di tenermi la manina.” Dice serio, ma i suoi occhi lo tradiscono. Ridono, loro. Gli rubo un bacio prima che Dave inizi a cantare Rope, seguita da All my life. Salto divertita, canto o almeno ci provo, urlo, batto le mani a tempo, le muovo per aria, cerco di non ammazzare il mio vicino che si dimena come un matto. Forse troppo. Sento ad un tratto le braccia di Pedro attorno alle spalle. Che uomo, si prende i lividi al posto mio.
    Seguono White limo e Walk, poi arriva anche lei: Best of you. È stata fondamentale nei momenti di scarsa autostima. Mi spronava a tirare fuori gli attributi, a mettercela tutto. Gli occhi che si appannano sono un indice di quanto quelle parole mi abbiano accompagnata. Canto con tutta me stessa come se ci fossimo solo noi. Solo io e Dave.
    Poi, la scaletta continua, ed ogni canzone è un passo verso la fine che non vorrei arrivasse mai. Ma come si fa a non amare Everlong? Non si può, appunto. Quella canzone fa innamorare. Iniziano le note inconfondibili e mi stringo il più possibile al mio uomo le cui braccia prontamente si posizionano sul mio fianco. Dondoliamo insieme, lo guardo, mi sorride. Piango come solo la musica riesce a farmi fare. Pedro appoggia il suo viso sui miei capelli, senza lasciarmi mai. Alzo la testa in cerca delle sue labbra. Le trovo, le bacio e tremo. Non per il freddo, ma per le emozioni fortissime che mi stanno attraversando. La canzone finisce, e con lei anche il concerto. Riempio gli occhi delle immagini appena viste. Non mi stacco da Pedro per nessun motivo e ci avviamo insieme agli altri verso le macchine. Vedo Ka ed Ale a qualche metro di distanza da noi per mano. Abbandono temporaneamente le braccia del mio ragazzo, solo per correre tra quelle del mio migliore amico. Gli volo letteralmente addosso, tra le risate di Ale che sperava lo volessi mettere ko.
    I: “È questo quello che si prova quando si realizza un sogno?” domando con le braccia attorno alla sua vita. Annuisce divertito. “Bene, allora, grazie per aver realizzato il mio. Anzi, il nostro!” riferendomi a Gaia e alla nostra promessa.
    K: “La tua felicità mi riempie il cuore. Dovresti vedere i tuoi occhi ora. Se fossi un cartone animato, uscirebbero stelline e cuoricini, tanto per rendere l’idea!” mi bacia la fronte “Ti voglio bene.”
    Torno da Pedro che se la ride per la storia dei cuoricini.
    I: “Pensa che ho lo stesso sguardo quando guardo te. Riconoscenza, zero Pedretti.” Dandogli le spalle, offesa. Dura un secondo, il tempo di prendermi il viso e baciarmi davanti a tutti togliendomi il respiro.
    P: “Sono onorato, invece.” sorride, non avendo altro da aggiungere al momento.
    I: “Avevi ragione, è stata la serata più incredibile della mia vita. Eh, grazie per le botte che mi hai risparmiato.”
    P: “Una promessa è una promessa.”
    E noi, sappiamo mantenerle.

    _________________________________
    Bene, ciao. Non mi sono dimenticata di voi. Ci ho messo un pò ad elaborare questo capitolo.
    Vi lovvo AHAHAHAHAH
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  4. #34
    V.I.P


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    Predefinito Re: Ho cominciato a cercare la tua mano prima che tu prendessi la mia.



    34.
    Fa le domande sui dettagli. Solo chi fa domande sui dettagli ha provato a sentire cosa sente il tuo cuore. I dettagli. I dettagli: un modo di amare davvero.


    L’estate ormai è finita. Settembre è iniziato e come da copione, noi brave ragazze abbiamo fatto un’improvvisata in studio esattamente il primo giorno del mese per cantare o quantomeno tentare, Sole di settembre. I ragazzi sono morti letteralmente dal ridere, ma hanno apprezzato i nostri sforzi. Pagheranno cara ogni risata, già lo sanno. Settembre però, è un mese particolare per un certo cantante a me caro. Il 22 non è poi così lontano, devo partire per tempo per il suo compleanno. Voglio fare qualcosa che dimostri quanto tengo a lui e allo stesso modo renderlo felice. In tutto ciò sono giorni che penso a cosa fare senza ottenere grandi risultati. Sto mangiando pranzo con in sottofondo il telegiornale e ascolto distrattamente le notizie. Mi va quasi di traverso il boccone quando sento che domani ci saranno i sorteggi di Champions League.
    I: “Cretina che non sono altro. Come ho fatto a non pensarci prima?!” esclamo battendomi il palmo della mano sulla fronte sotto lo sguardo incuriosito di Gaia.
    G: “Mi vuoi rendere partecipe del tuo mondo interno o preferisci continuare a parlare da sola?”
    I: “Lampo di genio improvviso per il regalo a Pedro. Giuro che appena ho qualche certezza ti spiego meglio. Tipo, stasera. Adesso devo parlare con Ka!” finisco di mangiare al volo, sparecchio la mia parte e scappo in camera mia. Mando un sms al mio amico.

    Ho bisogno di te. È una cosa importante, quando sei libero e possiamo vederci?

    Rimango seduta sul letto a gambe incrociate, stringendo tra le mani il cellulare. La risposta non si fa attendere, per fortuna. Apro il messaggio speranzosa e scoppio di gioia.

    Per te, il tempo lo trovo! Tra due orette a casa mia: se fai la brava ti preparo anche la cioccolata come piace a te.

    Ricordo che adoravo la cioccolata calda che ci preparava sua madre quando eravamo piccoli. Ci aggiungeva attorno al piattino della tazza fumante, delle Smarties colorate. Noi ci divertivamo a metterle in ordine uguale o addirittura scambiarcele. Io, volevo quelle rosse mentre lui preferiva quelle verdi. Sorrido al pensiero. Infilo la felpa, arraffo alla rinfusa qualcosa per rendere pesante la borsa in modo che non balli mentre cammino e saluto Gaia. O meglio le lascio un bigliettino siccome è sotto la doccia. Mi metto in marcia e una decina di minuti dopo sono vicina a casa Ruggiero. Suono e un click conferma che la porta è aperta. Mi fiondo dentro e trovo Ka intento a sistemare una chitarra acustica nella propria custodia.
    I: “Un giorno, dovrai insegnarmi qualche trucchetto, lo sai?” accennando allo strumento appena riposto, si volta sorridendo verso di me tirandolo nuovamente fuori dalla fodera nera.
    K: “Avanti, siediti che ti faccio provare qualcosa!” mi siedo per terra a gambe incrociate mentre lui si sistema dietro di me per passarmi la chitarra. È emozionante avere il permesso di toccarne una delle sue. Afferro il manico e lascio scivolare le dita sulla lunghezza delle corde, come ad accarezzarla dolcemente.
    K: “Tu che ti lamenti sempre di non saper arpeggiare: dammi la mano destra e lasciati guidare, ok?” annuisco ridendo mentre la sua mano guida la mia e finiamo per suonare veramente qualcosa. Sono sconvolta perché a metà del pezzo improvvisato la sua mano lascia la mia e continuo senza interrompermi. Sono iper concentrata e contenta del passo avanti appena compiuto.
    I: “Oh non pensavo di saperlo fare. Bene, ora mi alleno a casa.” Affermo riconsegnando la chitarra al suo proprietario “Hai un gusto speciale nella scelta dei tuoi strumenti, sai?”
    K: “Grazie, mi fa piacere sentirtelo dire. Adesso, siccome sei stata diligente, ti meriti la cioccolata!” si alza offrendomi la sua mano come appiglio per rimettermi in piedi. La stringo al volo e qualche secondo dopo mi ritrovo in cucina, seduta su una sedia ad osservare il mio amico districarsi tra i fornelli. Il profumo di cioccolata invade la stanza e mi viene una gran voglia di assaggiare quel liquido dolce. Poco dopo Ka mi consegna allegramente, come fosse un trofeo, la mia tazza fumante con tanto di piattino. Sto per affondare il cucchiaino dentro quando la sua mano mi invita a fermarmi.
    K: “Mancano queste!” esclama tirando fuori un pacchetto di Smarties facendomi ridere di gusto “Tieni, quelle rosse.”
    I: “Beccati quelle verdi! Non pensavo te lo ricordassi ancora, sai?!”
    K: “Eh, ho una buona memoria. Allora, dimmi tutto!”
    I: “Scusa se ti ho messo in allarme, ma sai come sono: quando mi viene in mente una cosa parto in quarta finchè non riesco ad avvicinarmi all’obiettivo. Riguarda Pedro.”
    K: “Avete litigato?!” domanda con uno sguardo tagliente
    I: “Manco per idea. Sono giorni che penso a cosa regalargli per il compleanno…” tira un sospiro di sollievo facendomi sorridere “Oggi il tg mi ha dato la risposta giusta!”
    K: “Il telegiornale?! Sicura?!”
    I: “Ah, si. Mi spiego: domani ci sono i sorteggi di Champions. Voglio regalare a Pedro una partita del Milan casalinga. Capisci?”
    K: “Ora, si. Direi che è un’ottima idea! Sarà felice!”
    I: “Mi daresti una mano per arraffare i biglietti? Sei un mago in questo sport.”
    K: “Va che lecchinaggio metti in atto!”
    I: “Ecco: ne prenderei due. Uno per lui ed uno per un possibile accompagnatore, che non devo essere per forza io. Lascerò a Pedro la decisione! Dici che è troppo?”
    K: “No, dico che sei meravigliosamente innamorata.” Afferma scoppiando a ridere vedendo la mia reazione “Sembri un peperone!”
    I: “Grazie, veramente eh. Mando un sms ad Ale perché così sa quanto picchiarti la prossima volta che vi vedete!”
    K: “Meglio evitare, mi fa un occhio nero.”
    I: “Unito a quei capelli, diventi un panda per davvero. Che tenero!” lo abbraccio scompigliandogli la testa mentre suonano alla porta. Mi prende di forza come un sacco di patate e risponde al citofono, aprendo subito dopo la porta d’ingresso. Non riesco nemmeno a vedere chi stia entrando, che rabbia!
    P: “C’è qualcosa che dovrei sapere?!” esclama divertita dalla scena quella voce che riconoscerei tra mille
    I: “Che Carmine sia un pir*a è cosa nota, quindi no, non c’è nulla di nuovo che tu debba sapere!” rispondo continuando a tirare botte al mio chitarrista preferito “Mi metti giù?!” fa spallucce e mi molla a peso morto.
    P: “Ka devo parlarti, ero per strada ed ho pensato di passare direttamente qui per dirtelo!”
    I: “Ok, ho capito. Levo il disturbo ometti!” faccio per andare in cucina per riprendermi la borsa quando le mani di Pedro mi riportano indietro tenendomi stretta a lui.
    P: “Tu non vai proprio da nessuna parte.” Mi lascia un bacio sulla guancia, per poi continuare con Ka “Omar ha ricevuto la conferma: ci vogliono per un paio di set in un centro commerciale.”
    K: “Perfetto!! Il palco manca sempre. Quando sarebbero?”
    P: “Fine mese ed ottobre. Tutti qui in zona, forse qualcosa si farà a Verona ma ancora non è certo! Ho già avvisato gli altri. Domani si prova!” esclama entusiasta seguito dagli occhi luminosi di Ka.
    I: “Sono felice per voi, ragazzi. I vostri occhi meriterebbero una fotografia in questo istante, ma non penso riuscirebbe a catturare la felicità che si spande dalle vostre iridi! In ogni caso, ora vi saluto, devo andare!” mentre parlo Ka scappa a prendermi la borsa, che signore.
    P: “Stasera sei impegnata?”
    I: “Moltissimo con la televisione.”
    P: “Sbagliato, con il sottoscritto. Passo a prenderti alle sette.” Mi bacia giocando con i miei capelli. Ka torna e sbuffa, gli rubo la borsa ed un abbraccio, prima di uscire di casa.
    È questo il sapore della felicità?

    ______________________
    Ho ripreso i tempi da bradipo, chiedo scusa!
    Grazie a tutte!
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  5. #35
    V.I.P


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    Predefinito Re: Ho cominciato a cercare la tua mano prima che tu prendessi la mia.



    35.
    Ci sono abbracci che hanno profumo di casa. Di te.

    I: “Sono tornataaaaa!” urlo spalancando la porta di casa e ricevendo un respiro profondo come risposta. Non ci credo. Gaia è riuscita ad addormentarsi sul divano con in mano il telecomando, per giunta. Sorrido e le sfioro la spalla per svegliarla nel modo meno traumatico possibile. Mi serve lucida, non rintronata.
    G: “Mmm…ancora cinque minuti!” borbotta lei come risposta, ma non mi do per vinta finchè sgrana gli occhi mettendosi seduta. Mi osserva con sguardo truce per poi ridere.
    I: “Stasera esco con Pedro, anche se non so dove andremo. Quindi non so come vestirmi, che novità.”
    G: “Dai, ti aiuto volentieri. Però, prima mi racconti.”
    I: “Uh, già. Voglio regalare a Pè due biglietti per vedere il Milan in Champions per il suo compleanno. Ka mi aiuterà!”
    G: “Che idea brillante! Lo accompagni?”
    I: “Veramente, vorrei che decidesse lui con chi ha piacere di andare!”
    G: “Capisco. Sei troppo buona.”
    I: “Vado a fare la doccia. A farmi bella per il mio bello, e non dirmi che ci vorrà un miracolo perché lo so da me! ahahah”
    G: “Che, ti fai i complimenti da sola adesso?!” ridiamo mentre scappo in bagno.
    Entro in doccia e rimango piacevolmente sotto il getto caldo dell’acqua. Uso il bagnoschiuma alla mora che tanto mi piace e una manciata di shampoo per rendere i capelli profumati. Indosso l’accappatoio ed esco. Rabbrividisco per il cambio di temperatura e attacco il phon. Sembro sempre il Re Leone quando asciugo i capelli, fortuna che con il pettine me la cavo e sistemo i danni. Torno i camera dove Gaia ha attaccato i Green day mentre sceglieva dall’armadio dei vestiti.
    G: “Ecco, direi quello: almeno vai bene in qualunque luogo ti porti!” indicando un abito-maglione grigio con scollo a ciambella da indossare sopra dei pantacollant neri. Soprattutto, mi convince perché ai piedi potrei mettere delle semplici ballerine. Annuisco, soddisfatta dalla scelta e mi cambio. Un filo di matita, una passata di mascara bastano e avanzano per la mia concezione del trucco. Profumo, essenziale affinchè gli resti una traccia di me addosso. Non forte, preferisco note delicate perché si possa percepire solamente da vicino. Il mio profumo non è per tutti.
    Sorrido allo specchio, sorrido a Gaia.
    I: “Se continuo di sto passo, mi viene una paresi facciale!” esclamo facendo ridere la mia amica.
    Suonano alla porta, Gaia va ad aprire mentre scappo in camera a prendere la borsa per infilarci le chiavi di casa e altre cose strettamente inutili. Cammino verso l’ingresso sentendo il loro vociare in sottofondo. Lo osservo, sorride e gesticola mentre parla con Gaia. Mi vede e si zittisce, non riuscendo a spostare gli occhi dai miei. Gli vado incontro dandogli un bacio sulla guancia e salutando Gaia. Una volta fuori di casa, la sua mano prende la mia obbligandomi a voltarmi verso di lui. Infila una mano dietro la mia nuca e azzera lo spazio tra noi, unendo le nostre labbra in un bacio anti gravità.
    P: “Ciao, sei bellissima.” Sussurra a pochi centimetri di distanza, lo bacio ancora arrossendo.
    I: “Ciao, sono un peperone, ma tu sei bello come il sole.” ride abbracciandomi per poi continuare a tenermi per mano fino alla macchina. Non ho idea di dove stiamo andando, ma il solo pensiero che saremo insieme è per me fonte di felicità autentica.
    I: “Lullaby, l’ho ascoltata un sacco in questo periodo prima di addormentarmi!” iniziando a canticchiare la canzone insieme al disco
    P: “Usi come ninna nanna i Nickelback?!” domanda scoppiando a ridere
    I: “Oh, si. Cretino! Prima sentivo sempre Walking after you dei Foo. È dolce come melodia…” rifletto un attimo e mi guardo intorno “Oh, ma dove siamo?!”
    P: “In periferia, così ti pianto qui e torno a casa.”
    I: “Ti scateno contro Ka. Occhio.”
    P: “È una sorpresa, avanti scendi.” Afferma fermando la macchina e aprendo la portiera. Esco e riconosco immediatamente il luogo in cui mi trovo. Mi ha portato al laghetto in cui andavo da bambina con Ka. Di notte però, è tutta un’altra cosa.
    I: “Chi devo ringraziare tra te e Ka?” chiedo mentre lo abbraccio
    P: “Lui è la mente, io il braccio. Entrambi!”
    I: “Qui ho solo bei ricordi. Una volta ho buttato Ka in acqua. Ero già un terremoto allora…”
    P: “Ahah immagino te l’abbia fatta pagare!”
    I: “Si, qualche minuto dopo l’ho fatto anche io un tuffo tra le anatre, in effetti. Poco vendicativo il nostro amico.” Ridiamo e ci avviciniamo al ristorante sul lungolago. C’è poca gente, ma riconosco l’ambiente come quello di tanti anni fa. Sto per sedermi quando Pedro scatta in avanti per spostarmi la sedia. Sono quasi sconvolta dalla galanteria dimostrata, qui qualcosa non quadra.
    I: “Gentile, ma mi sto preoccupano!” ironizzo ma i suoi occhi luminosi bloccano ogni mio tentativo di proseguire il discorso.
    P: “Sei la mia donna, meriti le mie attenzioni.” Afferma serio allungando una mano fino ad incontrare la mia. Passa il pollice sul dorso per accarezzarla in un gesto di estrema dolcezza. Arriva il cameriere, ordiniamo e parliamo di noi continuando a conoscerci tra una risata e l’altra. Dopo aver cenato, decidiamo di fare un giro attorno al laghetto. Camminiamo senza fretta, come se avessimo a disposizione tutto il tempo del mondo. Il braccio di Pedro saldamente allacciato attorno alle mie spalle con le dita intrecciate con le mie.
    P: “Verrai ad uno dei nostri set?” domanda all’improvviso con una nota di speranza nella voce. Come può pensare ad una risposta negativa da parte mia?
    I: “Volentieri. Non me lo perderei per nulla al mondo. In attesa di un concerto vero e proprio, s’intende.” Mi allungo verso di lui per rubargli un bacio “Avremo tempo per organizzarci.”
    P: “Perfetto. Ci tengo ad averti vicina, sai?”
    I: “Ora lo so.” sorrido mentre si sposta leggermente da me, fermandosi. Mi guarda e se non fosse che siamo in penombra, giurerei di aver visto del rossore sulle sue guance. Che fa, mi copia?!
    P: “C’è una cosa che devo chiederti. In realtà, avrei dovuto farlo da un po’, ma non mi sembrava mai il momento giusto.” fa spallucce sospirando
    I: “Mi devo preoccupare?” chiedo con la voce che si incrina proprio quando non vorrei. Si avvicina e appoggia le sue mani sulle mie guance.
    P: “Assolutamente, no.” mi bacia per poi proseguire “È solo che ci siamo baciati, abbiamo dormito insieme, gli altri sono al corrente del fatto che ci frequentiamo, ma ufficialmente non te l’ho chiesto. Quindi voglio rimediare immediatamente a questa svista. Vuoi essere la mia fidanzata?” ascolto in silenzio le sue parole che sono come miele sul cuore. Istintivamente lo stringo forte, più che posso, appoggiando il viso al suo.
    I: “Certo che si!” sussurro piano all’orecchio mentre le sue mani mi abbracciano. Metto la mia fronte a contatto con la sua, lo fisso “Mi stai dicendo che avevo ancora l’occasione di scampare da questa storia e non l’ho acchiappata al volo?!”
    P: “Già, mi spiace per te.” Passa il naso contro il mio “Mah, nemmeno poi così tanto, in effetti.”
    I: “Scemopagliaccio.”
    P: “Prego?!” ride mentre mi appoggio a lui ascoltando quel suono che mi ha fatta innamorare. “In realtà potrai sempre tirarti indietro, in qualsiasi momento. La penale è la frattura del mio cuoricino.”
    I: “Al massimo uno strappo, essendo un muscolo, Pè!” stavolta sono io quella che ride “Poi, com’è noto, tra i due il serial killer sei tu!”
    P: “Uh, già. Avevo fatto colpo già all’epoca!”
    I: “No, mi stavi veramente sulle palle. È proprio vero che chi disprezza, compra. Tu ne sei la prova vivente!”
    P: “Stiamo degenerando, meglio che ti riporti a casa, Miss Pedretti.”
    Il cuore perde un battito. Ilaria Pedretti.
    In fondo, non è poi così male. Suona bene.


    ___________________
    Questo capitolo è tutto per Gaia e i suoi "O posti o te meno a sangue" che tanto erano mancati.
    Grazie a tutte, ovviamente scusate il ritardo!
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  6. #36
    V.I.P


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    Predefinito Re: Ho cominciato a cercare la tua mano prima che tu prendessi la mia.



    36.

    Deve amarti liberamente. Deve sceglierti ogni giorno. Nonostante gli amici, nonostante le passioni, nonostante le abitudini. Deve sceglierti perché sei tutto ciò che desidera e non perché sei tutto ciò che gli resta.


    Chiudo rapidamente la tenda del camerino, sbuffando per l’ennesima volta. Odio fare shopping senza esser mentalmente preparata.
    A: “Se continui così, divento nonna.”
    I: “Ma smettila, che manco so da che parte devo infilare la testa in questo coso!” ribatto scatenando la risata della mia amica
    A: “Ce la puoi fare. O almeno, spero.”
    Dopo il terzo tentativo, esulto. Son riuscita ad indossare questa camicia mezza sfrangiata. Mi guardo allo specchio e rido di gusto. Mi sembro un pellerossa. Ale sbuca alle mie spalle, curiosa per la mia reazione.
    I: “Non dire niente, ti prego.”
    A: “Ok, Toro Seduto.” Sghignazza tirando dietro di sé la tenda azzurra.
    Tolgo la camicia di forza e esco da quel camerino claustrofobico.
    I: “Era più semplice toglierla, che metterla. Maledetta!” esclamo mentre rimetto a posto l’indumento. Giriamo ancora un po’ nel settore femminile, ma siccome siamo sicure sia più divertente spiare Ka alle prese con una scelta tra una maglia azzurra ed una viola, optiamo per un cambio di area. Sbuchiamo alle spalle del chitarrista, facendolo spaventare.
    K: “La mia migliore amica e la mia ragazza coalizzate contro di me. Ho paura!” afferma ironizzando
    A: “Invece, dovresti averne sul serio. Siamo troppo forti insieme e non avresti..” un bacio di Ka la zittisce, mentre lei diventa paonazza. Non so se per rabbia o imbarazzo. Credo, più per la prima cosa.
    K: “Era l’unico modo per farti smettere di parlare.” Sorride dolcemente verso la mia amica, la quale non fa che alzare un sopracciglio in segno di sfida.
    A: “La prossima volta, ti tiro un pugno. Poi, vedi come stai zitto!” facendo una linguaccia all’indirizzo di Ka, il quale finisce per abbracciarla. I loro battibecchi continui, mi fanno sempre ridere un sacco. Si punzecchiano, la maggior parte delle volte l’ultima parola è di Ale, ma finiscono sempre per riappacificarsi. Ka si volta a guardarmi per un secondo, come se stesse per farmi una domanda.
    I: “Viola.” rispondo facendolo sorridere. Mima un grazie con le labbra, per poi posare la maglia azzurra sullo scaffale.
    A: “Non abbiamo trovato niente, noi.”
    K: “Non avrete cercato abbastanza! Forza, ci pensa il vostro stilista personale.”
    I: “Saresti tu?!”
    A: “Si salvi chi può.”
    Dopo un oretta però, finiamo per riformulare i nostri pensieri. Ale è riuscita a trovare un vestito che secondo il suo ragazzo era perfetto per lei. In effetti, devo dire che ha ragione. È splendida. Ovviamente tocca anche a me, mi rifila un abito simile a quello della mia amica, ma di colore e lunghezza diverse. Mi osserva soddisfatto e obbliga entrambe all’acquisto. Ridiamo, senza scampo ormai avviandoci alla cassa. Usciamo e salutiamo Ale, anche se sappiamo bene di rivederci tra poche ore.
    K: “Andiamo, che i biglietti non vedono l’ora di conoscerci!” esclama passandomi un braccio attorno alle spalle prima di mettersi a correre velocemente. Una volta ritirato il mio regalo per Pedro, passiamo a prendere quello fatto dai ragazzi. Una maglia dei Foo Fighters con annesso dvd arrivato direttamente dall’America. Noi, se ci muoviamo lo facciamo in grande. Nessuno, ovviamente ha fatto gli auguri al festeggiato, abbiamo finto tutti che fosse un giorno come un altro. Stasera Ka lo passerà a prendere con la scusa di andare a bere qualcosa in taverna da Ivan, ma all’arrivo troverà noi pronti a festeggiarlo. Una volta di fronte a casa, abbraccio Ka ringraziandolo per l’ennesima volta di avermi retto il gioco, senza di lui non ce l’avrei fatta.
    Entro ed inizio ad agitarmi. Pedro mi ha chiamata un paio di volte, ma non ho risposto dicendo che ero a Milano con Gaia per fare acquisti. Insomma, una mezza bugia a fin di bene.
    Verso sera, ormai pronte, ci passiamo ai raggi X a vicenda.
    I: “Sei una favola, Gaia bella.”
    G: “Tu, sei quasi al mio livello, cara. Pronta?”
    I: “Ho un’ansia atroce, ma passerà tutto quando vedrò Pedro felice.”
    Saliamo sull’auto di Dani e ci avviamo verso casa Moro, dove troviamo Ale ed Ivan ad attenderci. Ci nascondiamo in taverna dietro divani e tavoli. Spegniamo le luci e rimaniamo in religioso silenzio, in attesa di sentire le voci familiari dei nostri amici per le scale. Ringraziando, arrivano presto.
    P: “Ka, ma qui Ivan non c’è!” afferma un secondo prima di accendere la luce e sentire le nostre urla miste ad auguri. Sorride, ride, si spaventa e ringrazia. Non smette di farlo. Poi, mi cerca con lo sguardo e mi trova. Istintivamente gli getto le braccia al collo, stringendolo forte.
    I: “Auguri scemopagliaccio. Te l’ho fatta!” dico mentre le sue labbra sfiorano il mio viso dolcemente
    P: “Grazie, è tutto meraviglioso.”
    K: “Eh, ancora non hai aperto i regali!” esclama facendoci ridere. Mangiamo, stappiamo bottiglie varie, facciamo esperimenti culinari irripetibili. Poi, ovviamente, offriamo i regali al festeggiato. Prima il dvd e la maglia che fanno esplodere di gioia i suoi occhi. Sono così luminosi, così orgogliosi di avere amici che lo conoscono al punto di azzeccare e soddisfare i suoi desideri. Non sa più come ringraziarli, abbraccia tutti due volte non riuscendo a parlare. Non si sa per la gioia o a causa dell’alcool. Mi avvicino e gli consegno il mio pacchettino, minuscolo. Resto in piedi di fronte a lui mentre le sue mani scartano via fiocchetto e scotch. Cala il silenzio. Non si muove e per un attimo temo di aver esagerato, poi i suoi occhi si muovono insieme al suo corpo che mi avvolge in un abbraccio senza eguali.
    P: “Non ho parole. Tu sei pazza!” sussurra al mio orecchio, mentre le mie mani si incollano al suo petto
    I: “Per un momento mi hai messo paura, pensavo non ti piacesse. Poi..” non mi fa proseguire e mi bacia con passione
    P: “Poi, basta. Grazie.” Si accorge che i biglietti sono due e mi lancia un’occhiata interrogativa.
    I: “Ne ho presi due, così puoi andarci con chi vuoi. Una giornata solo per te e per la tua felicità.” Sorrido descrivendo l’idea che aveva mosso tutto il lavoro dietro al regalo. Guardo il mio complice, divertita. “Ah, ringrazia anche Ka. Senza di lui, questi non li avrei mai trovati!”
    Si siede, prendendomi per mano e facendomi sedere sulle sue gambe. Mi abbraccia, pensieroso.
    P: “La mia felicità, sei tu. È stare dove ci sei. Quindi, voglio sia tu la mia compagna di avventura.” Afferma alzando un sopracciglio divertito “Sempre se ti fa piacere vedere il Milan.”
    I: “Ovviamente, si.” mi lascio coccolare dalle sue braccia e dalla sua risata.
    La festa prosegue, iniziamo a ballare, a cantare e continuiamo fino a tarda notte. Abbandoniamo la taverna per tornare alle nostre case. Sto per salire in macchina dopo aver salutato i ragazzi, quando Pedro mi viene dietro per fermarmi.
    P: “Lontano da orecchie curiose.” Sussurra alla mia nuca “Volevo dirti che nessuno mi ha fatto sentire importante come stasera, tu. Grazie è troppo poco, per tutto: festa, amici e regalo. Penso che una fidanzata come te, non la merito. Sei speciale.” Mi ritrovo con le lacrime che spingono per uscire. Mi giro affondando il viso nel suo petto, per non farmi scoprire.
    I: “Le tue parole mi colgono sempre impreparata e mi fanno sentire amata ogni giorno di più. Ho gli occhi lucidi, ma non voglio piangere. Non oggi che è la tua festa, amore.” Concludo in un sussurro, avvampando immediatamente per quell’ultima parola sfuggita alle mie labbra, sperando non venga colta.
    P: “So che sei viola in viso. Ma ti prego, guardami.” Alzo la testa lentamente, consapevole ogni secondo di più di essere un libro aperto per lui. “Sei bellissima, così. Estremamente imbarazzata, timida ed emotiva. Al punto che passi da chiamarmi Scemopagliaccio ad Amore, nella stessa sera.” Avvicina il suo viso al mio, passa una mano sui miei capelli “E mi rendi l’uomo più felice al mondo, amore.” Congiunge le labbra in un bacio dolce, lento, poi più audace e passionale.
    I: “Però, resti uno scemopagliaccio.” Sussurro ridendo prima di salire in macchina e far riprendere il cuore da tutte queste emozioni.
    Mi ama. Lo amo.
    Stop.

    _______________________
    In ritardo, prendetevela con Italia Loves Emilia.
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  7. #37
    V.I.P


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    Predefinito Re: Ho cominciato a cercare la tua mano prima che tu prendessi la mia.



    37.

    Ubriacami di giorni veri, di giorni pieni. Legami un laccio al cuore, sai come riprendermi. Quando meno te lo aspetti, sarà un giorno perfetto.

    Il giorno della partita era arrivato.
    Il giorno in cui avrei sentito nuovamente i cori di migliaia di tifosi riuniti per una sola ragione: la loro squadra del cuore. Chi non è dentro, non può capire l’attaccamento che si vive seguendo undici persone che rincorrono un pallone su un prato verde. La differenza tra me e Pedro, riguarda i colori per cui batte il nostro cuore. Lui preferisce le maglie a strisce rosse e nere, mentre io non ho occhi che per il bianco che abbraccia il nero. Milan e Juventus.
    Nonostante ciò, è lo sport che ci piace vedere, una bella partita è sempre una goduria per un tifoso, qualunque siano le squadre in campo. È con questo pensiero che indosso una maglia rossa, che manco a dirlo è il mio colore preferito, in onore della sportività che mi contraddistingue. Mi siedo sul letto, e ascolto l’inno della Juventus. Sacro per le mie orecchie. Canto ogni singola sillaba nell’attesa di un certo milanista.
    Sono le sei e mezza quando arriva. Salgo in macchina leggendo nei suoi movimenti alla guida, il crescere dell’adrenalina che prende qualunque tifoso nel pre partita.
    Il viaggio per metà, è stranamente silenzioso. Qualche parola, qualche battuta.
    I: “Voglio essere preparata. Mi insegni qualche coro? Perché, ecco, gli unici che so…sono sfottò!”
    P: “Ahahah quelli li eviterei.” Scoppia a ridere, probabilmente sorpreso dalla proposta e divertito dalla scena. Inizia timidamente a cantare qualche parola, ed io, scema ad imitarlo. Non posso credere di averlo fatto realmente. È contro ogni logica. È amore.
    Arriviamo a San Siro e come ogni maledetta volta, mi manca il fiato.
    Un anno, mio padre mi aveva costretta a vedere una partita casalinga dell’Inter. Ricordo che non ne volevo sapere di andare a Milano per quella squadra, poi, ripensandoci avevo colto l’occasione solo per entrare in quello stadio. Tutti me lo avevano descritto come qualcosa di enorme, immenso, magnifico. Non ci volevo credere, finchè, salendo all’interno dei torrioni e percorrendo le gradinate ho vissuto la grandezza di questo stadio.
    P: “Sei pronta per entrare?”
    I: “Sappi che questa è in assoluto la mia prima partita di Champions. Ritieniti onorato.”
    P: “Lo sono.” Afferma abbracciandomi e rubandomi un bacio. Mi prende per mano e ci avviamo verso i tornelli, all’entrata. Gli racconto della mia prima volta qui, mentre saliamo verso i nostri posti.
    I: “Ti rendi conto che son quasi rimasta chiusa nei bagni? Era un chiaro segnale. Non dovevo vedere l’Inter!” esclamo divertita seguita dalla sua risata
    P: “Solo a te capitano queste cose. Chissà come mai!” ironizza lui mentre un tipo ci passa davanti, per sedersi
    I: “Questo luogo mi fa sentire una formica. Minuscola. Eppure, è una sensazione straordinaria.”
    P: “Si, vero. La cosa più bella è salire i gradoni e vedere man mano il prato.”
    I: “Idem. A Torino, poi non parliamone. Ho pianto la prima volta. Poi, aveva pure segnato Nedved in mio onore. Non potevo chiedere di più!”
    Continuiamo a parlare, a ridere mentre il tempo scorre e le squadre iniziano il consueto riscaldamento. Lo speaker parla e ripete le stesse frasi un sacco di volte. Mi incanto a vedere Thiago Silva, giocatore che ho sempre ammirato.
    P: “A cosa pensi?”
    I: “Ad Ibrahimovic e a come mi abbia spezzato il cuore andandosene dalla Juve. Poi, ho capito che il suo cuore coincide con il portafoglio e me ne sono fatta una ragione. Appena in tempo, direi.”
    P: “Parli del diavolo…” riferendosi allo spilungone in campo
    I: “…e spunta fuori il Milan.” Rido voltandomi a guardarlo “Lo so, era pessima.”
    Le luci inondano il campo. I maxi schermi proiettano le immagini dei giocatori. L’inno sta per partire, bandiere che sventolano da tutte le parti. Le squadre che si posizionano su due file, si scambiano i consueti saluti, saltellano qua e là. I giocatori prendono i loro ruoli. L’arbitro fischia.
    La partita inizia.
    Gli occhi inseguono quella sfera bianca rotolare e macinare metri su metri. Mi trovo nel bel mezzo dell’inferno, urla, grida, canti, braccia che sventolano, striscioni che mi fanno ridere. Penso che dovrei tifare, ma mi volto per guardare Pedro. È tutto concentrato nel vedere la sua squadra giocare, sguardo fisso, attento. Sorride, si emoziona, manda maledizioni al giocatore di turno che sbaglia l’ennesimo passaggio, stringe i pugni vedendo una buona azione finita male. Si alza in piedi, pronto ad esultare, ma poi si lascia andare sul seggiolino sconfortato. Gli accarezzo dolcemente il braccio, per supportarlo, mi guarda e sorride. Torno a concentrarmi sulla partita quando Ibra segna. Un gran bel goal, oltretutto. Scattiamo in piedi saltellando di gioia. Il mio vicino mi abbraccia ed io imbarazzata scoppio a ridere sotto lo sguardo inquisitore del mio ragazzo. I novanta minuti scappano in un volo. Le squadre rientrano negli spogliatoi mentre noi restiamo ancora seduti per goderci S. Siro vuoto per qualche minuto.
    P: “Bella partita, sofferta, ma il risultato è giusto.” mormora imitando Allegri manco fosse lui a condurre una fantomatica intervista
    I: “Sei felice?” gli chiedo all’improvviso. Mi appoggia un braccio sulle spalle avvicinandomi a lui.
    P: “Con te, sempre.” Afferma alzandosi e porgendomi la mano “Alza le chiappe signorina!”
    Poco dopo, salutiamo lo stadio e torniamo alla macchina direzione casa. Ferma il veicolo di fronte a casa sua. Spegne i fari e scende dall’auto, sorridente.
    P: “Coraggio, i miei non ci sono.” Borbotta interpretando in pieno la mia espressione terrorizzata. “In ogni caso, non puoi restare nell’anonimato a lungo. Vorrei farteli conoscere per bene, se ti va.”
    I: “Ah, ok. Sono terrorizzata, ma va bene. Cioè, io faccio un sacco di figuracce, parlo troppo, parlo a vanvera, dico cose insensate, magari non gli piaccio o magari potrebbero pensare che tu meriti di meglio.” Mi mette un dito sulle labbra per farmi stare zitta, mentre la porta d’ingresso sbatte alle sue spalle.
    P: “Shh” sussurra guardandomi in modo dolce, avvicinandosi un po’ per abbracciarmi i fianchi.
    I: “È solo che vorrei fare una bella impressione. Insomma, ci tengo a..” le sue labbra si appoggiano delicatamente sul mio collo, impedendomi di proseguire ancora con quelle parole. Il naso disegna cerchi concentrici sulla spalla. Mi irrigidisco di fronte alle sensazioni che provo. Desiderio di restare e voglia di scappare. Il suo respiro che accelera, mentre le sue mani accarezzano il mio corpo. Brividi che percorrono ogni centimetro di pelle disponibile.
    P: “Ti voglio” sussurra la sua voce calda al mio orecchio “Se non sei pronta, lo capisco. Impazzisco, ma lo capisco, veramente.”
    Lo guardo, prendo il suo viso e lo avvicino al mio sorridendo. Lo bacio, dolcemente, incastrando le mani tra i suoi capelli e sentendo di volerlo allo stesso modo. Le sue labbra si schiudono in un sorriso, mentre mi prende in braccio.
    P: “Non ti azzardare a protestare!” ridacchia tra un bacio e l’altro prima di appoggiarmi sul suo letto. Si sfila la maglietta restando a petto nudo, continuando a passare la labbra sul mio collo, mentre una mano sfiora la mia gamba. Ogni contatto è elettricità. È tutto così…perfetto. Lo spoglio, mi spoglia. Le sue braccia mi abbracciano, le sue labbra cercano le mie. Lo stringo forte a me sentendo di essere sua soltanto.
    P: “Ti amo” sussurra al mio orecchio dopo aver fatto l’amore, tenendomi stretta a lui. Cerco i suoi occhi, lo bacio ancora.
    I: “Dopo aver fatto l’amore con me, non vale!” ribatto divertita dalla sua espressione sorpresa “Grazie, comunque.”
    P: “Ah, si? E quando, vale?” risponde lui iniziando a farmi il solletico come punizione
    I: “Mmm ci sarà tempo e modo, Pè.”
    Il suo profumo riempie le mie narici. Le sue mani si intrecciano con le mie. Non vuole lasciarmi qualche centimetro di libertà e mi va bene, così.
    P: “Martedì.” Sento dire tra i miei capelli.
    I: “Eh? Ma non puoi dire un giorno della settimana così…è troppo meccanica come dichiarazione!”
    P: “Ahahah no, intendevo dire che martedì ti presento ai miei.”
    I: “Bene, ho sempre detto che sarei morta giovane. Di crepacuore.”
    P: “Ma smettila, sei perfetta così come sei. I miei ti adoreranno, dopo averti squartata, forse.” Gli tiro una gomitata per vendicarmi della battutaccia.
    I: “Scemo, così non mi aiuti.”
    P: “Dormi, tesoro, che è meglio.” Mi bacia la spalla prima di appoggiare il viso su di me e addormentarsi. Almeno lui, può.

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  8. #38
    V.I.P


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    Predefinito Re: Ho cominciato a cercare la tua mano prima che tu prendessi la mia.



    38.
    Mi sarà sufficiente che in un angolo del mondo ci sia tu e il vivere non riuscirà a venirmi a nausea.

    Com’è possibile che quando non vuoi che il tempo scorra, questo accelera cancellando tutto il resto? Mi sto torturando le mani, le unghie delle dita sono ormai semi scomparse. Sono in una crisi di panico irreversibile.
    È la prima volta che vado nel pallone di fronte ad un armadio, così. Seduta a gambe incrociate, gomiti sulle ginocchia, mento tra le mani e sguardo fisso nel vuoto. Le braccia di Gaia mi avvolgono in un abbraccio rincuorante. Appoggia la testa sulla mia spalla, meditando quali parole usare.
    G: “Non ti posso assicurare che tutto andrà bene, non sono una veggente come ben sai. Quello che posso fare è aiutarti a scegliere cosa indossare e supportarti. Tu e Pedro siete belli, perfetti insieme. Lo ha capito persino Ka ed è tutto detto.” Scoppio a ridere mentre fa una pausa per poi riprendere il discorso “Quando Dani mi ha portata a casa sua, me la stavo facendo sotto dalla paura. Poi, una volta dentro, mi son sentita in famiglia. È una sensazione strana, ma piacevole. Probabilmente si ricorderanno chi sei o i tuoi genitori. Non fasciamoci la testa prima di spaccarcela veramente.”
    I: “Grazie.”
    G: “E di che, amica.”
    I: “Penso sia il discorso serio più lungo che tu abbia fatto.”
    G: “Vero, quando c'è vo, c'è vo!”
    Mi alzo e insieme a lei scelgo un paio di pantaloni neri abbinati ad una maglia marroncino con scollo largo che lascia scoperta parte della spalla. Capelli sciolti, trucco leggerissimo. Praticamente inesistente a detta della mia amica. Un ultimo abbraccio collettivo e sono pronta per uscire.
    Mi avvio verso casa di Pedro con il cuore che batte all’impazzata per l’emozione e la paura. La testa è piena di domande a cui non oso dare risposta. Se inciampo? Mi rialzo. Se parlo a sproposito? Faccio un sorriso riparatore. Insomma, mi sono data da fare per cercare di uscire dalle situazioni più strampalate.
    …e se non gli piacessi?
    Fermo la macchina, scrollo la testa ed esco dopo aver fatto uno squillo a Pedro per avvisarlo del mio arrivo. Il tempo di chiudere la portiera che lo vedo nell’ingresso venirmi incontro sorridente. Quanta energia riesce a donarmi quel sorriso? Troppa, anche quando non me l’aspetto.
    P: “Buonasera!”
    I: “ ‘sera…” borbotto infilando le chiavi della macchina nella borsa
    P: “Non scherzavi allora quando hai detto di aver paura!” riflette ad alta voce rischiando di riceversi un ceffone sulle guance
    I: “Sono nervosissima. Ovviamente ero seria Pè!” affermo torturandomi il labbro e le dita contemporaneamente. Le sue mani afferrano dolcemente le mie, impedendomi di proseguire nella tortura, le porta all’altezza del suo viso per stamparci su un bacio. Qualche secondo dopo, mi ritrovo tra le sue braccia sicure.
    P: “Scema che sei. Andrà tutto bene e al minimo segnale di cedimento, fammi un cenno e ti porto via. Promesso.”
    I: “Grazie Pè.”
    P: “Andiamo?” domanda senza aspettare una mia risposta. Mi tiene per mano, fino davanti alla porta d’ingresso. Faccio un lunghissimo respiro, trattengo il fiato e spero vada veramente tutto bene. Ci viene ad aprire un ragazzone molto simile al mio ragazzo, che fatico a riconoscere come Omar. Gli sorrido mentre ci invita ad entrare, insultando il fratello per essersi chiuso fuori casa da solo. Amore fraterno, dicono. La mano di Pedro si sposta sulla mia schiena, per spingermi verso il salotto dove ci sono i suoi genitori e due gatti. Rimango mezza impalata e sorridente, mentre loro si alzano in piedi e vengono verso di noi.
    P: “Mamma, papà, Omar vi presento Ilaria.” Sorride mentre il suo braccio cinge le mie spalle con forza. Anche lui se la sta facendo sotto come me?
    Allungo una mano verso la madre presentatasi come Lorella e che istintivamente mi abbraccia.
    L: “Oh finalmente ti conosco!” esclama stringendomi forte e strappandomi la prima risata sincera della serata. Stringo la mano anche a Franco, il padre e per ultimo lascio Omar.
    O: “Per me sei una crocerossina per stare con uno come mio fratello..” afferma facendomi divertire, soprattutto per lo sguardo killer che gli rifila Pedro
    P: “Ehi, dovresti parlarle benissimo di me!”
    O: “Meglio esser sinceri, no?”
    I: “Amore fraterno.” Sentenzio mentre Lorella indica un tavolo preparato per cinque e ci invita a sedere. Sento un movimento attorno alla gamba destra. Mi spavento un po’ non capendo subito di cosa si tratti. Abbasso lo sguardo e mi trovo con un gatto nero che mi fa le fusa.
    O: “Po lasciala stare!” esclama alle mie spalle, mentre mi inchino per accarezzare il gatto ai miei piedi.
    P: “Fossi in te non lo farei ha il vizio di..” il gatto si mette a pancia molle per giocare “Ok, nulla. Hai fatto colpo!” sbuffa sonoramente per poi afferrare l’animale e portarlo in un’altra stanza.
    La cena prosegue nel migliore dei modi. Vivo quella sensazione descritta da Gaia di familiarità con persone sconosciute o quasi.
    F: “Come stanno i tuoi genitori?” chiede dopo aver ricevuto da Pedro una spiegazione di chi sono e degli ultimi anni della mia vita. Che fidanzato efficiente.
    I: “Bene, per Natale dovrebbero salire per stare con me. Oppure scendo io, ancora non l’abbiamo definito bene! Manca molto Legnano anche a loro. Papà lavora sempre un sacco, mamma invece si gode mio fratello.”
    L: “Vado a prendere il dolce!” ci interrompe alzandosi e tornando con il tiramisù.
    P: “Proprio quello che ti serve, eh?” mi sussurra all’orecchio facendomi ridere
    I: “Scemo, sto andando bene. No?” rispondo mentre mi da un rapido bacio, facendomi arrossire.
    Continuiamo a chiacchierare, a ridere, a discutere, partono innumerevoli aneddoti dei piccoli Pedretti in azione. Ricordano anche che ero sempre insieme a Ka e qui, Omar ha l’illuminazione.
    O: “Tu eri quel maschiaccio che mi ha tirato un calcio quando ho detto che le femmine non sanno giocare a calcio!”
    I: “Te lo meritavi!” ribatto facendo ridere Lorella e Franco, mentre la mano di Pedro afferra la mia sotto il tavolo giocando con le mie dita. La cena è volata. Il tempo dei saluti si avvicina un minuto dopo l’altro. Ci troviamo in un battito di ciglia sulla porta. Un ultimo abbraccio a Lorella, una stretta di mano a Franco e un abbraccio ad Omar.
    P: “Ti aspetto fuori.” afferma uscendo e lasciandomi sola in casa sotto lo sguardo di sua madre
    L: “Tiene molto a te, sai? Glielo si legge negli occhi. Parola di mamma.”
    I: “Sono lusingata, veramente. Tengo molto a lui e ci tenevo a fare una buona impressione anche a voi. Vi ringrazio, mi sono sentita in famiglia stasera!”
    L: “Torna presto, mi farà solo piacere!”
    Esco di casa, chiudendo la porta e sperando di non aver chiuso Pedro fuori come prima, altrimenti Omar chi lo sente?! Faccio un passo verso il giardino, quando le sue braccia mi avvolgono dolcemente.
    P: “Sopravvissuta alla serata direi!”
    I: “Tanta paura per niente, avevi ragione.”
    P: “Ho sempre ragione.”
    I: “Mi piace fartelo credere.” Sorrido appoggiandomi alla macchina. “Arrivati!”
    P: “Posso tenerti con me ancora un po’?” sussurra abbracciandomi e congiungendo le nostre labbra in un bacio dolce e liberatorio allo stesso tempo. Non oppongo alcun tipo di resistenza. Restiamo abbracciati in silenzio per un tempo non quantificato.
    P: “Ti amo.” Mi guarda fisso negli occhi spostandomi la frangia dagli occhi “Adesso, vale?”
    I: “Adesso, si.” lo bacio ancora con la vista annebbiata per colpa dell’emozione “Ti amo!”
    Scioglie l’abbraccio, lasciandomi salire in macchina per tornare a casa augurandomi la buonanotte.

    _________________________
    Scusate l'immenso ritardo.
    Volevo fare un ringraziamento ad @ale che spesso al fondo dei capitoli mette un "mi piace" che mi strappa un sorriso. Carinissima, grazie!

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  9. #39
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    Predefinito Re: Ho cominciato a cercare la tua mano prima che tu prendessi la mia.



    39.

    A volte ci si sente come quel caffè che viene ordinato dalla gente come scusa per poter usare il cesso del bar.


    Un rumore improvviso mi sveglia. Scatto in piedi per quanto possibile e mi affaccio verso la cucina, luogo origine del casino infernale. Trovo stranamente Dani intento a preparare qualcosa che dovrebbe somigliare alla colazione. Scoppio a ridere vedendolo arrossire per esser stato scoperto.
    I: “Beccato! Dai, terrò la bocca chiusa e se vuoi ti aiuto.”
    D: “Fortuna che Gaia ha il sonno pesante! Grazie, accetto volentieri.”
    I: “Allora, lo zucchero è in alto a destra. Marmellata o nutella?”
    D: “Facciamo tutte e due, almeno la addolcisco un po’ appena sveglia.” Riflette facendomi ridere. È di una dolcezza incredibile. Pensa sempre a tutto nei minimi dettagli, per rendere felice Gaia. A volte finisce per imbarcarsi in situazioni più complesse del previsto, ma lo fa con il cuore e perciò l’iniziativa va premiata. Ecco perché ci ritroviamo con un foglio di pasta sfoglia già preparata e pronta all’uso, per tentare di fare dei salatini dolci in casa. Esegue delle forme bizzarre come un bambino gioca con il pongo.
    D: “Ila, è troppo divertente! Dovremo farlo più spesso, così mi insegni dei trucchetti.”
    I: “Ok batteriologo, ci sto. Adesso passami i tuoi dolcetti che li metto sulla teglia e diamo modo al microonde di fare la magia!” gli faccio un occhiolino mentre imposto il timer.
    D: “San microonde è velocissimo!”
    I: “Yes. Adesso, versa il caffè nella tazza e metti tutto qui sopra.” Spiego porgendogli un vassoietto colorato “Vai di là e cerca di non versarglielo addosso.”
    D: “Oh fidati, ce la posso fare!” afferma lasciandomi un bacio sulla guancia “Mi hai salvato!”
    Torna in camera ed io addento uno dei dolcetti che abbiamo appena preparato. Tutto sommato è buono. Ci abbiamo messo il cuore, no?
    La mattinata scorre veloce a causa delle lezioni all’università. Una grandissima rottura di scatole sentire parlare e parlare per ore senza un filo logico che stia dietro a tutto il discorso. Riuscire a sopravvivere a tale noia, mi rende fiera di me stessa. Esco sbuffando e rovistando nella borsa alla ricerca dell’Ipod, quando mi sento osservata. Alzo lo sguardo e trovo Ka a pochi metri di distanza guardarmi divertito.
    I: “Ca**o, guardi tu?” lo apostrofo facendolo ridere
    K: “Non posso voler passare del tempo con la mia migliore amica?” ipotizza sibillino sollevando le spalle, atteggiamento che mi insospettisce ancora di più
    I: “Su, avanti. Non offendere la mia intelligenza, dimmi che succede.”
    K: “Nulla! Ti va di fare un giretto con un povero chitarrista solo soletto?” afferma prendendomi sottobraccio
    I: “Oh, se proprio insisti. Veramente, dovrei vedermi con Pedro più tardi…” a queste parole noto un lieve cambio d’espressione. Sembra lievemente incupirsi ed il mio cuore perde un battito. Mi sta nascondendo qualcosa? Mi fermo immediatamente, voltandomi verso di lui ed obbligandolo a fare lo stesso.
    I: “C’è qualcosa che dovrei sapere e che ancora non so?”
    K: “Ecco, temo che dovrai cambiare i tuoi programmi per oggi.” Inizia incerto su quali parole usare, come se avesse paura della mia reazione.
    I: “Perché?” domando sentendo l’agitazione crescere dentro di me, intimorita dall’atteggiamento del mio amico.
    K: “Stai tranquilla, chiaro? Non è successo nulla di preoccupante. Semplicemente stamattina Pedro è andato a correre come spesso fa, ha messo male il piede inciampandosi in una buca per la strada e si è fatto male. Adesso è all’ospedale con Omar, credo.”
    I: “Ma male quanto? E perché non me l’ha detto? Quando è successo? Perché lo vengo a sapere solo ora, Ka? Cosa sono, l’ultima ruota del carro io?!” farfuglio spaventata e arrabbiata allo stesso tempo. Può essere un graffietto come un trauma cranico per quanto ne so, ma soprattutto mi rode sapere che tutti ne sono al corrente tranne me. Istintivamente afferro la maglia di Ka e lo avvicino a me per cercare di calmare il subbuglio emotivo che mi sta travolgendo. Le sue braccia mi cullano, mentre prova a spiegare la situazione nel modo più semplice.
    K: “Pedro mi ha chiesto di venire da te e dirti tutto. Se vuoi, ti accompagno da lui.”
    I: “Giuro, se si riprende, lo stendo con le mie mani dopo questa. Così come ha chiamato te, poteva mandarmi uno stupido messaggio.”
    K: “Si, certo. Magari con scritto: scusa amore, sono in ospedale ma non ti preoccupare non è nulla di grave.”
    I: “Ovviamente. Sono pur sempre la sua ragazza, no? Dovrei essere tra le priorità.”
    K: “Lo sei. Adesso andiamo va, prima che inizi a lanciare fulmini dagli occhi.”
    Saliamo in auto, accende immediatamente la musica accuratamente impostata e poco dopo raggiungiamo l’ospedale. A passo di marcia, percorriamo quattro rampe di scale. Ka avrebbe preferito l’ascensore ed anch’io se non avessi tutto questo nervoso da scaricare. Arriviamo in un corridoio con le pareti di un orribile verde e su indicazione di un’infermiere raggiungiamo la stanza 27. Sorrido, pensando che coincide con la loro età. Gioventù bruciata. Busso, trattenendo il fiato per sentire una risposta giungere dall’interno. La maniglia si apre e mi trovo faccia a faccia con Omar. Si volta per fare un cenno al fratello ed esce, lasciandomi entrare facendomi un occhiolino.
    K: “Vai, ti aspetto qui. Promesso.” Mi anticipa, sempre. Si siede insieme ad Omar su quelle seggiole rosse che cozzano con il verde intorno. Entro, chiudendomi la porta alle spalle. Alzo lo sguardo verso il letto sul quale è coricato Pedro. Mi osserva come ad indagare il mio stato d’animo. Abbozza un sorriso indicandomi la sedia accanto a lui. Prendo posto senza distogliere lo sguardo dal suo.
    I: “Che diavolo ti è saltato in mente?” domando a bruciapelo “Ho apprezzato la carineria di farmi sapere le cose tramite Ka, ma non deve succedere più. Chiaro? Così come hai chiamato lui, potevi farlo con me.”
    P: “Fammi capire: sono su un letto d’ospedale e sei incaz*ata nera con me?!” chiede nervoso
    I: “Certo che lo sono! Mi son sentita messa da parte e soprattutto oltre al fatto che sei cascato per terra non so nulla.”
    P: “Cerca di calmarti, allora. Mi sono lesionato il legamento che già mi sono rotto anni fa. Stanno valutando se e quando intervenire.”
    I: “Da quanto lo sai? Ka lo sa, vero?”
    P: “Si, gliel’ho spiegato al telefono prima…” sbuffo sonoramente “Senti mi dispiace, ok? Non mi va proprio di discutere adesso o sentirmi la tua morale perché sinceramente non m’importa.”
    I: “Strano modo di parlare per uno che non vuole litigare.” ribatto offesa dalle sue parole, alzandomi in piedi “Tolgo il disturbo, almeno puoi startene tranquillo. Se devi dirmi qualcosa, parla con Ka. È così che funziona, no?”
    P: “Non fare la bambina, siediti…” non sento nemmeno la fine della frase, lasciandomi alle spalle quella camera e dirigendomi a passo spedito verso il parcheggio con Ka ed Omar stupiti dal mio comportamento. Aspetto il mio autista, appoggiata alla sua auto, cercando disperatamente di trattenere quelle lacrime che improvvisamente spingono per vedere la luce.
    K: “Ehi, che è successo?” sussurra dolcemente spostandomi i capelli dalle spalle per abbracciarmi
    I: “Succede che sono scossa e arrabbiata, così una parola tira l’altra ed abbiamo litigato.”
    K: “Tempismo perfetto, direi. Potrebbe essere operato per l’ennesima volta al ginocchio, sarà preoccupato no? È un suo diritto avere la donna che ama accanto a sé come supporto morale.”
    I: “No, la mia morale non è gradita. So che probabilmente ho esagerato, ma lui non ha fatto nulla per venirmi incontro.”
    K: “Questo l’avevo intuito, mi dispiace. Passerà tutto. Siamo nervosi, è normale. Adesso, propongo un pranzo dei nostri a base di schifezze varie per tirarti su di morale.”
    I: “Come farei senza di te? Grazie!” sorrido sciogliendo l’abbraccio e salendo nuovamente in macchina con la musica che rimbomba nelle mie orecchie.
    Controllo il cellulare per vedere se è arrivato un qualche sms da parte sua. Ovviamente, no.
    Stupida che non sono altro.
    Il mio uomo è in un letto d'ospedale ad arrovellarsi quel cervello che si ritrova, mentre io sono con il suo migliore amico a tentare di risollevarmi il morale. Dovrei essere con Pedro e ridere con lui di questa situazione assurda. Perchè, non lo faccio?
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  10. #40
    V.I.P


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    Predefinito Re: Ho cominciato a cercare la tua mano prima che tu prendessi la mia.



    40.
    "Can I keep you?"

    Dormo poco. Anzi, proprio per niente. La testa rimbalza pensieri manco fosse una partita di tennis.
    Mi sveglio presto, mangio qualcosa e cerco con lo sguardo il mio cellulare. Forse, potrei scrivere uno stupido sms per sapere come sta, per sapere se è ancora all’ospedale o se invece è a casa ad annoiarsi sul divano del salotto con in braccio Po. Oppure, potrei trattenere queste mani fino a pranzo, parlare con Ka ed agire.
    Opto per la seconda opzione, non voglio esser troppo buona e fargliela passare liscia senza conseguenze. Mi armo della borsa con dentro il quaderno per gli appunti e mi avvio verso l’università con un mezzo sorriso tirato a farmi compagnia.
    Gaia ieri sera ha capito che c’era qualcosa che non quadrava, ma non ha fatto domande. Ha preferito inserire la nostra puntata preferita di Misfits e stare in silenzio. Che donna veggente!
    La mattinata scorre velocissima, forse dovuta al fatto che mezza lezione la passo a sonnecchiare tenendomi la fronte con la mano, come se fosse in atto una meditazione profonda. Troppo profonda: fase rem, direi.
    Uscendo dall’edificio, mi appoggio un secondo al muro alla ricerca del cellulare per chiamare Ka. Purtroppo, il suo tempismo batte ancora il mio. Un sms mi informa che Pedro è stato rispedito a casa e che l’intervento non è necessario. Niente domande sul mio umore, niente parole superflue su come dovrei comportarmi.
    Ora lo so, mi aspetta un pomeriggio intenso. Mi sento in parte colpevole per il mio comportamento, così andrò con la testa bassa a suonare alla sua porta. Fare pace è la mia priorità.
    Armata di santa pazienza, scendo dalla macchina e in pochi passi sono di fronte al campanello con su scritto Pedretti. Suono una volta senza troppa convinzione e rimango in attesa di vedere la porta aprirsi.
    Omar appare qualche secondo più tardi, lasciando la porta spalancata e appoggiandosi ad un lato del muro per osservarmi. Sorride.
    I: “C’è posto per una povera idiota in questa casa?” domando ironica alla figura che ho davanti
    O: “Certo, l’altro idiota è spaparanzato sul divano tra un sospiro e l’altro.” mi fa l’occhiolino prima di scoppiare a ridere insieme a me. Entro lasciando ad Omar la mia giacca. Faccio quei pochi passi che mi separano dai riccioli di Pedro che sbucano dal divano, con il cuore che galoppa nel petto. Manco avessi corso una maratona. Rimango impalata e non riesco a muovere un centimetro di più il mio corpo. Così, ci pensa Omar a darmi la spinta. Nel vero senso della parola: mi mette una mano sulla schiena e mi lancia in avanti. Lo mando a quel paese in modo plateale e Pedro si rende conto di non esser più solo in quella stanza.
    P: “Ila?” chiede togliendosi le cuffie dell’ipod dalle orecchie, questo spiega perché non abbia sentito una mazza fino a due secondi fa
    I: “S-si, sono qui dietro.”
    P: “Che ci fai qui?!” domanda stupito
    I: “Mi sono stufata di controllare il cellulare per vedere se per caso non mi fossi accorta dell’arrivo di un tuo sms” spiego sedendomi sul tavolino di fronte a lui “così ho preferito affrontare il problema direttamente, partendo dal chiederti scusa per come mi sono comportata. Sono riuscita a rendermi insopportabile, veramente, ma ero scossa. Insomma, troppe cose insieme e..”
    P: “E, basta. Sei perdonata. Ti devo delle scuse anche io. Non volevo mandarti nel panico, non era mia intenzione farti sentire meno importante o come se non contassi sufficientemente. Credevo di agire nel tuo bene facendoti parlare con Ka dato che è il tuo migliore amico. Non succederà più un’altra volta. Sei la mia donna, devo render conto prima a te.” Mentre parla si tortura le mani, gli occhi sono sfuggenti non riescono a rimanere fissi su un punto per più di due secondi, si sente in colpa lo capisco dal suo modo di porsi e dal tono di voce mogio. Quello che voglio in questo istante è abbracciarlo e fargli capire che comunque vada, sarò al suo fianco. Alza lo sguardo dolce cercando il mio.
    P: “…pace?” propone smettendo di giocherellare con le dita
    I: “Pace!” le labbra finalmente si stendono in un sorriso liberatorio e gioioso, mentre le sue braccia si allargano incitandomi ad appoggiarmi a lui. Un momento dopo sono tra le sue braccia, facendo attenzione a non toccargli la gamba con il tutore. La testa incastrata contro il suo petto, le sue mani tra i miei capelli, le sue labbra che si appoggiano sulla mia fronte a sigillare la pace ritrovata.
    P: “Ieri ho avuto paura quando sei scappata via.”
    I: “Paura di cosa?” chiedo curiosa
    P: “Che non tornassi, eri così sconvolta ed arrabbiata. Mi sono spaventato!”
    I: “Ehi, non crederai che una discussione cretina mi possa far cambiare idea su di te? Che sei scemo, lo sapevo già, ma non pensavo fino a questo livello!” lo stringo forte “Sempre al tuo fianco mi troverai.”
    P: “Come cavolo fai a prendermi per il culo e poi essere così dolce nella stessa frase?!”
    I: “Carattere, credo.”
    P: “Amo il tuo carattere, allora.” Sorride, mi ruba un bacio e mi toglie qualche anno di vita nel frattempo.
    I: “Forse dovrei avvisare Ka e dirgli che è tutto risolto.” mi bacia ancora “Mmm magari più tardi, eh” ride impedendomi di proseguire il discorso.
    O: “Ragazzi, posso passare? Siete vestiti o ci sono cose che non devo vedere?” urla dalla cucina facendoci piangere dal ridere.
    P: “Cogli*ne, vieni!” grida di rimando per poi sussurrarmi “Ero tentato di dirgli altre cosette, ma ti risparmio i particolari.”
    Un momento dopo, siamo squadrati dall’alto in basso dal fratello con un sopracciglio inarcato.
    O: “Love is in the air, di nuovo?” commentando il nostro abbraccio per poi proporre di mangiare cinese a cena. Porta il menù rubato al ristorante di turno e ci divertiamo un sacco ad interpretare gli ideogrammi che abbiamo sotto agli occhi. Il tutto per poi scegliere i piatti che solitamente prendiamo. Meglio non azzardare troppo, oggi. Così Omar ci lascia per andare a ritirare la nostra cena. Mi alzo e vado a curiosare tra i dvd presenti nello scaffale di fianco alla tv. Ci sono un sacco di film che ho già visto, ma adoro vederli riposti in ordine tutti colorati con le loro copertine di plastica.
    P: “C’è qualcosa che vorresti vedere?” domanda interrompendo il mio flusso di pensieri su un film che conosco dalla tenera età e che mi fa scendere sempre una lacrimuccia.
    I: “Prometti di non ridermi in faccia, però.”
    P: “Promesso.” Afferro il dvd e seguendo le istruzioni dell’uomo-divano, faccio partire la sequenza per poi andarmi ad accucciare tra le sue braccia.
    P: “Casper?!” afferma stupito mentre gli lancio un’occhiataccia “Ehi, non sto ridendo!”
    I: “Ci hai pensato, bugiardo! Ahahah” ribadisco il concetto “All’asilo, con le mie amiche facevo sempre Casper mentre loro si dividevano i personaggi degli zii rompi scatole. E poi, è di una tenerezza disarmante, per non parlare della colonna sonora meravigliosa.”
    In silenzio proseguiamo nella visione del film arrivando alla scena in cui il piccolo fantasmino culla l’amica mentre si sta per addormentare, pronunciando una delle frasi più dolci presente nei dialoghi.
    P: “Posso tenerti con me?” sussurra lui in contemporanea a Casper, regalandomi un giro in giostra per il cuore.
    I: “Devi.” Ribatto baciandolo dolcemente. “Fortuna che il film non ti piaceva.”
    Poco dopo rientra Omar, così lo aiuto a preparare tavola con piatti e bicchieri colorati. Qualche minuto e ci ritroviamo tutti seduti, compreso Pedro che da uomo-divano passa di diritto ad essere uomo-sedia, servito e riverito come un cucciolo.
    I: “Secondo me, ti piace esser coccolato tutto il giorno da tutti. Approfittatore.”
    P: “Ma cosa?!” sbuffa fingendosi offeso per poi annuire “Colpa tua, mi hai passato il virus per cui caschi ogni tre secondi!”
    O: “Su su, mangia almeno stai zitto!” facendomi un occhiolino “Vero, cognatina?” esclama rimarcando l’ultima parola e facendomi andare di traverso il boccone di involtino primavera.
    O: “Però sei diventata tutta rossa.” gongola sulla sedia soddisfatto
    P: “Omar, non fare il cretino.”
    I: “Sottoscrivo! E poi, caro gli anni passano, ma sono ancora bravissima a tirare calci! Vuoi farmi da cavia di nuovo?”
    O: “Ehm, ho capito. Vacci piano con le minacce!”
    La serata prosegue tra battibecchi e l’ennesimo film visto insieme.

    ______________________________
    Ma ciao! Arrivo, tardi ma arrivo.
    Dunque: per chi non conoscesse la scena citata del film, beccatevi il video! Posso tenerti con me? - YouTube

    I commenti, sempre qui: http://forum.teamworld.it/forum1743/...ml#post8302133
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