La valigia che oscillando mi cade sulla gamba insieme al borsone nero mi fa aprire gli occhi di scatto. E manda il mio battito cardiaco ad una velocità disumana. Non è paura, è ansia. Sbatto due, tre volte di seguito le palpebre, per ri-inumidire le mie lenti a contatto, asciugatesi a causa del mio piccolo sonnellino. Davanti a me una bambina. Bionda. Occhi azzurri. Gioca con la sua bambola e di tanto in tanto mi dedica uno dei suoi sguardi curiosi, rigirandosi subito non appena si accorge che anche io la sto scrutando e le sorrido. La sua mamma è seduta accanto a lei. Le riserva tenere carezze sul caschetto di capelli e la stringe forte a sé. Ha gli occhi persi nel vuoto la donna. Quasi come me. Forse come me anche lei sta scappando da una vita che non sente più sua. O forse sta semplicemente tornando a casa, dove l’attende il caloroso abbraccio del suo uomo. Io scappo proprio da questo, ma nel mio caso non si trattava di un caloroso abbraccio. La mia specialità è sempre stata scappare. Sono fuggita dalla mia terra per arrivare in una fredda città e perseguire quella che ai miei occhi sembrava ‘la vita perfetta’. L’avevo trovata, l’avevo trovato! Anche se forse ora mi sembra solo che mi sia illusa. Perciò ho abbandonato quella terra fredda per fuggire, nuovamente, in un’altra, ancora più fredda. Fuggo dall’amore perfetto, perché perfetto non era. ‘I’ve been a victim of a selfish kinf of love’ cantava Michael Jackson… beh, anche per me era un amore egocentrico, edonistico. Ci amavamo, ci volevamo solo per il nostro stare bene. ‘Siete perfetti insieme’ dicevano tutti. Probabilmente lo eravamo davvero, grazie allo stesso carattere che ci legava. Una sola occhiata bastava per dirci tutto, per farci sorridere o per ferirci. Non c’era bisogno di parole. Ecco cosa ci ha rovinato. Una parola di troppo quando non serviva, una in meno quando ne sentivamo disperatamente l’urgenza. ‘Siete perfetti’, ma perfetti significa mai. La bimba intimidita mi si avvicina. Faccio finta di non notarla, tenendo lo sguardo fisso sul finestrino. Le sue manine si poggiano, pacate, sulla mia pancia gonfia ed incontrano la mia mano sinistra. L’accarezza. Le sorrido e con due dita le liscio la guancia paffutella. Si gira verso la sua mamma e le dice qualcosa che io non posso capire. La madre le sorride e rispondendole la prende tra le sue braccia. Non afferro nulla di quello che dicono, non conosco la lingua, ma sarò costretta ad impararla. Il tiepido sole riflette la luce dell’anello che si trova al mio anulare. Tre pietruzze trasparenti squarciano di nuovo la mia memoria. Me lo rigiro tra le dita. Simbolo di un amore che non sarebbe mai finito. Bugia. Simbolo di un uomo che si dona completamente ad una donna, la quale a sua volta promette di essere sua per sempre. Bugia. Simbolo di quanto la lucidità umana possa essere sopraffatta da un ben architettato scherzo del destino. Verità. La bambina continua ad osservarmi. Vorrei chiederle come si chiama, quanti anni ha o se almeno lei ha un papà che l’aspetta a casa. Ma non posso farlo e forse nemmeno mi interessa veramente. Sposto lo sguardo sui lineamenti di sua madre. Belli, molto. Zigomi alti, viso scarno, occhi luminosi, azzurri come quelli della figlia. Abbastanza curata. Abbastanza elegante. E credo anche abbastanza soddisfatta. Lascia un bacio sulla testa della piccola, volgendo il suo capo verso il finestrino, lasciandosi trasportare dalla scia di alberi che si sussegue. Sono serene, è notevolmente visibile. Ad un tratto la donna si alza e comincia a raccattare le sue cose. Forse è arrivato il momento di dirci, silenziosamente, arrivederci. Ciao piccolina, grazie per la tua dolcezza. Vorrei tanto che mia figlia somigliasse a te. Ciao mamma, anche io lo sarò presto. Giro le tre pietre dell’anello verso l’interno della mano. Non posso dimenticare, ma posso certamente nascondere, per quanto sia possibile. Mia figlia scalpita dentro di me. Non ti agitare. Prometto che da sole staremo benissimo, non sentirai la mancanza di tuo padre, almeno fino a quando anche io non la sentirò.