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  • 1 Post By Alexis91993

Discussione: Vite intrecciate

  1. #1
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    Predefinito Vite intrecciate

    13 Luglio
    Sono seduta sulla sedia lussuosa dell'Hotel Napoleone, mentre i miei occhi osservano intorno a me tesi. Cerco di sistemarmi i capelli scuri che mi cadono disordinati sulle spalle, andando a sfiorare il pass giallo, appeso al collo, su cui svetta la scritta “staff”.
    Sì, certo...
    Ridacchio, pensando alla fortuna che ho avuto. Mio zio è fotografo ed è stato chiamato per il loro concerto qui a Lucca, in occasione del Summer Festival. Sapendo che li seguo da ormai molti anni, è riuscito a farmi ottenere il pass. Non ho idea di quante persone abbia dovuto corrompere, poveraccio... Mi ha fatto sedere nella hall dell'albergo, dicendo che lui e loro sarebbero arrivati tra poco. Osservo fuori dalla vetrata al piano terra, scorgendo una folla di ragazzine raccolte intorno alle transenne ai lati dell'entrata. I ricordi di poche ore fa invadono la mia mente. Sono strepitosi dal vivo. La musica, la loro energia e il loro rapporto con i fans sono meravigliosi.
    Delle urla si sollevano dalla folla di ragazze, che agitano le loro braccia, cercando di afferrare qualcosa.
    Sono arrivati...
    Tomo, Shannon e Jared scendono dall'elegante macchina nera, salutandole con un sorriso e avvicinandosi a loro.
    Tranquilla Jaz, anche se farai brutta figura, domani si saranno già dimenticati che esisti...
    Mi alzo dalla poltrona, avvicinandomi all'ingresso della hall.
    Respira, non farti venire un attacco di panico adesso...
    Scorgo mio zio dietro di loro, che scatta qualche foto, prima di guardare verso la mia direzione ed incontrare il mio sguardo. Mi sorride, dirigendosi poi da Jared e sussurrandogli qualcosa all'orecchio. Lui annuisce con un sorriso, voltandosi nuovamente verso le mani tese, piene di fotografie e cellulari. Mio zio entra nell'albergo, venendomi incontro.
    “Tranquilla, non è un problema per loro conoscerti”.
    “Sicuro che non mi liquideranno stizziti?”
    “No, guarda: sono a completo agio con le fans”.
    “Speriamo”.
    Sussurro lievemente. Intanto i tre musicisti stanno dispensando gli ultimi saluti alla folla, mentre due maggiordomi aprono le porte dell'ingresso. I tre entrano, venendo accolti subito dal proprietario che gli comunica di essere felice di averli come ospiti e che è a loro completa disposizione. In questo momento sto ringraziando le lezioni obbligatorie di inglese impartitemi dall'università. Senza di quelle non avrei capito assolutamente niente. Dopo averlo ringraziato sorridenti, si accorgono della mia presenza accanto a mio zio.
    “E così tu sei Jasmine, meglio conosciuta come Jaz".
    Jared viene verso di me con la mano tesa davanti a lui. Gliela stringo borbottando quella che dovrebbe essere una risposta.
    Sono un'idiota...
    Shannon e Tomo si avvicinano a noi, osservandomi.
    “Jasmine. Non è un nome Italiano”.
    Afferma Tomo, salutandomi.
    “Mia madre l'adorava, ma io sono italiana al 100%”.
    Gli rispondo sorridendo.
    “Effettivamente hai tutte le caratteristiche della ragazza mediterranea. Tranne per i tuoi occhi verdi”.
    Arrossisco alle parole di Shannon.
    “Sei di queste parti?”
    Rivolgo la mia attenzione nuovamente verso Jared, che continua a tenere i suoi occhi azzurri posti su di me.
    “Sì, abito poco lontano da qui, ma mia madre è lucchese”.
    “E' una città bellissima”.
    “E' vero”.
    Un uomo vestito di nero si avvicina a Shannon, mormorando qualcosa, a cui lui annuisce.
    “Mi dispiace, dobbiamo salutarti. Il dovere chiama”.
    Mi dice il fratello più grande, guardandomi. Annuisco, ma prima che possa salutarli, sento che una mano afferra il cellulare tra le mie mani.
    “Facciamo una foto. Almeno ti ricorderai di noi”.
    Jared sta azionando già la fotocamera, senza darci possibilità di controbattere. Non che io voglia, sia chiaro.
    “Grazie!”
    Rispondo entusiasta. Ci raggruppiamo intorno all'obbiettivo, sorridendo,prima di sentire il click della foto.


    Mi rigiro nel letto, incapace di dormire. Il pensiero del mio incontro con loro, avvenuto poco meno di due ore fa e sapere che loro si trovano nel nostro stesso edificio, non aiuta. Mi siedo, rassegnandomi a passare buona parte della notte in bianco. Mio zio, contrariamente a me, russa profondamente nel letto singolo accanto al mio. Ho bisogno di sgranchirmi un po' le gambe, perciò decido di uscire a prendere una boccata d'aria. Afferro le sigarette dalla mia borsa e la chiave della stanza, uscendo silenziosamente. Scendo le scale, arrivando all'ingresso, mentre il silenzio regna sovrano in tutto l'hotel, facendomi sentire quasi a disagio.
    “Ha bisogno di qualcosa signorina?”
    Mi chiede un uomo giovane e distinto, da dietro il bancone.
    “Solo di fumare. Non c'è un'uscita secondaria?”
    “Infondo al corridoio sulla destra”.
    “Grazie”.
    Avanzo verso la direzione indicatomi e, dopo aver aperto la porta di un'uscita di emergenza, esco fuori. Prendo una sigaretta dal pacchetto e l'accendo.
    “Ciao”.
    Salto dalla paura, non aspettandomi di sentire una voce alle mie spalle.
    E non una voce qualunque...
    Jared è in piedi, appoggiato al muro accanto a me, nascosto dall'oscurità. Rimango qualche secondo a fissarlo, immobile.
    Jaz, rispondi *****...
    “Salve”.
    Sussurro.
    “Dammi del tu, altrimenti mi sento vecchio”.
    Mi risponde sorridendomi.
    “Me ne dai una?”
    La sua domanda mi scuote dalla mia temporanea immobilità e gli porgo una sigaretta e l'accendino.
    “Non pensavo fumassi”.
    Complimenti, la prima cosa che dico è per farmi gli affari suoi...
    “Solo una ogni tanto. Fumare nel silenzio notturno è bellissimo”.
    “Hai ragione”.
    Rispondo, accennando un sorriso.
    “Non volevo disturbarti, pensavo non ci fosse nessuno”.
    Gli dico, spezzando il silenzio.
    “Tranquilla, non è un problema”.
    Mi porto la sigaretta alle labbra, aspirandone il contenuto.
    "Complimenti. Il concerto è stato bellissimo”.
    “Mi ricordo di te. Eri in prima fila”.
    “Esatto”.
    Fumiamo in silenzio per qualche secondo, prima che lui dica una cosa,che mi stupisce.
    “Sai che cosa ci starebbe bene ora? Una birra”.
    Mi volto leggermente sorpresa, prima di annuire.
    “Hai di nuovo ragione”.
    “Vieni con me”.
    Entra velocemente nell'hotel, lasciandomi spiazzata.
    La situazione è cambiata nel giro di dieci minuti...
    Spengolasigaretto e lo seguo all'interno. Lo trovo al bancone che parla con l'uomo in servizio.
    “Ho scoperto un tesoro”.
    Mi dice ridendo, facendomi l'occhiolino. Non capisco a cosa si riferisca, fino a quando l'albergatore non ci porta una cassa di bottiglie. Leggo qualche etichetta sbalordita.
    Questa è alcol decisamente buono.
    “Vieni”.
    Seguo Jared nel salotto adiacente alla hall, intontita. Non so nemmeno se dovrei rimanere qui.
    “Non vuoi favorire?”
    Mi chiede perplesso, avendo probabilmente notato il mio sconcerto. Lo guardo, prima di annuire. Non so da dove mi venga tutto questo coraggio, ma so solo una cosa: una situazione del genere non capita più.

    Una birra era il nostro obbiettivo. Direi che lo abbiamo largamente oltrepassato. Ammetto che la cosa ha decisamente i suoi vantaggi. Parlare liberamente con lui è fantastico. La tensione iniziale mi ha abbandonata, sicuramente grazie all'alcol, ed adesso mi sembra di chiacchierare con un conoscente. Siamo seduti su due poltroncine adiacenti, mentre le bottiglie sono poste sul piccolo tavolo davanti a noi.
    “E questo è il motivo per cui mi mollò”.
    Afferma Jared, agitando la mano con la bottiglia di vodka all'interno. Non mi ricordo nemmeno di cosa si stesse parlando, ma scoppio a ridere.
    “E te? Hai qualcuno che aspetta a casa?”
    Mi chiede prima di bere un sorso del liquido trasparente.
    “No. Dopo l'ultima volta, sto bene da sola”.
    “Capisco. Solo rapporti occasionali dunque”.
    “A dir la verità non ci sono stati”.
    Mi osserva sbalordito, come se avessi detto una blasfemia.
    “E non ti manca il sesso?”
    “Sì, ma non posso mica mettere un annuncio sul giornale”.
    “Non ti piacciono le cose da una notte?”
    “Non ho detto questo. Ho detto che non si è presentata l'occasione”.
    Uno strano silenzio è calato su di noi, mentre lui ora mi guarda serio.
    “E se ti dicessi che ora ce l'hai, cosa faresti?”
    Alle sue parole resto pietrificata. Lo osservo per capire se stia scherzando, ma vedo la fermezza nei suoi occhi azzurri.
    Oddio, dice davvero...
    “Perchè mai dovresti venire a letto con me?”
    Gli chiedo quasi stizzita.
    “Perchè sei una bella ragazza e potremmo divertirci entrambi. Che ne dici...”
    Sussurra con voce bassa, avvicinandosi e guardandomi negli occhi.
    “Ci stai?”
    Un desiderio incontrollabile si impossessa improvvisamente di me. Poggio le mie labbra sulle sue, sentendo subito la sua lingua entrare nella mia bocca.
    “Lo prendo per un sì”.
    Ride, prima di afferrarmi le gambe, posizionandomi a sedere sulle sue. Continuo a baciarlo, mentre una sua mano mi accarezza la schiena. Sento l'altra insinuarsi sotto i miei pantaloni, sul sedere. Vengo percorsa da brividi e mi fermo titubante.
    “Sei spaventata?”
    Mi domanda lui, essendosene accorto.
    “No. Solo che tu sei tu e che hai almeno dieci anni in più di esperienze. Diciamo che le tue aspettative potrebbero essere un po' alte”.
    Mi guarda ridacchiando.
    “Mi piace ciò che ho davanti a me in questo momento. Tranquilla, lasciati andare”.
    Mi sussurra, mordendomi il lobo. ******* le paranoie. Inizio ad esplorare il suo petto con la mia bocca, mentre gli tolgo la maglietta.
    I nostri respiri affannosi risuonano ormai tra le pareti. Momenti di passione, di baci e di parole sussurrate. Il calore dei nostri corpi sudati, che danzano tra loro, seguendo una musica che solo noi due possiamo sentire ed unendosi in uno solo, sembra riscaldare tutta la stanza.
    “Vedi? Te lo avevo detto che potevamo divertirci”
    Afferma con un sorriso e con il respiro ancora affannato.
    Ridacchio, prima di sedermi al suo lato. Jared poggia la testa indietro, chiudendo leggermente gli occhi, con il petto ancora ansante, mentre con la mano destra gioca con i miei capelli.

    Link topic commenti : http://forum.teamworld.it/forum1748/...ml#post8484633
    Ultima modifica di Alexis91993; 14-11-2015 alle 12:05

  2. #2
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    Predefinito Re: Vite intrecciate

    27 Agosto
    Stesa sul letto, mi immergo in quel ricordo. Siamo tornati nelle stanze all'alba, poco prima che loro ripartissero. Ci siamo salutati come due vecchi amici, senza fare alcun accenno a ciò che era accaduto. Ognuno per la sua strada.
    Sì, certo...
    La mia strada potrebbe rimanere intrecciata alla sua per molto tempo.
    "Accidenti all'alcol e alla sua mancanza di giudizio...
    Mi alzo, avvicinandomi alla busta posta sulla scrivania. Respiro profondamente prima di afferrare l'oggetto al suo interno. Un test di gravidanza.


    Oddio.
    Osservo nuovamente il test tra le mie mani, sul quale due linee rosa sono ben definite.
    Porto una mano tremante a sorreggermi la fronte, mentre una sensazione di panico mi sopraffa. Lacrime scendono sulle mie guance e vengo scossa da singhiozzi sempre più intensi.
    Non può essere...
    Mi copro la bocca per evitare che i miei genitori sentano il mio pianto, continuando ad osservare il bastoncino bianco posto sul mobiletto bianco.
    Potrebbe sbagliarsi...
    Una piccola speranza nasce dentro di me e mi dirigo al computer, sperando di trovare in esso delle conferme a cui aggrapparmi. Inizio a navigare online, leggendo storie di donne che, nonostante pensassero il contrario, non erano incinte.

    Trascorro l'ora seguente saltando da un sito ad un altro, fino a quando chiudo il computer furiosa. Ovunque leggessi, risultava sempre la stessa cosa: non erano nella mia stessa situazione. Troppi sintomi insieme non possono essere un caso. Nausee, stanchezza, seno gonfio e soprattutto l'assenza totale del ciclo.
    Stringo la testa tra le mani, sperando di calmare i nervi. Menomale sono seduta, altrimenti le gambe non mi avrebbero sorretto. Resto in silenzio, immobile, per qualche secondo, quando un'idea mi coglie. Afferro il cellulare, digitando il numero della mia amica Asia.
    Fa infermieristica, sicuramente ne sa più di me...
    Sento il telefono squillare due volte, prima che una voce limpida e allegra mi risponda.

    “Ehi, Jaz”.
    “Ciao Asia. Disturbo?”
    “No assolutamente. Dimmi tutto”.
    “Volevo parlarti di una cosa”.
    “Mhm”.
    “Ma ho bisogno che tu mi faccia dire tutto, senza interrompermi, o non ne avrò il coraggio”.
    “Così mi fai preoccupare”.
    Mi risponde con tono serio, molto diverso da quello iniziale.
    Il cuore inizia a martellarmi nel petto e mi alzo, iniziando a camminare per la stanza, incapace di rimanere ferma.
    “Andrò dritta al punto. La sera del concerto sono andata a letto con Jared Leto”.
    Il silenzio cala sulla linea telefonica e, se non la sentissi respirare, penserei che non ci sia nessuno dall'altra parte. Faccio un respiro profondo e mi costringo ad andare avanti.
    "Smettila di scherzare":
    "Sono seria! Ma non ti ho chiamato per questo. Il fatto è che ho un ritardo e sono in preda al panico”.
    “Di quanto?” La sua voce è ferma, clinica.
    “Due settimane”.
    “Non deve essere per forza una gravidanza, ci sono tante cose che-”
    “Ho fatto un test. E' positivo”. Affermo lapidaria, interrompendola
    “Oh”.
    La sento sussurrare.
    Attendo silenziosa, che dica qualcosa, mentre i minuti sembrano ore.
    Qualunque cosa...
    “Oddio, Jasmine! Siete stati due incoscienti, che cosa costava usare un preservativo?!”
    Esplode improvvisamente.
    “Risparmiati le prediche, mi sento già abbastanza una ****a da sola”.
    Gli rispondo stizzita.
    La sento sospirare tremante, prima di rispondermi con calma:
    “Va bene, scusami. Ascoltami, l'unico modo per avere la certezza è fare le analisi del sangue. Quelle non possono sbagliare”.
    “Mi sa che hai ragione”. Mormoro flebilmente.
    “Ti accompagnerei io, se non vivessi così lontana”.
    “Lo so. Seguirò il tuo consiglio, non penso di avere altra scelta”.
    “Fammi sapere”.
    “Certo”.
    “E Jaz?”
    “Cosa?”
    “Sai di poter contare su di me”.
    Una sensazione di gratitudine mi riscalda il petto, facendomi sorridere.
    “Grazie”.
    Abbasso la chiamata, digitando poi un nuovo numero, attendendo tesa la risposta.
    “Studio della Dottoressa Pigni. Posso aiutarla?”
    “Sono Jasmine Tero, una sua paziente. Ho bisogno di parlarle urgentemente”.


    NB=il corsivo indica i pensieri della protagonista (per es. commenti ironici).
    Ultima modifica di Alexis91993; 14-11-2015 alle 12:12

  3. #3
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    Predefinito Re: Vite intrecciate

    L'aria fresca di Settembre mi scuote i capelli e cerco di ripararmi il viso con la lunga sciarpa stretta al mio collo. Cammino con passo deciso verso l'edificio in mattoni, posto accanto al negozio di dischi della città. Continuo ad avanzare velocemente fino al portone d'ingresso, vicino al quale i vari citofoni sono raggruppati. Suono quello in alto, dove si trova la targhetta”studio medico Pagni”, osservandomi intorno.
    Se mi vede qualcuno che conosco, sono fregata...
    Un suono metallico coglie la mia attenzione, mentre la porta si apre. Varco velocemente l'entrata, dove un gradevole tepore mi accoglie. Mi tolgo la sciarpa e mi dirigo verso le scale.
    Devo smetterla di comportarmi in modo così furtivo o lo scoprirà mezzo mondo, ancora prima che abbia detto una parola.

    Mentre salgo, un leggero tremore nella tasca, mi fa sbuffare.
    La gente ti deve sempre cercare nei momenti meno opportuni...
    Prendo il cellulare, illuminato dall'arrivo di un messaggio:“Jaz, vieni a cena da me?”.
    La ignoro e vengo colpita subito da un grande senso di colpa. Allison è la mia migliore amica. Viviamo in simbiosi da anni, ma paradossalmente non sa niente di questa storia. Dopo la chiamata con Asia una settimana fa, non ne ho parlato più con nessuno. Escludendo il medico. Il giorno stesso in cui ho parlato con lei, mi ha ricevuto e mi ha fatto le analisi. Oggi avrò i risultati.
    O per meglio dire, la condanna...
    La verità è che sono troppo spaventata per parlarne con chiunque. Sono così impegnata a gestire le mie emozioni, che non riuscirei a fronteggiare anche quelle degli altri. Sospiro, spegnendo il telefono, essendo ormai giunta davanti alla porta dello studio. Busso. Sento dei passi all'interno dirigersi verso di me. La segretaria della dottoressa, una donna alta, con lunghi capelli mori raccolti in una coda, mi accoglie con un sorrido, invitandomi ad entrare.
    “Si sieda pure, avverto che è arrivata”.
    Mi siedo su un divanetto all'ingresso, osservandomi intorno. Ho sempre trovato questo posto rassicurante. Forse è dovuto alla luce calda delle lampade e del parquet, o al color panna delle pareti.
    “Si accomodi pure”.
    La voce professionale della segretaria mi distoglie dai miei pensieri. Mi alzo, ed intimorita, mi dirigo verso la stanza infondo al piccolo corridoio.
    “Salve”.Sussurro, varcando la porta.
    “Ciao Jasmine, accomodati pure”.
    La dottoressa è una donna sulla cinquantina,con corti capelli biondi e un sorriso affabile. E' seduta alla scrivania, posta a sinistra della porta, mentre un lettino e delle mensole, piene di boccette, si trovano dal lato opposto. Mi siedo sulla sedia azzurra davanti a lei, osservandola impaziente.
    “Come ti senti?”
    Mi chiede alzando gli occhi da dei fogli tra le sue mani.
    “Spaventata”.
    Le rispondo con un sorriso teso.
    Scorgo nei suoi occhi chiari uno sguardo di compassione e dei brividi mi corrono lungo la schiena.
    Oh no...
    “Guarda. Vedi questo numero?” Mi chiede, spostando uno dei fogli davanti a me.
    “Sì”.
    “Indica il valore di Beta hcg nel sangue. E' molto alto”.
    “E ed è un male?” Chiedo tremante.
    “Indica che sei alla settima settimana di gravidanza”.
    Lo shock mi gela il sangue nelle vene, facendomi rimanere pietrificata, incapace di articolare una sola parola. Chi voglio ingannare? Dentro di me l'ho sempre saputo, ma sentirmelo dire, per la prima volta, lo rende troppo reale, troppo concreto. Un mare di emozioni mi sovrasta come un'onda, rendendomi impossibile perfino piangere.
    “C-che faccio ora?”
    Chiedo con la voce velata dalla paura.
    “Innanzitutto voglio che tu rimanga calma. Affronteremo questa situazione, valutando tutte le possibilità”.
    “So cosa posso scegliere: tenerlo, darlo in adozione o abortire”.
    “Sì. La scelta è tua, ma devi considerare molte cose”.
    “Io non so cosa fare”.
    “Non devi scegliere da sola. Puoi avere molto sostegno dalla tua famiglia e dal padre del bambino”.
    “Lui non c'è. Nemmeno lo sa”.
    “L'unico consiglio che posso darti è di parlarne con chi ti è vicino”.
    “Quanto tempo mi rimane?”
    “Cinque settimane al massimo. Dopo la dodicesima l'aborto non sarà più possibile. Se scegliessi l'adozione potrei metterti in contatto con delle persone competenti”.
    “E se scegliessi di tenerlo?”
    “In quel caso dovremmo iniziare delle cure adeguate. Hai bisogno di vitamine prenatali, controlli”.
    Ho trascorso l'intera conversazione con lo sguardo basso, torturandomi il lembo della maglia, cercando di pensare lucidamente.
    Cos'è meglio per me?



    “Ma dov'eri finita?”
    Allison è in piedi, con le braccia sui fianchi, che mi osserva con sguardo contrariato.
    “Scusami, avevo una cosa importante da fare”.
    “Potevi almeno rispondere al mio invito per stasera. Menomale ho preparato ugualmente per due”.
    Entro in casa della mia migliore amica, che si sta dirigendo in cucina. E' una piccola villetta a schiera, più che appropiata per lei e i suoi genitori.
    “I tuoi non ci sono?”
    Gli chiedo, osservando le scale, che si dirigono al piano di sopra, dove si trovano le camere.
    “No, sono a una cena di lavoro”.
    Annuisco, prima di concentrare tutta la mia attenzione sulla ragazza che si sta destreggiando tra fornelli.
    “Ti devo parlare”.
    Ora o mai più. Se tenessi ancora per me questo segreto,impazzirei.
    “Dimmi”. Risponde lei tranquilla, senza voltarsi.
    “Alli, ti prego. Voltati”.
    Alle mie parole, tremanti a causa delle lacrime che spuntano dai miei occhi, si volta con lo sguardo allarmato.
    “Tesoro, che succede?”
    Mi chiede avvicinandosi.
    “Sono incinta”.
    Un silenzio di tomba cala sulla stanza, mentre vedo lo stupore farsi strada sul suo volto.
    “Stai scherzando?”
    “Ho la faccia di una che sta scherzando?”.
    Le lacrime scorrono ormai sulle mie guance e le mie spalle fremono a causa di leggeri singhiozzi.
    “Oddio”.
    Mormora lei, sedendosi su una delle sedie del tavolo da pranzo.
    “Ti devo raccontare molte cose”.
    Senza lasciarla ribattere, inizio a descrivere nei particolari tutto quel che è successo nell'ultimo mese: dalla notte con Jared alla conferma di questo pomeriggio.
    “Perchè non mi hai detto niente?”
    E' ferita e non posso non darle ragione.
    “Perchè cercavo di evitare la cosa, non parlarne la rendeva meno reale. Ti chiedo scusa”.
    Sospira, continuando a fissarmi.
    “Cosa vuoi fare?” Mi chiede.
    “Non lo so. Sono così giovane, ho appena 21 anni e voglio finire l'università, avere una carriera”.
    “Lui lo sa?”
    “No. Non lo sento da quella sera”.
    “Se me lo avessi detto in un'altra circostanza, non ti avrei creduto”. Mormora.
    Restiamo in silenzio per qualche secondo, immerse nei propri pensieri.
    “Glielo devi dire Jaz. Indipendentemente da ciò che vuole, ha il diritto di saperlo”.
    “Lo so”.
    “Vieni qui".
    Accolgo il suo invito, poggiando la testa sulla sua spalla, ignara di come sarà il mio futuro.

  4. #4
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    Predefinito Re: Vite intrecciate

    Sono stesa sul letto, mentre i raggi del sole si infiltrano dalla finestra socchiusa. Sono passati tre giorni da quando ho rilevato ad Alli di essere incinta. Osservo il soffitto azzurro sopra di me, mentre il pensiero fisso della decisione che devo prendere, mi assilla. L'orologio, posto sul comodino di fianco al letto, ticchetta fastidiosamente.
    Devo andare...
    Mi alzo controvoglia, afferrando la borsa e le chiavi della macchina. Fortunatamente non c'è nessuno in casa, cosicchè non sia costretta a dire bugie sul motivo della mia uscita. Esco e mi dirigo verso la mia panda bianca. Dopo aver acceso la radio, metto in moto e parto. Guido meccanicamente, senza esser davvero concentrata sulla strada, diretta all'ambulatorio del consultorio. Molti pensieri mi attraversano la mente, provocandomi molti dubbi. Cerco di pensare lucidamente, sapendo che cedere alla paura non mi servirà. Sospiro, mentre parcheggio, ormai giunta a destinazione. Entro nell'edificio, evitando di soffermarmi sui miei pensieri, sapendo che probabilmente mi volterei e scapperei in preda al panico.
    Una giovane ragazza, con corti capelli biondi e un paio di occhiali azzurri, mi saluta dal grosso tavolo vicino l'ingresso.
    “Ciao Jasmine. La psicologa ti sta aspettando”.
    Le rispondo con un timido sorrido, dirigendomi nella sala attigua, bussando alla porta in legno chiaro.
    “Vieni pure”.
    Entro in una camera luminosa con grandi vetrate alle pareti, coperte da una tenda bianca molto leggera. Una donna con lunghi capelli castani, abbastanza giovane, è seduta su una sedia vicino a un piccolo divanetto.
    “Siediti”.
    Obbedisco, sedendomi sul mobilio di velluto grigio, rimanendo in un silenzio teso.
    “Come ti senti?”
    Alzo leggermente le spalle, continuando a non pronunciare una parola.
    “Sai perchè sei qui, vero?”
    “Si”.
    Sussurro lievemente.
    “Jasmin, devi capire che se sceglierai l'aborto non sarà semplice. Un supporto ti potrebbe essere molto utile, soprattutto vista la situazione molto delicata, almeno da quanto mi hai raccontato al telefono. Inoltre devi essere sicura di volerlo, perchè ci dovrai convivere per il resto della tua vita”.
    “Abortire sarebbe la scelta più saggia”.
    “Te lo vuoi fare?”
    Resto in silenzio qualche secondo, osservando la donna dinanzi a me.
    “Io non so cosa voglia”.
    “Pensaci ancora qualche giorno, hai ancora tempo. Non fare qualcosa di cui potresti pentirti, se non sei convinta”.
    Annuisco, sperando che le parole della psicologa portino chiarezza nei miei pensieri, non riuscendo ad averla da sola.




    “Ho bisogno del suo numero di telefono”.
    Mio zio mi guarda con aria sera, rimproverandomi con lo sguardo.
    “Eliminando il fatto che non ne sia in possesso, non potrei e lo sai. Avesse le fan che lo chiamano al suo cellulare non farebbe più vita. Sinceramente mi stupisco che tu me lo chieda”.
    Sono nello studio fotografico, ormai familiare, cercando di convincere mio zio a consentirmi di mettermi in contatto con Jared. Non conoscendone il motivo, naturalmente si sta rifiutando.
    “Non c'entra niente l'essere una fan. E' una cosa seria. Devi avere un qualunque contatto, infondo ci hai lavorato insieme”.
    “Dimmi il perchè, Jasmine. Non riesco a capire altrimenti”.
    Ribatte lui, tendendosi in avanti ed osservandomi serio, appoggiandosi alla grande scrivania presente nella stanza.
    “Non posso. Ti prego, devi fidarti”.
    Un velo di preoccupazione vela i suoi occhi, appena vede qualche lacrima scendere sulle mie guance.
    “Ho solo il numero della sua manager. Posso metterti in contatto con lei e non ti assicuro niente”.
    “Grazie. Ti prometto che ti spiegherò tutto al più presto”.
    Mio zio mi consegna un foglio con un numero scarabocchiato sopra.
    “Sii diretta e non accennare al fatto di essere una fan. Non ti darebbero nemmeno il tempo di dire una parola”.
    “Grazie, davvero”.
    Mormoro grata, dirigendomi verso l'uscita, non riuscendo più a sostenere il suo sguardo torvo.
    “Jasmine?”
    Al suono della voce familiare mi blocco con la mano sulla maniglia della porta d'uscita.
    “Ti concedo tre giorni. Dopo sarò io a discutere con i tuoi genitori del tuo comportamento”.
    Non emetto un suono, mentre apro l'uscio ed esco.




    Osservo il numero scritto sulla carta dinanzi a me.
    E' un'ora che lo osservi, non si chiamerà da solo...

    Respiro tremante, continuando a fissare il telefono nelle mie mani.
    Basta, mettiamo fine a questa tortura...
    Senza nemmeno pensare, digito il numero e mi porto il cellulare all'orecchio. Il suono cadenzato e costante degli squilli contrasta con il battito irregolare ed accellerato del mio cuore.
    “Pronto, con chi parlo?”
    Una voce fredda e professionale mi riporta alla realtà.
    “Mi chiamo Jasmine”.
    “Chiama per qualche evento? Guardi la band è già impegnata-”
    “No, voglio solo parlare con Jared Leto”.
    Il silenzio che segue le mie parole mi fa capire che la loro manager ha probabilmente compreso male. Ha capito che sono una ragazzina e che vuole parlare da sola con il cantante.
    Ora abbassa la chiamata..
    Sapendo che non mi darà il tempo di spiegarmi, la anticipo prontamente:
    “Senta, non l'ho chiamata per ciò che pensa. Sono una ragazza Italiana e mi chiamo Jasmine. Voglio solo che comunichi a Jared che devo parlargli urgentemente”.
    “Senta, il signor Leto è molto occupato”.
    “Sono incinta di suo figlio. Siete liberi di non credermi, ma sono sicura che lui capirà che potrebbe non essere una menzogna”.
    Abbasso, senza udire risposta dall'altra parte e non avendone nemmeno il coraggio. Lancio il cellulare sul letto sul quale sono seduta, avvicinando le ginocchia al mio petto e racchiudendo la testa tra le mie braccia.

  5. #5
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    Predefinito Re: Vite intrecciate

    Corro per le scale, sentendo squillare la suoneria del mio telefono. Ho lasciato il cellulare in camera, prima di andare a cena. Il pensiero delle cipolle mi provoca un forte senso di nausea.
    E pensare che prima le adoravo...
    Naturalmente ho dovuto sforzarmi di mangiarle. I miei sono già troppo sospettosi per i miei ultimi comportamenti. Apro velocemente la porta di camera, notando il piccolo dispositivo illuminarsi sul cuscino.
    Questa è sicuramente Alli...
    Afferro il telefono tra le mani, aspettandomi di trovare il conosciuto numero sul display. Errore. Un numero sconosciuto lampeggia tenacemente sullo schermo.
    E' la Vodafone. Ora mi sentono...
    Pronto, quasi urlo con voce adirata.
    “Jaz, sei te?”
    Mi blocco, immobilizzata al mio posto, mentre il respiro sembra bloccarsi.
    “Jared?”
    E' davvero lui...

    La mia incredulità viene subito stroncata dalla voce stizzita del cantante.
    “Che diavolo ti prende?”
    Sbalordita, gli rispondo confusa:
    “In che senso, scusa?”
    “Chiami la mia manager, dicendo di essere incinta. Sei impazzita?”
    Un'improvvisa ed inaspettata rabbia mi coglie.
    “Sono solo stata sincera! Scusami se te non sei raggiungibile come tutte le persone normali! Dovevo dirtelo, perchè mi sembrava giusto, scusa se mi sono permessa di distrarre sua maestà!!”
    Mi rendo conto di star urlando, quando la mia risuona più volte tra le pareti della stanza.
    “Jaz, ho bisogno che tu mi dica la verità”.
    Mi calmo, percependo la preoccupazione nelle sue parole.
    “Te la sto dicendo la verità”.
    Un silenzio, pesante quanto un macigno, opprime i secondi seguenti.
    “Dio mio...”
    Lo sento sussurrare tremante.
    “Non ti sto chiedendo niente. Ti sto solo dicendo le cose come stanno. Sono disposta a fare il test, se non sei sicuro”.
    Affermo io.
    “Da quanto lo sai?”
    “Una decina di giorni”.
    Nonostante non lo veda, me lo immagino serio, mentre annuisce torvo.
    “Domani ne parliamo”.
    La confusione invade la mia mente, non riuscendo a capire cosa intenda.
    “Non capisco”.
    “Ti ricordi la piazza del concerto a Lucca? Ci vediamo lì domani alle 5”.
    “Mi stai prendendo in giro?”
    Chiedo, sbalordita dalle sue parole.
    “No. Verrò io da te, non mi riconosceresti altrimenti”.
    “Penso di non essermi dimenticata come tu sia”.
    “Certamente non posso vestirmi come niente fosse. A meno che tu non voglia avere una conversazione con una folla di ragazzine urlanti”.
    “Jared, io-”
    “No. Non so che persona tu pensi io sia. Sicuramente non sono un santo e, sicuramente, non sono contento della situazione. Proprio per niente. Ma sono una persona adulta e devo assumermi le mie responsabilità”.
    Le sue parole sono seguite dal suono acuto della linea telefonica, che risuona assordante nelle mie orecchie.



    Cammino tra la folla, cercando di comportarmi il più tranquillamente possibile.
    Nemmeno stessi spacciando cocaina...
    La piazza è popolata da molta gente e non noto niente di diverso o qualcuno che assomigli vagamente a Jared. Mi siedo su una panchina, in attesa, osservando l'ambiente intorno a me. Un leggero vento muove le fronde degli alberi, che accerchiano la piazza, nella quale al centro si innalza una grande statua. Una distesa di foglie arancioni e gialle ricopre il terreno, coprendo iul grigio delle pietre. Ho sempre adorato l'autunno.
    “Jaz?”
    Sobbalzo al suono così vicino della sua voce. Jared è seduto accanto a me, coperto da grossi occhiali da sole e da un cappello, direi alquanto ridicolo, che gli nasconde i capelli.
    Non fosse la situazione drammatica, scoppierei a ridere...
    “Non chiamarmi per nome. Evitiamo di attirare l'attenzione”.
    Mormora,osservandosi intorno, Annuisco lentamente, prima di sussurrare:
    “La situazione la sai. Cosa pensi di fare?”
    “Sei sicura di essere incinta?”
    “Sono stata da un medico. Non ci sono dubbi”.
    Si tocca gli occhi stancamente, respirando profondamente.
    “Io non so cosa fare, Jaz. Ho sempre pensato di non voler figli. Te cosa vuoi fare?”
    “Non lo so”.
    “Voglio vedere il medico che ti ha visitata”.
    Afferma improvvisamente deciso.
    “Perchè mai?”
    “Non voglio prendere una decisione al tuo posto, Jaz. Ma voglio capire anche io. Ho bisogno di conoscere esattamente quali siano le opzioni che abbiamo”.
    Nonostante l'iniziale fastidio, non posso non capire il suo desiderio.
    “Va bene”.

  6. #6
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    Predefinito Re: Vite intrecciate

    “Dove andiamo?”
    “Alla mia macchina”.
    Silenziosamente ringrazio il fatto di essere venuta in treno e lo seguo paziente. Giungiamo ad un'elegante Mercedes nera. Niente di eccessivo, ma molto bella. Salgo in silenzio, mentre mette in moto.
    “Dove siamo diretti?”
    “Dal tuo medico”.
    Lo guardo sorpresa, in piena confusione. Mi osserva perplesso, notando il mio stupore.
    “Cosa?”
    “Jared, non so nemmeno se ci sia. Non possiamo invaderle lo studio senza nemmeno avvisarla”.
    “Allora avvisala”.
    Il suo tono brusco mi ferisce come una lama, facendomi innervosire.
    Che cavolo...
    Digito il numero e lo noto con la coda dell'occhio, mentre apre la portiera e si accende una sigaretta, aspettando che contatti la dottoressa. Gli squilli si susseguono ed intanto penso a come spiegarle la situazione.
    “Pronto, studio della dottoressa Pagni”.
    “Salve, sono Jasmine. Dovrei parlare con la signora Pagni. E' della massima urgenza”.
    “Aspetti, le passo la chiamata”.
    Mi dice professionalmente la segretaria, senza batter ciglio, seguita da qualche attimo di silenzio.
    “Pronto Jasmine?”
    La voce conosciuta del mio medico mi scuote dai miei pensieri, riportandomi alla situazione, aggiungerei assurda, del presente.
    “Salve. Ascolti, non ci girerò intorno: c'è qui il padre del bambino che vorrebbe parlare con lei oggi. So che non le ho dato il minimo preavviso. Mi dispiace, ma la situazione è molto complessa”.
    La sento sospirare, mentre probabilmente sta metabolizzando le mie parole.
    “Venite al mio studio”.
    Senza aggiungere altro riattacca il telefono.
    Mi sa che l'abbiamo innervosita...
    Chiudo la chiamata, riponendo il cellulare in borsa e voltandomi verso il cantante, che è seduto immobile sul sedile anteriore, perso nei suoi pensieri.
    “Andiamo. Ti indico io la strada”.

  7. #7
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    Predefinito Re: Vite intrecciate

    Giungiamo davanti al palazzo in mattoni rossi un'ora dopo. La tensione è tra me e Jared è molto pesante ed è da Lucca che non ci rivolgiamo parola.
    Non mi aspettavo che fosse caloroso, ma nemmeno che mi ignorasse...
    Irritata suono al citofono, mentre lo sento digitare qualcosa sul suo smartphone.
    Come se mi fossi messa incinta da sola...
    Con un suono metallico la porta si apre ed entriamo. Mi dirigo al piano sovrastante, senza nemmeno vedere se il cantante mi segua, anche se sento il suono dei suoi passi dietro di me. La porta dello studio è socchiusa. La apro lentamente, ritrovandomi la segretaria dinanzi, con un sorriso in volto.
    “Ciao Jasmine, entra pure. La dottoressa ti aspetta”.
    “Salve”.
    Sussurro, camminando nell'entrata. Jared avanza, mentre si toglie il cappello e gli occhiali. Noto gli occhi della giovane donna allargarsi, stupita, avendolo probabilmente riconosciuto. Lo deve aver notato anche lui, perchè si rivolge a lei con tono brusco.
    “Non deve uscire nemmeno una parola da qui”.
    Lei annuisce imbarazzata, chiudendo la porta alle nostre spalle.
    “Vieni”.
    Alle mie parole, il cantante mi segue per il corridoio, fino alla porta della dottoressa, che trovo già aperta. Mi affaccio, scoprendola seduta alla scrivania.
    “Jasmine, accomodati”.
    Mi dirigo verso la sedia, voltandomi però leggermente alle mie spalle.
    “Lui è Jared Leto”.
    Jared entra, osservandosi intorno, per poi porgerle la mano.
    “Lui è un cantante di fama internazionale. Tutta questa fretta è dovuto a questo. Potrebbe parlare in inglese? Lui non capisce l'italiano”.
    Le spiego velocemente e, nonostante cerchi di dissimularla, vedo la sorpresa sul volto della donna.
    “Certamente”.
    Mi risponde in inglese.
    “Si accomodi signor Leto”.
    Afferma affabilmente, indicando la sedia vuota accanto alla mia. Dopo essersi seduto, Jared si appoggia sujl tavolo con le braccia, tendendosi in avanti.
    “Vorrei conoscere la situazione. Nel dettaglio”.
    La dottoressa mi guarda, aspettando la mia conferma a continuare.
    “Gli racconti pure tutto”.
    Confermo io.
    “Jasmine è venuta da me due settimane fa, accusando diversi sintomi, inclusa l'assenza del ciclo. Capita l'emergenza della situazione, le ho subito prelevato il sangue. Le analisi sono arrivate pochi giorni dopo”.
    Mentre sta raccontando, afferra un foglio davanti a lei e glielo mostra.
    “Questo valore è molto alto. Indica che, quando è venuta qui, era alla settima settimana di gravidanza”.
    Il cantante osserva il foglio, studiandolo.
    Come se ci capisse qualcosa...
    “Non ci sono dubbi?”
    Domanda poi, mantenendo gli occhi fissi sul documento.
    “No”.
    Sospira profondamente, tornando ad osservare la donna seduta dall'altra parte della scrivania.
    “Quali sono le possibilità che abbiamo?”
    “Tre: tenerlo, darlo in adozione o abortire”.
    “Come funziona l'aborto?”
    Mi volto verso di lui fulminea, guardandolo arrabbiata.
    “Io non ho deciso niente. Te lo vorrei far presente”.
    “Mi sto solo informando”.
    Mi risponde gelido.
    Sbuffo, appoggiandomi nuovamente allo schienale della sedia.
    “Prima di passare al procedimento, facciamo parlare le pazienti con lo psicologo del consultorio. Non è per forza detto che scelgano questa opzione, ma l'incontro è un ulteriore supporto. Jasmine l'ha già fatto. Se viene dato l'assenso, l'operazione viene compiuta in ambulatorio. Questione di un'ora e non prospetta ulteriori complicazioni fisiche”.
    “L'adozione?”
    Povera dottoressa, nemmeno fosse sotto interrogatorio...
    “Come dissi già a Jasmine, se sceglieste questa eventualità, potrei mettervi in contatto con persone competenti. Le modalità verrebbero scelte da voi. Esistono tre tipi di adozione: aperta, semiaperta e chiusa. La prima consisterebbe nel poter vedere il bambino ogni volta lo vogliate, mentre per la seconda verrebbero fissati degli incontri annuali, nonostante voi verreste informati spesso sulle condizioni di vostro figlio, attraverso foto e mail. Riguardo alla terza, perdereste ogni diritto genitoriale e non potreste più aver nessun contatto con lui, a meno che non sia egli stesso a cercarvi”.
    Jared ha ascoltato tutto senza battere ciglio, rimanendo nella stessa posizione tutto il tempo.
    “Cosa ci consiglia?”
    “Io non posso dirvi cosa fare, posso solo presentarvi tutte le possibilità. L'unica cosa di cui mi raccomando è di scegliere velocemente. Secondo i miei calcoli, Jasmine è intorno alla nona settimana e l'aborto è permesso solo fino alla dodicesima. Inoltre ha bisogno di controlli e di particolari cure”.
    Annuiamo entrambi alle sue parole.
    Solo tre settimane...
    “E' tutto?”
    “Sì, signor Leto”.
    Jared si alza, porgendole la mano.
    “Grazie per il suo tempo”.
    “Non si preoccupi. Jasmine, per qualunque cosa chiamami”.
    Le sorrido, mentre mi alzo e seguo il cantante fuori. Un piccolo movimento nella tasca attira la mia attenzione. Un messaggio dei miei genitori:”io e i tuoi fratelli non ci siamo stasera. Andiamo a vedere la partita. Un bacio”.
    Sollevata, metto nuovamente il cellulare in tasca, mentre scendo le scale, seguendo Jared. In completo silenzio usciamo e torniamo alla macchina.
    Okay, adesso basta...
    “Hai intenzione di dire qualcosa?”
    Mormoro scocciata.
    “Semplicemente non so cosa dire”.
    “E' meglio che trovi le parole, perchè è giunto il momento di capire cosa vogliamo fare”.
    “Hai ragione”. Risponde sussurrando, stavolta con voce più morbida.
    “Ascolta, siccome adesso mi sembri un pochino confuso, ti lascio qualche ora solo. Ci vediamo stasera e ne discutiamo”.
    “Sì. Conosci qualche hotel vicino?”
    “Ti ci accompagno”.
    Mette in moto l'auto e partiamo verso il centro della città.


    Ore 9
    Arrivo davanti l'albergo “la Pace”, posto davanti al duomo della città in perfetto orario. Entro nell' elegante hall, avvicinandomi al bancone. Un uomo molto giovane si rivolge a me con un sorriso:
    “In cosa la posso aiutare?”
    “Il signor Leto mi sta aspettando”.
    “E' lei la signorina Tini? Posso vedere un suo documento?”
    Gli porgo la mia carta d'identità, alla quale dà una rapida occhiata.
    “Vada pure. E' la stanza 21, al primo piano”.
    Lo ringrazio e salgo le scale velocemente. Arrivata alla porta corretta, busso. Sento dei passi all'interno avvicinarsi e poi armeggiare alla serratura.
    Jared è a torso nudo, con dei semplici pantaloni della tuta e i capelli umidi.
    “Entra. Sono appena uscito dalla doccia”.
    La camera è molto semplice, ma raffinata. Un letto matrimoniale è al centro, mentre un armadio in legno scuro è posto alla parete opposta. Accanto una piccola porta porta al bagno illuminato. Mi siedo sul letto, aspettando che finisca di asciugarsi i capelli e vestirsi.
    “Eccomi, scusa”.
    Mi dice, uscendo dalla porta del bagno e spegnendo la luce al suo interno. Si siede sulla piccola poltrona accanto al letto, osservandomi.
    “Cosa vuoi fare?”
    Sussurro, rompendo il silenzio.
    “Io non voglio figli, o almeno ho sempre pensato di non volerne”.
    “Lo so”.
    “Te hai avuto più tempo per pensarci: cosa vuoi fare?”
    Non ho mai detto apertamente cosa pensassi, almeno fino ad ora. Nonostante questo, ho passato giorni interi, stesa sul letto, a riflettere.
    “Lo voglio tenere. Non è stato voluto, lo so e sono anche consapevole che dovrò rinunciare a molto”.
    Lo vedo sospirare pesantemente, scuotendo leggermente la testa.
    “So che la situazione non è proprio delle migliori e so che sarà dura per me. Non ti sto chiedendo niente, ce la farò anche da sola, ma non mi costringere a fare qualcosa che non voglio”.
    “Non solo viviamo in due mondi diversi, ma anche in paesi diversi. Oltretutto la tua vita cambierebbe anche a causa mia. Saresti continuamente osservata da tutti, riviste: tabloid e fotografi. Ci hai pensato?”
    “Sì. Ti ripeto: so che non sarà semplice. Ma ho preso la mia decisione, te ora prendi la tua”.
    Si tocca gli occhi stancamente, prima di mormorare:
    “****a, non dovevo venire a letto con te”.
    Colpita e affondata...
    “Vai al diavolo. Io è due settimane che fronteggio questa situazione da sola e tu arrivi e l'unica cosa che mi sai dire è questa?”
    Mi alzo velocemente, dirigendomi verso la porta, mentre le lacrime hanno iniziato a scorrere sulle mie guance. Sto per girare la chiave nella serratura, quando sento i suoi passi avvicinarsi. Mi poggia una mano sul braccio destro voltandomi verso di lui. Mi avvicina al suo petto, abbracciandomi.
    “Scusami”.
    Continua a sussurrare, mentre il suono dei miei singhiozzi riempie la stanza.

    PS=Grazie per i bellissimi commenti
    LittleMars likes this.

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