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  1. #1
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    Predefinito Le tue promesse, che valgono una vita.

    Salve.
    Sono sempre io e questa sarà la trecentesima storia che scrivo e che posto.
    Abbiate pietà, non mi rasseggno; anzi, sono ALCUNE persone,
    che mi voglio bene e quindi mi dicono di postare le mie storie.

    Il titolo della storia è vecchissimo, ma questa è tutta nuova.
    La storia è semplicissima, non è tanto lunga, e spero che vi piaccia




    Le tue promesse, che valgono una vita.

    1.
    Promesse infrante.

    Alzai lo sguardo e guardai il ragazzo davanti a me. Da quando ero nata, avevo visto i suoi occhi un miliardo di volte; ma mai erano stati così tristi, lucidi, come se lui fosse sul punto di piangere. Ma non l'avrebbe fatto, non in mia presenza almeno: perché lui era la mia forza, il mio punto d'appoggio.
    Se lui fosse caduto, sarei caduta anche io.
    <<Chiamami appena arrivi>> Disse.
    <<Ti chiamerò.>> Sospirai. <<Promettimi che non è la fine, questa.>>
    <<Prometto. Quando.. quando ritornerai, sarà tutto come lo hai lasciato.>>
    <<In cambio, ti prometto che non piangerò.>>
    Mi baciò la fronte, poi mi abbracciò. Mi sentii protetta, felice.
    <<La mia piccola Emma.>>
    Ci allontanammo, poco dopo, ed io potei guardare per l'ultima volta tutti i miei amici: Danilo, Carmine, Stefano, Ivan, Omar e Sharon.
    Sembrava strano lasciarli, lasciare Legnano.
    <<Allora..>> Continuò Pedro, passandomi la mia valigia. <<Divertiti.>>
    <<Mi mancherai.>> Mi voltai verso gli altri, che ci avevano raggiunto. <<Mi mancherete. Tutti.>>
    La voce nell'altoparlante disse che il treno sarebbe partito dopo pochi minuti, e che tutti i passeggeri erano pregati di salire.
    Salii sul treno, guardando dal finestrino i miei amici. Mi soffermai su Pedro, a cui sorrisi.
    Quando il treno chiuse le porte e cominciò a muoversi, Pedro si mosse con esso.
    <<Quando tornerai,>> Gridò. <<staremo insieme, Emma. Promesso.>>


    Mi svegliai all’improvviso ed il sogno finì. Guardai mia madre, che era seduta accanto a me sul treno, e lei mi guardò sorridendo. Dopo aver lasciato Parigi, la città in cui ero stata per più di tre anni, tornare a casa, a Legnano, mi sembrava la cosa più paurosa del mondo. Non che nella mia casa ci fossero i fantasmi, ma troppe persone erano state deluse dal mio comportamento, ed io, essendo una delle persone più codarde del mondo, avevo paura di affrontarle.
    <<Sei contenta di rivedere i tuoi amici?>> Domandò mia madre.
    <<Sì. Sharon sta aspettando alla stazione.>>
    <<Vi siete sentite spesso, in questi anni.>>
    “E’ l’unica persona che non ho deluso.”, pensai.
    <<Già, avevamo tante cose da raccontarci.>>
    Chiusi gli occhi, sperando di fare lo stesso sogno, anzi di rivivere lo stesso episodio, di poter immaginare ancora una volta la sua voce; la voce che non sentivo da tanti anni.
    Mezz’ora dopo, il treno si fermò. Presi le mie valigie e, insieme a mia madre, scesi dal treno. Cercai Sharon con lo sguardo, e, quando finalmente la vidi, le corsi in contro.
    <<Se non avessi corso come una scema, non ti avrei riconosciuta.>> Disse, abbracciandomi.
    <<Mi sei mancata, tanto.>>
    <<Come sta Parigi?>>
    <<Quando sono andata via, era ancora una bella città.>>
    Mia madre si avvicinò e salutò Sharon.
    <<Allora,>> Dissi, mentre ci incamminavamo verso l’uscita della stazione. <<cosa mi sono persa? Legnano è sempre la stessa?>>
    <<Si, la città non è cambiata.>> Sorrise. <<E i ragazzi pensano sempre al lavoro.>>
    <<Mi piacerebbe sentire le nuove canzoni.>>
    <<E..>> Mi guardò. <<Mi dispiace dovertelo dire, ma..>>
    <<Ma cosa?>>
    Lei esitò. Mi fermai e lasciai che mia madre ci sorpassasse ed uscisse a prendere la macchina, con cui Sharon era arrivata.
    <<Cosa Sharon?>> Esitò ancora. <<Avanti.>>
    <<Pedro si è fidanzato.>>
    Sentii un rumore, come se qualcosa fosse caduto per terra e si fosse rotto in mille pezzi. Non potevo pensare che mi avrebbe aspettata per sempre, non quando io, per prima, non avevo mantenuto le promesse fatte. Eppure sentire quella frase faceva male.
    Restammo in silenzio ed uscimmo dalla stazione, per raggiungere mia madre. In macchina, mia madre chiese a Sharon le novità; chiese se durante la nostra assenza, qualcuno dei ragazzi avesse messo la testa a posto. Non fu breve, il viaggio in macchina e, quando mia madre parcheggiò, notai che neanche il palazzo in cui vivevamo era cambiato. Tutto era rimasto come lo avevo lasciato. E questo mi riportò alla mente la sua frase, prima della mia partenza: “Quando ritornerai, sarà tutto come lo hai lasciato.”
    Entrammo in casa e posai le valige nella mia camera. Sharon sarebbe rimasta ancora per qualche minuto, poi sarebbe andata dai suoi genitori e dai suoi zii, perché aveva promesso di passare il pomeriggio con loro.
    <<E’ stata gentile Sharon, vero?>> Domandò mia madre.
    <<Si. Mi mancava tanto.>>
    <<Adesso resti qui, saranno tutti contenti.>>
    <<Lo spero.>>
    Lei si avvicinò alla finestra e, dopo pochi secondi, si voltò verso di me, sorridendo. Nello spiazzale sotto casa, era parcheggiata la macchina di Lorella e Claudio, i nostri vicini di pianerottolo, nonché genitori di Pedro ed Omar.
    La supplicai di non andare a trovarli, perché li avremmo disturbati, ma lei non mi ascoltò: mi prese ed uscimmo di casa. Quando, dopo aver suonato, Lorella aprì la porta, feci un sospiro di sollievo.
    <<Quando siete arrivate?>> Domandò. <<Claudio, guarda chi c’è! Entrate, su. Faccio il caffè. Oh, Emma, come sei cresciuta, quasi non ti riconoscevo.>>
    Entrammo in casa e Claudio ci salutò. Vedere mia madre seduta accanto a Lorella e Claudio, per prendere il caffè, mi fece sorridere. Nella casa dei genitori di Pedro ed Omar avevo passato tutta la mia infanzia e la mia adolescenza, praticamente tutta la mia vita. Conoscevo ogni singola mattonella, ogni singola fotografia che si trovava in salone, ogni CD che Omar e Pedro avevano messo sulla libreria, in salone. Quella, come diceva sempre Lorella, era anche casa mia. Il secondo luogo, in cui mi sentivo protetta, felice.
    Mi diressi verso la camera di Pedro ed aprii la porta: anche quella era sempre la stessa. Sulla scrivania, sopra la quale c’era il portatile, c’erano anche le sue foto. Foto, nelle quali c’eravamo io e lui; lui ed Omar; lui e Sharon; lui insieme a Ka, Dani, Ste ed Ivan.
    <<Se ti scopre qui, mio fratello ti ammazza.>>
    Sussultai.
    <<Emma!>>
    Il ragazzo fece tre passi e subito mi abbracciò. Capii subito che si trattava di Omar, il fratello di Pedro, perché era troppo più alto di me. Ricambiai l’abbraccio ed affondai la mia faccia nel suo petto.
    <<Cavolo, mica ti avevo riconosciuta. Sei cresciuta. Fatti guardare.>>
    Mi allontanò e mi squadrò.
    <<Sei una donna. Quanti anni hai, ora?>>
    <<Venti.>>
    <<Vedrai come saranno contenti gli altri di vederti. Ste ti salterà addosso, ne sono sicuro.>>
    <<Tu come stai?>> Domandai, per cambiare discorso.
    <<Bene. Ho lasciato Daniela ed ora sono single.>>
    <<Mi dispiace.>>
    <<Meglio così.>> Sorrise. <<Lui sta bene.>>
    Abbassai lo sguardo, ma non ero abbastanza forte. Scoppiai a piangere e lo abbracciai di nuovo. Riuscii, in mezzo a tutti i singhiozzi, a formulare a stento delle frasi.
    <<Dovevo tornare, caz.zo,>> Dissi. <<Dovevo tornare. Sono stata io ad infrangere le promesse, ed ora tutto è come prima. Tutto, tranne io e lui.>>




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  2. #2
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    Predefinito Re: Le tue promesse, che valgono una vita.

    Grazie per i commenti!
    Lascio il secondo capitolo.

    ps. Ho scordato di dire che la storia viene narrata da due persone.


    2.
    Luci Accese.

    Aspettai che Anna chiudesse lo sportello della macchina, poi misi in moto e partii. Le ultime due ore erano passate molto velocemente ed io non avevo concluso nulla. Ka e Dani avevano passato tutto il pomeriggio a parlare della nostra band, delle canzoni che avremmo dovuto mettere nel nostro primo CD; Ste, invece, non era di buon umore.
    Anna mi guardò e sorrise.
    <<I miei vorrebbero organizzare una cena.>> Disse. <<Con i tuoi genitori.>>
    <<Non è troppo presto?>> Domandai.
    <<Pedro, stiamo insieme da quasi due anni.>> Sorrise. <<E quell’appartamento davanti casa tua è libero? Potremmo prenderlo noi!>>
    <<L’.. l’appartamento?>>
    <<Si, Pè. Insomma, stiamo bene insieme. Penso che potremmo anche.. convivere.>>
    <<Certo, ma non in quell’appartamento.>>
    <<E’ ancora occupato?>>
    <<No.. penso che non sarà occupato.>> Sospirai. <<Ma aspettiamo.>>
    Lasciai Anna sotto casa e, dopo averle dato un bacio e dopo che lei fu scesa ed ebbe chiuso lo sportello, partii di nuovo, questa volta diretto a casa mia.
    Quell’appartamento non era occupato, da quasi quattro anni era vuoto: nessuno era più tornato lì dentro, dopo qualche mese, io per primo. Mia madre aveva le chiavi e dopo la sua partenza era entrata lì dentro; io ci entrai di nascosto due o tre volte, ma poi basta. Non ricordavo neanche come fosse quella casa.
    Bugiardo.
    Avevo un ricordo sbiadito delle persone che ci erano abitate.
    Bugiardo.
    Parcheggiai sotto casa, scesi dalla macchina e restai a guardare il mio appartamento. Poi il mio sguardo si posò sull’appartamento adiacente. Le luci erano accese.
    Impossibile che ci fosse lei.
    Aprii il portone, salii le scale, presi le chiavi di casa e ne girai una nella serratura.
    <<Sono a casa!>> Gridai.
    Andai in cucina, dove mia madre stava preparando la cena; mio padre era in salone a guardare la Tv; di Omar neanche l’ombra.
    <<Sei tornato, finalmente.>> Disse mia madre.
    Mi avvicinai e le schioccai un bacio sulla guancia.
    <<Dov’è Omar?>> Domandai.
    <<E’ uscito.>>
    Presi il cellulare e lessi il messaggio di Ka: “Passo a prenderti tra cinque minuti. Non fare tardi.”
    <<Esco anche io.>>
    <<Dove vai?>>
    <<Esco con Ka.>>
    Andai in camera, presi qualcosa di pulito da mettermi e corsi in bagno. Non ero mai stato puntuale in vita mia, e Ka quando mi vide mi volle quasi uccidere. Si lamentò del mio ritardo, dicendo che la prossima volta mi avrebbe direttamente ‘accannato’, se fossi sceso in ritardo.
    <<Dove andiamo?>> Domandai, quando lui partì.
    <<Dani ci sta aspettando.>>
    <<Si, ma dove?>>
    <<In un locale, Pè. Mica al centro anziani!>> Mi guardò, sospirò, poi finalmente si decise a continuare. <<Le luci erano accese.>>
    Non risposi.
    <<Magari..>>
    <<Magari niente, Ka. Ci saranno i nuovi inquilini. Non facciamone una questione di Stato. Basta.>>
    <<Non ti piacerebbe rivederla?>>
    Ci pensai un attimo. Avrei voluto gridare: “Prenderei il primo aereo, solo per vederla.”; ma tutto ciò che uscì dalla mia bocca fu: <<No.>>
    Tutti eravamo stati legati ad Emma, eravamo cresciuti tutti insieme, ma, tra tutti, quello che ne era rimasto fulminato ero stato proprio io. Tutti avremmo voluto rivederla e passare di nuovo insieme a lei il pomeriggio, come una grande famiglia. Ma che senso aveva continuare a parlarne?
    Sbuffai.
    <<Hai notato quanto Sharon sia cambiata?>> Domandò Ka.
    <<Sharon?>>
    <<Si.>> Sorrise. <<Ha ventun’anni, è cresciuta in poco tempo.>>
    <<Hai cambiato idea?>>
    <<Su cosa?>>
    <<Per te è ‘come una sorella’. Parole tue, non mie.>>
    Per sua fortuna eravamo arrivati. Dani ci aspettava fuori dal locale, stava fumando una sigaretta, come al solito. Scendemmo ed anche lui mi rimproverò per il ritardo, come fosse stato essenziale che io fossi arrivato prima.
    Entrammo finalmente in quel locale, di cui neanche avevo visto il nome, e la musica mi distrusse subito i timpani. Passò una mezz’ora prima che mi abituassi, e per sapere cosa mi dicessero Dani e Ka dovetti leggere il loro labiale.
    <<Vado a prendere da bere.>> Dissi.
    Mi avvicinai al bancone, e chiesi da bere. Vicino a me c’era una ragazza, che beveva un bicchiere d’acqua. Aveva capelli biondo cenere e, quando mi guardò, scoprii che aveva occhi color nocciola, come i miei. E quel viso non l’avrei più scordato.
    Lei mi sembrò terrorizzata, perché quando mi vide sgranò gli occhi, come avesse appena visto un fantasma.
    La guardai per un’ ultima volta, poi tornai da Dani e Ka con tre birre. E poi, prima che potessi ubriacarmi, Dani indicò un punto del locale.
    <<Ehi, Pè, ma quello non è Omar?>>
    <<Dove?>> Dissi.
    <<Eccolo lì.>>
    Lo vidi.
    <<Si, è lui. Vado a vedere che combina.>>
    Mi avvicinai ad Omar e lo trovai seduto su un divanetto, accanto alla ragazza che avevo visto al bancone. Lui mi guardò, poi spostò lo sguardo sulla ragazza, che aveva ancora lo sguardo terrorizzato. Aveva una faccia familiare, mi ricordava qualcuno, ma non riuscivo a ricordare il nome, o almeno non in quel momento.
    <<Hai rimorchiato?>> Domandai a mio fratello.
    <<E’ un’amica, Pè.>>
    <<Certo.>> Sorrisi. <<Ti lascio in pace, allora. Ciao.>>
    <<Pedro, aspetta.>>
    Voleva dirmi qualcosa, qualcosa di molto importante, ma, dopo aver guardato quella ragazza, si ammutolì.
    <<Fa niente.>>
    Lui si allontanò per andare a salutare i miei amici, io restai lì, fermo, immobile a guardare quella ragazza. Avevo già visto quel volto, ero già affogato in quegli occhi nocciola, avevo già riso per quegli occhiali da vista. Il mondo mi crollò addosso, sapevo chi fosse, ma non volevo ammetterlo. Eppure avrei voluto stringerla di nuovo.
    Mi allontanai, chiesi a Ka di prestarmi la sua auto, perché volevo andare a casa. Lui acconsentì, sia lui che Dani mi chiesero cosa avessi, ma non risposi.
    Salito in macchina, corsi fino a casa. Lì, una volta parcheggiata la macchina ed una volta sceso, entrai nel palazzo. Quando entrai in casa, i miei erano sul divano a guardare la Tv.
    <<Già di ritorno?>> Domandò mio padre.
    Non risposi. Entrai in camera, chiusi la porta. Mi avvicinai al comodino ed alzai quella foto che per anni avevo nascosto a me stesso. Le luci della casa erano accese, quella ragazza assomigliava a lei. Era lei. Ed in quel momento, il suo nome uscì dalla mia bocca, e scoprii che amavo ancora pronunciarlo:
    <<Emma.>>



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  3. #3
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    Predefinito Re: Le tue promesse, che valgono una vita.

    3.
    Oggetti dimenticati


    La mattina dopo, fui svegliata dal rumore incessante del campanello che suonava. Rimasi nel mio letto, in attesa che mia madre aprisse; ma lei non lo fece ed il campanello cominciava ad irritarmi.
    Mi alzai ed aprii la porta: Sharon mi guardò storto.
    <<Ti sembra normale farmi aspettare mezz’ora qui fuori?>>
    <<Pensavo che mia madre fosse in casa.>> Mi difesi.
    <<Hai fatto colazione?>>
    <<No.>> Sorrisi. <<Se non lo hai notato, sono ancora in pigiama.>>
    <<Sbrigati: oggi andiamo da Dani.>>
    <<A fare cosa?>>
    <<A sentire le prove, scema.>>
    Tornai in camera, presi un paio di jeans, una t-shirt nera, le converse e corsi in bagno. Dieci minuti più tardi uscii dal bagno ed andai in cucina, dove Sharon già si era servita. Facemmo colazione, insieme, come ai vecchi tempi.
    <<Ma sei sicura che sono a fare le prove? Non ti sembra troppo presto?>> Domandai.
    <<Emma, è mezzogiorno.>>
    Oh, cavolo! Avevo dormito troppo; eppure io ed Omar eravamo tornati presto a casa, la sera precedente. Non eravamo rimasti a lungo in quel locale, dopo che Pedro se ne era andato. Vederlo era stata la cosa più bella e più paurosa del mondo allo stesso tempo: bella, perché il ragazzo con cui ero cresciuta non era cambiato per niente; paurosa, perché lui era il primo che aveva il diritto di giudicarmi, di ritenermi una stron.za. Lui era la prima persona che avevo ferito. Ed io, al tempo stesso, era la sola persona che lui aveva ferito.
    <<Ma sei sicura che sia una buona idea?>>Chiesi.
    <<Perché non dovrebbe esserlo? Siamo una famiglia.>>
    <<Lo so, ma.. ammettiamolo, Sharon, non sono stata corretta con nessuno. Ho pensato a me stessa, quando ho detto a mia madre che sarei rimasta con lei, finché non saremmo potute tornare a casa.>>
    <<Ma è storia vecchia, Emma. Sei tornata, e questo è ciò che conta.>>
    <<Tu non hai visto il suo sguardo, ieri.>>
    <<Senti, tutti hanno sentito la tua mancanza. Tutti sono stati delusi dal tuo comportamento. Ma tutti ti hanno aspettata. Siamo una famiglia, Em.>> Ripeté la frase di prima.
    Qualche minuto più tardi uscimmo di casa e ci dirigemmo verso casa Calvio. Ricordavo la strada, nonostante mancassi da cinque anni; ma, in fondo, tutti ricordano la strada di casa.
    Arrivammo, e tutto mi sembrò uguale; niente era cambiato, neanche una mattonella. E neanche Dani, da quello che notai quando aprì la porta del garage, era cambiato. Non capii per quale motivo, una volta aperta la porta, lui continuò a fissarmi, senza fare cenno di entrare.
    <<Dani, che hai?>> Domandò Ka.
    E finalmente anche lui comparve sulla soglia. Lui era rimasto il solito Carmine Ruggiero. Sharon tossì, ma nessuno di noi tre si mosse; alla fine, al quadretto si aggiunse Ste, che rimase a fissarmi con il resto della banda. Era come se io fossi il clown del circo e loro gli spettatori.
    <<Sei tornata, Em.>> Disse Dani.
    Mi fiondai tra le loro braccia e loro ricambiarono l’abbraccio.
    <<Come sei cambiata. Sei partita che eri una ragazza, ed ora..>> Disse Ste.
    <<Ho solo un anno in meno di voi.>> Risposi.
    <<Entra!>>Disse Ka.
    Entrammo e la prima cosa, che vidi, fu Pedro che parlava, su un divanetto, con una ragazza. Ma che importava? Non potevo essere gelosa, né tanto meno pretendere di riprendermelo. A me non era dovuto nulla, punto.
    Pedro si voltò ed i miei occhi affondarono di nuovo in quegli occhi color nocciola.
    <<Emma.>> La sua voce si spezzò al termine.
    <<Ciao, Pedro.>>
    Silenzio.
    <<Pè, se hai smesso di limonare con la tua ragazza, dobbiamo provare. Sbrigati.>>
    Lui si alzò ed al suo posto si sedette Sharon, che mi fece posto accanto a lei. La ragazza, che prima parlava con Pedro, ora mi guardava con aria interrogativa.
    <<Emma, lei è Anna. E’ la..>> Sharon esitò.
    <<La ragazza di Pedro.>> Continuò lei, al suo posto. <<Tu chi sei?>>
    <<Emma. Sono un’ amica.>> Risposi.
    <<Un’amica.>> Ripeté lei. <<Pedro non mi ha mai parlato di te. Comunque,>> sorrise. <<prima stavamo parlando della convivenza. Ieri gli ho chiesto se l’appartamento davanti al suo fosse ancora libero, lui ha detto di si. Così ho pensato che potremmo vivere lì.>>
    <<Vivere insieme?>> Domandò Sharon.
    <<Ma certo. Sono due anni che stiamo insieme, penso sia ora.>> Sorrise. <<Se comunque non ci pensa lui, mi occuperò io di questo: vedrò se quell’appartamento è libero. So che è ‘affezionato’ a questo, dice che ci ha passato l’infanzia. Io gli ho chiesto con chi, lui ha risposto: ‘Nessuno così importante da ricordare.’ E poi..>>
    Non avrei sopportato un’altra sillaba; mi alzai, prima ancora che Pedro cominciasse a cantare, ed uscii.
    Ecco dov’erano andati anni passati insieme; ecco dov’era finita quella promessa: nella spazzatura. Io ero finita nella scatola degli ‘oggetti dimenticati’.
    Non potevo aspettarmi nulla di meglio, ma non potevo lasciare che tutto andasse a putta.ne. Io e lui eravamo cresciuti insieme, avevamo giocato insieme, studiato, c’eravamo confidati i segreti. Non si poteva gettare tutto al vento.
    Mi voltai, decisa ad affrontarlo per salvare tutto; qualcuno però m’aveva già anticipata.



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  4. #4
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    Predefinito Re: Le tue promesse, che valgono una vita.

    Grazie a tutte per i commenti positivi; non pensavo potesse piacere,
    questa storia.
    Grazie ancora.
    Grazie soprattutto a Erika (Marziana), che m'ha convinto a postare!



    4.
    Ricominciare da zero.

    Dopo che Emma fu uscita dal garage, la prima cosa che feci fu seguirla. Ero sempre stato protettivo, geloso nei suoi confronti; ed anche in quel momento, non potevo farne a meno.
    Prima che potessi chiamarla, si voltò e mi guardò.
    <<Possiamo parlare?>> Domandai.
    <<Si.>> Sorrise. <<E’ quello che vorrei fare, Pè.>>
    <<Bene.>>
    Silenzio.
    <<Mi dispiace per Anna, non so cosa abbia fatto, ma ho capito che era colpa sua.>> Dissi.
    <<Non è lei, è ciò, che ha detto, che mi ha ferita.>> Sospirò. <<Non pretendo che tu la lasci, Pè, state bene insieme. Lei è una di quelle ragazze belle da togliere il fiato. Magari è pure ricca.>>
    Sorrisi.
    <<Allora cosa, Em?>> Mi avvicinai. <<Dimmelo, per favore.>>
    <<Vuoi davvero andare a vivere con lei?>>
    <<Si. Cioè no. Sono troppo giovane, Em, per pensare a cose del genere.>>
    <<Ed hai mai pensato di.. di comprare l’appartamento adiacente al tuo, il mio?>>
    <<Mai, Em. Mi sono opposto a questo.>>
    <<Però non significa più nulla, vero?>>
    Come poteva crederlo? Era uno dei posti che amavo di più. Era lì che eravamo cresciuti, lì che abbiamo giocato, lì che cantavamo come matti davanti al Canta tu. Era lì che ho capito che lei era speciale, per me.
    <<Cosa pretendi?>> Domandai, bruscamente.
    <<Niente, Pè, te l’ho detto.>> Mi guardo. <<Non pretendo fiori e cioccolatini, non pretendo che tu provi ancora, ciò che provavi anni fa..>>
    Io provo ancora lo stesso sentimento, pensai.
    <<Solo una cosa vorrei, Pè.>> Esitò un secondo. <<Vorrei che tutto tornasse come prima. Lo so che t’ho ferito, ma tu sei troppo importante e non posso perderti. Non posso.>>
    In un secondo, era di nuovo tra le mie braccia. Erano anni che non accadeva questo, anni che non sentivo il suo profumo. Stringerla di nuovo fu la cosa più bella del mondo; avrei potuto restare abbracciato a lei per tutta la vita.
    <<Ricominciamo da zero, ti va?>> Le domandai.
    Lei affondò la faccia nella mia spalla e sussurrò un ‘Si’.
    Qualcuno, alle nostre spalle, tossì. Ci staccammo e scoprimmo che gli altri ci stavano guardando, sorridendo.
    <<Possiamo andare avanti, senza temere guerre?>>Domandò Dani, sorridendo.
    <<Abbiamo ricominciato da zero.>> Ammisi.
    <<Bene, allora festeggiamo!>> Esordì Ste. <<Questa sera, tutti a casa Calvio! Ordiniamo la pizza.>>
    <<Ci sto.>> Disse Ka.
    <<E ti pareva! Quando si tratta di pizza, lui è il primo!>> Disse Sharon, sorridendo.
    Tra tutto l’entusiasmo e la felicità, mi dimenticai di Anna, che cinque secondi più tardi mi passò davanti e mi guardò storto. La fermai, mentre gli altri rientravano.
    <<Cosa c’è?>> Domandai.
    <<T’ho visto sai?!>>
    <<Emma è un’amica. Un’amica.>>
    <<Perché non mi hai mai parlato di lei?>> Domandò.
    <<Perché.. Anna, non lo so; mi è passato di mente. Lei era a Parigi.>>
    <<E prima di andare a Parigi?>>
    Prima che lei andasse a Parigi, era nato qualcosa.


    <<Si può sapere perché corri?>> Chiesi.
    <<Perché non voglio bagnarmi, non so se lo hai notato, ma diluvia.>>
    Ci rifugiammo sotto un porticato. Nessuno dei due si era portato un ombrello, dal momento che nessuno aveva previsto la pioggia.
    <<Allora è sicuro. Vai a Parigi.>> Affermai.
    <<Si. Lo sai, mio padre non ha potuto fare altrimenti, ma torno presto.>>
    <<Bè, Legnano sta sempre qui.>>
    Le presi la mano e le sorrisi.
    <<Ed anche io.>> Continuai.
    Lei arrossì, si avvicinò a me ed alzò il suo viso. Mi sarebbe mancato, quel viso; dovevo convincermi del fatto che un anno sarebbe passato subito. Avvicinai il mio viso al suo.
    <<Facciamo a chi arriva prima al portone?>> Disse e cominciò a correre.
    <<Hai barato!>>



    <<Ho capito, Pè, c’è qualcosa che non vuoi dirmi.>>
    <<No, Anna. E’ un’amica: questo è quanto.>> Sospirai. <<E se tu non la accetti, allora mi sbagliavo. Mi sbagliavo su di te, su di noi.>>
    Si voltò e cominciò a camminare verso la sua macchina, ma poi, prima che potesse andarsene, la chiamai e la raggiunsi. Non riuscivo ad essere arrabbiato con nessuno, mai, figuriamoci con lei, la mia ragazza. Volevo bene ad Emma, ma volevo bene anche ad Anna, che mi era stata vicino quando lei non c’era.
    <<Scusami, Pè, ma è spuntata così, da un giorno all’altro. Pensavo che..Non lo so. L’ho vista ed ho pensato che potessi provare qualcosa per lei.>>
    <<Non succederà.>> L’abbracciai.
    Qualche minuto più tardi, rientrammo nel garage. Emma parlava con Ste, quindi non si accorse del bacio che Anna mi rubò.
    <<Io scelgo un film, questa sera.>> Disse Dani.
    <<Io porto da bere.>> Lo seguì Ka.
    <<Io porto Emma.>> Disse Ste, ridendo.
    Lei arrossì ed abbassò lo sguardo. Anna, dopo qualche minuto, se ne andò; salutò tutti, compresa Emma. Lei, invece, quando decidemmo tutti di tornare a casa, perché erano quasi le due, e scelse di tornare a casa insieme a me, non credeva a quella gentilezza e noi finimmo a parlare di lei.
    <<Sono contenta che tu l’abbia incontrata, Pè.>>
    <<Però non ti sta poi tanto simpatica.>>
    <<Abbiamo iniziato male, tutto qui. Potrebbe diventarmi simpatica, se tu ci tieni veramente a lei.>>
    <<Ci tengo.>> Ammisi.
    <<Perché?>> Domandò subito.
    Perché l’ho conosciuta quando tu non c’eri. Perché quando stavo rinchiuso dentro casa, lei c’era sempre. Perché lei non mi ha abbandonato. Perché mi mancavi, *****, ed averla vicino un po’ diminuiva il dolore.
    <<Perché la amo, Emma.>>
    Si ammutolì per qualche secondo e posò il suo sguardo da tutt’altra parte.
    <<Allora proverò ad essere simpatica con lei.>>
    <<Grazie.>>



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  5. #5
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    Predefinito Re: Le tue promesse, che valgono una vita.

    Ho finito le interrogazioni. Ora posso scrivere tranquillamente.
    E quindi posto il capitolo 5!
    Ciiiaaao!

    ps. Grazie per i commenti positivi.

    5.
    Finzione.


    Verso le otto di sera, arrivò Ste. Pedro era già andato via, perché doveva andare a prendere Anna, ed io sperai che lei non sarebbe potuta venire alla nostra piccola festa. Non ero gelosa, non volevo fregarle il ragazzo; non volevo fingere. Perché far finta di andare d’amore e d’accordo con una persona, che m’aveva sbattuto in faccia i sentimenti di Pedro?
    Perché me l’ha chiesto Pedro, pensai.
    Ste era appoggiato alla sua smart.
    <<Ciao, principessa.>>
    <<Ciao, Ste.>>
    Si avvicinò e mi baciò la guancia, poi mi aprì lo sportello.
    Stefano Mantegazza m’aveva aperto lo sportello. Stefano Mantegazza m’aveva APERTO LO SPORTELLO.
    Tutti possono cambiare nella vita, ma lui aveva cambiato tutto nei miei confronti. Avevo passato tutta la mia vita insieme a lui e a Pedro, e Stefano m’aveva sempre visto come un maschiaccio.
    <<Cosa hai fatto di bello a Parigi?>> Domandò lui, durante il tragitto.
    <<Mi sono divertita, Ste. Ma, dopo un po’ di tempo, era monotona.>>
    <<Vuoi dire che non c’eravamo noi?>>
    <<Già. E’ stato difficile, senza di voi.>>
    <<Allora posso farti una domanda?>>
    <<Certo.>>
    <<Perché non sei tornata?>>
    <<Non lo so, Ste. So solo che ho fatto male.>> Abbassai lo sguardo. <<Tu perché sei così carino con me?>>
    <<Ti voglio bene, Em. Tutto qui. Lo sai che tu non sei il mio tipo.>>
    <<Lo so, non preoccuparti.>>
    <<Ma so che sei il tipo di Pedro, e che lui è stato veramente male.>>
    Non risposi e passammo gli ultimi cinque minuti in silenzio. Ero convinta che tutti m’avrebbero detto che Pedro era stato male, i suoi amici volevano difenderlo; nessuno però si preoccupava poi tanto di ciò che avevo passato io.
    Arrivammo a casa di Dani; i suoi non c’erano.
    <<Ho scelto qualche film, ma non so quale potremmo vedere. Scegli tu, Em.>> Mi disse, appena entrai.
    <<I miei gusti potrebbero non piacere.>>
    <<Invece si, Emma. Scegli, avanti.>> Disse Ste.
    M’avvicinai al tavolino del salone e guardai tutti i film che Dani aveva scelto. Alla fine, dopo aver perso dieci minuti a guardare ogni film, scelsi ‘Pirati dei Caraibi: Ai confini del mondo.’
    Non era la scelta più adatta, ma amavo quel film, e poi faceva anche un po’ ridere.
    Dieci minuti più tardi arrivarono Sharon e Ka, insieme. E poi arrivò Pedro, insieme ad Anna.
    Lei salutò tutti e, quando arrivò davanti a me, mi abbracciò; come fossi una sua amica. Era decisamente impossibile che abbracciarmi fosse stato un suo desiderio.
    <<Io ho pensato alle pizze,>> Disse Dani. <<ho preso qualche margherita e qualche diavola.>>
    <<Io ho pensato alle birre.>> Esordì Ka. <<Che film vediamo?>>
    <<Conoscendo Emma, un film di Johnny Depp.>> Rispose Pedro, sorridendo.
    <<Tu si che la conosci bene, Pè!>> Esclamò Sharon.
    Anna mi lanciò uno sguardo d’accusa, e fece lo stesso con Sharon. Una leonessa che protegge il suo cucciolo, ecco cosa mi ricordava. Una leonessa pronta a tutto, anche a fingere di volermi bene.
    Quando le pizze arrivarono e ci sedemmo al tavolo della cucina, Anna parlò per prima; e le sue domande erano rivolte tutte a me.
    <<Pedro mi ha detto che sei andata a Parigi. Era bella, vero? Io ci sono stata parecchie volte.>> Sorrise. <<E, fossi stata in te, non sarei tornata: insomma, chiunque vada a Parigi se ne innamora. Come chi va a Roma.>>
    <<Quando ci siamo andati,>> Disse Ste. <<tutti volevamo tornare a casa, ma Pedro ed Emma ci convinsero a restare. Quanti anni avevamo? Ah, già, sedici.>>
    <<Eravamo ragazzini, Ste.>> Disse Ka.
    L’argomento fu chiuso immediatamente, ed io ne fui assai contenta.
    Prima che potessimo sederci comodamente in salone, il campanello suonò. Dani corse ad aprire e, qualche secondo più tardi, Omar entrò in cucina. Il suo arrivo mi tranquillizzò.
    <<Io ho una domanda.>> Disse Sharon. <<Nel salone c’è un solo divano, dove ci mettiamo tutti quanti?>>
    Ci guardammo tutti e sorridemmo.
    <<Al mio tre.>> Disse Omar. <<Uno. Due. Tre.>>
    Bum. Ci alzammo tutti e lasciammo che le sedie cadessero per terra. Corremmo fino al divano, per prendere i posti migliori. Io neanche corsi, il mio posto era sempre stato sul pavimento, vicino a Pedro e appoggiavo sempre la testa sulle gambe di Omar.
    Solo dopo mi accorsi che vicino a me, sul pavimento, non c’era Pedro, ma Ste, e che Pedro s’era seduto sul divano insieme alla sua dolce metà.
    Ka mise il DVD, poi si sedette sul pavimento, vicino a Sharon.
    <<Scusate, ma l’avete visto?>> Domandò Anna, appena comparve Johnny Depp. <<Possiamo cambiare film?>>
    <<Certo,>> Dissi. <<Vuoi che metta il film delle Winx?>>
    Ste mi diede una gomitata, Omar mi diede una pacca sulla spalla. Mi voltai verso di lui, che abbassò la faccia per parlarmi.
    <<Smettila, Em.>> Sussurrò. <<Hai promesso.>>
    <<Ok, cambiamo film.>> Dissi. <<Cosa vorresti vedere?>>
    Anna mi guardò.
    <<Qualsiasi cosa, basta che non ci sia lui.>> Rispose, indicando Johnny Depp.
    <<Bene, alzati e sceglilo tu, allora.>> Sorrisi.
    <<Grazie.>>
    Si alzò e Pedro mi guardò storto. Cosa pretendeva, ancora? Stavo fingendo, ma non ero mai stata brava a fare ciò.
    Anna cambiò film. Al posto di Johnny Depp, adesso stavamo vedendo Raoul Bova, nel film di Moccia. Subito mi chiesi come mai Danilo avesse quel film.
    Dopo quasi mezz’ora di film, mi alzai ed andai in cucina. Omar mi seguì e subito mi rimproverò. A suo avviso non dovevo rispondere male ad Anna, perché non ne avevo il diritto.
    <<Te ne sei andata, Em, ed ora te la prendi con lei. Accettala, diamine.>> Sospirò. <<Lei c’è stata, per lui.>>
    <<Non iniziare anche tu, Omar. Ti prego.>> Sbuffai. <<Anzi, continua a dire quanto lui è stato male, avanti. Non pensare solo a tuo fratello. Pensi che io sia fatta di cera? Anche io ho passato dei brutti momenti, anche io sono stata di mer.da. Eppure tutto ciò che tu e tutti gli altri sapete dirmi è ‘Pedro è stato male’.>>
    Ed eccole di nuovo quelle lacrime, che speravo di non sentire più.
    <<Cosa intendi con ‘sei stata di mer.da’?>>
    <<Io…>> La voce mi si spezzò. <<Lascia perdere.>>
    Uscii dalla cucina. Nel salone tutti mi guardarono; sapevo che avevano sentito tutto, ed io non volevo dare spiegazioni a nessuno, tanto meno a Pedro, che si era alzato e mi stava venendo incontro.
    <<Emma, io..>>
    <<Lascia perdere.>> Sorrisi. <<Ste, potresti riportami a casa?>>
    Lui annuì, si alzò, prese il giacchetto e, dopo aver salutato tutti, uscimmo. In macchina restammo in silenzio, la situazione non era delle migliori e sapevo che, se avessi parlato di nuovo, sarei scoppiata a piangere.
    Ma, quando lui parcheggiò la macchina sotto casa mia, non scesi ed aspettai che lui chiedesse qualcosa.
    <<Sarebbe stato meglio restare a casa, no?>> Sorrise.
    <<Sarebbe stato meglio se fossi rimasta a Parigi.>> Ammisi.
    <<Emma, lo so che anche tu sei stata male..>>
    <<No, non lo sai. Nessuno lo sa.>> Abbassai lo sguardo. <<E non voglio fingere.>>
    <<Vuoi dirmi allora perché sei stata male?>>
    <<Non ora, Ste.>> Feci un mezzo sorriso. <<Grazie per il passaggio. Buonanotte.>>
    Mi abbracciò. Poi scesi dall’auto e rimasi ad aspettare, finché lui non si fosse allontanato.



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  6. #6
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    Predefinito Re: Le tue promesse, che valgono una vita.

    Oggi è 2 Giugno. Tra poco vedo i Finley, capperi fritti!
    Ok.
    Ma questo è uno degli 'eventi' più belli di oggi.

    Son passati due anni, e nonostante la distanza stiamo ancora qui.
    Auguri, tesoro.

    6.
    Vecchie abitudini.

    <<Pedro, svegliati. Fai tardi a scuola!>> Urlò mia madre.
    Aprii gli occhi e mi stiracchiai. Non ero pronto per affrontare un nuovo giorno di scuola, in verità non lo ero mai stato. Dal momento che anche la sveglia cominciò a disturbarmi, mi alzai, presi un paio di jeans, una maglietta e corsi in bagno, prima di Omar.
    <<Sveglia anche Emma.>> Ordinò mia madre.
    Uscito dal bagno, andai nella camera di Omar. Emma dormiva nel suo letto, visto che mio fratello aveva dormito nella mia stanza.
    <<SVEGLIATI, EMMA!>> Urlai.
    Lei aprì gli occhi e mi mandò a quel paese. Sicuramente l’avevo svegliata nel mezzo di un bel sogno.
    Era comprensibile il fatto che non volesse alzarsi, dal momento che la sera prima eravamo rimasti alzati fino a tardi a parlare.
    <<Tu non hai altro da fare, vero?>> Disse, alzandosi.
    <<No. Mi piace romperti le scatole di prima mattina.>> Sorrisi.
    <<La donna che ti sposerà avrà tutta la mia pietà.>>
    <<Il tuo futuro marito invece sarà uno sfigato.>>
    <<Sempre meglio di te sarà.>>
    <<Anche mia moglie, tesoro.>>
    Saremmo andati avanti all’infinito, se Omar non ci fosse venuto a chiamare.
    Scendemmo in cucina, dopo che lei si fu rinchiusa in bagno per qualche minuto.
    <<Vi ho preparato la colazione. Ah, Emma, i tuoi genitori tornano domani mattina.>>
    <<Chiamo zia, allora. Vado da lei.>>
    <<Scherzi? Tu resti qui, tesoro. Questa è anche casa tua.>> Disse mia madre, sorridendo.
    <<Ad Omar non dispiacerà lasciarti la stanza.>> Affermò mio padre.
    Omar le sorrise. Io mi limitai a bere il mio latte e caffè.
    <<Bene, adesso andate a scuola.>>
    <<Agli ordini.>> Dissi.
    Dopo aver preso gli zaini, uscimmo di casa. Durante il tragitto, restammo in silenzio; o almeno per la maggior parte del tempo. Avevamo un po’ di strada da fare, avrei potuto parlare, ma mi mancava il coraggio.
    <<Ti piace ancora quel tuo amico, Matteo?>> Domandai.
    Lei arrossì.
    <<Si, ma.. non sono il suo tipo.>>
    <<Te l’ha detto lui?>>
    <<No, Pè. Lo so e basta. Lui sta sempre con ragazze più.. più belle di me, che non portano jeans e felpone. Ragazze che si mettono sulla faccia un chilo di trucco. Io non sono così.>>
    <<No, non lo sei.>> Sorrisi. << Tu sei perfetta così come sei. Senza tutto quel trucco e con le felpone. E, credimi, chi non se ne accorge è un povero idiota.>>


    Mi svegliai in un letto che non era il mio, e vicino a me c’era Anna. Ero a casa sua.
    Dopo la cena a casa di Dani, m’ero fermato da lei perché non c’erano i suoi genitori, e poi eravamo finiti a letto.
    Mi alzai e raccattai tutte le mie cose; mi chiusi in bagno e pochi minuti più tardi ne uscii. Lei dormiva ancora, così le scrissi qualcosa su un foglio; poi uscii da quella casa.
    Salii in macchina, misi in moto e mi diressi a casa.
    Per tutta la notte m’era rimasta impressa nella mente la faccia di Emma e le poche parole che ero riuscito a sentire, quando aveva discusso con Omar.
    Possibile che io e lei non riuscissimo più ad essere amici?
    C’era qualcosa che mi impediva di vederla come un’ amica, ma non potevo distruggere il mio rapporto con Anna. Non dopo due anni.
    Arrivai sotto casa, parcheggiai la macchina. Entrai nel palazzo e salii fino al mio pianerottolo; arrivato lì bussai alla porta di Emma. Mi aprì proprio lei.
    <<Ciao, Em.>> Sorrisi.
    <<Ciao, Pè.>>
    <<Vieni con me a fare colazione?>>
    <<Dove?>>
    <<Al solito posto.>>
    <<Ci sto.>>
    Chiuse la porta e scendemmo giù nello spiazzale. Salimmo in macchina e lei accese lo stereo; cominciò a cambiare cento volte, perché voleva sentire il suo cantante preferito. Alla fine lo trovò e ‘Non me lo so spiegare’ invase tutta la macchina.
    <<Vedo che i tuoi gusti musicali non sono cambiati.>> Dissi.
    <<Per niente. Certe cose non cambiano.>> Abbozzò un sorriso.
    Arrivammo al solito posto, ovvero un bar a Milano. Per noi era il solito, perché passavamo là tutti i pomeriggi; ci passavamo sempre con mia madre e la sua, dal momento che non eravamo maggiorenni e non c’era permesso di stare da soli. Ma lì ci conoscevano tutti, eravamo di casa.
    <<Neanche questo è cambiato.>> Disse lei, appena scese dalla macchina.
    <<Già.>>
    Ci sedemmo ad uno dei tavolini di fuori ed aspettammo, finché il barista si avvicinò. Mi salutò con il sorriso, ma, quando vide Emma, ci pensò due volte prima di rivolgerle la parola.
    <<Ciao, Alex.>> Disse lei, sorridendo.
    <<Emma? Pensavo fossi la nuova fiamma di Pedro.>> Rise.
    <<No, sono proprio io.>>
    <<Dove sei stata tutto questo tempo?>>
    <<A Parigi.>>
    <<Il tuo amichetto,>> Indicò Pedro. <<è venuto spesso qui, senza di te. Pensavo non saresti più tornata.>>
    <<Invece è tornata.>> M’intromisi.
    <<Sono contento.>> Ci guardò. <<Cosa volete?>>
    <<Cappuccino con cornetto alla crema.>> Dissi.
    <<Cappuccino con cornetto al cioccolato.>> Disse Emma.
    <<Praticamente, prendete il solito.>>
    Alex sorrise, poi entrò nel bar.
    Il silenzio che c’era mi stava tormentando. Magari Emma ce l’aveva con me, perché ero tornato in quel bar senza di lei; ma l’avevo fatto perché mi ricordava i bei momenti. Entrambi avevamo sofferto per la distanza, lo sapevo. Sapevo che lei aveva sofferto quanto me. Ma adesso dovevamo andare avanti, riprendere la nostra amicizia.
    Alex tornò per portarci i cappuccini e poi per portarci i due cornetti.
    <<Da quando bevi il latte con il caffè?>> Domandai.
    <<Da quando ero a Parigi.>>
    <<Non t’è mai piaciuto. Volevi sempre il Nesquik dentro al latte.>>
    <<Lo so, ma dovevo abituarmi.>>
    Addentai il mio cornetto e lei fece lo stesso con il suo. Quando vidi che le era rimasto un po’ di cioccolato sulla punta del naso, risi e lei mi chiese il motivo.
    <<Emma, hai del cioccolato sul naso.>>
    <<Por.ca puzzola!>> Mi guardò. <<Ti faccio ridere, vero?>>
    Non ebbi il tempo di rispondere, perché lei prese un po’ della crema del mio cornetto e me la spalmò sulla guancia. Cominciammo a ridere, ed io presi di nuovo la crema e gliela spalmai sulla guancia; lei fece lo stesso con il cioccolato. Alla fine mangiammo due cornetti semplici.
    <<Da bambini facevamo così.>> Disse.
    <<Si vede che alcune abitudini non cambiano, Em.>> Le spostai la frangetta dagli occhi. <<Le persone non cambiano.>>
    <<E’ la cosa più bella che potesse accadere, Pè.>>
    <<Ascolta, Emma, lo so che ti senti in colpa, anche io mi sento in colpa, ma non buttiamo tutto all’aria. Tu sei la persona più importante, per me. Sei parte della mia famiglia. Lasciamoci alle spalle ciò che è successo e viviamo il presente. Perché scherzare con te m’è mancato.>> Mi abbracciò. <<Ti voglio bene, Em.>>
    Dopo esserci puliti la faccia, ci alzammo, dividemmo il conto e tornammo in macchina.
    <<Ti porto a casa?>>
    <<Potresti portarmi da Sharon?>>
    <<Certamente.>>
    <<Ah, Pè..>>
    <<Dimmi.>>
    <<Mi è mancato tutto questo.>>



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  7. #7
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    Predefinito Re: Le tue promesse, che valgono una vita.

    7.
    Arrivi
    .

    Da quando ero tornata a Legnano, i mesi erano passati troppo velocemente; anche Maggio stava per finire. Tutte le cose avevano trovato di nuovo il loro equilibrio; non provavo più nessun fastidio nel vedere Anna insieme a Pedro, perché si vedeva lontano un miglio che lei ci teneva davvero tanto a lui. Magari ci teneva più di me.
    <<Tra un po’ è il compleanno di Ka.>> Mi disse Sharon, una mattina.
    <<Hai già deciso che regalo fargli?>> Domandai.
    <<Non glielo facciamo tutti insieme?>>
    <<Si, ma pensavo volessi farglielo da sola. Avete legato parecchio in questi mesi e..>>
    <<E pensavi che stessimo insieme.>> Finì la frase.
    <<Bè, si.>> Sorrisi.
    Cominciammo a camminare per il centro di Milano, senza una meta precisa.
    <<Oggi ceniamo a casa di Pedro ed Omar, vieni?>> Mi chiese, dopo un po’.
    <<Pedro me l’ha già chiesto. Si, vengo.>>
    <<Bene, così non dovrò sopportare Anna.>>
    <<Non ti va a genio?>>
    <<Per niente. Non amo il suo comportamento. Tu,>> Disse, guardandomi dritta negli occhi. <<tu dovresti cacciarla a calci nel sedere.>>
    <<Perché?>>
    <<Sei impazzita, Em? E’ un tuo diritto.>>
    <<Si, lo era. A me sta simpatica, sono felice che Pedro l’abbia conosciuta.>>
    Mi guardò storto, ma non disse altro. Continuammo a camminare, fermandoci solo qualche secondo davanti alle vetrine. Poi Sharon vide un negozio di musica ed entrò, abbandonandomi di fuori. Decisi così di continuare la mia camminata e di tornare il più in fretta possibile da Sharon. Amavo passeggiare per le strade di Milano, ma amavo di più camminare per quelle di Parigi. Mi mancava quella città, e alla prima occasione ci sarei tornata.. questa volta, non per tanti anni.
    Quando tornai indietro, Sharon era ancora dentro al negozio, così decisi entrare.
    Anche io, come Sharon e come gli altri quattro scapestrati, amavo la musica, amavo soprattutto suonare la chitarra, anche se ero decisamente un’ impedita ed avevo mollato subito.
    <<Emma, guarda!>> Urlò Sharon, indicando una chitarra elettrica.
    <<Ka ha lo stesso modello.>> Dissi.
    <<Già. Amo le chitarre di Ka.>> Sorrise. <<Tu hai ripreso a suonare?>>
    <<Macché! Ho lasciato perdere.>>
    <<Sempre la solita. Fossi rimasta qui, t’avrei costretta a continuare!>> Sorrise. <<Bè, adesso sei qui, quindi preparati!>>
    <<La mia chitarra sta a Parigi.>>
    <<A Parigi?>>
    <<Si. Quando mio padre torna, porta la chitarra.>>
    <<E perché l’hai lasciata lì?>>
    <<Non lo so. Non l’ho neanche suonata;se proprio vuoi saperlo, l’ho lasciata nella sua custodia.>>
    Lei si voltò; sapevo che si era offesa. Lei, Pedro, Omar, Dani, Ka e Ste m’avevano regalato quella chitarra, per il mio tredicesimo compleanno. L’avevo portata con me, il primo anno l’avevo suonata, qualche volta, ma poi, dopo aver comunicato che sarei rimasta a Parigi fino a tempo indeterminato, quella chitarra era rimasta nella custodia, a prendere polvere.
    Mi avvicinai a lei.
    <<Lo sai che amo quella chitarra.>> Ammisi.
    <<Ci credo, Em.>>
    <<Allora, quando papà me la porta, ti và di darmi lezioni?>>
    <<Va bene.>> Mi guardò, sorridendo.<<Quando torna tua padre?>>
    <<Non ne ho idea.>>

    La sera, prima che potessi uscire di casa ed entrare nella casa davanti alla mia, qualcuno bussò alla mia porta. Pensavo fosse mia madre, che era uscita con i genitori di Pedro e che, sicuramente, s’era dimenticata le chiavi. Rimasi sorpresa nel vedere che non era mia madre, ma Anna.
    <<Ciao, disturbo?>> Domandò.
    <<No, figurati.>> Mi spostai. <<Entra.>>
    Lei entrò e si accomodò sul divano del salone.
    <<E’ strano vedermi qui, lo so. Neanche io pensavo che avrei potuto parlare tranquillamente con te.>>
    <<In effetti hai ragione.>>
    <<Volevo chiederti pochissime cose e spero tu non te la prenda.>>
    <<Le domande non hanno mai ucciso nessuno.>>
    <<Bene.>> Sospirò. <<Da quanto tempo conosci Pedro?>>
    <<Da.. bè, da quando sono nata. Lui ha un anno in più di me, come il resto della banda.>>
    <<Quindi sei la sua migliore amica?>>
    <<Credo che ormai sono solo un’amica.>>
    <<E’ da un po’ che lo sento diverso. E vorrei sorprenderlo, fargli un regalo, ma sinceramente non so cosa fargli.>>
    <<Come non sai cosa fargli?!>>Domandai, stupita.
    Era o no la sua ragazza!?!?!?
    <<Non riesco a decidere cosa fargli. Si è un po’ distaccato, in questo periodo. Io voglio dimostrargli che lo amo ancora, come il primo giorno.>>
    <<Potresti… potreste partire per un viaggio; oppure potresti organizzare una cena insieme, soltanto voi due.>>
    <<Questa è un’ottima idea!>> Si alzò. <<Grazie.>>
    Dovevo fargli una domanda, o volevo fargli una domanda. In fondo, io non avevo mai saputo nulla sulla vita di Legnano nei cinque anni che ero stata assente. La mia era semplice curiosità.
    <<Anna,>> Lei mi guardò. <<come.. come hai conosciuto Pedro?>>
    <<L’ho conosciuto alla stazione dei treni, era Dicembre. Fuori nevicava, i miei avrebbero ritardato qualche minuto, così mi sono seduta su una panchina. Mi accorsi di lui poco dopo: teneva in mano il cellulare, aveva lo sguardo basso. Mi avvicinai e cominciammo a parlare.>>
    Rimasi a guardarla come una scema e, non sapevo perché, le lacrime lottavano per uscire, per bagnare il mio viso. Ricordavo quel giorno, ricordavo ogni parola di quel giorno.
    Allontana il passa, stupida, pensai.
    <<Andiamo.. andiamo insieme da Pedro?>> Domandai.
    <<Certamente.>>
    Presi le chiavi di casa. Mi chiusi la porta alle spalle e poi aspettammo che Pedro ci venisse ad aprire la porta. La sua sorpresa nel vedere me ed Anna in perfetta sintonia fu identica alla mia, quando Anna entrò in casa mia.
    Pedro sorrise, poi si spostò e ci fece entrare. Omar era in salone a guardare la Tv, come al solito. Mi sedetti subito accanto a lui sul divano, per lasciare i due innamorati in santa pace.
    <<Mi fai vedere se, su qualche canale di musica, passa un video di Tiziano?>> Chiesi.
    <<Abiti a due passi: vai a casa tua, vedi se c’è Tiziano e poi ritorna.>> Rispose lui.
    <<Dammi il telecomando, idiota.>>
    <<Neanche per sogno, donna.>>
    <<Acido, in questo modo morirai zitello.>>
    <<Se vuoi venire a letto con me, non utilizzare la scusa del telecomando.>>
    <<Sei veramente idiota, tesoro. Dammi il telecomando, adesso.>>
    Riuscii, non so come, a fregargli il telecomando e, quindi, a cambiare canale e a cercare un video di Tiziano Ferro. Lo trovai, stavano passando ‘Xverso’.
    <<Tu lo trovi sempre, mamma mia!>> Disse Omar, esasperato.
    <<Taci, uomo.>>
    Cominciai a cantare, come al solito, ed Omar rideva come un matto.
    <<Finito il tuo concerto.>> Disse, cambiando canale. <<Torno a vedere il calcio.>>
    <<Distruggi sogni.>>
    Qualche minuto più tardi arrivò il resto della banda ed insieme a loro arrivarono le pizze. Come al solito, avevamo fatto un misto di pizze, così da poter mangiare un pezzo di ogni tipo. Ad Omar fregai quella con i gamberi, e lui mi rubò la boscaiola. Questo ‘spettacolino’ incuriosì Anna, che, dopo un po’, attirò l’attenzione di tutti.
    <<State per caso insieme?>> Domandò.
    La pizza mi andò di traverso, mentre Omar si limitò a ridere, come gli altri. Pedro abbassò lo sguardo.
    <<Davvero pensi che io e lei stiamo insieme? Per favore!>> Spiegò Omar, ridendo.
    <<Io con questo essere? Preferisco morire zitella, come zia Jane.>> Ammisi.
    <<Ciccia, ti piacerebbe.>> Disse Omar.
    <<Manco morta, ciccio bello.>> Ribattei.
    <<Bene. Qui abbiamo finito. Andiamo a vedere un film?>> Disse Ste.
    <<Non vediamo un film, ho comprato un gioco!>> Urlò Dani.
    <<Siamo persone adulte.>> Sottolineò Sharon.
    <<Ma questo è Twister!>> Urlò Dani, di nuovo.
    Ci alzammo, spostammo il tavolo del salone e Dani stese a terra il tappetino del Twister. Io, Omar e Pedro non prendemmo parte al gioco, preferimmo guardare gli altri e ridere. Passammo un’ora così, e questo bastò a rendere la serata divertente.
    <<Ho un’idea.>> Disse poi Ka.
    <<Siamo fot.tu.ti!>> Disse Sharon.
    <<Spiritosa. Facciamo il gioco che facevamo quando eravamo piccoli.>>
    <<Nascondino?>> Domandò Omar.
    <<No, ci mettiamo seduti ed ognuno rivela ad alta voce il ricordo più bello.>>
    <<E questo ti sembra un gioco?>> Domandò Ste.
    <<Zitti. Tutti seduti.>> Ci sedemmo. <<In ordine alfabetico.>>
    Guardammo tutti Anna, che sorrideva. Rimase in silenzio per qualche minuto, spostando lo sguardo da me a Pedro e viceversa. Che ce l’avesse con me?
    Sorrise.
    <<Penso… il giorno in cui… in cui siamo entrati nella casa qui davanti, dove ora abita Emma.>>
    Il mio cuore cessò per un momento di battere, metaforicamente. In pochissimi secondi nella mia mente s’erano raggruppate le peggiori apposizioni, che potessi attribuire ad entrambi. E quelle parole lottavano per uscire, come qualche ora prima avevano lottato le lacrime.
    Pedro non disse nulla, neanche mi guardò: il suo sguardo rimase fisso sulla ragazza.
    <<Ok, non scendiamo nei particolari.>> Disse Sharon. <<Dani, tocca a te!>>
    <<Credo.. il giorno in cui è uscito il nostro primo CD.>> Rispose lui, prontamente.
    In cuor mio, speravo ci mettesse un po’ di più, perché adesso toccava a me. Sapevo che, se avessi aperto bocca, le uniche parole, che sarebbero uscite, sarebbero state insulti.
    <<Emma, dicci il tuo.>> Mi esortò Ste.
    Prima che potessi parlare, il campanello suonò. Ne fui grata. Omar aprì la porta e subito mi chiamò: qualcuno mi cercava.
    Davanti a me c’era un ragazzo alto, capelli biondi, occhi azzurri, e soprattutto parigino.
    <<Bonsoire, Emma.>> Esclamò, appena mi vide.
    <<Pier!>>



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  8. #8
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    Predefinito Re: Le tue promesse, che valgono una vita.

    8.
    Dalla Francia con amore.


    Omar tornò a sedersi per terra, vicino a Sharon. Gli chiesi chi fosse il ragazzo, ma lui non seppe darmi una risposta.
    Emma tornò in salone, sorridendo e tenendo per mano il nuovo arrivato.
    <<Lui è Pier.>> Disse, indicando il ragazzo. <<E loro sono i miei migliori amici.>>
    <<Salve, ragazzi.>> Ci sorrise.
    <<Ciao, amico.>> Disse Ka, alzandosi. <<Io sono Ka, loro sono Omar, Dani, Ste, Anna, Sharon e Pedro.>>
    Lui ci salutò di nuovo ed ancora con il sorriso sulle labbra. Poi Emma lo invitò a sedersi in cerchio, tra me e Dani; gli spiegò brevemente cosa stavamo facendo. Lui decise di unirsi al ‘gioco’.
    <<Allora, partiamo da Emma.>> Disse Ste.
    Volevo sapere quale fosse il suo ricordo più bello; volevo sapere se in quel ricordo ero presente anche io.
    Nei mesi trascorsi, dopo il suo ritorno, le cose erano migliorate, eravamo tornati ad essere gli stessi di cinque anni fa. La sentivo più vicina, e non importava il fatto che provassi per lei un sentimento più forte. Io la rivolevo nella mia vita, perché ne aveva sempre fatto parte.
    I miei desideri, però, non furono esauditi.
    <<Si è fatto tardi, Pè.>> Mi disse Anna. <<Mi accompagni a casa?>>
    <<Certamente.>>
    Mi alzai ed andai a prendere le chiavi della macchina; una volta rientrato in salone, Pier non c’era più. Sperai con tutto il cuore che fosse tornato a casa sua, anche se la cosa era impossibile. Lui ricomparve.
    <<Excuse moi, Emma.>> Le porse un regalo ed una rosa rossa. <<Questi sono per te.>>
    Lei arrossì, prese la rosa, l’annusò, poi la appoggiò sul tavolino del salone. Scartò il regalo e trovò un libro, capii che era un libro di Agata Christie.
    <<Grazie, Pier, non dovevi.>> Rispose lei, abbracciandolo.
    Rimasi a fissarli, come se lei mi stesse tradendo con un altro ragazzo.
    Anna mi diede una gomitata, la guardai ed uscimmo di casa. In macchina, appena partimmo, lei cominciò a parlare.
    <<Sono passata da Emma, prima di venire da te. Lo sai, è stata gentilissima; mi dispiace di aver sospettato di voi,davvero. Mi ha detto lei che ormai siete solo amici.>>
    Semplici amici.
    <<Non so se c’è stato qualcosa tra di voi, e non voglio saperlo.>>
    Parcheggiai, ci salutammo, poi ripartii. Volevo restare solo, partire per qualche giorno, senza cellulare, soltanto con il mio mp3. Non pensare a niente, a nessuno, soltanto a me.
    Quando entrai in casa, trovai Emma sul divano, ma degli altri nessuna traccia.
    <<Sono a casa mia.>> Ammise lei.
    <<A fare cosa?>>
    <<E’ tornato mio padre.>>
    <<Emma, è fantastico. Non sei contenta?>>
    <<Molto.>>
    <<Allora che ci fai qui? Vai ad abbracciarlo, corri.>>
    <<Vado subito, volevo soltanto avvertirti.>>
    <<Vengo con te.>>
    Uscimmo di casa ed entrammo nell’altra. Il padre di Emma mi salutò, con il solito tono gentile; poi abbracciò Emma, la strinse forte, le baciò la fronte.
    <<Sei cresciuta in questi mesi, Emma. Ti ho portato una cosa.>>
    Le diede la chitarra.
    <<Grazie, pà!>> Si voltò verso Sharon. <<Adesso puoi insegnarmi a suonare la chitarra.>>
    In tutto questo quadro, gli altri stavano zitti, sorridevano a mala pena. Anche Pier, che ancora non capivo cosa c’entrasse con la famiglia di Emma, stava zitto, guardava soltanto Emma.
    <<C’è anche un’altra sorpresa.>> Disse Pier, avvicinandosi a lei. <<Rimango qui.>>
    Emma sorrise e lo abbracciò e lui la baciò sulle labbra.
    Sembrò che un fulmine mi colpisse: rimasi paralizzato là davanti, il mio volto non mostrava nessuna emozione, era diventato pallido. Era il suo ragazzo. Lei era sua. La mia piccola Emma era sua. Sua, non mia.
    Pedro, caz.zo, non è più la tua Emma da quattro anni, da quella chiamata, pensai.
    Quando fu ora di andarsene, io me ne andai per ultimo ed Emma mi seguì. Eravamo soli, sul pianerottolo.
    <<Sai, Anna m’ha detto che è venuta da te, oggi. Sono contento che tu le abbia detto che siamo amici.>> Sorrisi e m’avvicinai a lei. <<Ma tu sei più di questo, Em.>>
    Alzò la testa e mi guardò.
    <<Lo so. Per Pier.. io volevo dirtelo, davvero.>>
    <<Non sono il tuo ragazzo, Em. Sono il tuo migliore amico, certe cose puoi pure non dirmele.>>
    <<Mi dispiace.>>
    <<Anche io cercherò di andare d’accordo con lui.>>
    <<Sei il migliore, Marco Pedretti.>>
    Passammo qualche secondo in silenzio, poi decisi di parlare.
    <<Alla fine ci sei riuscita, hai realizzato il tuo sogno: è un parigino!>>
    Mi guardò, e cercò di capire a cosa mi riferissi; ci riuscì.
    <<Già, come piace a me.>>
    <<Sono contento. E.. sei stata, sei felice con lui?>>
    <<Si. Si, sono felice.>>
    <<Bene, credo che per te possa andare bene.>>
    <<Grazie, Pedretti.>> Sospirò. <<E tu sei felice?>>
    Sorrisi.
    <<Buonanotte, Emma.>>
    Entrai in casa e mi sedetti sul divano, dove poco prima si era seduta anche lei. C’eravamo riusciti, avevamo stabilito il nostro equilibrio; eravamo di nuovo i due migliori amici, inseparabili. Io avevo Anna, lei aveva Pier, e a quanto pare questo ci piaceva, eravamo felici. Era sempre stato questo, il nostro progetto, da quando eravamo piccoli: essere felici.

    I miei erano usciti con i genitori di Emma. Omar stava con degli amici. Ka e Dani erano partiti. Sharon stava dagli zii. Ste stava in punizione. C’eravamo solo io ed Emma, a casa mia.
    Avevamo cenato con pizza e coca cola, mentre guardavamo ‘Edward Mani di Forbice’, il film preferito di Emma.
    Per la prima volta, i nostri genitori c’avevano lasciato soli a casa, con la condizione che ‘Non avremmo aperto a nessuno.’
    Avevamo tredici e quattordici anni, ce la saremmo cavata.
    <<Stai ancora con Valentina?>> Mi domandò.
    <<Si.>>
    <<Non ti stanchi mai di lei?>>
    <<Come fai a stancarti della persona che ami?>>
    <<Non lo so.>>
    <<Perché non sei mai stata innamorata, tesoro.>>
    <<Il mio fidanzato m’aspetta a Parigi.>>
    <<Addirittura?>>
    <<Si.>> Sorrise. <<Dai, Pè, hai quattordici anni, il vero amore arriverà più tardi.>>
    <<Ci credo.>> La guardai. <<L’importante è essere felice.>>
    <<Facciamo un patto: quando saremmo veramente felici, ce lo diremo.>>
    <<Promesso.>>
    In quel momento le avrei voluto gridare ‘Sono felice.’, perché insieme a lei lo ero sempre. Ma questo lei non avrebbe mai saputo.


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  9. #9
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    Predefinito Re: Le tue promesse, che valgono una vita.

    9.
    Ristrutturazione
    .

    Il giorno dopo, ogni cosa aveva trovato il giusto equilibrio: mio padre era tornato, era arrivato Pier, e questo non aveva infranto il mio rapporto con Pedro. Le cose potevano soltanto migliorare.
    Il mese di maggio stava arrivando quasi al termine e tutti quanti, ad eccezione di Ka, ci dedicammo al regalo di compleanno di questo, che diventava il più vecchio del gruppo.
    Finalmente, la mattina riuscii a fare colazione con mia madre, mio padre e Pier.
    <<Ho visto la tua camera, Emma. Non pensi sia ora di colorare le pareti?>> Mi disse mio padre.
    <<Perché?>> Domandai.
    <<Non ha tutti i torti, tuo padre.>> Disse mia madre.
    <<Va bene. Scelgo io il colore, però.>>
    <<Perfetto.>> Mio padre rise. <<Che colore vuoi?>>
    <<Blu.>>
    <<Blu? Emma, non è un po’ troppo scuro?>> S’intromise Pier.
    <<Per niente, è il mio colore preferito, quindi scelgo blu.>> Ripetei.
    <<Va bene. Oggi pomeriggio mi metto al lavoro.>>
    <<No, papà.>> Lo fermai subito. <<Ci penso io.>>
    <<Tu? Emma, non puoi farlo da sola.>> Mi ammonì mia madre.
    <<Non da sola. Ci penserò con i miei amici.>>
    Dopo aver finito di fare colazione, mandai un messaggio a tutti, dicendo di vederci a casa di Pedro, perché dovevo chiedere a tutti un favore. Sharon, Ste e Dani risposero subito; Ka ci mise un quarto d’ora, e la sua giustificazione fu ‘Ho sonno, non puoi pretendere che mi svegli per te.’ Sempre gentile, lui.
    Pedro ed Omar mi maledirono perché gli fregavo sempre casa; ma quella era una seconda casa per me. In quella casa, accadevano soltanto cose belle.
    <<Devo colorare la camera. Cambiare colorare le pareti.>> Dissi, quando tutti furono presenti.
    <<E quindi?>> Domandò Ka.
    <<Ho detto a papà che l’avrei fatto io.>>
    <<E ci hai messo in mezzo, vero?>> Chiese Dani.
    <<Esatto.>>
    <<Sempre la solita Emma.>> Disse Omar.
    <<Accettate?>> Chiesi.
    <<Io ci sto. Sarà divertente.>> Disse Sharon. <<Ma tu ce li vedi sti cinque a fare questa cosa? Io no.>>
    <<Accettiamo!>> Dissero Pedro e Ste.
    <<Grazie. Alle quattro a casa mia!>>
    Ci separammo ed io tornai a casa mia. Mio padre aveva lavorato tutta la mattina, aveva spostato il mio letto e la scrivania al centro della stanza, e per il pomeriggio avevamo già portato quattro secchi di vernice blu in camera mia. Dopo pranzo, i miei uscirono insieme a Pier e qualche minuto più tardi arrivarono i miei amici, inclusa Anna.
    Tutti si erano messi una tuta, Anna no. Perfino in quell’occasione doveva spiccare: indossava una gonna ed una maglietta bianca, senza spalline.
    <<Ringraziala: è venuta, almeno!>> Mi disse Ste.
    Decidemmo di dividerci le pareti: Sharon dipingeva con Ka, Ste con Dani, io con Omar, Pedro con Anna, che ogni cinque secondi si lamentava di qualcosa: ‘il colore era brutto.’ ‘mi sporco la maglietta’, ‘visto che è maggio e fa caldo, perché non andiamo al mare?’. Alla fine, si tappò la bocca.
    Sharon e Ka non dicevano nulla, ad alta voce. Parlavano sottovoce, con molta discrezione, come se avessero paura di qualche giudizio.
    Dani e Ste facevano i cretini, non essendo in coppia con una ragazza, facevano finta a turno di esserlo e si inventavano delle storie. Insomma, ridevamo tutti come degli idioti.
    Io ed Omar restammo in silenzio, io passavo la maggior parte del tempo a guardare gli altri.
    Ad un certo punto, sentii la risata di Omar: rideva del fatto che volevo dipingere la parte alta della parete, ma, dal momento che ero bassa, non ci riuscivo.
    <<Nana!>> Disse, ridendo.
    <<Idiota!>> Gli risposi.
    <<Io almeno arrivo un po’ più su.>>
    <<Avessi qualche centimetro in più, ci arriverei anche io.>> Protestai.
    <<Ti do una mano, nana.>>
    Io acconsentii, pensando che prendesse il pennello e dipingesse per me. Ma no! Lui mi prese in braccio, e tutti scoppiarono a ridere, lui compreso.
    <<Non provare a fare nulla, scemo!>> Lo ammonii.
    <<Sbrigati, non sono Superman.>>
    Non riuscii a finire di dipingere, perché cominciai a ridere, il pennello mi cadde, ed io finì tra le sue braccia. Era la situazione più strana di questo mondo, più impensabile.
    <<Mettimi giù..>> Dissi.
    <<Come vuoi! Prendi la scala, la prossima volta.>> Sorrise.



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