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Risultati da 1 a 3 di 3
  1. #1
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    Predefinito • November Rain. «

    • November Rain. «

    «Se tu vieni, per esempio, tutti i giorni alle quattro,
    dalle tre io comincerò a essere felice.»
    Antoine de Saint-Exupéry, Il Piccolo Principe.

    • Prologo •
    Ricordo il caldo e la luce. Una meravigliosa sensazione di benessere che, come una morbida scossa, attraversava ogni singola fibra del mio corpo. Aveva dato inizio alla mia vita, una vita che non era una vita. Io non vivevo. Io esistevo, ma vivere non sapevo che volesse dire.
    Quel 23 novembre sembrava che quella pioggia indifferente non volesse smettere di cadere su una Milano infreddolita e fin troppo cupa. A differenza dei milanesi, io l’accoglievo come un dono. Un’amica che nascondeva le mie lacrime ai quei sorrisi finti di compassione delle persone.
    Ero appena uscita da scuola e mi affrettavo verso la fermata della metro; camminavo in quella strada che da pochi giorni avevo iniziato a seguire e mi coprivo col cappuccio.
    Arrivai sotto casa mia, venti minuti dopo. E fu allora.
    Ora le domande mi vengono spontanee, incontrollabili. E se avessi perso la metro, quel giorno?
    Mi chiedo cosa sarebbe successo se avessi deciso di non tornare a casa in orario, se avessi deciso di restare fuori.
    Se non mi fossi voltata e se i miei occhi non si fossero posati su di te.
    Ma intanto, in quel lontano 23 novembre, eri semplicemente un ragazzo sotto una pioggia insistente. E tu eri lì, incurante delle sue gocce senza pudore, e avevi lo sguardo perso e insicuro dall’altra parte della strada.
    Non ti accorgevi di me.
    Non sapevi che saresti stato tu a dare una svolta alla mia esistenza, a farmi capire che della vita non ne facevo parte. Che io non vivevo. Io esistevo. Ma “vivere”, fino a quell’istante in cui mi fermai a guardarti, non sapevo che cosa volesse dire.
    ________________________________

    Buonasera! Eccomi di nuovo!
    Per chi non mi conoscesse, io sono Erika, piacere
    Be', eccomi con una nuova Fan Fiction v.v L'altra ho quasi concluso di postarla, quindi perché non pubblicarne una nuova?
    Premetto che all'inizio può sembrare un po' pallosa, ma andando avanti credo che sarà più scorrevole. Quell'obrobrio sopra sarebbe il prologo di questa FF che credo sia... ahm... folle?
    Ah, un'altra premessa: l'età dei protagonisti (che chissà chi saranno, questi protagonisti xD) è un po' sballata - in realtà ce n'è solo uno che ha sei anni in più del normale, ma okay
    Be', spero mi commentiate anche questo piccolo inizio, ditemi se vi "piace", se attira la vostra attenzione, se vi sembra banale o.. qualunque cosa. Ditemi anche solo "L'ho letto!" :3
    Besos

    http://forum.teamworld.it/forum1743/...ml#post8075799
    Ultima modifica di NanaSpacacke; 07-12-2011 alle 11:51

  2. #2
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    Predefinito Re: • Your arms are my castle and your hearts is my sky. «

    • Butto le mani al cielo, magari prendo il volo. Dove sarò domani? Ora non lo so. •


    Mi trovai di fronte a una casa grande, in legno, con delle grandi finestre, da cui si notava il pallido rosso-magenta delle tende.
    Era immersa dalla natura, nascosta da un lungo viale di alberi dalle foglie scolorite, e dava su un piccolo laghetto dall’aria gelida.
    Il vento portava alle mie orecchie un rilassante fruscio di foglie e pizzicava il mio viso; mi stancava gli occhi.
    Decisi di andare avanti, e salii quei quattro piccoli gradini che portavano alla veranda, spaziosa poco più di un balcone quadrato. Bussai alla porta, che non tralasciava nessun rumore dall’interno. Ero sul punto di bussare di nuovo, quando sentii il rumore di una chiave girarsi nella toppa della serratura, e allora riportai la mano sul fianco.
    Era una signora bassa, anziana, dai capelli d’argento e lo sguardo stanco, ma familiare. Portava uno scialle lilla sulle spalle e un medaglione dorato al collo. Si reggeva su un bastone e restava immobile sulla porta. Mi osservava.
    «Francesca?» domandò, con una voce leggera e pacata.
    Sorrisi. Quanta tenerezza mi faceva. «Sì, signora. Sono Francesca.»
    «Ti aspettavo per le otto. Ma sono contenta di averti qui.»
    Le sue labbra si allargarono in un sorriso sincero, un sorriso che da subito mi ricordò incredibilmente il mio.
    «Entra, figlia mia, non stare al freddo» si fece da parte per farmi entrare.
    Con un “Permesso” sulle labbra, entrai in quella casa che sembrava troppo per una ragazza come me.
    Si chiamava Angela. Mi avrebbe ospitata per un po’.
    Mia madre era rimasta a Palermo, aveva mandato me in una provincia di Milano, a trovare le risposte alle domande che per anni avevo fatto a lei. Aveva detto che scoprirlo da sola mi avrebbe aiutata a crescere, a fare patti con la vita e a rispettarli, ad imparare a cavarmela da sola. Mi aveva detto che le risposte andavano cercate, che sarebbe stato troppo facile saperlo così, ma troppo difficile da accettare. Aveva detto che se fossi stata io ad andarle a cercare avrei imparato a ricevere la verità come un dono, più che come un’accusa.
    E mi aveva lasciato un indirizzo in mano, un indirizzo da cui poter partire.

    Mi ritrovavo con Angela in un imbarazzante silenzio, seguito da un sorriso da parte sua.
    Mi disse che assomigliavo molto a mia madre, ma che avevo gli stessi occhi di mio padre.
    Quella sera fu l’inferno e bruciò in quel che mi parve un istante.
    Parlare con Angela era una cosa così piacevole, per me, che anche avendo parlato fittamente con lei per un’ora - oltre che durante la cena -, avevo ancora una voglia incredibile di farle domande. Non su di me, su quello che lei avrebbe potuto sapere della mia storia. Ma di lei. Quella donna mi affascinava così tanto che se non fossi stata distrutta dalla stanchezza, sarei rimasta con lei a parlare anche tutta la notte.
    Ma i miei occhi erano stanchi, e alle nove avevo trascinato i miei piedi in quella che per più di otto mesi sarebbe stata la mia stanza. Mi ero infilata sotto calde coperte, e con un nome sulle labbra mi ero lasciata rapire da Morfeo.
    Quel nome era Marco Pedretti.

  3. #3
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    Predefinito Re: • Your arms are my castle and your hearts is my sky. «

    • Senza il rancore che le tue paure siano pure. •

    La mattina seguente mi ero svegliata di buonumore. Angela mi aveva lasciato scritto in un post-it giallo che era andata a messa e che sarebbe tornata alle dieci e mezzo.
    E io ne avevo approfittato per una doccia calda e per disfare la valigia. Non ci avevo messo tanto. Infatti, una volta finito, ebbi il tempo di dare un’occhiata alle foto e agli oggetti che c’erano nel pianoterra della casa. Ce n’erano parecchie di fotografie; molte di queste erano in bianco e nero, altre molto artistiche.
    Ero sicura che Angela fosse stata una bellissima donna, da giovane.
    Il rumore della chiave che veniva girata nella toppa della serratura, mi fece distogliere lo sguardo da quelle foto. Mi girai verso la porta con uno scatto.
    E scoprii che Angela non era sola: con lei c’era anche un ragazzo delle foto, quello dall’aspetto più di un uomo che di un ragazzo, più cresciuto e serio.
    «Buongiorno, Francesca» mi aveva salutato lei, trascinandosi dentro casa con il bastone e mantenendosi al braccio di quell’uomo non molto alto, dai capelli corti e neri come la pece.
    «Buongiorno, signora Angela» ricambiai il saluto, sentendomi timida sotto il suo sguardo.
    Il tizio dai capelli neri si assicurò che Angela stesse seduta bene sul divano per allontanarsi da lei e andare a chiudere la porta.
    «Omar, lei è Francesca» continuò lei. «Francesca, lui è mio nipote Omar.»
    Decisi di muovermi e di non stare lì, impalata come una statua. Mi avvicinai a lui, che nel frattempo aveva raggiunto Angela.
    Allungò la sua mano verso di me. Ancora ora non so perché non avessi colto subito il gesto, ma dopo aver capito, tesi a mia volta la mia mano e lasciai che venisse afferrata dalla sua. Il contato mi aveva dato la scossa e mi aveva portato ad allontanarla con uno scatto, come se mi fossi bruciata col fuoco.
    Mi sentii improvvisamente come una statua che senza preavviso prende vita dall’interno.
    Era come un deja-vu. Era come una cosa che avevo già provato, già vissuto. Era un contatto estraneo dal punto di vista oggettivo. Ma da quello soggettivo era familiare. Mi sentivo come a casa; era stato come aver ricevuto un abbraccio da mia madre. E mamma me ne dava raramente di abbracci.
    «Che c’è?»
    La sua voce fece scoppiare la bolla che mi aveva racchiuso e portato via dalla realtà di quell’istante. Mi sentii ancora più in imbarazzo. «Nulla... Pensavo.»
    «A cosa?» chiese Angela.
    «Oh, nulla di importante» mi girai a guardarla. Aveva un sorriso dipinto sul volto.
    «Ogni cosa ha la sua importanza. Avanti, raccontami.»
    «Ma non è nulla di importante... Solo che...»
    «“Solo che” cosa?» Fece cenno a me e ad Omar di sederci sul divano.
    «Un deja-vu» ammisi sedendomi.
    Era imbarazzante, non c’è che dire. Ma non me la sentivo di dire una bugia. Mi era sembrata una persona sincera e volevo anch’io esserlo con lei.
    «Ah. Sai, mi è capitata la stessa cosa» prese parola Omar.
    «Davvero?» chiesi incredula.
    «Già. Sono sicuro di averti già vista da qualche parte, ma non riesco a ricordare dove.»
    Senza che me ne accorgessi, senza che riuscissi a trattenermi, lasciai che le mie labbra si stendessero in un sorriso. «Be’, in ogni caso, piacere di conoscerti.»
    Sorrise anche lui. «Il piacere è tutto mio.»
    Io ancora non lo sapevo, ma tutta la verità era più vicina di quanto avrei potuto immaginare.
    _____________________________
    Buonasera v.v
    Siamo ancora pochi, eh? D:
    'Fa niente: pochi, ma buoni.
    http://forum.teamworld.it/forum1743/...ml#post8075799

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