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Discussione: Victoria

  1. #1
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    Predefinito Victoria

    Victoria

    -Papà.-
    Ogni volta che mi chiamava, sentivo un po’ della sua forza aggiungersi alla mia, che non era altro che debolezza sorpassata, ma ancora fresca sulla pelle. Questa volta le accennai un sorriso e scossi leggermente il capo, come a chiederle “Che c’è?”.
    Ero seduto davanti al camino, con la mia chitarra classica poggiata sulle ginocchia, faccia a faccia con Angela, col passato, col presente, col futuro.
    -Andiamo a Cefalù?- mi chiese Victoria, poggiando la sua mano piccola e calda, sulla mia, ferma sul manico della chitarra.
    Otto anni. Ed un cuore ed una maturità straordinari. Mia figlia era assolutamente l’essere umano che stimavo di più; la sua forza andava oltre i limiti dell’immaginabile. Era la mia forza.
    Mandai giù tutte le parole che avrei voluto dirle, deglutendo ed annuii.
    Bella, meravigliosamente, incredibilmente bella. Gli occhi verdi, i boccoli biondi, il sorriso pieno, il mio sorriso. Lineamenti dolci, che sembravano disegnati da una leggera mano di donna. La pelle liscia e rosea, lo stesso profumo di casa che aveva sua madre addosso. Era mia e non sarebbe mai stata di nessun’altro. Mia e basta, mia per sempre.
    Mentre, con la sua mano chiusa nella mia, stretti nelle giacche a vento, ci avvicinavamo all’auto, mi allontanai dal mondo, chiudendomi in una bollicina, rivivendo quell’attimo di esattamente otto anni prima: il grigio piombo della volta del cielo, il vento che sembrava voler riprendersi tutto il caldo dei giorni precedenti - al telegiornale l’avevano presentata come “settimana ottobrina più calda degli ultimi vent’anni - sembravano avermi scrupolosamente catapultato nel passato. Questa volta, però, niente sorriso sulle labbra.
    Ricordai invece, che otto anni prima era l’inizio del giorno apparentemente più bello di tutta la mia intera vita. Sentivo la vita nei piedi, nel premerne uno sull’acceleratore, per andare dalla mia donna, dalle mie donne. Sentivo la vita anche nel vento, che la vita pareva volerla togliere. Ogni singola cosa, grande, piccola, banale, importante, acquistava un colore diverso. Nulla avrebbe potuto togliermi il sorriso, quel giorno, ne ero più che sicuro.
    -Papà, e muoviti!- mi sgridò Vic, tirandomi con tutta la sua forza.
    -Sì, scusami, piccola.- Le aprii la porta dal lato del passeggero, davanti, aggiustai il piccolo cuscino sul sedile e quando si fu seduta, chiusi la portiera; mi sedetti presto al posto di guida e le sorrisi, cercando di trovare un po’ di coraggio. Erano anni, ormai, che non andavo a Cefalù.
    Dopo aver messo la chiave nel quadro e acceso il motore, posizionai i piedi su frizione e acceleratore e misi una mano sul volante e una sul cambio automatico. Rammentai le urla di Angela, chiusa in sala parto, mentre io sciupavo il pavimento andando avanti e indietro nell’attesa di poter avere presto mia figlia tra le braccia. Era tutta la mattina che ci pensavo: nella mia testa avevo formulato mille volte la fatidica proposta di matrimonio, ben sapendo che alla fine le avrei detto semplicemente “sposiamoci” - è in casi come questo che si nota la mia timidezza.
    All’improvviso era uscita un’infermiera in camice verde, togliendosi la mascherina. Le avevo chiesto come procedeva e lei aveva detto «Ha subito pianto», sorridendo. E mille farfalle m’erano evase dallo stomaco.
    Tirando un sospiro di sollievo, mi ero seduto su una delle sedie beige e ruvide attaccate alla parete di quel freddo ospedale. Pochi istanti dopo, avevo una meravigliosa creatura tra le braccia. E mi sentii l’uomo più fortunato del mondo, il più felice, il più forte e orgoglioso di sé.
    Vic accese lo stereo, dove c’era inserito un cd con le sigle dei suoi cartoni animati preferiti. Non mi ci volle molto ad imboccare l’autostrada. Nemmeno a ritornare ai miei pensieri.
    La mia bambina ed il suo braccialetto erano andate a dormire nella culla insieme ad altri bambini, ingenui come lei. Ed io restavo seduto, riformulando la proposta che avrei fatto di lì a poco alla donna che amavo, alla madre di mia figlia. E fu allora che un dottore dall’aria stanca e combattuta, uscendo dalla sala, mi si avvicinò.
    E mi distrusse. Con una manciata di parole: -Purtroppo sua moglie non ce l’ha fatta-.
    Volevo morire anch’io. All’inizio c’ero quasi riuscito, ma poi mi accorsi di essere a malapena svenuto. E mi ricordai di mia figlia. E che non ero arrivato a sposare la mia Angela. Non c’ero arrivato. Era da tempo che ci pensavo, ed ora, l’unica cosa che mi rimaneva di lei, era il cuore di una bimba che mi aveva regalato, il pianto di mia figlia che la cercava. Il suo vecchio carillon, spolverato la settimana prima, nell’attesa. E nient’altro.
    Provai con tutte le mie forze a trovare un senso a ciò che mi avrebbe aspettato, senza di lei. Ma non riuscii a trovarlo.
    Angela non poteva essere morta. Angela era lì, stava solo dormendo. Un paio di giorni e si sarebbe svegliata, sicuramente. Ma io m’ero accampato più di una settimana lì. E lei continuava a dormire.
    Quando realizzai davvero il tutto, presi mia figlia Victoria fra le braccia, e mi decisi finalmente ad andarmene. Ed è proprio sulla soglia dell’ospedale che trovai la soluzione: un plico di volantini che mostravano un orfanotrofio colmo di bambini. Quella era la soluzione. Era la cosa più logica che vedevo in quel momento. Ne presi uno ed uscii.
    -Papà, andiamo!- e questa volta Victoria mi aveva tirato fuori dall’auto. La seguii, mentre lei già era corsa sulla veranda della casetta bianca di legno che dava sul mare, ad aprire la porta. Quando fui dentro, mia figlia era scomparsa in qualche stanza della casa, ed io mi sentivo così impotente, ad ogni passo che facevo le gambe mi si facevano molli e pesanti. Non erano pronte ad entrare, ad affrontare la realtà.
    Otto anni prima mi era bastato entrare nella cameretta gialla e vedere tutto il nostro stupendo lavoro per decidere del mio futuro. Io e mia figlia, nient’altro. Mi sarebbe bastato. Eravamo stesi sul tappetino a terra; le avevo preso un piedino, grande sì e no quanto il pollice della mia mano, e l’avevo portato al naso. E la vita mi aveva così sorpreso e devastato che sentii il bisogno di non mollare, di restare. Mia figlia era il miglior motivo che Angela avrebbe potuto darmi per rimanere, per essere forte, felice, andare avanti. Il migliore.
    Avrei dovuto insegnarle a parlare, a sorridere, ad essere forte, coraggiosa, a tenere testa al mondo, a non farsi condizionare dalle scelte di qualcun altro, né da egli stesso; a difendersi, a vivere. Tutto quello che ci eravamo promessi sorridendo io e Angela, me l’ero ripromesso a me stesso, sorridendo a labbra più strette e a pugni serrati, guardando la vita negli occhi più belli che avessi mai visto. Carmine Ruggiero manteneva le promesse.
    Chiusi gli occhi, inspirai a fondo l’aria di mare che mi graffiava i polmoni e provai a ricordare la voce meravigliosa ed infinitamente primavera della mia donna, di Angela. Ma non ci riuscii.
    -Papà- mi aveva chiamato Victoria, prendendomi la mano.
    Sentii di averla persa davvero, non ne fui mai più sicuro: era quello il momento in cui Angela era morta veramente.
    Tutta la forza che fino a qualche istante prima credevo di avere acquistato, mi era scivolata di dosso, e chissà dov’era andata, e chissà se sarebbe tornata. M’inginocchiai davanti a Vic e la strinsi forte, troppo forte per la fragilità di una bambina. Ma ne avevo bisogno, ne avevo veramente bisogno. Dovevo stringere la mia vita fra le braccia per decidermi a non mollare. Dovevo sentire vivo il motivo che mi aveva spinto a tenere duro fin’ora. Nascosi il viso sulla sua piccola spalla e scoppiai in un pianto liberatorio, un pianto che sapeva di un doloroso, infinito addio.
    Sentii le mani della vittoria stringermi a sé, le mani di Victoria, della mia forza di gravità.
    Vic mi spostò con forza da sé per guardarmi negli occhi. Era disumanamente dolce mentre con una mano m’asciugava il fiume che mi colava dagli occhi e mi sorrideva. -Andrà tutto bene, papà.-
    Non avrei potuto esserne più sicuro.



    M'è venuta guardando il video dei Nickelback, "Lullaby". Ditemi tutto ciò che volete, mi scuso se ho trattato un argomento delicato in modo piuttosto semplice, magari a qualcuno ha dato fastidio.
    Che dire? Spero di non avervi annoiate, sul serio.
    Ci sentiamo nella FF con la Raffa, se vi va http://forum.teamworld.it/forum986/2...e-addosso.html
    A presto, spero (:


    P.s. volevo aggiungere che questo pezzo l'ho rubato ad una canzone:
    l’unica cosa che mi rimaneva di lei, era il cuore di una bimba che mi aveva regalato, il pianto di mia figlia che la cercava.
    Ultima modifica di Marziana; 07-06-2012 alle 16:03

  2. #2
    V.I.P


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    Predefinito Re: Victoria

    Ok.
    Mi hai fatto piangere, vergognati! u.u
    No davvero, ho i lacrimoni.
    E' proprio bella, anche se l'argomento è un pò forte mi ha emozionato.
    Brava Erika!

  3. #3
    TW superstar


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    Predefinito Re: Victoria

    No vabbè, tu mi lasci sempre senza parole :')
    Hai scritto davvero una bella One Shot, mi hai fatto commuovere.
    Poi la canzone a cui ti sei ispirata è una delle mie preferite.

    Complimenti ancora per come scrivi.

  4. #4
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    Predefinito Re: Victoria

    Citazione Originariamente Scritto da glo96 Visualizza Messaggio
    Ok.
    Mi hai fatto piangere, vergognati! u.u
    No davvero, ho i lacrimoni.
    E' proprio bella, anche se l'argomento è un pò forte mi ha emozionato.
    Brava Erika!
    Graaaazie Gloria
    Mi sto vergognando molto, sìsì :'D


    Citazione Originariamente Scritto da serefinleyna Visualizza Messaggio
    No vabbè, tu mi lasci sempre senza parole :')
    Hai scritto davvero una bella One Shot, mi hai fatto commuovere.
    Poi la canzone a cui ti sei ispirata è una delle mie preferite.

    Complimenti ancora per come scrivi.
    Maaaaa ge tem, parsché ge suì fransè
    sei awwawwosa, e sei anche una stalker :') No, mi fa piacerissimo sapere che resti tra le mie lettrici, davvero
    Grazie per i complimenti, davvero.
    E sì, Lullaby è una meraviglia.

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