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Discussione: Love&Destroy

  1. #1
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    Predefinito Love&Destroy

    Titolo: Love&Destroy
    Autore: VRebecca

    Attenzione: questa FF è la continuazione di Release.

    La luce della luna le accarezzava le guance, le ammantava i capelli e le dava la consistenza eterea di un' argentea creatura notturna.

    In quel corpo troppo giovane, in un'esistenza così mal cucita, lei era tornata da me.

    Da me.
    Torna.
    Torna da me.



    Apro gli occhi all'improvviso e smetto di respirare, impaurita, non capisco subito dove mi trovo.
    Dopo tutto quel tempo, l'abitudine stenta a realizzarsi.

    Rumori vaghi, confusi e lontani mi sfiorano, prove di una realtà che non mi appartiene.

    Se non per te.

    Jared è lì, accanto a me, le ciglia che gettano un'ombra delicata e confusa sulle guance pallide.
    Dorme come non lo vedevo dormire da tempo, di un sonno placido e infantile. Così ingenuo, dopo tanto tempo.

    Sfioro le curve del suo corpo con la punta delle dita, ma presto mi accorgo che il respiro mi si fa irregolare e la stanza in penombra comincia a girare.

    Cercando di prendere respiri sempre più profondi, mi alzò dal letto e mi lancio alla ricerca del bagno.
    Accendo la luce e tremante mi guardo allo specchio, trovando un appoggio sul freddo lavandino.

    In quel volto che non m'appartiene vedo il dolore e la sofferenza di un male che sta esplodendo, represso troppo a lungo, ignorato così a lungo.

    Il cuore ha iniziato una corsa impossibile, bussa violentemente al mio petto e mi rende impossibile qualsiasi pensiero sano.

    Non respiro.

    La gola si secca

    Non respiro.

    Brividi crudeli iniziano a trafiggermi il corpo.

    Non respiro.

    Come un vestito troppo vecchio, la mia anima inizia a sfilacciarsi, a liberarsi in mille nastri e volare libera.

    Non respiro.

    Le gambe non mi reggono più.
    Le braccia scivolano e d'un tratto mi ritrovo ad ansare sul gelido pavimento.
    Il tonfo sordo del mio corpo ormai a terra, lo ha svegliato.

    Sento un rumore attuttito di passi, un corpo che si piega su di me, mi gira e mi solleva la testa, mi sposta i capelli dal viso.

    Jared mi avvolge nel suo braccio, dice cose che non comprendo più.

    Resta.
    Resta con me.
    Resta con me.


    Non riesco più a distinguere nulla..

    Non mi lasciare.
    Non mi lasciare.
    Non mi lasciare, ancora.
    Ancora.
    Ancora.
    Ancora.


    Se non quell'azzurro che perfora l'ultima parte di me.

    Ti prego, torna da me.
    Torna Jane, torna.
    Ti prego.


    Lacrime calde mi bagnano il viso.

    Torna da me.

    Non seppi mai di chi fossero.
    Ultima modifica di VRebecca; 28-11-2010 alle 20:48

  2. #2
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    Predefinito Re: Love&Destroy

    19 gennaio 1991

    Una mattina di gennaio, fredda e stranamente ventilata, mi alzai con una melodia in testa: delle note piroettavano tutt’intorno a me.

    Ma non era completa: era una ballerina che non riusciva a ballare.

    Un passo e inciampava.

    Mancava una suono.

    Una piroette, cadeva.

    Era priva dell’appoggio della nota.

    Era una melodia sciancata, zoppicante.

    E durante la mattina provai ad afferrarle tutte, le note, una per una, e a condurle ai tasti bianchi, smaniosi delle nuove arrivate. Veniva faticosamente a crearsi un suono dolce e quasi titubante, all’inizio, tuttavia mi scavava dentro e sentivo che voleva dirmi qualcosa.

    Ma la ballerina continuava a cadere.

    Lo confidai a mia zia.
    “Anche Paul si svegliò, un giorno, canticchiando una melodia. Da cui poi nacque Yesterday, quindi…” scherzò lei.
    Alzai gli occhi al cielo. “Non pretendo che questa maledetta aria abbia la stessa fortuna, ma se riuscissi a ricordarmi ogni nota… e invece alcuni pezzi mi mancano. ”
    “Forse hai sognato qualcosa stanotte in cui c’era questo motivo?”
    Fu un’ipotesi interessante.
    E azzeccata.

    Uscii in strada, col vento che placido si divertiva a scompigliare la mia chioma.
    Cercai di ricordarmi se avessi sognato.

    A ogni passo, un lampo di immagini riaffiorava e mi regalava una nota.

    Un altro passo, eccola là.

    Non riuscivo a ricordare nient’altro.
    Dieci, venti, cento passi.

    Un attimo.

    C’era Jared.

    Jared.

    Allora mi fermai e ritornai indietro, ripercorrendo lo stesso cammino, mettendo i piedi dove avevo camminato prima.

    Con una fluidità sempre maggiore, le note mancanti andavano al loro posto e la ballerina era finalmente libera di danzare elegante attorno a me.
    Rientrai in casa e mi diressi al pianoforte.

    Mi sedetti.
    Inspirai.

    E lentamente le note affluirono dalla mia memoria alle dita e dalle mie dita ai tasti nivei.

    Eccola.

    Timida e poi inarrestabile.

    Giocherellavo con le note, seguivo spartiti nebbiosi e confusi.
    Avevo bisogno di tanta pratica, mi mancavano ancora la scioltezza e la decisione, lo percepivo sotto le mie dita.
    Immersa in queste riflessioni mi dimenticavo della vita fuori di me e ogni rumore si faceva più attutito, accantonato dal rapimento momentaneo della musica.
    Fu per questo che non udii la porta aprirsi.
    Ultima modifica di VRebecca; 05-12-2010 alle 17:55

  3. #3
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    Predefinito Re: Love&Destroy

    “Non sapevo sapessi suonare” commentò la sua voce, trattenuta dietro di me.
    Le mie dita si sollevarono dai tasti di scatto, come se dei fili invisibili le avessero tirate, e mi girai sullo sgabello.
    Trovai i suoi occhi brillanti a pochi centimetri dai miei, leggermente chinatosi per raggiungere l’altezza del mio volto.
    Rimasi ferma ad annegare lì dentro e poi riemersi. Mi alzai istintivamente.
    “Sei tornato…”

    Davanti a due tazze di caffè fumanti, Jared mi mostrò, come aveva promesso, le sue piccole opere d’arte, sprazzi di quelle tre settimane che aveva trascorso lontano da me.

    Eppure, in quel momento, sembrò fossero passati solo alcuni minuti da quando, il 26 dicembre, aveva varcato quella soglia e ora era di nuovo qui.

    “Questo” e tirò fuori da una cartella un grande foglio “è il tramonto da casa mia. La sera in cui l’ho dipinto era particolarmente bello – ed era vero perché i passaggi del pennello da una tonalità altra erano invisibili -, molto rosso e caldo. Mentre quest’altro…” e lo mise da parte per prenderne un altro “è Shannon. Ci sono volute ore per convincerlo!”
    E Shannon riapparve di fronte a me, seduto su una vecchi sedia, con la chitarra in mano sulla gamba accavallata. La testa leggermente inclinata e un leggero cipiglio dovuto alla concentrazione.
    Il verde, il grigio e il nero erano gli unici tre colori che Jared aveva scelto per accompagnare i suoi occhi nocciola.
    “E poi” continuò scartabellando fogli “mmm, niente di che” concluse.
    “Eh no, fammi vedere!” e rapida gli sfilai la cartellina dalle mani e ne tirai fuori un paio di disegni.
    Fantasie lunari e realtà distorte mi colpirono la vista e assaggiai con gli occhi quelle visioni di mondi sconosciuti.
    “Sono fantastici!” esclamai passandoli in rassegna.

    Arreso, Jared aspettava.

    Quelle immagini in cui i colori si scontravano e si amalgamavano tra di loro, mi parvero sublimi. Compresi allora che la creatività di Jared si sfogava come un fiume in piena in ogni canale possibile: avevo davvero davanti a me un artista. In quel momento mi domandai cosa avrebbe serbato il futuro alle sue, innegabili e originali, doti.
    Nessuno dei due poteva aspettarselo.
    “Jane…”
    “Mm?”
    “Mi faresti un regalo di ben tornato?”
    Smisi di osservare le sue creazioni.
    “C-che dovrei fare??” balbettai.
    E lui sorrise in modo enigmatico.

    “Posa per me”.

  4. #4
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    Predefinito Re: Love&Destroy

    Un soggetto interessante.

    Interessante.

    Interessante, io?

    Ecco la sua risposta al mio strabuzzamento d’occhi quando Jared mi fece quella proposta.

    Devo ammettere che nelle tre settimane che seguirono mi preoccupai seriamente. Mi aveva chiesto del tempo, per “studiarmi” (studiarmi?) e scegliere come avrebbe potuto rappresentarmi su una tela color panna che aveva comprato apposta per me, cioè per lui, il giorno seguente.

    In quelle tre settimane, un altro pensiero mi passò per la testa: che fosse uno scherzo sconclusionato: il tempo infatti passava, ridendo di me e delle mie ansie, dovute al trovarmi improvvisamente gli occhi di Jared puntati addosso che mi “studiavano”, per usare parole sue, tranquilli, ma attenti.

    Un pomeriggio, mentre ero seduta al piano, si materializzò e s’acquattò dietro di me, silenziosamente, e con una delicatezza quasi calcolata iniziò un percorso inconscio sulla mia schiena.

    “Ma che fai?” sussurrai, smettendo di suonare, ma rimanendo immobile, come se al suo tocco le sue mani mi avessero reso impossibile qualsiasi movimento e sebbene volessi scrollarmi quel lieve solletico, come un vestito leggerissimo, che si irradiava dalla punta delle sue dita a tutta la mia schiena.

    “Sssh…” mi intimò concentrato.

    E senza parole seguiva ogni leggerissima curva, anche la più impercettibile; i polpastrelli lasciavano una scia continua, quasi stessero disegnando una mappa.
    Ogni minima svolta, ogni piccolo solco lo faceva avvicinare sempre più al mio collo.
    A pochi centimetri da esso, si fermò e tamburellò piano le dita come se dovessero decidersi sul da farsi.

    Poi con falsa indolenza, ripresero il loro cammino.

    Quando abbandonò il maglione e mi sfiorò la pelle del collo, il sangue mi frizzò nelle vene.

    Mi costrinse a voltarmi, verso di lui, ma senza alcuna violenza. Appoggiò semplicemente una mano sul mio mento e io, obbedendo a quella richiesta silenziosa, mi girai e mi ritrovai davanti, un’altra volta, i suoi occhi, quell’abisso.

    Attento, lavorava.

    Con entrambe le mani iniziò a seguire il profilo del mio volto: dalla fronte, i suoi pollici scesero fino agli occhi e li chiusero delicatamente. Ripresero poi la loro strada, ma io rimasi comunque a occhi chiusi; mi pareva di assaporare di più il contatto di quelle dita sulla mia pelle.
    E non riuscivo a reggere quegli occhi indagatori che sembravano volere andare al di sotto di quello che vedevano.

    Instancabili, le sue dita scivolarono sul mio naso e si fermarono sulla bocca: con l’indice segnò il contorno delle mie labbra, lentamente.

    Due.

    Tre.

    Quattro volte.

    Si bloccò infine e non prima di carezzarmi il mento e di far scivolare le dita sulla mia gola.

    Si staccò.

    Allora, rapido, se ne andò, sorridendo, e dicendomi mente s’allontanava.
    “Ti devo studiare ancora un po’…”

    Una settimana dopo entrò in camera mia e mi trovò avvolta in un asciugamano, appena uscita dalla doccia. Mi si avvicinò e porgendomi una gran pezzo di stoffa color porpora, mi disse “Ricorda che me l’hai promesso”.
    E io, senza capire, lo squadrai interrogativa.

    “Che dovrei fare con questo?”

    “Posare per me. Ricorda, me l’avevi promesso e…” si interruppe scostando una ciocca di capelli asciutti dal volto “… io sono il pittore e ti dovrai adattare…”

    Guardai il tessuto rosso e compresi.

    “… alle mie richieste”.

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