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Discussione: Just like heaven

  1. #1
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    Smile Just like heaven

    commenti qui ---> http://forum.teamworld.it/showthread...32#post6287232

    E' la mia prima FF... spero vi piaccia!

    Alle mie amiche Alice (mia barista preferita) e Manuela (maga del trasporto pubblico tra Pavona e Torvaianica ), che nella storia sono rispettivamente Elisa e Daphne (ho cambiato solo il nome, ma il resto è tutto vero, verissimo!)

    A me stessa, che in un certo senso sono Maya (beata lei *___*)

    Ai 30 seconds to Mars, che hanno fatto venire a galla quella che sono sempre stata ma che ho tenuto nascosta per un po'... Grazie!


    Ok... cominciamo!

    Titolo: Just like heaven
    Personaggi: Maya, le sue amiche Elisa e Daphne ; 30 seconds to Mars
    Genere: mmm non saprei, comunque sia, siamo sul real life

    Los Angeles, 9 Marzo

    Le prime luci dell’alba illuminavano Los Angeles, splendida città sul Pacifico: stava per iniziare un nuovo giorno, uno come tanti, forse, ma non per tutti. Nel suo enorme letto, avvolto tra lenzuola bianche, un uomo aprì gli occhi a quei primi raggi di sole che gli accarezzavano il viso. Avrebbe voluto rimanere a dormire ancora per un po’, ma ormai era sveglio e , nonostante fosse mattina presto, in casa sua c’era già molto movimento.
    “ Tomooooooo! Fai piano!! Non vorrai mica svegliare il cucciolo!” diceva una voce dalla cucina, ridendo piano per non fare rumore.
    “Smettila, dài” rispose l’altro, “se sei pronto usciamo”.
    “ Certo che sono pronto, andiamo e attento a non sbattere la porta”. Tomo girò gli occhi in modo drammatico e uscì insieme all’amico.

    Dal suo letto, l’uomo rise. Aveva proprio delle splendide persone accanto. Si tolse il lenzuolo di dosso e camminò lentamente, ancora insonnolito, verso il bagno. Si specchiò, come ogni mattina, ma quel giorno si perse ad ammirare i suoi lineamenti. “ Sono patetico”, pensò. Ma non smise di guardarsi allo specchio: i suoi splendidi occhi nocciola, il suo naso, le sue labbra, quel viso così espressivo che aveva sempre divertito sua madre. Eh già, sua madre, Constance. Forse l’unico amore della sua vita: la mamma è sempre la mamma. Sorrise pensando a lei e uscì dal bagno. Scalzo, come sempre, non con quelle stupide infradito che tanto piacevano a suo fratello . Si diresse verso la cucina: la luce che passava attraverso la finestra illuminò il suo corpo, così forte e muscoloso. Sul tavolo, c’erano una scatola di cupcakes provenienti da New York (avevano attraversato tutta l’America per venire da lui) e un biglietto. Lo lesse. “ Happy Birthday, Shannon!! We love you soooooo much! Jared & Tomo”. E sotto, un disegno, fatto sicuramente da suo fratello, visto che, a disegnare, Tomo era peggio di un bambino dell’asilo. Lo osservò attentamente: era una rock band di animali che suonavano. Un coniglio con occhi di ghiaccio cantava, un orsacchiotto marrone e dolcissimo si dava da fare con la sua chitarra, mentre, dietro di loro, un gattone massiccio ed energico con degli occhi belli come quelli del festeggiato, appunto, seduto alla sua batteria, batteva con forza le bacchette sui piatti. Shannon rise, con quella risata che aveva tenuto compagnia a Jared e Tomo in tanti momenti divertenti passati insieme in giro per il mondo, in qualche locale, o anche solo a casa, davanti a un piatto di quelle prelibatezze che Tomo cucinava così bene. Mangiò il suo cupcake e andò a farsi una doccia, divertito, e chiedendosi dove fossero quelle due straordinarie persone. Magari erano usciti e avrebbero aspettato il suo risveglio per fargli la sorpresa. Shannon si sentì quasi in colpa per essersi svegliato. Avrebbe proprio voluto vedere quelle due facce ridere e divertirsi, magari più di lui stesso… Beh, visto che le cose erano andate diversamente, era stato lui a fare una sorpresa a loro. Non ci si annoia mai con questi ragazzi. Aprì l’acqua della doccia, fredda come piaceva a lui, e mentre si insaponava cantava una delle loro canzoni imitando la voce del fratello. Fortunatamente per tutti, Shannon aveva deciso di fare solo il batterista.
    Ultima modifica di Baby Blue; 25-06-2009 alle 15:21

  2. #2
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    Ciampino (Roma), 11 Marzo

    Dietro al bancone di un bar, due amiche dai tempi del liceo, ora colleghe e bariste si davano da fare per preparare i caffè ai clienti. Era un lavoro provvisorio, che serviva a pagare gli studi all’università. Due amiche che si volevano un gran bene e che avrebbero fatto qualsiasi cosa l’una per l’altra: Maya e Elisa.
    La prima, una ragazza normalissima: media statura; corporatura esile ma atletica; capelli scurissimi, lisci, fino alle spalle; occhi scuri, vivaci e poco truccati, un sorriso che trasmetteva tranquillità. L’altra era un po’ bassina, aveva i capelli castani e riccissimi, quasi sempre legati per gestirli meglio; occhi scuri con ciglia lunghissime e un sorriso solare. Come tutte le mattine, Maya preparava cappuccini e distribuiva cornetti, mentre Elisa con le sue minuscole mani lavava le tazzine e i cucchiaini. Il clima era molto allegro, in quel bar frequentato dai ragazzi e da chi preferiva uscire dall’aeroporto per fare colazione in tranquillità.

    Proprio come loro, i 30 seconds to mars, stremati dal volo low-cost che Jared aveva trovato un giorno prima della partenza, con scali vari e che aveva portato via già due giorni per il viaggio. Tuttavia, il cantante era l’unico con ancora un po’ di energia: appena scesi dall’aereo, nel secondo e peggiore aeroporto della capitale, quello di Ciampino, appunto, aveva affittato una macchina, caricato lì le loro valigie e guidato fino al primo bar che aveva viso fuori dall’aeroporto stesso. Gli dispiaceva aver fatto passare a suo fratello il compleanno in aereo, ma i giorni successivi sarebbero stati fantastici, ne era sicuro.
    Così entrarono nel bar e si sedettero ad uno dei tavoli, aspettando che una delle due ragazze andasse da loro a prendere le ordinazioni. Maya, tutta presa nel suo lavoro, non li vide, ma Elisa sì, e li sentiva parlare in inglese:”Maya” disse alla sua amica, “vedi quei tre al tavolo? Parlano in inglese, meglio che vai te a prendere le ordinazioni”. La ragazza li guardò, poi rise all’amica, pensando al motivo per cui aveva scelto di studiare lettere e filosofia dopo cinque anni di liceo linguistico. Prese il blocchetto con una penna e andò dal tavolo dai tre stranieri. “Buongiorno!” disse, nel suo miglior inglese, forte dei suoi anni alla scuola interpreti, “cosa vi porto?” . Jared si sistemò l’immancabile camicia a quadri e prese ordinazioni per tutti. Tomo e Shannon erano ancora insonnoliti, che nemmeno guardarono in faccia la ragazza, che tornò presto con un vassoio con tre colazioni all’italiana. “Sveglia ragazzi! Siete a Roma (beh, più o meno), non potete dormire!” disse, con tutta la sua vitalità di sempre, poggiando il vassoio sul tavolino.
    Shannon tornò in sé. “Sending good energy”, pensò, annusando il cappuccino che gli era stato appena portato e guardò quella ragazza così solare. Tomo si stropicciò gli occhi, sorrise, e assaggiò il suo cornetto con la crema. Jared aveva fame e finì tutto subito, mentre Shannon, da grande osservatore qual era, analizzò i semplici gesti della barista, delicati e attenti, accompagnati sempre da un sorriso, semplice e dolce anch’esso. La parlantina di Jared fece sì che Maya, dopo essersi presentata ai tre ragazzi, si mise a sedere con loro. Non c’era nessun altro al bar, e comunque, per qualsiasi evenienza, c’era la sua amica disponibile. E così parlarono del loro viaggio, delle bellezze di Roma e del cibo italiano.

    Nel frattempo, Elisa osservava la scena da lontano e guardava stupita l’altra ragazza. Possibile che non li aveva riconosciuti? Sapeva benissimo che era possibile, anzi, certo. Maya amava la musica, il rock specialmente. Adorava i 30 seconds to mars, quelli con cui stava ridendo adesso, non sapendolo. Era strana infatti: si interessava di musica, non dei musicisti. Non voleva sapere niente di come si chiamassero, come fossero, dove vivessero. Niente di tutto ciò. Andava raramente ai concerti: preferiva ascoltare un bel CD al buio, in camera sua, oppure suonare con la sua band. Maya era una bassista, e anche molto brava, ma lo sapevano in pochi. E così stava ridendo allegramente con i suoi idoli, che non conosceva. Elisa scosse la testa e sorrise: Maya era più unica che rara, e lei era orgogliosa di essere la sua migliore amica.

    I tre ragazzi continuavano a parlare con la barista, che si offrì di far loro da guida a Roma per il giorno seguente: avrebbe potuto prendere un giorno di ferie di nascosto dal proprietario del bar, tanto per Elisa non c’erano problemi. Le cose fatte di nascosto sono quelle più belle. Salutò i tre ragazzi, che dovevano andare in albergo e si diedero appuntamento per l’indomani alla dieci davanti al bar. I ragazzi si alzarono, pagarono e uscirono. Maya tornò dietro il bancone.
    “Divertita?”, le disse l’amica, sorridendo e sistemandosi i capelli.
    “Certo, mi hai vista”, sorrise. “Eli, domani ho bisogno di un giorno di ferie clandestino, vado a fare da guida a Roma a quei ragazzi”
    “Ok, tranquilla, ci sto io qui”
    Maya conosceva benissimo Roma, la sua storia e i suoi monumenti, ed era un piacere per lei parlare della sua città a chi non ne sapeva nulla. L’indomani avrebbe rivisto quei tre ragazzi così amichevoli e divertenti che sembrava conoscesse da una vita. Ma soprattutto, quel tenero cucciolo insonnolito che si spacciava per un umano.

  3. #3
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    Roma,11 Marzo sera

    In un albergo del centro, Jared si accese una sigaretta. Guardò lo splendido panorama alla finestra, poi si girò verso suo fratello, sdraiato su un comodissimo letto, e lo osservò. Aveva gli occhi chiusi, ma non dormiva, con le braccia dietro la nuca. Shannon sentiva la fresca aria quasi primaverile che gli posava addosso. Si stava rilassando, e nella sua mente scorrevano varie immagini di quel primo giorno a Roma: un cappuccino caldo, una simpatica risata femminile, il sorriso dolce di una ragazza, la camminata decisa sempre della stessa ragazza, quella ragazza. Maya. La sua semplicità lo aveva colpito. Ripensava a quei capelli scurissimi, gli occhi profondi e la sua dolcezza. Non si accorse che sulle sue labbra si stava disegnando quel sorriso ebete che suo fratello conosceva bene. Sentì all’improvviso qualcosa colpirgli la spalla. Aprì gli occhi saltando in piedi e vide Jared che rideva insieme a Tomo, che stava smontando la valigia.
    “Hey, che ti prende?” disse, massaggiandosi la spalla.
    “Tranquillo, era solo il mio accendino. Comunque, dicci cosa prende a te. E’ mezz’ora che sei lì con quel sorriso da idiota. Dài, parla!”
    Shannon era imbarazzatissimo. Si passò una mano tra i capelli. “Beh, sono contento di essere a Roma. Che c’è di male?”
    Gli altri due lo presero in giro per il resto della serata, ma lui non ne parlò. E non ce ne sarebbe stato bisogno: le occhiate che aveva lanciato a Maya erano inequivocabili, e questo i suoi due amici lo sapevano.



    Ciampino (Roma), 11 Marzo sera

    Era ora di chiudere il bar. Elisa e Maya si tolsero quei ridicoli grembiuli rosa che dovevano indossare e presero le proprie cose dallo stanzino sul retro. Maya imbracciò il suo basso, che portava sempre con sé al lavoro, perché spesso quando usciva andava a suonare con i suoi amici. Ma quella sera non ne aveva voglia. Si sentiva strana: a momenti euforica, a momenti triste. Ce l’avrebbe fatta fino all’indomani? Difficile. Salutò la sua amica e andò a casa.

    Non c’era sua sorella Giada ad aspettarla, come sempre: tornava tardi, quelle poche volte che si degnava di rimettere piede in casa. Ma lei non se ne preoccupava: aveva 27 anni suonati, sapeva badare a se stessa. Si vedevano raramente, pur abitando insieme. Maya entrò nella sua camera e poggiò il basso sul letto. Andò in cucina, mangiò un’insalata al volo, poi guardò l’orologio. Erano le nove: tra mezz’ora avrebbe dovuto essere al garage della sua amica a fare le prove. Prese il telefono e la chiamò: “Daffy, scusa ma oggi non vengo da te a suonare. No, no, tranquilla, non è successo niente. E’ che mi sento strana. Ti chiamo domani e ti dico, dài, non preoccuparti, sto bene. Ciao e scusa ancora.” Daphne era un’altra delle amiche a cui teneva di più. Si vedevano quasi tutte le sere da lei per suonare insieme ad altri amici. Ma quella sera Maya voleva farlo solo per se stessa.

    Tornò in camera, attaccò il basso all’amplificatore e iniziò a suonare una delle sue canzoni preferite, “Don’t cry”, dei Guns n Roses. Certo, non era stupenda la sua versione, solo con il basso. Anche se la sua bravura era indiscutibile. Prese a cantare con la sua voce dolce, respirando nell’aria una strana malinconia. Le mancava qualcosa. O qualcuno. Non aveva le idee chiarissime: o meglio, forse non voleva crederci. In effetti era successo tutto così in fretta, si era sentita diversa. Le sue mani continuavano ad accarezzare le corde, e la sua voce accompagnava quelle note. Arrivata alla frase “Don’t you cry tonight, there’s a heaven above you baby” una lacrima solcò il suo viso rotondo, la sua voce faceva fatica ad uscire.
    “Porca miseria” pensò. “Di nuovo”.
    Si odiava da sola, quando le capitava. Quella lacrima era un brutto segno. Bruttissimo. Perché le succedeva ogni tanto di versare una sola lacrima per le emozioni vere, autentiche, che faceva difficoltà a esprimere in altra maniera. Di pianti veri, a dirotto, ne faceva pochi e solo in occasioni tristi. E quelle, fortunatamente, erano rare. Ma non si sarebbe aspettata nemmeno quell’unica lacrima, a confermarle quel sospetto che si era già insinuato nella sua mente e a cui lei non voleva dare ascolto… Pensava fosse solo una fantasia: d’altronde, i bei ragazzi non passano mica inosservati. Però così Maya si dovette arrendere all’evidenza: quello che aveva visto poche ore prima non era solo un bel ragazzo. Ma era mai possibile affezionarsi così a una persona con cui si scambiano quattro chiacchiere? Fino al giorno prima, la sua risposta sarebbe stata un no, ma ora… E’incredibile come certe cose, che capitano così, al volo e per caso, facciano cambiare idea…
    Mentre nella sua testa frullavano tutti questi pensieri, lei continuava a suonare, poi decise che per quella sera sarebbe stato meglio finirla lì. Staccò tutto, accarezzò il suo basso, nero e lucidissimo come i suoi occhi e si stese sul letto, guardando il cielo fuori dalla finestra. Ripensò: “There’s a heaven above you, baby”. Eh già. Il paradiso, sopra di lei. Ma aveva un’altra sensazione: sicuramente il “suo paradiso” stava sotto il suo stesso cielo, a pochi chilometri da lei.
    Ultima modifica di Baby Blue; 03-07-2009 alle 15:02

  4. #4
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    Roma, 12 Marzo ore 6.00


    Suonò la sveglia. Un uomo balzò in piedi e corse in bagno, aprendo l’acqua della doccia. Sì, quella era decisamente la sua giornata. Non c’era tempo per dormire, o almeno non per lui, e non si curò del sonno degli altri due compagni di stanza, ancora immersi nel sonno. Si sentiva carico dentro, una mina vagante pronta ad esplodere. Mentre l’acqua fredda lo avvolgeva, gli venne in mente una canzone di qualche anno prima e in un certo senso adatta alla situazione e così cominciò a cantarla, accennando a un balletto. Era "Bohemian like you" dei Dandy Warhols.
    …’cause I like you, yeah I like you, and I feel wahoo, woooo!
    Era davvero ridicolo, con lo shampoo sui capelli. Massaggiava, sempre canticchiando, finchè non gli si formò una specie di grande e schiumosa nuvola bianca in testa: sembrava Ronald McDonald da vecchio. Fortunatamente non poteva specchiarsi, essendo sotto la doccia, altrimenti la sua autostima sarebbe calata a zero e la sua vitalità ammosciata come un garofano tirato fuori dall’acqua. Si sciacquò bene e inspirò a lungo: doveva rendere fantastica quella giornata e quelle seguenti. Ne era assolutamente capace, bisognava solo essere quello che era sempre stato e non fingere, mai.
    To lose all you have to do is lie
    Chiuse gli occhi e apparve nella sua mente l’immagine di Maya, quella ragazza così semplice, eppure così… incantevole. Finì di lavarsi e uscì dalla doccia, accoccolandosi nell’ accappatoio bianco e morbidissimo. Non si asciugò i capelli: gli piaceva tenerli bagnati e lasciarli asciugare da soli. Anche quella volta si guardò allo specchio, come aveva fatto giorni prima a casa sua. Si era fatto contagiare dalle cattive abitudini di quel grandissimo narcisista che era suo fratello, ormai. Sospirò e sorrise. Si diede due schiaffetti sul viso, per tornare alla realtà, urlando “wahoo-wooo!”. E così, esibendosi nuovamente in un buffo balletto, si vestì.

    Fuori dal bagno, gli altri due erano ormai svegli. Una testolina bianca riemerse dal cuscino e guardò verso il letto dell’amico.
    “Che dici, Tomo, lo abbatto io o ci pensi te?”
    “No no, fai pure. Non vorrei sporcarmi le mani”
    Jared si tolse il lenzuolo di dosso e fece per alzarsi. Poi si bloccò, si mise una mano sulla fronte e scosse la testa. “Lo risparmio solo perché oggi deve fare conquiste”
    “Ma senti come canta a squarciagola! Deve essere proprio felice”
    “Peccato che siano le sei e mezza e non so che ci debba fare con tutto questo tempo…”
    “Lascialo fare, per una volta che lo vediamo così… dai…”
    “Hai ragione”. Si legò i capelli e si accese una sigaretta. “Carina però, quella ragazza…”
    “Chi, Maya?”
    “Si, lei. Non è assolutamente il mio tipo, sia ben chiaro. Però la vedo così diversa… e’ tanto dolce e disponibile… e poi ti dicevo, è davvero carina. Sono contento se combinano qualcosa, quei due”
    “Non so. Shannon è praticamente rimasto… folgorato!” sorrise “ma lei… boh. Non ho visto atteggiamenti particolari. Parlava allo stesso modo con tuti e tre.”
    “Ah, Tomino caro, dai retta al vecchio Jay… secondo me anche Maya nasconde qualcosa.”
    “A proposito ma… ci avrà riconosciuti?”
    “Secondo me no”
    “E allora perché si è offerta di farci da guida?”
    “Per il motivo che ti dicevo prima. Mica avrà la stessa confidenza con tutti quelli che passano per il bar. Si vede che era interessata a rivederci”
    “Vabbè alla fine gliel’aveva chiesto Shannon di accompagnarci..”
    “A-ah! Che ti dicevo prima? Non avrebbe mica detto di sì a tutti” sorrise.
    “Shannie carissimo! Che dolce…”
    Jared spense la sigaretta. “Chissà che bello che si sarà fatto, per l’occasione…”
    Proprio in quel momento si aprì la porta del bagno e uscì Shannon.
    “Buongiorno ragazzi!”
    “Buongiorno! Come mai sveglio così presto?” chiese Tomo,facendo finta di niente.
    Shannon si morse il labbro. “E’… un bel giorno oggi!”
    “E quindi…”
    “Eh, quindi…”
    “Vabbè, fratellone, abbiamo capito che ti piace Maya, e anche tanto.”
    Lui annuì. “Non vi sfugge niente, eh!!”
    Jared sorrise. “Ma… come ti sei vestito?”
    Si guardò. “Come mi vesto sempre… non va bene?”
    “Decisamente no.” Jared rovistò nella valigia e tirò fuori, trionfante, una camicia a quadri nera e rossa. “Guarda qua! Metti questa, e cadrà ai tuoi piedi! Dopotutto, non si resiste al fascino della camicia a quadri… E ne sono l’esempio vivente!”
    “Ma Jay, lascialo stare, povero …. Shan,tu non dargli ascolto! Andresti di male in peggio!”
    “Basta, ragazzi, io sto bene così. Chi se ne frega!”
    “Ah, è così? Allora guarda, tu rimani così e me la metto io questa. Vediamo a fine serata chi avrà Maya …” gli propose il fratello, con tono di sfida.
    Lui gli si avvicinò minaccioso. “Non ci provare nemmeno. E poi non ti sono mai piaciute le more. Tieniti le tue Barbie, stupide e odiose … “
    “Sappi che ho deciso di… ridimensionarmi . Quella ragazza è proprio quello che fa per me”
    “Jared, una ragazza non può essere uno strumento! E tantomeno quando quella ragazza è la ragione per cui tuo fratello dopo anni è finalmente… innamorato…”
    Jared aprì gli occhi, meravigliato, poi increspò le labbra in un sorriso. “Ecco quello che volevo sapere. Sono fiero di te, fratello”. Lo abbracciò. “Stavo scherzando, prima. E’ tutta tua Maya, nessuno te la tocca. Volevo solo vedere se ti interessava davvero!”
    Shannon sospirò. “ Su, sbrigati, vai a prepararti, io intanto chiamo Maya”
    Jared lo guardò curioso e felicissimo “Hai il suo numero?”
    Lui fece la faccia da playboy, annuendo.
    “E quando te lo sei preso?”
    Shannon rise. “Ma no che non ce l’ho. Però volevo darle il buongiorno, e non so come fare”
    Tomo ritornò alla realtà, dopo essere caduto in catalessi per qualche minuto. “Ma che dolce che sei!”
    “Dai, su, ora ci prepariamo e andiamo giù. Stai tranquillo. Fammi un sorriso”
    Lui lo fece. “Ok. Volevo solo vedere se avevi i denti puliti”
    Gli diede un calcio sul sedere. “Vai a lavarti te, piuttosto. Sai perfettamente che sono un animale pulito, io!”
    Tomo si alzò dal letto, strofinandosi il viso ancora insonnolito, e si avvicinò al suo amico. “Dai, Shan, vai che sei bellissimo!”
    L’altro sorrise e, accarezzandosi la barba, pensava a Maya, mandandole un buongiorno con il pensiero. Chissà se era già sveglia o se stava dormendo. E se aveva dormito quella notte . Se stava pensando a lui o se stava pensando al suo ragazzo (perché c’era anche questa possibilità). Sospirò di nuovo, prendendosi il viso tra le mani, con lo sguardo perso nel vuoto e con quel sorriso ebete della sera prima.

  5. #5
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    Ciampino (Roma) 12 Marzo ore 9.30

    Maya era già fuori dal bar, con mezz’ora di anticipo. Non voleva arrivare dopo i ragazzi e perdersi un solo secondo di quegli splendidi occhi nocciola. Seduta su un gradino, guardava le macchine in strada. Si rese conto che non sapeva nemmeno con quale macchina sarebbero arrivati. L’ansia cresceva. Si passò una mano nei capelli, sospirò e sbatté le mani sulle cosce. Era ancora presto, ma già non ce la faceva più ad aspettare.

    A poca distanza da lì, in macchina, un batterista si agitava.
    “Muoviti, Jared, è tardi, ci starà già aspettando!” disse, gesticolando freneticamente.
    Suo fratello, fermo al semaforo, si guardò allo specchietto della macchina sistemandosi i Ray-Ban.”Shannon, tranquillo. Stiamo fermi al semaforo rosso, come tutti. E poi manca ancora mezz’ora.”
    L’altro sbuffò. Tomo da dietro gli scompigliò i capelli, ridendo. “Wow, amico, sei proprio bello, oggi! Ne è valsa la pena di svegliarsi alle sei per prepararsi!”. Il povero animale iniziò a farfugliare cose senza senso e a borbottare, contro tutto e tutti, nervoso. Finalmente, suo fratello accostò. Erano arrivati. Maya, raggiante, li salutò con la mano dalla strada. Jared parcheggiò e scesero. Lui e Tomo lasciarono che Shannon li precedesse e salutasse per primo la loro guida. Si avvicinarono, abbracciandosi.
    “Hey, oggi ti vedo più sveglio, complimenti!”
    “Eh si, grazie. Ci vuole energia per iniziare la giornata!”.Le strinse forte i fianchi e sentì il suo profumo fresco,che anticipava gli odori della primavera. Maya, che aveva chiuso gli occhi, si lasciò coccolare volentieri, poi con delicatezza si separò da lui per salutare gli altri, mentre Shannon salutava con la mano Elisa, che stava dentro al bar e li osservava dal vetro. Tomo e Jared abbracciarono affettuosamente Maya, che salì immediatamente al posto di guida. Jared passò dietro con Tomo, mentre Shannon ovviamente rimase seduto dov’era prima, davanti. Parlarono tranquillamente e risero insieme, finché lei non parcheggiò la macchina e li accompagnò a piedi alla prima meta di quella giornata: il Pantheon. Arrivati lì, Jared sorrise. “Questo lo conosciamo abbastanza, almeno di nome” e intonò una delle loro canzoni. “You wait in the palid slivered sky, come into the Pantheon”
    ” Welcome to the universe” disse prontamente la ragazza. “Thirty seconds to Mars. Bella canzone, bella musica, bel gruppo. Mi piacciono. E tu Jared, complimenti! Hai cantato davvero molto bene.”
    I ragazzi si guardarono stupiti. Shannon si stava grattando la schiena e non ci fece tanto caso. Maya gli si avvicinò e mentre parlava del Pantheon gli prese la mano. Jared e Tomo se ne accorsero subito, si guardarono alle spalle e videro un Mc Donald’s. Avvertirono gli altri che sarebbero andati a prendere qualcosa da mangiare, e invece li osservarono da dentro il negozio. Una leggera brezza scompigliava i capelli della ragazza, mandandoglieli sul viso e lui glieli spostava immediatamente e con delicatezza: niente doveva offuscarle il volto, nemmeno i suoi stessi capelli. Maya finì di parlare del Pantheon e si mise di fronte a Shannon, guardandolo negli occhi e non lasciandogli la mano.
    “Ti piace la mia città, Shan?”
    “Si, molto. Amo l’Italia, anche se non ci vengo spesso. Roma mi ha sempre affascinato… ed è la prima volta che la vedo. E poi te spieghi le cose così bene… Si vede che ami la tua città.”
    “In effetti, si. E’ dove sono nata, quindi la conosco bene e mi piace molto la sua storia. Però pure voi non ve la passate male, a Los Angeles! Mi è sempre piaciuta: l’oceano, Hollywood, quei posti che vedevo solo in tv con ‘Beverly Hills’! Tutta un’altra atmosfera!”
    “Lo vedevi?? Beh, si è proprio così Los Angeles. Mi manca solo una cosa lì”
    “Ah si? Cosa?”
    Shannon prese il viso di Maya tra le mani e intercettò una lacrima che stava uscendo dagli occhioni scuri di lei, asciugandola con un dito. Maya ormai aveva rinunciato a frenare quella solita unica lacrima. Tanto sarebbe uscita comunque… E poi, aveva un gran bel significato… Lui le mise i capelli dietro le orecchie e i loro occhi si incontrarono di nuovo, desiderandosi ma con ancora un po’ di imbarazzo e timore.
    Dal Mc Donald’s Jared e Tomo stavano osservando la scena e si erano tolti gli occhiali da sole per vedere meglio. Il cantante era sbalordito: non vedeva così suo fratello da tanto tempo. Era bello trovarlo di nuovo innamorato. E si capiva chiaramente. Ma non erano solo gli altri due membri della band che li stavano guardando. Tra la dolce coppietta e il Pantheon, due echelon che avevano preferito andare in giro in centro piuttosto che a scuola, avevano riconosciuto il loro batterista.
    “Giorgia, guardalo bene, secondo me non è lui…”
    “Beh, Dany, se non è lui, ci assomiglia molto. Proviamo a chiamarlo, per sicurezza?”
    “Ma sei matta? Che c’è, ti sta prendendo un attacco di fangirlismo?”
    “Non sia mai!! Comunque, è l’unico modo per capire se è lui… non possiamo mica avvicinarci, guarda quella povera ragazza… pensa come ci rimarrebbe, non avranno mai un attimo di pace per loro (ammesso che sia lui)! Anche se in effetti, uno strillone non è piacevole comunque…”
    “Ma che povera! Beata lei! E poi scusa, ma chi è quella?”
    “ Ah, non lo so. Dai, su chiamiamolo… Se poi non è lui, facciamo finta di niente… Altrimenti, se ci avviciniamo, la figuraccia è d’obbligo”
    “Ma ti pare che spreco un’opportunità del genere? Io mi avvicino, se vuoi, seguimi”
    “Ah no, no, io non ti seguo per fare una figuraccia o prendermi una sberla in faccia dal mio batterista preferito, eh!”
    “Sai perfettamente che è innocuo… Dai, vieni!”
    “Non mi interessa, io lo chiamo. SHANNON LETO!” urlò.
    “Scema!! Io non ti conosco, eh!!”
    Il batterista spalancò gli occhi, Maya, che ovviamente era estraniata dal mondo, affondò il viso sul collo di lui. Shannon si girò in direzione delle due ragazze, che si stavano avvicinando. “No, ragazze, vi voglio bene ma… non ora, vi prego!” pensò. Fece loro cenno di scusarlo, e di andare via, lanciò bacetti e salutò con la mano, ovviamente attento a non farsi scoprire dalla ragazza che gli stava accoccolata addosso. Maya continuò a stargli appiccicata, ormai stava già su un altro pianeta.
    This is the life on Mars
    Jared e Tomo uscirono di corsa dal fast food per andare in aiuto del povero batterista. Le due echelon non credevano ai loro occhi: quelli erano davvero i 30 seconds to Mars! Riconobbero gli occhi e la camicia a quadri di Jared e la barba incolta di Tomo. Corsero verso di loro per farsi dare delle missioni direttamente dai loro capi ma non li raggiunsero perché anche quei quattro cominciarono a correre. Non volevano che Maya sapesse tutto subito, e in quel modo, poi. Shannon trascinava per mano la ragazza, che non capiva cosa stesse succedendo, ma si fidava di loro e continuava a correre finchè non giunsero a via del Corso. Avevano lasciato così le due echelon romane tra la folla, con un unico grande interrogativo: che ci facevano lì a Roma???

    Scampati alla verità per un soffio, ripresero fiato e continuarono a passeggiare tra i negozi. “Ma, Tomo, perché ci avete portati via?”
    “Ehm… c’era… uno di quei venditori ambulanti con le rose, che si voleva avvicinare… e quindi siamo dovuti scappare perché… ehm… Shannon è allergico alle rose”
    “Alle rose?”
    “Già.”
    Shannon lanciò un’occhiata perfida a Tomo. Jared lo colpì con una gomitata. “Certo che una scusa migliore potevi trovarla…”
    Continuarono il loro giro turistico. Dopo aver visitato Piazza di Spagna, Piazza del Popolo e il Colosseo, (una bella camminata, insomma) tornarono indietro a prendere la macchina. Maya propose di prendere la metro, per evitare un bel po’ di strada. Jared sbarrò gli occhi: “No, no, Maya…”. Aveva paura che li riconoscessero, avevano fatto tanto per evitarlo. Maya lo guardò interrogativa. Tomo le spiegò che Jared aveva paura di stare sottoterra. “Capisco…” rispose lei, un po’ ridendo della stranezza dei suoi nuovi amici. Ora sì che Jared voleva vendicarsi con Tomo, ma non trovò nessuna idea. Scosse la testa, e, con le mani in tasca, alzò le spalle. Doveva piuttosto tenere sotto controllo quei due, che camminavano mano nella mano. "Non si sono nemmeno baciati! Che idioti!" pensò. Ma capì anche che forse quando non c'è solo semplice attrazione fisica, è più difficile azzardarsi, perchè si tirano in ballo i sentimenti, e con quelli non si gioca. Mai. E poi, nessuno dei due meritava un dispiacere. Li guardò di nuovo:lei si stringeva al braccio di lui, che camminava lento e non la interrompeva mai, quando parlava. La sua voce gli piaceva tanto, e non aveva niente di particolare. Si, era proprio fuso, ormai. Jared, soddisfatto, sorrise e si morse il labbro, quasi fosse in fondo un po' invidioso di non poter provare certe emozioni anche lui.
    Ultima modifica di Baby Blue; 15-07-2009 alle 19:22

  6. #6
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    Fatta la strada a piedi, e non senza fatica, Shannon guidò e riaccompagnò prima gli altri due, e poi Maya, che gli spiegò la strada per arrivare a casa sua. Arrivati lì sotto, era giunto il momento di salutarsi. Stava anche incominciando a piovere lentamente. Un motivo in più per restare in macchina. Ma a lui venne in mente un’altra idea. Aprì lo sportello e uscì senza dire nulla. Maya ci rimase di stucco.
    “Non vorrai mica farmi bagnare da solo!”. Shannon, da fuori, la guardava con un sorriso irresistibile.
    Lei non se lo fece ripetere due volte. Corse fuori dalla macchina e si strinse forte al suo Shannon. Sì, proprio suo. E finalmente, il bacio che aspettavano. Bacio morbido, bacio lungo. Bacio che sa di pioggia, bacio che sa di lei. Bacio che sa d’amore.

    Lui, che sembrava così forte, si scioglieva come ghiaccio al sole di fronte a lei. Al suo sorriso dolce, al suo nasino che si arricciava quando rideva, alla sua camminata svelta, a volte saltellante. Non poteva farci niente, quella ragazza l’aveva conquistato in pieno, e in così poco tempo. Continuava a piovere sui loro corpi, abbracciati nella notte. L’acqua che aveva bagnato i capelli di Maya glieli fece diventare istantaneamente mossi. Shannon glielo fece notare, e lei sbuffò. Poi scoppiarono a ridere. Pazienza.
    “Ti va di stare da me stanotte? Non vorrai mica farmi dormire da sola!” gli disse, quasi citando la frase che si era sentita dire prima. Lui le sorrise, annuì e le diede un bacio. Prese il cellulare e scrisse un messaggio a suo fratello.
    “Ci vediamo domani, belli! Divertitevi!”. Maya già sapeva che sua sorella non sarebbe venuta, e non se ne preoccupò. Lo prese per mano e lo condusse nel palazzo.

    Qualche chilometro più in là, un blackberry suonò in una camera d’albergo. Il padrone allungò la mano nel buio e aprì i suoi occhi cristallini. Si lasciò sfuggire una risata.
    “Hey Tomo. Indovina dov’è Shannon?” gli urlò per farsi sentire.
    “E dove potrebbe essere? Ah, Shannie caro, torna, torna presto!” rise l'altro, improvvisando una scena teatrale. Ma nessuno poteva vederlo: era chiuso in bagno da solo.

    Tutti bagnati, salivano le scale a due a due. “Sai, sembri proprio una pantera, quando fai così” sussurrò Shannon.
    “Così come?”
    “Così… come fai te, non lo so, in tutto!” e gesticolava sorridendo, tentando di spiegarsi.
    Lei si girò verso di lui saltandogli di nuovo in braccio “Ah, è così? E invece tu, tu” e gli piantò un indice sul petto “sei il mio micione”. Rischiarono di cadere giù dalle scale. “Meglio se andiamo su…” aggiunse, tornando sui gradini.
    “Ma lo sai che ti preferisco con i capelli mossi piuttosto che lisci?”
    “Sul serio? Quindi non ti arrabbi se non li piastro”.
    “No, anzi!”
    Finalmente davanti alla porta. E sfortunatamente non si trovava la chiave.
    “Sbrigati, pantera, il tuo gattone aspetta.” E le accarezzava la schiena.
    “Dai, un attimo… ah, eccola!” e aprì la porta. “Vieni!”
    “Ma la luce… ?”
    “Non serve luce. Che ci devi fare? In camera ti ci porto io…”
    Lo condusse per mano attraverso il corridoio fino alla stanza, poi gli cinse il collo con le braccia.
    “Maya…”
    “Che c’è?”
    “Devo andare in bagno”
    Lei rise. “Massimo del romanticismo te, eh!”
    “La natura chiama…”
    “Eh, apposta. Seconda porta a destra. Vedi di sbrigarti! Ah,aspetta, ti accendo la luce… Hai visto mai che vai a sbattere e devo pure portarti al pronto soccorso!”
    Lui, di spalle rispetto a lei e già camminando nel corridoio, alzò una mano, facendo cenno di no con il dito. “Bella, ti dimentichi che i gatti ci vedono anche al buio…”
    “E allora a che ti serviva la luce prima, quando siamo entrati?”
    “A... creare atmosfera…”
    “Si, proprio. Vai, va”
    Ritornò presto. “OK, possiamo continuare…” e spense l’interruttore.
    Lasciarono i vestiti a terra e si adagiarono piano sul letto. Corpi che si cercano, si sfiorano, si uniscono. Battiti e respiri regolari. Anime che formano una cosa sola. Un momento di una strana dolcezza di cui Shannon non si sarebbe detto capace, una dolcezza che ha un sapore nuovo eppure così intrigante e coinvolgente. I loro corpi abbracciati stretti l’uno all’altro non ne volevano sapere di lasciarsi andare. E nel frattempo, anche il cielo trovò un po’ di felicità, rischiarato dal candido bagliore della luna che si era fatta spazio tra le nuvole, fermando la pioggia.

    Notte fonda, Shannon respirava profondamente. Maya era sveglia, distesa su un fianco e girata verso di lui, si reggeva la testa con la mano, affondando il gomito nel cuscino: non poteva perdersi uno spettacolo del genere. Il suo gattone, con un braccio sotto il suo cuscino e la bocca socchiusa, dormiva beato. Non avrebbe voluto svegliarlo, ma avvicinò i suoi piccoli e caldi piedi a quelli di lui, freddi. Shannon percepì il calore inconfondibile di quel corpo che si avvicinava e aprì gli occhi lentamente, quasi non volesse rimanere abbagliato dalla semplicità di lei, che era lì davanti a lui, cosa che lo rassicurava. La sua pantera lo osservava e lo riscaldava anche solo con lo sguardo.
    “Maya” sussurrò “grazie.” In italiano. Dagli occhi di Maya uscì una lacrima, quella delle emozioni indescrivibili. Gli si accoccolò affianco, rannicchiandosi sotto le sue braccia. “Sei te che mi fai stare bene, e quindi devo ringraziarti io. E comunque, sei stato bravo, l’hai pronunciato benissimo!”
    “E’ una delle poche parole che conosco, a parte ‘ciao’. Comunque, grazie a te che mi fai sentire così speciale. Vieni qui”.
    Le prese il viso tra le larghe mani e le sfiorò il naso con il suo a darle un altro bacio, poi le accarezzò i capelli, mossi. Lei lo guardava sorridendo, poi si strinse di nuovo a lui. Quelle forti braccia la tenevano al sicuro, e le premevano sulla schiena senza farle male. Stava così bene, si sentiva protetta e rilassata,e sospirò, soddisfatta. “Ti voglio bene, micio”
    “Ti voglio bene anch’io”. Le diede un bacio sulla testa, e cominciò ad accarezzarla lentamente. Così, si addormentarono, e venne il giorno. Un nuovo, fantastico giorno da affrontare insieme.

  7. #7
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    Roma, 13 marzo

    Un uomo si alzò dal suo comodissimo letto d’albergo. Erano le otto del mattino. Diede un’occhiata al suo blackberry: nessun nuovo messaggio. Strano. Ripensò all’ultimo che aveva ricevuto la sera prima, da suo fratello. Era felice per lui, per loro . Maya era una ragazza speciale, sarebbe stata bene con Shannon. Perché lui ci teneva, era evidente, già dal primo istante, in cui lei gli aveva poggiato davanti agli occhi un cappuccino schiumoso. Jared guardò fuori dalla finestra: doveva aver piovuto, la sera prima, visto che la strada era ancora umida. Si legò i capelli biondi e sistemò le sue cose. Ma nella sua mente c’era sempre l’immagine di Shannon con il sorriso ebete; lui e Maya che stavano per baciarsi davanti al Pantheon; sempre loro due che parlavano tra loro in macchina, ignorando gli altri, seduti sui sedili posteriori. Jared era troppo curioso e poi era preoccupato per Maya, che sarebbe dovuta andare al lavoro quel giorno. Compose il numero del fratello e attese una risposta, urlando nel frattempo a Tomo di svegliarsi, prendendolo a cuscinate.


    Ciampino (Roma) 13 marzo

    Squillò un telefono. Un uomo riemerse da sotto il piccolo corpo della sua donna e andò a rispondere.
    “Pronto?”
    “Shannie! Buongiorno e ben alzato, fratellino. Sono le otto. Sveglia quella pigrona della tua ragazza, dovrebbe già essere al lavoro!”
    “Jared… buongiorno…”
    “Dormito bene?”
    “Sì… io, Maya… cioè…”
    “Stai ancora dormendo,eh!”
    “Sì, noi… Sì, vi passo a prendere dopo. Ok, ora la sveglio. A dopo”.
    Tornò a letto e si sedette accanto a lei. Le accarezzò delicatamente il naso e le piccole mani. La ragazza percepiva il tocco leggero di lui, ma non voleva svegliarsi e interrompere quel momento magico. Shannon si guardò intorno: nella stanza, dai colori chiari, un armadio, una scrivania con libri in lingue diverse e CD vari, uno stereo, un pc e un basso elettrico, fuori dalla sua custodia. Rimase colpito da quello strumento: avrebbe voluto suonarlo per lei, ma non sapeva assolutamente farlo. Meglio non rischiare. Tornò con lo sguardo su di lei che ancora non si svegliava, e le diede un bacio sulla fronte. “Sveglia, pantera, è ora di andare al bar!”
    “Mmm… Ok…” poi gli fece una faccia strana. “Shan, stai bene?”
    “Mai stato meglio, perché?”
    “Hai delle occhiaie paurose” sorrise.
    “Oddio” e corse in bagno a specchiarsi “Sembro un…”
    “Un panda!”
    “No, volevo dire un mostro!”
    “Però il panda mi sembra più azzeccato! Hai pure la camminata da vecchio panda insonnolito”
    Tornò in camera, con l’aria da finto arrabbiato. “Beh, beh? Che è ‘sta storia del panda?” e incrociò le braccia.
    “Sì, Shan, sei un panda, cacchio! Ma che hai stamattina? Sicuro di stare bene?” gli mise una mano sulla fronte, per controllare se avesse la febbre.
    “Sì, come sempre”
    “Sei un panda adorabile e coccolone” e lo abbracciò.
    “Dai, ma il panda non mi piace… E’ frustrante esser chiamato panda… Virilità zero! Io sono uomo, un macho…”
    “Sì, eres un macho de panda muy muy lindo… No lo sabìas?”
    “Basta, ci rinuncio. Tanto mi freghi sempre!” e la prese in braccio. “Chiamami come vuoi. Però una cosa un po’ più… boh, qualcosa di meglio non mi dispiacerebbe…”
    “Che ne dici di Pandaman?? Sarai il mio supereroe personale…”
    “Tu-sei-matta! Basta chiacchiere, vai a prepararti e corri a lavoro. Ti raggiungo quando sono pronto.” La mise giù e le diede un pizzicotto sulle guance.
    “Ok, panda.”
    Dieci minuti ed era già pronta. “Shan?”
    “Sì?”
    “Io scendo, ci vediamo al bar”
    Lui le schiacciò la punta del naso con un dito. “Ok, piccola.”
    “A dopo” e gli lasciò un bacio leggero sulle labbra. Aprì la porta e uscì.
    “Maya… aspetta… Ti amo…” sussurrò, un po’ intimorito da quelle parole che non era abituato a pronunciare. Ma la porta era già chiusa,e lei era già sulle scale.

    **
    Elisa era arrivata da poco al bar e iniziava a servire i primi caffè della giornata. Vide arrivare di corsa la sua amica, che stranamente non portava con sé il basso: erano inseparabili. Capì subito che doveva esserci qualcosa sotto. Maya la salutò sorridendo, precipitandosi nello stanzino sul retro a mettersi il grembiule rosa. Si rimboccò le maniche e si mise subito al lavoro, con le mani immerse nell’acqua a lavare bicchieri.
    “Com’è andata ieri?” le chiese Elisa, curiosa.
    “Beh… giornatina niente male, direi. Mattinata, noi quattro in giro per Roma. Serata… in due a casa mia!”
    “Ah, lo sapevo che andava a finire così! Sempre la solita…”
    “No, Eli, ti giuro, stavolta sento qualcosa, sul serio. Ci sto bene con lui.”
    “Lui chi? Il batterista, ci scommetto la paga di oggi!”
    Maya sollevò gli occhi dal bicchiere che aveva in mano e guardò sorpresa la sua amica. “Che batterista???”
    Elisa aveva dimenticato il fatto che l’altra non sapesse la vera identità dell’uomo con cui era uscita.“No, cioè… Quello che ti guarda sempre e che l’altro giorno ti ha fatto un sacco di domande! Vabbè insomma lui, come si chiama?”
    “Shannon… Mi piace un sacco, è dolce, divertente, mi tratta benissimo! Stavolta davvero sono stata fortunata, lo ammetto…”
    “Non sai quanto”. Eh già, non lo sapeva proprio.
    Smisero di parlare perché era entrata altra gente da servire, ma presto accontentarono tutti e si trovarono solo in compagnia di una signora che sorseggiava lentamente il suo latte macchiato.
    “Ma lui dov’è adesso? A casa tua?”
    “ Sì, a due passi da qui. Mi ha detto che si preparava e veniva qui. Gli altri due sono in albergo, dovrebbero arrivare più tardi, passa Shannon a prenderli”
    “Albergo dove?”
    “Via della conciliazione”
    “Ah, si trattano bene i signorini! Tra Castel Sant’Angelo e San Pietro! Ottima scelta!”
    “Già, chiamali stupidi…”
    Mentre parlavano, la signora passò in cassa da Elisa, pagò e aprì la porta per uscire. Proprio in quel momento stava per entrare Shannon, che indossava qualcosa di molto familiare a Maya.
    “Ciao Elisa! Ciao, piccola. Visto che ho qui?”
    Lei rise.“Ma come sei bello! Fatti vedere, avvicinati.” Shan raggiunse il bancone a passo lento, mostrando la felpa con il panda. L’aveva comprata Maya per se stessa, poco tempo prima. Voleva un qualcosa di morbido e caldo, larghissimo, da mettersi addosso durante le fredde giornate invernali. Le stava enorme, ma le piaceva così, sentirsi un po’ coccolata da qualcosa che la avvolgesse, quasi a sommergerla. E infatti su di Shannon stava benissimo.
    “Ti dispiace se l’ho presa? L’ho vista, lì sulla sedia, e non ho resistito”
    “Ma no, scherzi? E poi quella ti spetta di diritto, visto che c’è il panda sopra… Anche se tu sei ancora più tenero”
    Shannon guardò il musetto dell’animale disegnato sulla felpa, poi sorrise con uno sguardo interrogativo. “Dici?”
    “Eh, dico sì. A proposito, te la regalo, così hai qualcosa di mio.”
    “No, no. Questa è tua. Così poi quando sarò a Los Angeles tu guarderai questa felpa e penserai a me. A proposito devo andare a prendere Jared e Tomo in albergo…”
    Maya non fece in tempo a sentire l'ultima frase perchè si sentì un nodo allo stomaco e le orecchie andarle a fuoco. Come aveva potuto pensare che sarebbe durata, la loro storia? Vivevano troppo lontani, non si sarebbero più rivisti. E lei che gli voleva così bene, come sarebbe stata senza di lui? Non avrebbe mai dovuto ficcarsi in quella situazione, ma non ci aveva proprio pensato. Lei voleva lui e non aveva considerato il resto. Non si era fatta problemi nemmeno per la barriera linguistica, sembrava non rendersi conto di parlare in inglese, certo grazie alle sue indiscutibili capacità, ma soprattutto per come lui la faceva sentire a proprio agio. Stavano così bene, eppure tutto sarebbe presto svanito. Perché? Aveva abbassato lo sguardo, respirando profondamente per mantenere l’autocontrollo.
    Shannon si era accorto che all’improvviso l’umore di lei era cambiato. Allungò una mano oltre il bancone, cercando la sua, che invece si ritrasse dietro la schiena. Maya indietreggiò, quasi andando a sbattere contro lo scaffale dietro di sé. “Piccola… che hai?”
    Silenzio.
    “Maya, se vuoi sto un altro po’ con te, da loro ci vado dopo, non è un problema. Basta che me lo dici, io lo faccio volentieri, lo sai. Stai più tranquilla, adesso?”
    Silenzio, di nuovo.
    “Hey… Non fare la bambina, siamo adulti e parliamo. Forza.”
    Maya strinse gli occhi e le labbra, ma non piangeva. Lei era una bambina. Una ragazza di ventitré anni che ha preso una sbandata per un uomo di trentanove. Pensò di essere stupida, ma era più forte di lei, non le importava dell’età, e forse Shannon neanche voleva dire questo, però la ferì ugualmente. E lei continuava in silenzio a stare lì, ferma, sperando che qualcuno venisse a toglierla da quella situazione. Il suo pensiero andò subito a ‘pandaman’ , ma forse ora il suo supereroe era il suo nemico. No, nemico no. Lei lo amava. Si, era quella la verità. Ma ormai che importava, non l’avrebbe più rivisto. O forse stava esagerando nel valutare quello che provava per lui? Forse non era amore, ma comunque un grande affetto, e quello era innegabile. Sì, si convinse di questo: gli voleva bene, ecco tutto. Ma non voleva né guardarlo, né parlargli in quell’istante.
    “Hey, mi dici che hai? Io non posso vederti così. Perché mi allontani, Maya? Voglio aiutarti, se posso…”
    Nessuna risposta.
    Shannon andò da lei, dietro il bancone, la prese per il polso e la tirò a sé, stringendola forte e accarezzandole la testa per calmarla. Maya provò a liberarsi, lui se ne accorse ma non la lasciò, anzi strinse ancora di più. Alla fine la ragazza, con il viso sul collo di lui, si arrese e si aggrappò alle sue forti spalle.
    “Piccola, non fare così, ci sono io. Dimmi cos’è che…”
    “Shannon” sussurrò, debole.
    Lui non credeva alle sue orecchie. Aveva parlato! “Si, piccola.”
    “Ti voglio bene”

  8. #8
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    Shannon sentì un calore improvviso dentro. “Anch’io ti voglio bene piccola”
    Maya alzò il viso e lo guardò. “Mi prometti una cosa?”
    “Dipende. Non prometto mai cose che non posso mantenere.”
    “Appunto. Proprio questo mi serve. Allora, puoi promettermi che ti ricorderai sempre di me?”
    Lui le mise le mani sulle guance bollenti. “Era questo il tuo problema?”
    Lei annuì, un po’ vergognandosene.
    La strinse di nuovo a sé. “Ma non devi fare così, io sto qui con te adesso, non devi essere triste…”
    “Ok, però… te tra poco te ne andrai, Shan, io non…”
    “Non smetterò mai di volerti bene”
    “Ti ringrazio ma… non hai risposto alla domanda di prima”
    “La promessa?”
    “Eh si, quella”
    “Ma certo che te lo prometto. Io non posso e non voglio dimenticarti. Tu non sei una come tante…”
    “Ecco Shan, io volevo dirti un’altra cosa”
    “Dimmi tutto quello che vuoi”
    Maya prendeva speso delle decisioni in momenti in cui il suo cervello non funzionava come avrebbe dovuto. Questo fatto la cacciava sempre nei guai, ma non sapeva evitarlo. E neanche quella volta lo fece. “Si… vedi… io già soffro adesso non voglio soffrire di più, e non voglio che nemmeno te lo faccia, perché ti voglio bene, no? Quindi forse Shan, non offenderti, ma penso che sarebbe meglio se non…”
    “No, no, no! Non scherzare!”
    “Non sto scherzando, Shannon, guardami, non svagare. Finiamola qui, ok? Siamo stati bene, però non voglio che tu… Shannon ti prego, prova a capirmi, guardami, ti dico! Non capisci che è per un buon motivo? Non andiamo oltre con questa storia, sarà solo peggio, perché ci perderemo e non voglio. Se tronchiamo sul nascere…”
    “Maya, tu mi stai chiedendo una cosa del genere! Non posso crederci, io…”
    “Shan, non capisci? E’ meglio così, per tutti, fidati”
    Believe me when I say goodbye forever, it’s for good…
    “Io capisco tutto e benissimo, ma tu non puoi chiedermi questo. Io quando sto con te mi sento in paradiso, io sento il bisogno di proteggerti e farti felice. Quando come prima mi stavi accucciata addosso, io avrei dato il mondo per vederti sorridere. L’altro giorno io… beh… mi è bastato guardardarti per innamorarmi di te.”
    Lei stentò a crederci. “Hai detto… ‘innamorarmi’?”
    “Si, Maya, è così. Scusami se non te l’ho detto prima, hai ragione te…”
    “Shan ti prego, non credere che sia facile nemmeno per me. Ma quando tu non ci sarai, io non potrò vivere di ricordi! Perché io ho bisogno di stare con te, di sentirti vicino, di averti con me…”
    “E se hai bisogno di me come puoi lasciarmi?” disse, alzando un po’ la voce in tono disperato.
    Maya restò in silenzio. Aveva ragione lui.
    “Vedi, non ha senso! E’ inutile, Maya, però se è questo che vuoi…” si tolse la felpa. “Questa tienila. E ricordati di me, anche tu. Però prima che me ne vada, devo dirti una cosa importante. Devi saperlo. E’ l’ultima cosa che ti dirò e voglio che sia questa. Ascoltami bene, Maya, io ti a…”
    “No, Shannon, ti prego, non dirlo. Mi fa male.”
    “Eh no, ora mi ascolti. Mi stai già chiedendo di rinunciare a te e lo farò, tranquilla. Ma non posso andarmene senza dirtelo chiaramente.”
    “Ma…”
    “Non chiedermi spiegazioni. Non c’è niente da spiegare.”
    Maya aveva chiuso gli occhi. Anche solo guardarlo le faceva male. Incontrare il suo bellissimo sguardo per dirgli addio… no, non ce l’avrebbe fatta. “Shannon, te lo chiedo per favore”
    “Basta” sussurrò lui, zittendola appoggiandole un dito sulle labbra. Quelle labbra che non avrebbero mai più avuto modo di sfiorare le sue. Maya si sentì morire dentro.
    “Ti amo, Maya”. Poi se ne andò, lasciando la ragazza con gli occhi chiusi, il volto pieno di lacrime e i pugni stretti per trattenere la rabbia di quella parte di sé che voleva ancora lui.
    Elisa andò dalla sua amica e la fece sedere per paura dei suoi svenimenti frequenti. Si abbracciarono.
    “Maya… ma che gli hai fatto? Eravate così felici, io vi ho visti…”
    “ Eli, se l’ho lasciato è perché era impossibile continuare”
    “Forse tu non te ne rendi conto, Maya, ma tu lo ami! Non vuoi ammetterlo, io lo so che sei fatta così, ma io ti conosco meglio di chiunque altro e so cosa provi.”
    “Io… tu dici? Allora quello che ho fatto è perché lo amo, quindi lui in un certo senso deve esserne felice, se io… “
    “Maya, tu stai fuori. Esci e vai a dirgli quello che provi”
    “Ma sarà andato via”
    “Tu provaci, non fartelo scappare. Corri!”
    “Vado?”
    “Vai, muoviti!”
    Maya corse fuori, urlando come una pazza. "Shannon! Non te ne andare!" ma lui non c'era. Solo qualche passante che la guardò storto. Maya diede un'occhiata in giro. Possibile che se ne fosse già andato? Si sedette sul marciapiede, piangendo. "Shan... scusami..."
    Sperava fosse lui a raggiungerla e riabbracciarla, e sarebbe passato tutto. Poi capì. Si alzò di scatto e corse verso casa sua. Era sicura che lui stesse lì. Arrivò di fronte al palazzo e lo vide. Stava scrivendo su un foglio, che poi attaccò sul parabrezza della macchina di Maya e si allontanò, triste. La ragazza si era nascosta dietro una siepe per non farsi scoprire. Quando Shannon fu abbastanza lontano, andò a vedere cos’ aveva lasciato sulla macchina. Foglio bianco con scritta nera. Semplice ed efficace. Lesse: “Again and again and again and again I see your face in everything”. La riconobbe. Echelon, 30 seconds to Mars. Bellissima canzone. Girò il foglio. “I love you. Shannon”. Maya si sentì distrutta. Come aveva potuto mandarlo via? Senza neanche dirgli che lo amava, poi! E finalmente, un neurone decise di tornare a fare il suo lavoro. Lei era lì, lui a non molta distanza e… perché stava ferma a disperarsi invece di rincorrerlo? Si maledisse e corse, con il foglio in mano. Poco più avanti Shannon si passava una mano sul viso, per la rabbia e la tristezza. Aveva sempre rispettato le decisioni degli altri, ma quella volta gli pareva davvero difficile. Camminava, lento quando a un certo punto sentì una voce disperata che lo chiamava per nome. Non si girò, pensando fosse solo il suo inconscio che gli stava giocando brutti scherzi. Eppure la sentiva così bene, quella voce. E sentiva anche il passo svelto di qualcuno dietro di lui, con il fiatone. Si convinse che fosse Maya e si girò. Al suo fianco, però, c’era un cane, che lo seguiva, con la lingua di fuori. Pensò a quanto fosse stupido: come aveva potuto crederci e sperare?
    Such a beautiful lie to believe in…
    Alzò gli occhi al cielo, sussurrando quel nome che gli riempiva il cuore. “Maya, Maya…”
    Riabbassò lo sguardo, e per un nanosecondo gli sembrò di aver visto quel viso. Fissava la strada, per paura di imbattersi di nuovo in un’illusione. Lo riscosse quella voce che aveva già sentito. “Shannon… Sono qui…”
    Non ci pensò due volte a guardare in quella direzione. E la vide. I suoi capelli mossi, i suoi occhioni pieni di lacrime, il foglio in mano. Era lei, lì, e sapeva tutto. Ma Shannon non le si avvicinò, per quanto lo volesse più di qualsiasi altra cosa al mondo: non voleva farle del male di nuovo. Ma allora perché era venuta lì?
    Neanche Maya gli corse incontro, forse per il troppo orgoglio, ma soprattutto perché aveva paura che lui non l’amasse più, visto che non si era mosso, non aveva detto niente. Zero. Perché quella reazione? Poi ripensò al foglio che aveva in mano: come aveva potuto dimenticare tutti i suoi sentimenti così in fretta?
    Shannon soffriva in silenzio e fece per rigirarsi e rimettersi in cammino verso una meta non definita.
    “No! Shan ,non te ne andare ti prego!” gli urlò lei.
    Shannon stava di spalle, fermo. Non ce la faceva a guardarla in faccia, sebbene l’amasse tantissimo. D’un tratto sentì una manina calda sulla schiena: non l’aveva sentita arrivare. Raggelò dentro, ma non si girò. Fu lei ad andargli davanti, interrompendo anche quel benché minimo contato fisico.
    “Dimmi che mi ami ancora, Shan”
    Lui si passò una mano nei capelli. La vide, e gli sembrò così piccola e fragile. Shannon non rispose. Adesso era lui quello che non parlava.
    “Ti prego, dimmelo! Ne ho bisogno” e gli mise una mano sul braccio, ma la tolse subito.
    “E io ho bisogno di stare con te. Come la mettiamo?”
    Maya tacque. Piegò il foglio e lo mise in tasca. “Shan…”
    “Che ci fai qui?”. Il tono di lui si fece arrabbiato.
    “Sono venuta a dirti una cosa”
    “ E cosa? La strada per l’albergo la so benissimo”
    “Non volevo dirti quello”
    “Dai sbrigati, così me ne vado… non ce la faccio nemmeno a guardarti…” Shannon rivolgeva lo sguardo in alto, in basso, si lato, ovunque tranne che dritto davanti a sé, dove c’era lei.
    “Appunto. Guardami”
    “Maya, ti ho già detto che non ce la faccio.”
    “Shannon, te lo ripeto, guardami negli occhi quando ti parlo.” Gli afferrò il viso con le dita e lo girò verso di sé. “Lo vuoi capire che ti amo?”
    Lui si sentì sprofondare. Avrebbe voluto abbracciarla, baciarla, ripeterle che l’amava fino all’infinito. Ma era così difficile: eppure era davanti a lui, e quelle dita premevano ancora sulle sue guance, ormai inondate dalle lacrime. Maya avvicinò il suo viso a quello di lui, senza allentare la presa. I loro nasi si sfioravano, le labbra erano a pochissima distanza. Shannon provò a resistere, ma lei lo tentava troppo. Anche lui desiderava quel bacio, certo, ma si rendeva conto che sarebbe stato ancora più difficile andarsene, poi. Finalmente si lasciò andare, senza troppi perché. Lasciò che il calore di Maya lo invadesse e gli incendiasse il corpo. Ma era un fuoco piacevole, quello dell’amore. Purtroppo però Shannon voleva andare via, per qualche strana ragione: gli faceva più male stare con lei, sapendo che un secondo dopo non sarebbe più stata sua.

  9. #9
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    Si distaccò da lei, piano. “Devo andare, Maya”
    “Non c’è più bisogno, restiamo insieme. Ti prego.” Lei continuava ad abbracciarlo.
    Lui si sottrasse con dispiacere a quella stretta, e cercava di mantenere il controllo della situazione. “Avevi ragione te prima. Ci stiamo facendo solo del male”
    “Ma Shan, ora ho capito che…”
    “Aspetta, forse è meglio se parlo io.”
    “Ma no, vedi…”
    “Niente ‘ma’. Ascolta. Io ti saluto adesso. E’ stato bellissimo stare con te, anche se per poco. Mi hai… sconvolto parecchio. Su, sbrigati, è tardi, ti aspettano al lavoro. E ricordati che ti amo”
    “Io non me ne vado da qui senza di te. Vieni” e gli prese la mano.
    “Maya, dico sul serio. Ora tu vai dove devi andare, io prendo la macchina e vado a Roma, intesi? Ti amo”
    “Ma perché mi dici sempre che mi ami?”
    “Perché è vero. E perché te l’ho promesso al bar che sarebbe stata l’ultima cosa che ti avrei detto. Ora vai. Ti amo.”
    “Perché dobbiamo stare qui a litigare, Shan? Noi ci amiamo!”
    “Non stiamo litigando, ci stiamo salutando. Su, vai. Ti amo.”
    Maya stava ferma.
    “Ok, me ne vado io. Ciao, e non dimenticarmi, angelo mio. Ti amo”. Si girò e andò via lui, sentendo Maya che gli strillava dietro, senza rincorrerlo.
    “Shannon, torna qui! Ti amo!”. Ma non lo rincorreva. Sarebbe stato inutile. Evidentemente, lui ormai pensava che la cosa più giusta da fare fosse andarsene. Maya si maledisse centinaia di volte per essersi cacciata in quel guaio. Lo guardava da lontano, mentre se ne andava. E poi decise che non gli avrebbe permesso di lasciarla lì. Iniziò a correre.


    Shannon aveva il solito passo lento di chi se ne va con onore dopo una sconfitta. Eppure era stato lui a deciderlo, e non sapeva nemmeno perché, ma voleva farlo. Sentiva che lei lo chiamava da dietro, ma non si girava. Quelle parole colpivano la sua schiena come frecce infuocate, ma lui cercava di ignorarle, benché fosse difficile. Sentì di nuovo quel calore inconfondibile lungo la schiena. Il calore di lei.
    “Shannon mi senti? Non lasciarmi, Shan.”
    Lui continuava a camminare, anche se lei lo teneva per un braccio. Poi la ragazza gli si buttò ai piedi, gli strinse forte le gambe e gli si accoccolò sulle ginocchia. “Ti prego, non te ne andare”
    “Maya tirati su e non fare la ridicola”
    “Non sono ridicola. E’ l’unico modo che ho per tenerti fermo.”
    Shannon si impietosì e si inginocchiò. Le accarezzò il viso e si accorse che singhiozzava. Le baciò la fronte e avvicinò quel piccolo viso al suo petto, stringendola a sé. Voleva rassicurarla: vederla tremare e piangere così gli faceva molto male. Se ne sentiva responsabile. E pensare che avrebbe desiderato per lei solo la felicità! Si morse il labbro e trattenne il respiro. Poi sentì una vocetta rotta dal pianto che cercava di dire qualcosa.
    “Mi hai chiamata ‘angelo’, prima…”
    “Si, perché sarai il mio angelo. Mi farai compagnia nella testa e nel cuore, quando saremo lontani. Fanno così gli angeli, no?” Continuava ad accarezzarla e a farle sentire la sua presenza.
    “Non lo so, non sono mai stata l’angelo di nessuno”
    “Meglio così, almeno sei tutta per me”
    “E ti accontenti di avermi solo come angelo?”
    Lui sospirò. “In realtà no. Ma sopravvivrò, vedrai.” Sorrise.
    “Allora perché non dici più ‘ti amo’ alla fine di ogni frase?”
    Gli occhi di lui, di quel colore sempre diverso, non riuscirono a nascondere quel nuovo bagliore di felicità. “Perché non ho intenzione di andarmene ora.”
    Maya sollevò il viso e lo guardò. “Vuol dire che rimani?”
    Lui sorrise dolcemente e le asciugò le lacrime, poi le prese le mani tra le sue. “Ti amo”
    “Devo prenderlo per un addio?”
    “Prendilo per quello che è. Ti amo e voglio stare con te.”


    Era passata più di un’ora, e stavano ancora seduti sul marciapiede, abbracciati. Poi Maya si ricordò.
    “Ma non dovevi andare a prendere tuo fratello?”
    “In teoria sì. Chissà che fine avranno fatto… li chiamo, va’”. Prese il blackberry dalla tasca dei jeans. Era spento, lo accese. Vide tantissime chiamate e messaggi di Jared e Tomo, che minacciavano di far sguinzagliare i cani nel paese per riacchiapparlo.
    “Ah, che uomo desiderato che sei…”
    “Già. E pensa un po’, sono solo tuo”
    “Mmmm, si, mio e basta. Capito gente? Lui è mio e di nessun altro!”
    “E no che non hanno capito. Stiamo parlando in inglese!”
    “Beh, non saranno mica tutti così ignoranti. Comunque, tanto per sicurezza” e lo ripeté in italiano. “Ok, ora sì”, e lo abbracciò. “Hey! Dovevi chiamare Jared”
    “Ah si si vero”. Digitò il numero. ” Jay, scusami…. Siete al bar?? Col taxi?? Da due ore?? Ah, ok, vi ha detto Elisa, immagino… si, ok, arriviamo. Si, tutto risolto. Ha appena urlato al mondo in due lingue diverse che sono solo suo… già… dai, tra un po’ siamo lì! A dopo.” riattaccò. “Alziamoci, amore”
    “Che bello sentire che mi chiami ‘amore’!”
    Lui sorrise, sistemandole i capelli. “Guarda che se sei il mio amore vuol dire che questa è una storia seria.”
    “E’ quella che io voglio con te, amore
    Si pulirono dalla polvere e camminarono mano nella mano verso il bar, Maya saltellando, come faceva quando era felice.

    Did we create a moden myth?
    Did we imagine half of it?

  10. #10
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    (se non avete letto il post di prima, non ci capirete niente! )

    Sera

    “Dai, passatemi i piatti!” Maya stava sporzionando la pasta al sugo. Sul suo terrazzo, un’allegra tavolata per la cena: lei, Shannon, Elisa, Tomo e Jared. I ragazzi le avevano chiesto di cucinare la pasta semplice e fatta bene. Anche Tomo aveva collaborato a preparare. La serata proseguì bene: dopotutto, era una semplice cena tra amici, niente di straordinario. Elisa era un po’ a disagio, perché pensava che i tre ragazzi ci sarebbero rimasti male per il trattamento da ‘comuni mortali’. In realtà, loro erano completamente a loro agio e Elisa si tranquillizzò. Capì che alla fine quei tre avevano più bisogno di serate così. D’altronde, se l’erano andata a cercare. Finita la cena, Maya iniziò a sparecchiare, aiutata da Jared che sentiva il suo spirito casalingo ribollirgli dentro. Quando fu tutto pulito e sistemato, a parte i piatti che vennero ammucchiati nel lavandino e lasciati così per la poca voglia di lavarli, Elisa propose di fare una passeggiata sul Lungotevere, vicino all’albergo dei ragazzi. Stavano per uscire quando Maya si ricordò che non aveva mostrato la casa ai suoi nuovi amici.
    “Che stupida! Dovete scusarmi. Non vi ho fatto vedere casa! C’è tempo, tanto… Allora…” si mosse per casa seguita dagli altri e soprattutto da Shannon che faceva l’esperto e si vantava.
    “Questo è il salone… la cucina l’avete vista. Poi lì c’è il bagno, questa invece è la camera di mia sorella, che praticamente non c’è mai. E invece questa è camera mia.”
    “Nostra, piccola!” le fece notare Shannon, sorridendo.
    “Giusto!” aprì la porta. “Accomodatevi, date un’occhiata in giro… e scusate il disordine, ma siamo due animaletti selvaggi…”
    Jared venne attratto subito dalla scrivania: tutti quei libri e i dischi gli piacevano. Ne prese due, in vinile: “Bleach” e “In utero”, dei Nirvana.
    “Si si, mi piace” le disse, sorridendo. Poi, una pila disordinata di CD. Lesse i titoli.
    “Nine inch nails, the downward spiral… Intenditrice! No! Hai anche Frankie goes to Hollywood! Ti ricordi, fratellone, quanto ci divertivamo in discoteca a ballare ‘Relax’?”
    Shannon annuì.
    “Questo dovrebbe essere l’angolino punk! Ramones, Sex Pistols, The Clash… qui invece c’è roba più recente: Red Hot Chili Peppers, Californication… Muse, Black holes and revelations… e poi… wow” Prese in mano la custodia di un CD molto, molto familiare. La aprì, ma era vuota. “Dov’è il CD?”
    “Guarda, dovrebbe essere sopra lo stereo. E’ lì che metto i miei preferiti”
    Jared lo trovò, sotto un mucchio di Cd dei The Cure e dei Foo Fighters. Aveva davvero di tutto. Lo trovò, lo prese e lo mise in controluce. Su uno sfondo completamente bianco, Trinity splendeva, lucidissimo. “E così, devono piacerti tanto i 30 seconds to mars!”
    Shannon, seduto sul letto, sobbalzò; Tomo tossì e Elisa tamburellava nervosamente con le dita sullo stipite della porta. Solo Maya non si scompose.
    “Eh già. Musicalmente sono eccezionali, sanno fare veramente di tutto. Passano dall’energia pura alla dolcezza semplice e non smielata… davvero meravigliosi. I miei preferiti, forse.”
    Jared sapeva già tutto, grazie ad Elisa, ma voleva sentire l’opinione di qualcuno che esprimesse un parere solo sulla musica e non sul personaggio. “E… il cantante come ti sembra?” Le solite manie di protagonismo.
    “Voce potente e versatile. Non è solo bella e tecnicamente perfetta, ma sa trasmettere molto. Mi coinvolge tantissimo. Poi certo, sono opinioni… “
    “E’ proprio quello che volevo sentirmi dire, grazie!”
    “Figurati, per così poco! Un’opinione sul mio gruppo preferito la do volentieri”
    Shannon era agitatissimo, si muoveva in continuazione facendo ballare il letto sotto di lui e anche Maya che gli stava appoggiata addosso.
    “Sai” continuò Jared “Anche a me piacciono tantissimo. Tu pensa, sono la mia vita!”
    Tomo, che stava analizzando in silenzio il basso di Maya, fece partire una nota.“Ops… scusate!”
    Shannon, inquieto, non sapeva cosa fare, se dirglielo o meno. Poi decise di cogliere la palla al balzo. Suo fratello aveva introdotto il discorso, e quindi era il momento giusto. E dopotutto, non voleva mentirle a lungo. Non gli sembrava giusto, forse si sarebbe anche arrabbiata, ma doveva saperlo, visto che probabilmente era già troppo tardi.
    “Maya, devi sapere una cosa importante. Te l’ho tenuto nascosto fino ad adesso e mi dispiace, credimi, però vedi… Aaaaaah!” Si coprì il viso con le mani, mentre soffocava un grido di disperazione.
    “Shan, ti prego, non fare così. Dimmi tutto, non farti problemi” gli accarezzava la testa, cercando di calmarlo.
    Inspirò e chiuse gli occhi. Non credeva sarebbe stato così difficile confessarglielo. Più di dirgli che l’amava. “Ok. Beh… prendi il booklet di A beautiful lie”
    Lei lo sfilò dal supporto di plastica e lo aprì. Aveva comprato quel CD quando era stata un paio d’anni prima a New York con sua sorella, e quindi era in edizione americana.
    “Pensa, Shan, non l’ho nemmeno mai aperto. A malapena leggo la track list sul retro! A me interessa la musica, non tutti questi aggeggi… anche se mi piace la semplicità della copertina. Hai visto che bello il contrasto tra la rosa rossa e lo sfondo bianco? E’ bellissimo e…”
    “Maya, ti dispiace aprirlo?” Shannon alzò un po’ la voce, poi sbuffò abbassando lo sguardo. “Scusami, non dovrei parlarti così.”
    “E’ che sei agitato, lo so. Senti, facciamo una cosa. Te lo dico io. Hai già un’altra ragazza che ti sta aspettando a Los Angeles, o magari una moglie con dei bambini…? Dimmelo, Shan è importante”
    Scosse la testa. “No, no, niente di tutto questo.”
    “Ok, allora non avrò motivi per arrabbiarmi” gli sorrise accarezzandogli una guancia. Lui inspirò mentre lei sfogliava la prima pagina del booklet senza prestarci troppa attenzione e lo mise sotto al naso di Shannon.
    “Senti? Profuma ancora di nuovo!”
    Poi lo vide. E bene, anche. Il ragazzo che aveva lì, davanti ai suoi occhi e quello che appariva su quella prima pagina erano… la stessa persona. Pensò di essersi sbagliata. Riguardò bene: era proprio lui.
    It’s everybody else, it can’t be you…
    Osservò la pagina affianco: Jared. Andò oltre. C’erano altre foto: loro, poi un altro ragazzo e, accanto, Tomo. Chiuse gli occhi e inspirò a lungo, per mantenere l’autocontrollo. “Che significa questo, ragazzi?” In realtà aveva capito benissimo, ma voleva una conferma.
    “Perdonami Maya. Sono un bugiardo! Uno sporco bugiardo! Avrei dovuto dirtelo prima, ma io volevo stare con te da uomo comune e non da VIP, come mi sento trattato ormai da anni! Tu mi ami per come sono, non per chi sono! E’ quello che ho sempre voluto, ma non sai com’è difficile! E ora che ho trovato te, non voglio perderti, anche se avrei dovuto essere sincero dall’inizio! Hai ragione a inca**arti, a sbattermi fuori casa, e mandarmi a fanc**o, però credimi, l’ho fatto per noi. Voglio vivere una storia vera con te. Ti prego, prova a immaginare cosa significa per me…”
    “Shan…ascolta. Tu mi ami?”
    “Certo che ti amo”
    “Questo mi interessa. E basta. Potresti essere un musicista, un disoccupato o il presidente degli stati uniti, ma sappi che per me rimani solo te. Quello che io amo. Niente di meno, niente di più. Capisci?” Lo abbracciò, coccolandolo.
    “Grazie, grazie. Sei il mio angelo! Il-mio-angelo!”
    Lei lo baciò, piano.
    “Ma allora non sei arrabbiata?”
    “E perché dovrei? Non è mica una cosa brutta essere un… oddio… ma allora tu sei QUELLO Shannon Leto!” Risata generale. “C’è una mia amica che mi parla di te per ore ed ore ogni volta che la vedo! Vuole diventare una batterista brava come te. Come ho potuto non pensarci prima! Sento ripetere il tuo nome in continuazione e…”
    Shannon rise forte e avvicinò il viso di lei al petto, stringendola forte. “Lo vedi? Lo vedi perché ti amo??”
    “Ah, amore! Scusami, sono una stupida”
    “E che facciamo? Ci scusiamo a vicenda? Su, alziamoci. Allora, Jared è il cantante…”
    “Aaaah eccoti, brutto disgraziato! Mi hai fatto commuovere un sacco di volte!” e lo abbracciò.
    “Poi, piccola, c’è Tomo che è il secondo chitarrista”
    “E bravo Tomo!” abbracciò anche lui.
    “Però non abbiamo un bassista fisso…”
    “Ah, capisco. Peccato. Beh, finite le presentazioni?? Possiamo andare?? A proposito ma… Eli, tu non mi hai detto niente?”
    La ragazza sistemò i suoi ricci ribelli dietro le spalle e sorrise alla sua amica, felice del fatto che ormai non si dovesse più fingere.“Eh no. Sapevo tutto, però non volevo rovinarti nulla. Sono cose vostre, è giusto che ve le diciate voi. Com’è stato, appunto.”
    Maya le sorrise. “Grazie Eli. Ok, usciamo? Shan, però portati una giacca, una felpa, che ne so, mica puoi uscire così, in canottiera!” e gli diede uno schiaffetto sulle spalle. “Wild animal”
    “I’m a strong animal, baby” le rispose, poi si chinò a ravanare nella valigia che aveva portato a casa qualche ora prima, senza trovare nulla. “Eppure mi ricordo che c’era, dove l’ho messa??” Alla fine si arrese. Alzò gli occhi verso la sedia del PC, e allungò una mano. Afferrò la felpa bianca di Maya che si era messo quella mattina e la infilò. “Io esco con questa!”, poi abbracciò il suo angelo, dandole un piccolo morso sulla guancia.
    “E meno male che ero io la pazza…”


    Sfogo mio personale:
    Finalmente! Ce l'hanno fatta!! E ora Maya sa con chi ha a che fare

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