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Discussione: Just like heaven

  1. #111
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    Predefinito Re: Just like heaven

    (dal post precedente)


    “In moto no!”
    “Ma perché?”
    “Ho paura.”
    Shannon dondolava un casco con ciascuna delle due mani e guardava fissamente la sua ragazza, dritta davanti alla Ducati, che sbirciava con diffidenza e braccia conserte. “E allora facciamola passare, questa paura. Basta che ti reggi forte a me, è facile.”
    “No, Shan, di sicuro va a finire che mi sento male.”
    “Ma se ci vogliono dieci minuti scarsi, per arrivare al locale! Dai” cercò di incoraggiarla con un sorriso irresistibile. Sapeva che Maya non era ancora diventata immune a quelle iniezioni di fascino fulminante, per cui vi ricorreva molto spesso, quando voleva ottenere qualcosa. Infilò il casco e la invitò a fare altrettanto, poi salì in moto e la accese. “Veloce!”
    La ragazza si rese conto di non poter fare altro se non obbedire, quindi si raccomandò a Simone affinché la proteggesse da lassù e calò la testolina nel casco. “Mi avrai sulla coscienza, Shan.”
    L’altro rise e la aiutò a sistemarsi bene dietro di lui, le prese le mani e se le assicurò al petto. “Reggiti forte. Ecco, magari senza stritolarmi, grazie.”
    Maya allentò la presa giusto di poco. Nei pugni stringeva la stoffa della maglia di Shannon.
    “Tieni bene a mente una cosa, pulce. Se io mi piego, devi fare lo stesso. Non rimanere dritta, altrimenti perdiamo l’equilibrio e cadiamo.”
    “Mio Dio, Shannon, io ti odio.”
    “Anche io, amore. Tanto, tanto” le accarezzò un ginocchio. Gli piaceva da morire l’accento britannico della sua compagna, perché lo faceva divertire, in particolare quando diceva “Mio Dio!” in quel modo da acida e vecchia zitella aristocratica londinese, ovvero tutto ciò che Maya non era. A parte ‘acida’.
    Partirono, tra i sorrisi emozionati di Shannon e le maledizioni in italiano biascicate da Maya, come in tutte le volte in cui aveva paura. In pochissimo tempo lasciarono la zona residenziale di North Hollywood e si riversarono nelle larghe strade del centro città, puntinate da macchine in corsa come formiche verso una montagna di zucchero. Nascosta praticamente dentro la schiena di Shannon, Maya continuava a non voler guardarsi intorno e a pregare che il prossimo semaforo fosse rosso, così si sarebbero fermati almeno per qualche secondo.
    “Tutto ok, lì dietro, piccola? Non ti sento più parlare.”
    “Sì, sì, è... non è che potresti andare un pochino più piano?”
    La risata di Shannon rimbombò nel microfono che collegava i due caschi. “Sarebbe peggio.”
    “Fantastico.”
    “Coraggio, non manca molto.”
    E in realtà aveva mentito alla grande: avrebbero dovuto raggiungere la parte opposta della città, e di certo non ci avrebbero impiegato i fantomatici dieci minuti di cui aveva parlato quand’erano ancora fermi sul vialetto di casa.
    Nel frattempo, per fortuna, Maya se l’era scordato, concentrata com’era nel suo timore. Sentiva l’aria sferzarle le cosce e agitarle pericolosamente la gonnellina. Sudava, e sudava insieme al corpo rovente del suo ragazzo, specializzato in tale attività. Pian piano, però, il suo nasino incontrò un profumo frizzante, lo stesso che aveva sentito quando, appena arrivata a Los Angeles, era andata in spiaggia ad incontrare Shannon. Era il profumo dell’oceano misto a quello dei sogni, dei desideri, delle attese grandi, belle e semplici come il tramonto, che se n’era andato lasciando proprio questa scia dietro di sé. Finalmente la ragazza si calmò, sebbene non del tutto, e decise di aprire gli occhi. Alla sua destra, le palme correvano in fila l’una dopo l’altra, come tanti soldatini, e dietro di loro c’era l’oceano, che ruggiva e s’abbatteva sulle spiagge a ritmo regolare, accompagnando con la sua musica i momenti magici di chissà quante coppie. Era come un vecchietto, un po’ burbero per colpa dell’età, ma ricchissimo di storie da raccontare.
    “Amore...” sussurrò dolce nel microfono. “E’ bellissimo qui.”
    “Già. Me ne innamoro tutte le volte” accelerò, ma stavolta Maya, dietro di lui, non sobbalzò. “Ora che ci sei anche tu è persino più speciale.”
    La ragazza continuò a seguire il ricamo di palme alla sua destra e si accucciò, teneramente, su una spalla di Shannon, quella che non gli faceva male. Le palpebre si chiusero di nuovo, ma non più per paura, bensì per godere appieno dell’atmosfera che li abbracciava. A tutta velocità, la moto di Shannon divorava le strade e assaltava la Città degli Angeli, che ora era loro. Solo loro.


    **

    “I ragazzi ci stanno aspettando dentro.”
    Dopo aver parcheggiato la moto, la coppia si diresse dal piazzale verso il ristorantino, che era giusto lì di fronte. Shannon aveva scelto un posto tranquillo per quella serata, di modo che Maya non si sentisse troppo in imbarazzo. Finalmente stava per presentarle i suoi amici e ne era orgogliosissimo. La prese per mano, saldamente, e si accorse che era emozionata dal fatto che si arrotolava di continuo una ciocca di capelli con le dita.
    “Stai rilassata, Mimì, mica ti sto portando al fronte!” le disse sorridendo e rassicurandola con uno sguardo morbido. “Ascoltami una buona volta: devi imparare a prendere tutto più alla leggera, a partire da te stessa. E non fare quella faccia scocciata, che non ho proprio voglia di farmi girare le balle, stasera! Dicevo, se pure ti dovesse mai capitare di sbagliare qualcosa, ogni tanto, mica succede chissà che. Fregatene. L’errore più grande è farsi prendere dalla paura e perdersi tantissime cose belle.”
    Maya, abbandonato il muso lungo che non avrebbe giovato a niente né a nessuno, gli impose le mani sulla sommità della testa, quasi per risucchiargli il cervello. “Aaah, grande filosofo, trasmettimi un po’ di saggezza!”
    “E’ quello che sto provando a fare da mesi, ormai” disse lui mezzo ridacchiando. “Con i discorsi, intendo. Se avesse funzionato come per i vasi comunicanti, sarei stato un uomo molto meno stressato!”
    La ragazza tolse le mani dalla testa di Shannon, dispiaciuta di quella piccola illusione sfumata. “E sarebbe stato pure più semplice e veloce!”
    “Potrebbe esserlo lo stesso se aprissi le orecchie e ti ficcassi quello che ti dico in questa vecchia noce di cocco” le batté piano un pugno sulla fronte, dopodiché le cinse le spalle con un braccio. “Dai che non è niente di che. E’ solo una cacchio di cena con quattro scemi. Va be’, magari non proprio quattro, ma che cambia? Ti divertirai un sacco! E poi, te lo ripeto, non ti lascio sola, mi siedo vicino a te, ti accompagno io fuori a fumare e anche in bagno, se proprio vuoi. Mi avrai con te tutto il tempo. Tanto lo so che è l’unico modo per farti stare tranquilla.”
    Per Maya era importante. Negli ultimi tempi non riusciva più a rapportarsi a gente nuova nella giusta maniera, se non alla presenza di qualcuno che le infondesse sicurezza. Diede a Shannon un bacetto dietro l’orecchio, e lui di conseguenza si sciolse del tutto, anche se non l’avrebbe confessato nemmeno sotto tortura. Ormai erano arrivati all’ingresso del ristorantino. Anche da fuori Maya riusciva a vedere una folta combriccola che le sembrava chiassosa, ma in maniera positiva. I rumori, le loro voci, non le arrivavano, spezzate dai vetri, tuttavia l’entusiasmo filtrava facilmente e la contagiava. Sul suo visetto curioso, un sorriso si fece spazio tra le guance rosee, veloce e luminoso come una cometa in una notte di fine estate.
    “Sono loro?”
    “Sì. Che te ne pare?”
    “Sono...” li guardò di nascosto, chinando piano la testa su una spalla per studiarli meglio. “...strani.”
    “Giustissimo. Ed è per questo che ti sentirai a casa.”

    **
    Troppi nomi, troppe mani, troppi sorrisi. Il cervello di Maya era andato in cortocircuito già dopo i primi cinque minuti. Ma quanta gente c’era? Non finiva più! Però dovette ammettere che sembravano tutti simpatici e felici di conoscerla. Erano per la maggior parte uomini che avevano superato i trent’anni, ma c’erano anche tre o quattro ragazze, che erano le compagne di altrettanti di loro. Si sentì quasi a suo agio. Erano persone molto semplici, parlavano molto, ridevano, scherzavano e, soprattutto, non la sottoponevano a torture psicologiche con domande infinite in stile interrogatorio. Quando finì il giro delle presentazioni, Maya andò ad accomodarsi ad uno dei posti che erano stati lasciati liberi, e Shannon le si sedette accanto. Gli teneva una manina sulla coscia, tanto per ricevere sicurezza. Però era stata brava.
    “Cosa ordini?” le chiese Antoine, che le era davanti, porgendole un menu. Aveva un ciuffo di capelli che gli ricadeva appena sopra gli occhi, scuri e furbetti. Maya notò che in qualcosa era simile a Shannon, forse nel gesticolare, forse nell’atteggiamento. Non avrebbe saputo dirlo con esattezza.
    “Vediamo... Che mi consigli?”
    “Sicuramente una bistecca, qui la carne è favolosa. Tu, Shan, cosa prendi?”
    Il batterista si grattò il mento con la punta delle dita, senza staccare gli occhi dalle pagine plastificate di cui ben conosceva il contenuto. “Pensavo a delle omelette. Quelle dell’ultima volta non erano male.”
    “Hai ragione, quasi quasi ne prendo anch’io” concluse il suo amico. “Ricapitoliamo quello che abbiamo preso noi tre: una bistecca, due omelette... e per contorno? Io prendo dell’insalata.”
    “Anch’io” si aggiunse Maya. “Shan?”
    “Patatine.”
    Maya si divertiva un sacco a vederlo mangiare patate fritte, perché lo faceva con la stessa esultanza e ingordigia di un bambino di sei anni al Mc Donald’s.
    “Bene, allora... appena la cameriera arriva qui glielo diciamo.”

  2. #112
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    Predefinito Re: Just like heaven

    La cena proseguì tranquilla, senza particolari accadimenti. Nonostante ciò, mentre ormai anche il piattino dell’insalata di Maya era quasi vuoto, le squillò il telefonino. Guardò lo schermo, indecisa sul da farsi. Era veramente scocciata da quell’interruzione, ma solo perché ad interromperla non era una persona qualunque.
    “Esco fuori a rispondere” disse a Shannon, alzandosi. “Tu rimani pure qua, non importa.”
    Camminò velocemente finché non uscì dal locale. Si appoggiò con la schiena al muro e rispose. “Pronto?”
    “Ciao, piccola.”
    Non aveva pensato che sentire di nuovo la sua voce le avrebbe procurato una bella serie di brividi lungo la schiena. O forse sì. “Ciao” disse, a bassa voce. Non si sentivano da un po’. “Come stai?”
    “Da schifo.”
    Si sentì quasi in colpa, dato che invece lei era felicissima e spensierata. Per una volta! “E’ successo qualcosa?”
    “No, no. E’ solo che mi manchi da morire.”
    A quelle parole, si fece brusca all’improvviso. Le lamentele degli altri le scatenavano sempre un fastidio esagerato, pur essendo lei stessa una persona molto lagnosa. “Per piacere, eh, Matti’, non ricominciamo. Sii bravo.”
    Dall’altro capo, la voce era ferma, pacata, e non sfumava verso nessuna emozione. “Non voglio stressarti.”
    “Allora smettila.”
    Si morse le labbra non appena finì di dirlo, pentita. Spesso al telefono Maya si trasformava in un’arpia e, sebbene se ne rendesse conto, il più delle volte non faceva niente per migliorare. Quella volta però si ammorbidì. Essere aspra non sarebbe servito a niente, nemmeno a litigare, perché Mattia la conosceva troppo bene e sapeva come comportarsi per evitare il peggio. Infatti il suo amico non tardò a cambiare impostazione.
    “Ti ho disturbata, Mì?”
    “No, no” mentì. “Sono a cena con Shan e i suoi amici.”
    “Ah. E... come va con lui?”
    “Molto bene. Sono anche riuscita a dirgli tutto di Simone, giorni fa. Non lo sapeva ancora. Sinceramente mi sono quasi pentita di averlo fatto... l’ho devastato. Gli ho scaricato addosso un sacco di dolore. Avrei preferito farne a meno, ma non si poteva più.”
    “Beh, era giusto che ti sfogassi e che non gli nascondessi più nulla.”
    “Infatti, però ci è costato tanto. Comunque adesso tutto è tornato alla normalità” chiuse il discorso senza offrire al suo interlocutore ulteriori spunti per parlarne. “Spero valga lo stesso anche per te.”
    “Più o meno. Ancora non ho ripreso a lavorare come prima. Sono impegnato solo con i corsi di nuoto neonatale la mattina e poi, in tarda serata, quando in piscina non c’è più nessuno, nuoto per ore, avanti e indietro.”
    “Da solo.”
    “Certo, da solo.”
    Maya poté ben immaginare il dolore che Mattia continuava ad affogare dentro la stessa acqua in cui si muoveva. “Gli altri ragazzi? Elisa, Daphne, Giacomo... li stai vedendo ancora?”
    “No, però Elisa mi chiama spesso. Sai com’è fatta, si preoccupa sempre. Mi ha invitato qualche volta a cena da lei, insieme a tutti gli altri, ma ho sempre rifiutato. Non ho voglia di stare in compagnia.”
    “Prova ad andarci, una volta, magari ti distrai.”
    “Distrarmi? Con loro? Impossibile.”
    Non aveva poi così torto. Tra gli amici di una vita l’assenza di Maya si sarebbe notata come una secchiata di vernice nera su un muro bianco.
    “Però ti stai vedendo con qualcuna, nel senso... Ora che sono partita, le tue fan si saranno scatenate per venire a consolarti! O no?”
    Mattia rise dolcemente. “Qualcuna sì, ma niente di rilevante.”
    “Scommetto che hai combinato qualcosa, invece, lo sento dalla voce!”
    Mattia rise ancora. “Hai presente Bianca? E’ abbastanza alta, abbronzata, fa i corsi di acquagym nel primo pomeriggio...”
    “Quella cozza? Beh?”
    “Non essere cattiva! E’ molto carina, invece. Secondo me sei pure un po’ invidiosa...”
    “Ma chi, io??”
    “Appunto, fai pure finta di niente... Dicevo, ieri siamo andati a prendere una cosa da bere, però è finita lì. Comunque mi è sembrata abbastanza comprensiva, per il fatto che sono appena uscito da una storia importante. Ha detto che non c’è fretta, intanto possiamo conoscerci così.”
    “Mi pare una cosa giusta.”
    “Sì, se non fosse che io non ho nessuna intenzione di instaurare rapporti seri, adesso.”
    “Aspetta un po’ di tempo. Alla fine è passata solo una decina di giorni da quando ci siamo lasciati, è impensabile chiederti di ricominciare subito qualcosa di impegnativo.”
    “Infatti. E poi non ne ho voglia in ogni caso.”
    “Presto cambierai idea, ne sono certa.”
    Maya decise di chiudere la conversazione lì, in parte perché non voleva sembrare scortese nell’assentarsi troppo a lungo, in parte perché sapere che Mattia non si era ancora ripreso le dispiaceva davvero.
    “Tì, devo salutarti, mi stanno aspettando per mangiare.”
    “Va bene, vai pure. Ci sentiamo.”
    “Grazie della telefonata.”
    “Figurati, grazie a te. Non ci speravo nemmeno, che mi rispondessi.” Il sorriso di Mattia era tangibile, anche a migliaia o forse milioni di chilometri di distanza, solo attraverso poche parole sussurrate al telefono. “Ti amo tanto, piccola.”
    Maya sospirò una volta, o forse solo mezza. Ma non mentì. “Mi sa che ti amo tanto anche io.”
    Interruppe la telefonata così, di corsa, come se avesse paura. Si guardò intorno. Ma cosa stava combinando? Si appuntò mentalmente che prima o poi avrebbe dovuto far chiarezza su questa questione eterna, quindi lasciò da parte i pensieri e rientrò al ristorante.
    “Tutto sotto controllo?” le chiese Shannon mentre lei tornava a sedersi.
    “Sì, capo” rispose con leggerezza andando a rubargli due patatine dal piatto.
    “Chi era?”
    Biascicò qualcosa di incomprensibile, sia perché stava mangiando, sia perché non era proprio convinta di volerglielo dire.
    “Eh?”
    “Mattia.”
    “Ah. E... che voleva? E’ tutto ok?”
    Maya chiuse una mano a pugno e alzò il pollice, facendogli segno di sì.
    “Meglio per tutti” disse lui, un po’ perplesso. Dimenticò presto quell’intrusione di poco conto e la discussione non proseguì.

    **

    Erano quasi le cinque del mattino. Maya sbadigliava e sbatteva le ciglia con una frequenza esagerata, come tutti quelli che hanno sonno e faticano a tenere gli occhi aperti. Aveva voglia di andare a casa e dormire per quarantotto ore di fila, ma lo avrebbe negato fino alla morte, per non sembrare scortese col resto della compagnia. La musica assordante di certo non la aiutava. Eppure, di solito non le dispiaceva andare in discoteca. Era la prima volta che visitava quel locale: ne aveva sentito parlare da Shannon in racconti di serate precedenti non meglio identificate e pareva fosse uno dei migliori e più frequentati della città. Ora che era lì, non le sembrava avesse nulla di speciale rispetto agli altri, o probabilmente era troppo stanca per accorgersene. Di gente non ce ne era neanche troppa, ma i drink assomigliavano ad acqua aromatizzata e questo accresceva la sua noia. Qualcuno in pista aveva riconosciuto Shannon e gli aveva chiesto delle foto, niente di più. Anche lui però iniziava a sentire un po’ di stanchezza. Non aveva vent’anni come la sua ragazza, ma sembrava sicuramente più fresco e divertito, anche se aveva visto serate migliori.
    “Casa.”
    “EH?”
    Il batterista non aveva sentito. Il volume della musica era troppo alto.
    “Casa!” ripeté Maya, mimandone la forma con le mani per farsi capire.
    Shannon annuì, con un sorrisetto tutt’altro che angelico, e continuò a ballare agganciato alla sua donna. Andò a strapparle un bacio dalle labbra stanche. Si poteva ritenere soddisfatto dell’andamento della serata, nel complesso. La ciliegina sulla torta sarebbe stata fare l’amore con lei una volta rientrati a casa. Già pregustava la freschezza dell’aria sulla schiena e quella delle lenzuola che gli accarezzavano le gambe, le dita morbide di Maya che gli premevano sulle spalle, i suoi occhi lucidi, il sangue che galoppava furioso.
    La prese per mano e insieme si allontanarono dal centro della pista. Chissà dov’erano gli altri ragazzi. Volevano salutarli, prima di andarsene. Li cercarono per un po’, senza riuscirci. Poi, quando si erano quasi arresi, scorsero Frankie che usciva dal bagno.
    “Noi ce ne andiamo” disse Shannon, marcando il labiale per farsi capire. “Salutaci tutti, non sappiamo dove siano!”
    “Va bene!” disse l’altro distrattamente. Di sicuro si sarebbe dimenticato. “Buonanotte!”
    “Notte!”
    E uscirono. La prima cosa che fecero fu accendersi una sigaretta, nel parcheggio poco illuminato. Maya si appoggiò con la schiena ad una macchina, ma non fece nemmeno una parola.
    “Sei a pezzi” constatò il suo ragazzo, sorridendo divertito.
    L’altra lasciò andare una capriola di fumo oltre le labbra, senza confermare né smentire. “Tu invece?”
    “Avrei resistito ancora per poco” le sistemò i capelli, scompigliati dal ballo. “Risparmierò le ultime energie per più tardi...”
    “Oh no!” le venne da dire in tutta spontaneità, come una bambina che aveva appena rotto il vaso preferito della mamma. Shannon rise. E che altro doveva fare?
    “Ah no? E allora domani niente pancakes per colazione!”

  3. #113
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    Predefinito Re: Just like heaven

    Pubblico questo capitolo "cruciale" proprio oggi, 17 dicembre 2011, a esattamente due anni e mezzo di distanza dal giorno in cui iniziai a scrivere questa fanfiction. Sono cambiate moltissime cose da allora. Perdonatemi se non so regalarvi il massimo dell'entusiasmo e se non è nemmeno il mio miglior prodotto, ma è sicuramente quello che più conserva tutti i segni dei giorni passati.

    Voglio ringraziare:
    -i miei primissimi lettori su TW
    -Mary che mi convinse a far approdare questa fanfic su EFP
    -chi aspetta sempre con ansia gli aggiornamenti
    -chi si è perso per strada
    -la mia famiglia Echelon
    -la mia famiglia di CPCR che da quasi un anno a questa parte mi sta dando tutto
    -chi, consapevolmente o meno, ha contribuito a darmi spunti su cui scrivere
    -chi mi dice che ama il mio linguaggio delicato anche se scrivo cose troppo pesanti xD
    -Voi. Chi legge solamente, chi commenta, chi scappa via alla seconda riga.
    -Loro. Ma Shannon più di tutti.


    Dopo questo ringraziamento interminabile, anche se non c'entra nulla con il capitolo, voglio mandare un pensiero ad Alberto, uno dei miei fratelli, perché ci mancano le sue ca**ate e non vediamo l'ora che torni per ridere e combattere tutti insieme.








    Los Angeles, 26 giugno 2009


    Shannon



    Da due o tre giorni non riconosco più Maya. Durante il giorno è fredda, sembra che mi eviti, e quando provo a toccarla sguscia via con quei movimenti impalpabili che detesto. Che so, se almeno mi respingesse con un gesto brusco capirei che è arrabbiata, ma questo suo modo di fare sempre vago e svolazzante mi innervosisce. Anche quando provo a giocarci per fare finta di nulla, mi lascia da solo come un povero scemo. E poi preferisce parlare con gli altri piuttosto che con me. Ah, certo, e neanche mi guarda. Non ricordo nemmeno quand’è stata l’ultima volta che l’ho vista sorridere, e questo mi mette ansia, come quando ti sembra che le nottate non finiscano mai e ti viene il dubbio che il sole si sia spento. Che devo dire, speriamo che si risolva presto, io non so più che inventarmi. Mi dispiace vederla così, soprattutto perché ce la metto tutta per farle cambiare umore. Si sa che è sempre nervosetta e lunatica, ma io pure ogni tanto vorrei un po’ di pace, sapete? E’ proprio debilitante fare una vita di questo genere, sempre coi nervi a fior di pelle a fare attenzione a ogni mossa e parola per non ferirla. Prima o poi crescerà, sicuro. Nel frattempo mi toccherà armarmi di pazienza. Chi lo sa, magari funziona.

    “Sono proprio buoni, questi ravioli” le dico sorridendo, posando la forchetta sulla tovaglia. La tovaglia. Non abbiamo mai usato tovaglie, veramente, ma da quando è lei ad occuparsi della casa, e in particolare della cucina, stiamo diventando degli pseudo-italiani negli affari domestici. “Brava.”
    Non dice nulla. Mi prende il piatto senza guardarmi e me lo riporta di nuovo pieno.
    “Oh, wow” la guardo e sorrido ancora. Ha avuto un pensiero carino, almeno. Bisogna riconoscerlo, si prende cura di me in maniera ineccepibile, anche quando litighiamo, e non me lo fa mai pesare. D’altronde le viene naturale, secondo me non se ne rende nemmeno conto. Il problema è che i suoi silenzi sono fastidiosi, oltre che inspiegabili. “Grazie.”
    Continuo ad insistere e ad essere gentile, anche per invogliarla a farsi passare il malumore, ma tanto è tutto inutile. Va be’, continuo a pranzare. Lei nel frattempo ha già finito, si è alzata e se n’è pure andata. Con una smorfia stranita sul viso, guardo Jared che mi è di fronte. Anche lui è rimasto con la forchetta sospesa a mezz’aria, stupito dal suo comportamento percepito come una mancanza di rispetto.
    “Che le hai combinato, stavolta, Shan?” mi domanda atteggiandosi da prete confessore, con quello sguardo misto tra il misericordioso e il pèntiti peccatore che mi fa venir voglia di strangolarlo.
    “Perché deve per forza essere colpa mia?”
    “Si vede da come si comporta. Allora, prima che tu dica di non aver fatto niente e bla bla bla, pensa bene a quello che è successo negli ultimi giorni.”
    “Tu sai qualcosa!”
    “Veramente no, ma è palese che ha un problema nei tuoi confronti. Solo uno come te potrebbe non accorgersene” porta alla bocca una forchettata di ravioli con gestualità signorile. “Forse hai fatto qualcosa di sbagliato senza rendertene conto.”
    Mi fido di ciò che dice mio fratello anche quando ne sono meno convinto: l’esperienza mi ha insegnato che i suoi ragionamenti sono infallibili. “Ah, mi sa che ho capito, allora. E’ per colpa di quella sera al ristorante giapponese.”
    Ora ricordo. In realtà non è successo niente di così eclatante, ma per una come lei è un dramma senza fine.
    “Al tavolo accanto al nostro c’era Kelly, la mia ex, te la ricordi? Ecco, ci ho scambiato due chiacchiere e Maya si è infastidita, soprattutto perché Kelly continuava a toccarmi... Ma non è che si è proprio arrabbiata, non faceva l’acida o roba simile: non ha mangiato niente. E quella” prendo un respiro che, appena entra, fa subito male, “è stata la cosa peggiore che potesse farmi. Alla fine però abbiamo chiarito, infatti il giorno dopo è tornato tutto normale. E quindi ecco che ci risiamo, non mi spiego perché si sta comportando così.”
    “Allora non devi spiegartelo e basta” dice mio fratello, scrollando le spalle con aria di superiorità, come se tutto questo non lo toccasse minimamente. Invece so che gli interessa e si dispiace sempre quando io e Maya discutiamo. E’ solo che lui con questo atteggiamento semidivino ci è proprio nato. L’importante è non fraintenderlo, sarebbe un peccato. Prende la bottiglia dell’acqua, se ne versa un po’ nel bicchiere e la beve, poi torna a parlarmi. “Secondo me le passa subito. Portala a cena fuori stasera e parlatene. Magari sta facendo così perché vuole attirare la tua attenzione. Le donne lo fanno praticamente sempre.”
    Chissà, potrebbe pure aver ragione. Ora che io e Jared abbiamo finito di mangiare ci alziamo da tavola. Poi ci penserà Maya a sistemare bene la cucina. Adesso bisogna tornare a lavorare.



    **


    Sono sudatissimo. Diciamo che lo sono sempre, tanto per essere onesti, ma ogni volta che finisco di suonare sono più zuppo di una spugna appena tirata fuori dall’acqua. Accanto alla mia batteria c’è sempre un telo pulito, così posso asciugarmi, ed è lo stesso nel quale mi sto frizionando i capelli. Ora è meglio che lo porti in lavanderia, nella cesta dei panni sporchi, poi come minimo vado a farmi una doccia.
    “Oh... sei qui.”
    Nell’aprire la porta della lavanderia, scorgo Maya di spalle, china a riempire la lavatrice. Come immaginavo, non si volta per guardarmi, né mi risponde. Mi accorgo però che i panni che sta per lavare sono quelli bianchi, per cui mi piego anch’io accanto a lei e metto l’asciugamano dentro, insieme alle altre cose. La guardo. Il suo profilo, che è sempre stato dolce, ora mi appare quasi severo. I capelli sono legati all’indietro in maniera frettolosa e imperfetta, mentre le labbra, serrate, hanno perso qualsiasi tratto di morbidezza: sono dure e fredde, asettiche, come il marmo. So che lei in realtà non è così, perché quello che vedo è solo il risultato di un umore nero, quindi non dovrei preoccuparmene troppo. Però come si fa? A me dispiace vederla così cupa.
    “Hai voglia di sfogarti?”
    Tace. Si alza e io faccio altrettanto, ma le impedisco di andarsene bloccandole i polsi, sebbene non abbia accennato a scappare. Preferisco assicurarmi che non lo farà.
    “Mi stai facendo male.”
    Ma se non sto nemmeno stringendo tanto... La libero lo stesso, tanto so che non se ne andrà.
    “Vuoi dirmi cos’hai?”
    Sorride, ma non d’allegria, e questo mi lascia una certa inquietudine. Sfugge con gli occhi. Proprio non riesco a stabilire un contatto tra me e lei. “Non ti riguarda, Shannon.”
    Ah. Va be’. Ma che c’entra, può pure non riguardarmi, però può dirmelo, altrimenti io che ci sto a fare?
    “E non ho nemmeno voglia di parlarne.”
    Strano, non si era capito. Ma io sono un rompiscatole nato, e se mi impegno riesco ad esserlo anche più di mio fratello. Mi posiziono davanti alla porta e incrocio le braccia, poi la guardo con una punta di divertimento, anche per dissolvere quest’atmosfera di tensione.
    “Allora?” sorrido, cercando di schiarirle un po’ il viso. E’ così adombrata che sembra una cinquantenne corrosa da una vita di preoccupazioni. “Guarda che se non me lo dici non ti faccio uscire!”
    “Piantala di fare il buffone, Shannon, non è il caso di giocare.”
    “E allora fammi una coccola.”
    “Finiscila.”
    “Mezza?”
    “Shannon...”
    “Dai, nemmeno mezza coccola?”
    Ooh, come s’infastidisce, nemmeno risponde più. Scuote la testa, si scioglie i capelli e se li rilega, per la disperazione. Si massaggia le tempie e sento che respira a fondo per calmarsi.
    “Spero che tu abbia capito dov’è il problema, Shan.”
    Ora è più distesa. Scarna, lineare. Beh, almeno non è scorbutica. C’è anche un pallido accenno di tepore nel tono di voce. Già l’avermi chiamato Shan e non Shannon è un traguardo. Io però non so che risponderle. Non ho davvero idee. Anche se Maya è un libro aperto e non riesce mai a nascondere niente, stavolta non riesco a capirla. Forse mi ha anche lanciato dei segnali. Boh. Non ci ho proprio fatto caso. Mi sento piccolo piccolo. Sembra che non me n’è importato nulla, negli ultimi giorni. Abbiamo avuto da fare, è vero, ma non abbiamo trascurato la nostra relazione. Almeno credo.
    Mi gratto la testa. Sono un po’ in imbarazzo. Mi sento stupido ad ammettere che no, non ho capito dov’è il problema e nemmeno se si tratta di una cosa grave o una stro**ata che sembra una tragedia.
    “Non lo so proprio.”
    Si passa una mano sulla fronte e si fa forza. Lo vedo da quel brivido d’energia che la scuote pian piano, come fosse un tenero filo d’erba che si lascia cullare dal vento.
    “Aspetto un bambino, Shan. Da... da Mattia. E ora scusami, ho bisogno davvero di uscire, non respiro più.”


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  4. #114
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    Maya




    Elettroencefalogramma piatto. Non penso, o forse penso troppo, chissà, fatto sta che il mio cervello trasmette una schermata multicolor come quando vengono interrotte le trasmissioni.
    Gliel’ho detto. Meglio così: non avrei comunque resistito a tacere troppo a lungo. Però fa male. Fa male parecchio. Non sto piangendo come tutte le volte. Non sto nemmeno reagendo in maniera costruttiva, a dire il vero. Sono solo inchiodata al centro della camera, immobile, troppo immersa nei pensieri per decidere cosa fare della valigia che ho aperto sul letto.
    L’Italia. Mattia. Nostro figlio. Shan. Shan e il suo amore così pazzo, così chiaro, così rinfrescante. Gli voglio un bene immenso. Ma come l’ho ricompensato, di tutto ciò che fa per me?
    Di sicuro non ho mai avuto ben chiaro cosa volessi né cosa sperassi, forse per non uscirne delusa.
    Però ora mi trovo con un bambino. Un bambino che ho desiderato e che mi rende felice senza dubbio, anche se forse l’ho voluto per capriccio o per distrarmi. Sono stata incosciente, ma non credo di aver sbagliato. Un bambino è la cosa più bella che c’è. Lo amo già troppo, anche se so della sua esistenza solo da tre giorni. Eppure tutto ciò implica un sacco di altre cose a cui non avevo pensato, stupidamente. Dover lasciare Shan è una di queste.

    E’ meglio che io mi sieda, mi sta girando la testa. Che cavolo di situazione. Basta. Stasera non ho più voglia di pensare, ho il cervello mangiucchiato come una foglia. Tolgo la valigia da sopra al letto e la poggio a terra, in un angolo della stanza. Domani vedrò cosa farne. Mi spoglio, ma senza specchiarmi com’è mia abitudine. Infilo gli shorts e la canottiera che uso per dormire, vado in bagno, mi lavo i denti, mi sciolgo i capelli. Tutto senza pensare. Shan non c’è. Non so dove sia e preferisco non saperlo. Ho solo tanta paura. Per un attimo mi sembra di volerlo accanto, non perché io sia troppo fragile per stare da sola, ma perché lui è il mio valore aggiunto, è quella cucchiaiata di panna che rende una coppa di fragole ancora più buona, sebbene le fragole siano buone anche da sole. Non so se mi spiego, forse no. Il fatto è che anche se nel mio corpo c’è un piccolo, piccolissimo bambino che non è il suo, io lo amo da pazzi. E fa male pensare che dovrò lasciarlo. Ma ora devo dormire. Con una mano mi sfioro la pancia, che ancora non si è sformata. Fa strano pensare che c’è un altro esserino minuscolo qui dentro. Buonanotte, piccolo. Adesso mamma si calma un po’ così starai meglio anche tu. E domani... domani si vedrà. Tu cosa preferisci?




    **



    Il posacenere era pieno come un uovo. I mozziconi erano piantati nella cenere come se fossero stati ombrelloni di uno stabilimento balneare per lillipuziani. Shannon non li guardava nemmeno. Fumava di continuo da chissà quanto.
    Si sistemò meglio sul divano. Erano le sei del mattino e ancora non era andato a letto, né ci sarebbe andato. Dormire con Maya gli sembrava una presa in giro, perciò si era ritirato in esilio volontario su uno dei divani della sala hobby. Continuò a fissare la televisione, senza alcun interesse. In mente gli passavano le immagini del mezzo chiarimento che c’era stato nelle ore appena trascorse.
    A quanto gli era stato spiegato, il bambino non era un errore: Maya e Mattia l’avevano proprio cercato. Era questo che gli dava tanto dolore. Non l’aveva mai capita fino in fondo e se ne accorgeva solo ora.
    Spense la sigaretta e bevette l’ultimo sorso dalla bottiglia di birra che aveva in mano, poi, vuota, la poggiò sul pavimento.
    Un bambino. Un bambino e bye-bye Maya. Ma non era con il piccolo che ce l’aveva, bensì con la madre e soprattutto con quello schifoso del padre. Che ne sarebbe stato di loro, ora? Reputava Mattia un uomo squallido, incapace perfino di badare a se stesso. Figuriamoci se sarebbe stato in grado di prendere su di sé la responsabilità di una famiglia. Soprattutto se di quella famiglia faceva parte la persona che Shannon aveva sempre sentito sua, mai davvero di altri. Smise di pensarci, per il benessere del fegato già appesantito da chissà quante birre.
    Accese un’altra sigaretta e si impose di non pensare più al futuro: dopotutto si era sempre concentrato sui singoli attimi per sfruttarli al meglio, era la sua filosofia di vita. E gli attimi che stava vivendo facevano veramente schifo, specialmente nel suo modo di reagire. Tuttavia era incapace di fare altro o, meglio, trovava tutto stupido e inutile, e così rimuginando finiva a tracannare birra e accendersi sigarette no stop. Si addormentò in un momento non ben definito dell’alba. Si era arreso. Anche stare fermo a pensare era diventato troppo faticoso.

    Qualche ora dopo Jared si svegliò e ci mancò poco che gli prendesse un colpo. C’era una puzza di fumo pestilenziale ovunque in casa, per non parlare della coltre che impediva di vedere nitidamente a un palmo dal naso, o dello strano silenzio che coronava il tutto. Di solito Maya era già in piedi, quando Jared si svegliava. Nemmeno Sky faceva un fiato: era in giardino, all’ombra, a giocare da solo con una pallina.
    “Che ore sono?”
    Ecco, appunto. Jared sobbalzò, ma al tempo stesso si rincuorò del fatto che qualcosa fosse rimasto normale.
    “Le nove e un quarto” disse alla ragazza che era comparsa senza farsi sentire. Sembrava non avesse dormito affatto, aveva la faccia livida e gonfia. “Che brutta cera che hai, Maya. Ti senti bene?”
    Quella annuì con disinteresse. “Shan è tornato?”
    “Perché, era uscito?”
    Non era decisamente la risposta che Maya si aspettava. Prese il telefono e compose il numero. Dopo un paio di squilli, Shannon mise giù. L’italiana non si arrese e riprovò.
    “Sto in sala hobby, Jared, non rompere il ca**o” si sentì rispondere al volo prima che la conversazione terminasse bruscamente. Per fortuna tanto bastava a darle le informazioni che le servivano. Si spostò dall’altro lato della casa ed entrò in sala hobby tossendo per annunciarsi.
    Shannon era spalmato sul divano. Sembrava avere la consistenza molliccia e appiccicosa del cioccolato d’estate.
    “Ciao” disse Maya sfoderando un sorriso tenue. “Ti disturbo?”
    Trasalì: era strano vedersela di nuovo davanti, in carne ed ossa, dopo averla tenuta appuntata ai pensieri per tutta la notte. E poi non era stato Jared a chiamarlo? Boh. Tralasciò interrogativi vari e concentrò gli sforzi nel sintonizzare il cervello, per non dare troppo l’impressione di stare ancora dormendo. “No... no, vieni” si spostò, facendole spazio accanto a sé, sul divano.
    La ragazza approfittò del posticino che le era stato riservato e si sedette senza incrociare lo sguardo assonnato di lui. Ne aveva timore, come sempre, o forse solo troppo rispetto. “Va meglio stamattina?”
    Shannon fece un gesto che Maya non seppe interpretare e si accese l’ennesima sigaretta. Le pupille erano fisse al televisore nonostante fosse spento. “Non l’hai detto a Mattia, spero.”
    “No. Ieri mi avevi detto di non farlo ancora e non l’ho fatto.”
    Annuì, rilassandosi anche un po’. Non voleva che Mattia lo sapesse, o almeno non subito, perché c’era in ballo un’altra questione di cui non aveva ancora fatto parola.
    “Che tipo di intenzioni hai, adesso?”
    “Pensavo di tornare a Roma.”
    Appunto, come pensava. “Non puoi. Viaggiare in aereo sarebbe troppo rischioso per il bambino, adesso. Bisogna aspettare almeno qualche mese” prese una profonda boccata di fumo sempre tenendo gli occhi socchiusi. “Ho già pensato a tutto: ti prendo un appartamento in centro e starai lì. Sempre che tu non voglia rimanere qui da noi.”
    “Dovrei... pensarci.”
    “Fammi sapere.”
    Il clima era decisamente teso. Non si erano guardati affatto e tanto bastava. Maya si alzò dal divano come se la seduta fosse diventata troppo bollente tutto all’improvviso. “Ti preparo la colazione?”
    “No.”
    Shannon non era mai così secco e spiacevole, ma Maya capì e accettò. Uscì dalla stanza senza dire altro e andò in cucina, dove Jared era ancora seduto a trafficare col suo Blackberry.
    “Il caffè è pronto” le disse lui, senza staccare gli occhi dallo schermo.
    “Grazie, ma stamattina non lo prendo. Un po’ di latte mi farà meglio” ragionò Maya, più diretta a se stessa che non all’altro. Ora doveva stare attenta a cosa mangiare, avrebbe dovuto perfino smettere di fumare e di ingozzarsi di caramelle gommose. Mise a tostare il pane e, mentre aspettava che fosse pronto, si accarezzava la pancia, di nascosto dagli occhi di Jared che non si sarebbero comunque andati a posare su di lei, impegnati com’erano nel decifrare chissà quale messaggio sul Blackberry. Si trattava di un maschietto? O di una femminuccia? Ecco, un maschietto sarebbe stato ideale, magari anche con gli occhi grigio-blu del papà. Riusciva quasi a immaginarlo. E si sarebbe chiamato, boh, Andrea. Andrea Colucci. Non suonava male. O forse Mattia avrebbe proposto di mettergli il nome di suo padre, Pietro, come le aveva accennato una volta. Ma sì, dai, se ci teneva lui, perché no? Lo vedeva già, il piccolo Pietro che gattonava in casa. O che imparava a scrivere, a suonare la chitarra, ad andare in moto e fare il nodo alla cravatta. Ed ecco che vedeva anche se stessa a quella che sembrava la festa di laurea di un ragazzo alto, dagli occhi blu e il sorriso identico al suo, che la abbracciava e la ringraziava di avergli dato la possibilità di studiare nonostante i numerosi sacrifici. Sarò un bravo medico, mamma, te lo prometto.

    “Maya?”
    La voce di Jared fece svanire Pietro, gli invitati, la torta e Mattia quasi sessantenne in smoking.
    “Maya, ma dove hai la testa? Il pane sta bruciando!”
    Bene, nemmeno più i toast, adesso. Tirò fuori dal tostapane le due fettine carbonizzate e le fece sparire nel cestino. Non le avrebbe mangiate nemmeno se fossero state commestibili. Le era passata la fame, a pensare a tutte quelle cose. Senza dire nulla, infilò la porta della cucina e sparì per il resto della giornata.

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    Los Angeles, 5 luglio 2009


    Quella mattina, casa Leto era più chiassosa del solito. Già da qualche ora si sentivano i ruggiti incessanti della batteria di Shannon, solo in parte attutiti dalle pareti. Ormai non conosceva più altro ritmo: si svegliava presto, si faceva una doccia velocissima e poi si metteva a suonare, senza guardarsi intorno, senza parlare con nessuno, senza mangiare altro se non qualcosa che lui stesso aveva preparato, in fretta e furia, nelle rarissime pause che si concedeva. Comportarsi così gli era estraneo, ma aveva tutta l’aria di essere una condizione temporanea, di rifugio per le emergenze come quella in cui sentiva di trovarsi. Si nascondeva nel guscio come una tartaruga di fronte al pericolo, aspettando che il temporale andasse via: il mondo, lui, voleva vederlo solo quando c’era il sole.
    Jared invece si muoveva in tutta fretta tra le stanze, alla ricerca ora di una chitarra, ora di uno spartito, ora di una bibita rinfrescante. Era stato messo da subito al corrente della novità su Maya e il bambino. Non essendogli mai capitato nulla di simile, non sapeva come agire, perciò, per non sbagliare, aveva deciso di continuare a comportarsi come al solito. Anche perché di alternative reali non ce n’erano.

    Guardò l’ora segnata sullo schermo del Blackberry. Erano le undici e dieci, i giornalisti dovevano già essere arrivati da un pezzo. Lui doveva lavorare, non aveva tempo da perdere ad aspettare due sfigati che gli facessero chissà quante stupide domande sull’album, la casa discografica e qualsiasi strampalata cosa avessero in mente.
    Si calmò. Lasciò scendere in gola il succo di melograno appena uscito dal frigorifero. Chiuse la bottiglia, la ripose nello stesso posto in cui l’aveva trovata e uscì in giardino a vedere se Maya aveva preparato tutto per l’incontro.
    La trovò seduta sotto ad uno degli ombrelloni, insieme ad Emma che teneva l’agenda chiusa sul tavolino in ferro battuto che avevano davanti. Chiacchieravano come se fossero due damine inglesi che sorseggiavano tè.
    “Stiamo perdendo tempo, qui?”
    La segretaria spostò lo sguardo su di lui. Sapeva come comportarsi anche quando quello che tecnicamente era il suo capo si svegliava di cattivo umore, proprio come quel giorno.
    “E’ tutto pronto.”
    “Tutto pronto COSA? Non vedo un bel niente!”
    “Abbiamo pensato che sarebbe stato meglio fare l’intervista in sala hobby. Si sta più freschi.”
    “Emma, io avevo chiesto esplicitamente di allestire fuori e non dentro” disse senza nemmeno alterarsi troppo. “Non do ordini a caso. Se ho scelto così, deve esserci un... ecco, hanno suonato al campanello, di sicuro sono loro. Emma, va’ ad aprire la porta e accompagnali in quella dannata sala hobby. Maya, va’ a chiamare Shannon e poi... poi sai cosa devi fare.”
    Sai cosa devi fare. Lo sapeva bene, sì. Quando i giornalisti venivano a far visita ai Leto, lei doveva sparire in una delle stanze, non uscirne e non fare rumore per tutto il tempo della loro permanenza. Doveva far finta di non esistere. Non perché ci si vergognasse di lei, ma per allontanare qualunque ipotesi di gossip e rottura di scatole. D’altronde non era un grande sacrificio, quello che le si chiedeva.
    Arrivò di fronte alla porta della stanza senza nemmeno pensarci troppo. Oltre quel legno laccato bianco che si soffermò ad accarezzare piano, si sentiva Shannon picchiare duro sul suo strumento. Lo capiva. Sentiva in ogni battito il ribollire del suo dolore, la rabbia che non sapeva sfogare se non così, la delusione che scottava senza lasciargli tregua.
    Entrò, ma senza bussare. Tanto non l’avrebbe sentita.
    “Shan” lo chiamò, prima ancora di posare lo sguardo su di lui. “Sono arrivati i giornalisti. Vieni?”
    I battiti cessarono di colpo, come quelli di un cuore morente. Le bacchette rotearono tra le dita un ultimo paio di volte, in un gesto abitudinale, prima di esser lasciate distrattamente a terra. Shannon si alzò. Era a torso nudo, sudatissimo, rosso in viso. Andò ad asciugarsi con l’immancabile telo bianco che aveva sempre a portata di mano, poi indossò la maglietta nera che era rimasta appallottolata su una sedia.
    “E’ tutta sgualcita... aspetta, vado a prendertene una pulita” propose Maya iniziando già ad allontanarsi, ma lui la fermò con uno dei suoi secchi no.
    “Come preferisci” le rimase da dire. “Gli altri sono già tutti in sala hobby. Puoi raggiungerli lì.”
    Aspettò che lui uscisse, prima di andarsene. Avrebbe voluto fermarlo per un secondo solo e chiedergli come stesse, nulla di più, ma qualcosa le aveva ricacciato il fiato in gola proprio nel momento in cui Shannon l’aveva quasi sfiorata per uscire dalla stanza. Maya chiuse gli occhi, inspirò e decise che sì, era proprio il caso di rifugiarsi nella propria camera.

    **

    Le pareti, così bianche e anonime, le conosceva bene. Anche le tende color panna che rotolavano giù lungo le finestre spaziose.
    Chiuse il libro che stava leggendo. Ormai si era distratta troppo: delle ultime pagine non ricordava una sola parola. Da qualche tempo, grazie alle molte ore libere che aveva a disposizione, divorava romanzi molto più di quanto facesse di solito. Quelli che aveva finito di recente erano tutti impilati su uno dei comodini, al lato del letto. Prima o poi li avrebbe sistemati su una nuova libreria, ma per il momento doveva accontentarsi di quella sistemazione di fortuna. Si stiracchiò lasciandosi scappare uno sbadiglio. Aveva già sonno nonostante non fosse troppo tardi: l’orologio al suo polso segnava dieci minuti dopo mezzanotte.
    Tra le carezze che non smetteva mai di regalare alla propria pancia, si distese meglio, quasi affondando tra i cuscini, e ripensò che era la prima volta che si sentiva sola in quella camera, in quel letto. Shannon infatti le aveva ceduto volontariamente l’angolo di casa in cui aveva sempre vissuto e di conseguenza si era trasferito in un’altra delle stanze. Era strano, in quel momento, occupare da sola gli spazi che avevano sempre condiviso. Ed era inevitabile pensare a lui da lì dentro.
    Lui. Lui, lui, lui. Maya sentì la propria forza vacillare per l’ennesima volta, ma non se ne dispiacque troppo. Se aveva bisogno di Shannon, era da lui che doveva andare. Non c’era niente di più semplice.

    **

    Shannon l’aveva accolta senza grande entusiasmo. Stava scrivendo, quando lei era arrivata a fargli visita.
    “Scusami, non pensavo... ti lascio continuare.”
    “No” le aveva detto lui. Ed era la cosa che le ripeteva più spesso.
    Maya non insistette troppo a volersene andare. Lo guardò abbassare lo schermo del portatile con aria ferma, pacata, e togliersi gli occhiali che lo avevano sempre reso buffo e sexy al tempo stesso. Le piaceva che lui di tanto in tanto si dedicasse alla scrittura, anche se non aveva mai letto nulla di suo.
    “Che fai lì ferma?” sorrise il batterista. Le labbra sembravano far fatica a ripetere il gesto di piegarsi, dopo i giorni di inattività. Eppure, nonostante fosse un po’ sgualcito, Maya accolse quel dono come il più caro che potesse ricevere. C’era ancora vita, allora, dentro di lui. Forse era tutto merito della scrittura che lo aveva occupato fino a poco prima, regalandogli la freschezza e l’energia di cui aveva bisogno. “Entra pure. Siediti, non startene in piedi.”
    A passettini piccoli e incerti la ragazza raggiunse il letto e vi si accomodò. Si sentiva un po’ estranea a quell’ambiente, ma sapeva che presto ci avrebbe fatto l’abitudine.
    “Come mai sei qui? Hai bisogno di qualcosa?”
    “Volevo farti compagnia.”
    A Shannon scappò un altro sorriso innocente, mentre si alzava per andare verso la finestra. Appoggiato al davanzale, si accese una sigaretta. Sapeva che le parole della ragazza significavano, indirettamente, che si sentiva sola e aveva bisogno di lui, cosicché si facessero compagnia a vicenda. Nessuno va mai a far compagnia a qualcuno, se non perché ha bisogno anche lui della presenza dell’altro.
    “Bene” commentò, lasciando svolazzare una nuvoletta di fumo. “Siamo qui.”
    “Già.”
    La situazione si era fatta imbarazzante a sufficienza. Non sapevano che dirsi, visto che a malapena riuscivano a stare nella stessa stanza. Tacquero per non sbagliare, ma il silenzio non durò a lungo.
    “Tu cosa pensi di tutto questo?”
    Shannon non aveva distolto gli occhi dal corpicino tonico e abbronzato dell’italiana. “Beh...” sillabò, cercando di scartare tutte le risposte sbagliate per arrivare a quella giusta. Cestinò un ‘non lo so’ appena in tempo. “Penso quello che di sicuro pensi anche tu, ovvero che dovresti preoccuparti del benessere tuo e del piccolo e mandare a fanc**o il resto. Mi dirai che è scontato, ma a volte la soluzione più semplice è quella giusta.”
    La ragazza annuì. Non conosceva nemmeno lei il motivo per cui gli aveva posto quella domanda. Qualunque fosse stata la risposta, per lei non sarebbe cambiato nulla. Più o meno.

    (continua nel post successivo)
    Ultima modifica di Baby Blue; 30-12-2011 alle 11:35

  6. #116
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    “Hai già deciso quando tornerai in Italia?” chiese di nuovo lui, sapendo che Maya non avrebbe commentato ulteriormente le sue precedenti parole.
    “Non prima di ottobre, almeno. E, ah, devo ancora parlarne a Mattia, ma non voglio farlo finché sono in California. Credo che sia meglio dirglielo di persona, appena sarà possibile.”
    Shannon non seppe se meravigliarsi o meno: temporeggiare era una delle tante cose a cui Maya ricorreva spessissimo, per cui rientrava tutto nella normalità.
    “Domani ho... ho la prima visita dal ginecologo, all’UCLA a Santa Monica.”
    “A che ora?”
    “Le quattro del pomeriggio.”
    “Ti ci porto io. Non voglio obiezioni” e spense la sigaretta nel posacenere.
    “Volevo chiedertelo, sai, però mi vergognavo” sorrise, arrossendo come una bambina. I capelli corvini, mossi e sciolti liberamente, le davano una carica di sensualità che se ne fregava del colorito infantile delle guance. “Sarà un momento importante, e vorrei viverlo insieme a te... se te la senti.”
    “Certo. Certo, sì.”
    Shannon si era allontanato dalla finestra per andare a sedersi sul letto, vicino a Maya. Si sentiva strano: non sorrideva, non era triste. Era come un funambolo che cercava di tenersi in equilibrio su una corda tesa tra i due orli di un abisso. Quando fu accanto a Maya, tanto da sentirne il palpitare del cuore, la abbracciò come ormai non succedeva da giorni. Non strinse troppo. Sembrava quasi una stretta formale: era talmente sincera da essere spoglia della spontaneità e della naturalezza che di solito caratterizzavano gli altri gesti suoi.
    “Ho bisogno di sapere che ci sei” gli sussurrò Maya sulla pelle. “Non prendermi per pazza...”
    Shannon ridacchiò. Dal suono che emise, sembrava quasi tornato in sé. La tenne stretta contro il petto e aspettò che si rasserenassero insieme. I battiti cardiaci cominciavano ad essere regolari e la mente più lucida.
    Si assicurò che stesse bene prima di lasciarla andare, poi la fissò. Lo aveva fatto innumerevoli altre volte e sapeva anche che questo la faceva sentire a disagio. In quel momento, però, Maya non rispose né con una ennesima avvampata alle guance, né con occhietti sfuggenti o roba simile. Si limitò a schioccargli un bacio sulla punta del nasone, come segno d’affetto e gratitudine.
    Il batterista, che volesse ammetterlo o negarlo fino all’ultimo dei suoi giorni, temette di sbriciolarsi. Ma conosceva un modo per salvarsi.
    “Giochiamo al Nintendo?”


    **


    Le risate di entrambi erano riuscite a dare vitalità ad una stanza troppo impersonale e anonima. Anche se Maya non era bravissima con i videogiochi, ogni tanto riusciva persino a battere Shannon.
    “Ma tu mi fai vincere apposta, Shan!”
    “Cos’è,oltre a battermi mi prendi pure in giro?”
    Il tempo se ne era andato così, senza disturbarli affatto. Ormai Shannon e Maya avevano recuperato, e non senza fatica, piccoli pezzetti della complicità che era crollata qualche giorno addietro. Eppure mancava ancora molto per tornare come prima, e non mancò occasione di darne prova.
    Maya infatti iniziava a cedere per colpa del sonno. Non lo aveva detto, ma il suo stropicciarsi gli occhi tra una partita e l’altra la tradiva.
    “Vuoi andare a dormire?”
    Scosse la testa. Era così soddisfatta di sentirsi un po’ più vicina a Shannon da non voler più smettere di giocare, solo per non lasciarlo.
    “Ma guarda che faccia hai. Sei a pezzi. E poi sei una mamma, non puoi fare le ore piccole” il batterista sorrise e rabbrividì delle sue stesse parole. Suonavano ancora troppo strane e crudeli alle sue orecchie. Spense il Nintendo e tutto tornò come prima, con quella tensione che macchiava l’aria qua e là.
    “Hai ragione” ammise Maya, alzandosi dal letto. “Va bene, allora... ti saluto.”
    Shannon si avvicinò, ma non molto. “Buonanotte.”
    Lei lo abbracciò. Era piccolina, ma si sentiva fortissima quando era con lui, come in quel momento. “Grazie per domani.”
    Sorrise senza staccare la guancia dalla sommità della testolina di Maya. Vi si appoggiava sempre, era comoda. “Figurati.”
    Aveva voglia di un bacio, Shannon. L’anima sua era tesa a cercare quel contatto, ma la paura di rovinare tutto lo contrastava. “Ti va... di dormire con me?” le chiese, sciogliendo l’abbraccio. L’aveva fatto per prendersi una rivincita su se stesso, per sconfiggere gli stupidi timori e scioglierli nel calore di un’intimità riconquistata.
    Maya prese un respiro profondo. “Vorrei. Vorrei davvero, ma...”
    Quella sera aveva proprio bisogno di sentire Shannon con sé. Non una persona qualunque: Shannon. Si frenò per paura di se stessa, ma soprattutto per rispetto del bambino. “Non me la sento, preferisco...”
    “Lascia stare, non avrei dovuto chiedertelo.”
    Il tono grave di Shannon era lo stesso di qualche ora prima, quando Maya era entrata nella sua camera. Sembrava che i piccoli progressi raggiunti si fossero disintegrati per colpa di una richiesta esagerata e non meditata a sufficienza.
    “Ci vediamo domani. Se hai bisogno, corri qua” le ricordò, come se ce ne fosse bisogno. “Notte.”
    “Notte.”
    La porta si chiuse e Shannon fu di nuovo solo.


    **

    L’unico rumore che si sentiva nella stanza era quello del respiro ritmico di Maya. Dormiva già da un paio d’ore, tutta rannicchiata in un angolo nonostante ci fosse moltissimo spazio a disposizione. Il ventilatore era spento e l’aria forse un po’ troppo calda e umida, ma sembrava che non le desse problemi.
    La luce che proveniva dall’esterno e si intrufolava nella camera attraverso la fessura della porta socchiusa le accarezzava la schiena e rimaneva agganciata ai capelli, dando l’effetto di tante piccole stelline in un cielo di boccoli neri.
    “Maya?”
    Shannon era fermo sullo stipite della porta, col cuore in gola e tanta confusione in testa.
    “Maya?” ripeté, stavolta più forte.
    “Mmm.”
    “E’ tutto ok?”
    La ragazza si tirò su sebbene non fosse ben sveglia. “Sì, sì... che succede?”
    “Ho sentito un rumore, volevo assicurarmi che stessi bene.”
    A quelle parole, Maya si allungò verso il comodino e premette l’interruttore della luce. “Oddio... boh, qui mi sembra tutto a posto. Non ho sentito niente... Forse non veniva da qui.”
    “Ho già controllato il resto della casa ed era tutto perfettamente in ordine” spiegò. Anche se il primo pensiero era andato a lei e alla sua incolumità, aveva prima deciso di ispezionare le altre stanze per non svegliarla a vuoto e non farla preoccupare. Non avendo trovato nulla, però, non gli era rimasto altro da fare se non accertarsi che stesse bene, e lo aveva fatto con una paura tremenda in cuore. Si era rassicurato subito, nel trovarla addormentata. Ma ora che l’aveva rivista e l’adrenalina era calata bruscamente, voleva stringerla ancora. Quasi sentiva le mani pizzicargli, ansiose di un contatto troppo desiderato.
    “Meglio così, allora” risolse Maya ridisponendo bene i cuscini. “L’importante è che non ci siano problemi qui. Magari veniva dalla strada, che ne so.”
    “Sì, mi sa che è così. Va bene, allora puoi continuare a dormire. E scusami se ti ho svegliata. Spengo la luce?”
    “Aspetta!”
    “Che c’è?”
    “Pensavo... pensavo che forse ci ho ripensato.”
    Shannon si sforzò di ricordare, ma la sua mente non era abbastanza lucida. “Spiegati meglio.”
    “Beh!” Maya sorrise, e nell’imbarazzo assunse una posa birichina. “Prima mi hai chiesto di dormire insieme e ti ho detto di no, ma... se non hai cambiato idea anche tu... sì, vorrei dormire con te. Che non vuol dire fare l’amore. Solo dormire. Farci le coccole e stringerci forte anche se fa caldissimo. Non c’è niente di male, vero?”
    La risata dolce e pacata di Shannon era esattamente quello che voleva sentire.

  7. #117
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    Los Angeles, 6 luglio 2009



    Le dita erano talmente bianche da confondersi quasi con i tasti del pianoforte. Nella sua semplicità, la melodia appena nata aveva qualcosa di strano. Non scombussolava il cuore. Era più... una ninna nanna di carezze. Una sequenza di note che Maya avrebbe scelto volentieri per cullare il suo bambino.
    Il silenzio era un obbligo quando Jared suonava il piano. E lei, che era lì con lui come le era stato richiesto, non aveva motivi di infrangerlo. Ascoltava con attenzione, chinando solo poco la testa verso la spalla sinistra, come quando si concentrava.
    “No warning sign, no alibi, we faded faster than the speed of light, took our chance, crashed and burned, no we’ll never ever learn...”
    L’istinto le impose di mordersi le labbra e perdere un battito cardiaco. Si emozionava sempre, quando i ragazzi le facevano sentire uno dei pezzi nuovi per chiederle un’opinione o anche solo per condividerne il piacere, ma era la prima volta che i polsi le tremavano.
    “I fell apart, but got back up again and then I fell apart, but got back up again.”
    Scosse la testa senza farci caso. Cosa voleva dire Jared? Per una volta aveva scelto di non parlare di sé? O era lei a non capire, a non sapere?
    “We both could see, crystal clear, that the inevitable end was near, made our choice, a trial by fire, to battle is the only way we feel alive…”
    Non erano solo le parole, il problema. Né la melodia in sé. Era l’intreccio di entrambi. Li sentiva avvolgersi e rincorrersi attorno al suo corpo per poi stringerla forte, ma non faceva male...
    “So here we are, the witching hour, the quickest tongue to divide and devour. If I could end the quest for fire, for truth, for love, for my desire… and I fell apart…”
    Rimase muta e immobile fino a quando tornò il silenzio, neanche fosse stata pietrificata alla vista di Medusa.
    Jared si piazzò in faccia un grasso sorriso di soddisfazione, che quasi stonava con le note appena dissolte. “Sei impallidita di colpo” notò. “Posso considerarlo un ottimo risultato.”
    “E’... è meravigliosa. Ca**o. Sembra proprio che... no, no, niente” mise fine a una confessione che le stava quasi sgorgando spontanea. Negli ultimi tempi stava cercando di risparmiarsi tutte le ovvietà che farcivano i suoi discorsi, ma non sempre ci riusciva. “Posso sapere da dove ti sei ispirato? Voglio dire, ti è successo qualcosa di..? se posso saperlo, chiaro, altrimenti non importa.”
    Jared si alzò legando la zazzera bionda in una codina bassa e spettinata. “Veramente non mi sono ispirato da nessuna parte. L’ho solo perfezionata e poi suonata per te, stop.”
    La ragazza non capiva. Come si fa a non ispirarsi a niente? Era una bugia bella grossa! Non ce n’era mica bisogno, se Jared non voleva parlarne.
    “MAYA!” urlò quello. Sembrava impazzito da un momento all’altro.
    “Sto qua, ti sento.”
    “Sveglia!!” rise Jared. Era oggettivamente bello. La crudeltà gli donava. “Ci arrivi da sola a capirlo o devo farti un disegnino?”
    “E io che ne so? Se non parli..!”
    Da brava italiana, era facilmente irritabile, soprattutto quando le si faceva pesare il fatto di non essere poi così perspicace.
    “Maya cara..” le disse Jared, abbassando il tono, quasi che qualcuno potesse sentire nonostante la porta fosse ben chiusa. “Questa canzone... che, per inciso, si chiama Alibi... non è opera mia.”
    “Ma sei scemo, Santo Cielo? Ti metti a plagiare pure i pezzi degli altri, adesso? Va’ a pescare tutti i testi che hai scritto e poi cestinato e cerca di farteli piacere, piuttosto. Ci buttate lì due cosette strumentali ed è fatta. Se vuoi io sono sempre disponibile ad aiutare, ci mancherebbe! Ma una cosa del genere... no, no, scordatelo. E’ la volta buona che la EMI vi fa a strisce.”
    Jared rise come si fa di fronte all’ingenuità dei bambini. “Non hai capito” le diede un pizzicotto sulle guance. “L’ha scritta Shan.”
    “Shan?”
    “Sì. Pensavo fosse chiaro. Il testo è abbastanza esplicito, insomma. Sai bene di che parla” si schiarì la voce. “Insieme a Tomo abbiamo riadattato un po’ la base e le parole, ma... sì, viene tutto dallo Shanimal. A quanto pare anche lui ha un cuore.”
    Il cuore di Shannon, Maya, lo conosceva a memoria. Le pareva quasi impossibile non averlo riconosciuto da subito nella canzone. Poi ricordò i brividi, i polsi che tremavano e quel sapore strano che incuriosiva. Sì, sì che l’aveva notato.
    “Vado a cercarlo” le venne da dire, recuperando un po’ di colorito nel volto.
    “Non dirgli nulla! Se sa che te l’ho suonata, mi uccide. Era un segreto! Nessun altro al mondo deve venirne a conoscenza, Maya, capito? Tanto, non vogliamo includerla nell’album, è troppo personale... Maya!”
    Troppo tardi.



    **



    L’acqua scrosciava nel lavandino. Shannon si guardava allo specchio: aveva deciso di radersi, tanto per sembrare più ordinato e meno a pezzi. Ogni tanto, la dose minima di buon senso glielo richiedeva. Mentre la lametta gli scorreva sulla pelle, una Maya trafelata fece irruzione in camera e poi nel bagno interno. Diceva anche qualcosa, ma non si capiva bene.
    “Che c’è?” le chiese lui, sempre intento alla rasatura.
    “Oh, mamma, ho corso troppo” si premette una mano sul petto, cercando di riprendere fiato. Lo guardò. L’unica cosa di cui era vestito era un asciugamano bianco che gli cingeva i fianchi. Le spalle, bellissime nelle linee che le definivano possenti e dolci insieme, erano qua e là puntinate di goccioline, ricordi della doccia appena fatta. Era sexy quanto bastava a far scioperare tutti i neuroni della povera ragazza.
    “Come mai tutta questa fretta?”
    “Veramente... ero venuta per darti un bacio. Ma hai tutta quella roba in faccia...!”
    Shannon si girò verso di lei come se gli avesse tirato qualcosa addosso e volesse maledirla. “Un bacio?!”
    Era passato... quanto? Una decina di giorni, se non di più, dall’ultima volta in cui si erano baciati. Avevano smesso per tutta una serie di ovvie circostanze e implicazioni, ma la voglia non li aveva mai abbandonati.
    “Che succede, Maya?” domandò con un tono diffidente mentre sciacquava il rasoio sotto il getto dell’acqua. Era prontissimo a farla tornare in carreggiata.
    “Te l’ho detto, ho voglia di un bacio, molto semplicemente.”
    Shannon sorrise allo sguardo furbetto che lei gli indirizzava. Tentare di farla ragionare sarebbe stato folle quanto impossibile. E poi Shannon non era la persona più adatta ad un simile compito.
    Iniziò così un inseguimento senza pietà per tutta la camera, che terminò solamente quando anche Maya ebbe tutta la faccia piena della schiuma da barba che Shannon le aveva spalmato addosso facendo strusciare insieme le loro guance.
    Tra le risate e i “guarda che mi hai fatto!”, ci fu un bacio, il primo di una serie non troppo lunga. Erano stesi sul letto, uno sull’altra, e dopo i baci iniziarono le coccole. Era davvero un miracolo che, nonostante le corse, l’asciugamano che copriva i fianchi di Shannon fosse rimasto al suo posto. Maya ogni tanto andava a stuzzicarne i bordi con le dita, ma senza malizia, solo per giocherellarci.
    “Che cosa stai facendo, Lucarini?!”
    “Niente, oooh, quanto sei...” brontolò quasi, dispensando frasi a metà come troppo spesso faceva. “Sta’ attento!” lo ammonì subito dopo. “La pancia...”
    Shannon si bloccò all’istante, appena in tempo per evitare di piantare un ginocchio sull’addome di Maya. Non lo aveva assolutamente fatto di proposito, si stava solo muovendo per farle i dispetti e non se ne era reso conto. Nella confusione del gioco, aveva dimenticato di misurare i gesti.
    Non disse nulla. Raggelò semplicemente e si vergognò.
    “E’ tutto ok, Shan, non è successo nulla” gli disse subito Maya, capendo al volo tutto quello che gli frullava in testa. Aveva assunto un’espressione seria, mite, nonostante le ditate di schiuma da barba la facessero apparire buffa.
    “Dio, sono un imbecille.”
    Lei gli premette le mani sulle spalle e se lo avvicinò di più, stringendolo teneramente al seno. Era un gesto che le era sempre appartenuto e che Shannon amava. Gli piaceva da impazzire quell’improvviso impulso che era un dare e ricevere protezione in contemporanea. Per l’ennesima volta si ritrovò a sentirsi un bambino rintanato tra i seni della mamma, e la sensazione che ne derivò fu parecchio strana. Lasciò scorrere via i pensieri, abbandonandosi al tocco delle mani che gli accarezzavano la testa, il viso, le spalle, ed era dolce, tanto dolce...
    “Shan?” sussurrò Maya, dopo una manciata di minuti.
    Non ottenne risposta.
    Dal ritmo gentile del respiro del batterista, capì che si era addormentato. Non fece nulla per svegliarlo. Sorrise tra sé e lasciò che il tempo passasse senza sfiorarli.





    __________________________________________
    Quanto avete appena letto, come d'altronde tutto il resto della storia, è frutto della mia fantasia. Solo per esigenze narrative, mi andava di far risultare che Alibi fosse scritta da Shannon, ma non è vero, quindi non fatevi venire alcun dubbio in merito ^^'

  8. #118
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    Predefinito Re: Just like heaven

    Inizierei col chiedere scusa per i mesi d'assenza.
    Il capitolo che pubblico ora è pronto da moltissimo. Ho sempre voluto aspettare per concluderlo in maniera decente, ma adesso ho capito che l'attesa non mi porta a niente. Quindi eccolo qui

    Buona lettura






    Gli occhi del dottor Mitchell erano strani. Piccoli e scuri, assomigliavano a due chicchi di caffè cuciti su un viso ormai non più giovane. Sembrava stanco dentro. Forse gli anni passati a visitare gentili donzelle non erano stati così divertenti come si aspettava quando aveva iniziato l’università.
    Questo pensava Shannon, seduto accanto al lettino dove era distesa Maya. Guardava con sospetto e curiosità insieme quell’ordinario uomo di mezz’età. Non si fidava molto di lui, sebbene fosse consapevole che era tutta una sua impressione. O almeno, era ciò che si augurava.
    “Signorina, qui siamo già avanti con la gravidanza... Dieci settimane è tanto. Le segno queste analisi. Mi raccomando, le faccia il prima possibile e me le porti. Nel frattempo... è meglio fare subito l’ecografia” aveva detto poco prima. E ora, mentre la sonda si muoveva sulla pancia di Maya, Shannon si sentiva fuori luogo. A pochi centimetri da lui, sul bianco del lettino, la manina di Maya era stretta a pugno. Appena la vide, la sciolse e fece sì che le loro dita si incastrassero. Entrambi erano agitati a dismisura.
    “Ecco il vostro piccolo” annunciò il dottore con soddisfazione, indicando il monitor dell’ecografo su cui appariva l’immagine 3D di quello che sembrava un fagiolone mezzo arancione. “Siamo alla decima settimana, come abbiamo detto. Vedete, è gia abbastanza formato.”
    Shannon non vedeva un tubo. Aveva gli occhi pieni di lacrime, e l’emozione lo aveva isolato tanto da impedirgli di sentire Maya che frignava: “I piedini! Mio Dio, ha già i piedini! E le manine!”
    Chissà quante scene simili aveva già vissuto, il dottor Mitchell: madri schizzate che piagnucolavano e padri ammutoliti. Tanti svenivano, anche. Ma non era questo il destino del Leto, nonostante fosse ben pallido.
    “Come sta?” chiese Maya al ginecologo.
    “Se la passa alla grande” ne misurò la lunghezza. “E’ lungo circa quattro centimetri. Promette bene. Sentite il cuore come batte?”
    Che ansia. Shannon stava per vomitare e sudava come una capra. Era un’emozione troppo grande da sopportare. Il bambino c’era. Il bambino di Maya e Mattia c’era e stava bene.
    Ebbe i brividi, nonostante fosse luglio e il sole di Los Angeles scottasse senza clemenza. L’unica cosa che ancora lo legava alla realtà, rompendo il silenzio che gli si era murato attorno, era la mano di Maya, ancora stretta tra la sua.
    “Shan...?”
    Lei lo guardava già da un po’, senza che lui se ne fosse accorto.
    “Shan, se non te la senti...”
    “No” disse subito, stringendo più saldamente le dita sudaticce attorno a quelle di lei. “E’ che sono felice. Davvero, sono... sono molto felice” sorrise, e non c’era nulla di sbagliato o di falso. Si chinò a baciarle la fronte e le tamponò le lacrime con il pollice, senza preoccuparsi delle proprie. “Scusi, dottore..” aggiunse infine, in un crescendo di imbarazzo, mentre tornava composto sulla sedia.
    Charles Mitchell accennò solo un sorriso in risposta.


    **
    “Quando ero più piccola” disse Maya tenendo la cannuccia tra i denti. “Quando ero più piccola, vedevo sempre Baywatch. Non ridere, non era poi così male! Tu lo vedevi?”
    “No, non molto, veramente.”
    Evitò di accennare a Pamela Anderson. Non si sa mai.
    “Mi piaceva tanto. Quelle spiagge così belle, larghe che non finiscono più, affollate fino a tardi... Non pensavo mica che le avrei viste, un giorno.”
    Tirò su ancora con la cannuccia. Dal rumore che ne scaturì, dedusse che il suo frullato di banana doveva esser finito, e questo la seccò. Buttò il bicchiere nel cestino che aveva accanto, poi tornò a guardare l’oceano davanti a sé, ficcando la testolina contro il vento che le si intrufolava tra i capelli.
    “E’ un peccato che non siamo riusciti a venire in spiaggia troppo spesso” ammise Shannon, calcandosi meglio gli occhiali da sole sul naso.
    “Oh, ma non preoccuparti. Il lavoro viene prima di tutto. Che, poi, è brutto anche chiamarlo ‘lavoro’. E’ la tua vita. La tua vita viene prima di tutto” riformulò la frase precedente. “Già, così va meglio.”
    Il batterista si fece scappare un sorriso che lei, troppo concentrata a seguire le onde dell’oceano, non potè cogliere. Allungò un braccio, cingendole dolcemente la vita e avvicinandola a sé. Era calda la sua pelle, come sempre. “Forza, scendiamo un attimo in spiaggia” la invitò, sapendo che era tutto ciò che voleva.
    E lei non se lo fece ripetere due volte. Quando si sedettero su un angolino di sabbia non troppo distante dalla riva, sospirò di soddisfazione. Era quasi il tramonto, ormai. Le luci aranciate del sole si erano annidate nelle pieghe delle sue iridi, schiarendole poco. Guardava sempre fisso, Maya, aggrottando la fronte per non accecarsi. Le onde erano quasi ipnotiche, non se ne lasciava sfuggire una.
    Shannon era accanto a lei, forse meno stregato da un panorama che, per quanto stupendo fosse, aveva già visto mille volte. Notò che era particolarmente silenziosa, addirittura malinconica, con il vento che le accarezzava le spalle dorate. Lui sapeva già tutto. Non era sempre difficile trovare una spiegazione a comportamenti simili. Tuttavia, voleva aiutarla, e il suo modo per farlo era quello di indurla a parlare, sfogarsi, confidarsi. Non le avrebbe rimproverato nulla, per il suo bene.
    “Ti manca, vero?”
    Annuì, dolce, senza smuovere lo sguardo dall’oceano. “Da morire.” Le mani giocherellavano con la sabbia. “Ma mi fa paura.”
    Shannon avrebbe voluto accarezzarla, ma sapeva che lei l’avrebbe respinto. Quando era triste, non sopportava contatti fisici.
    “Non sa ancora niente del bambino. Non ci riesco proprio, a dirglielo. Tutte le volte che lo chiamo mi blocco e cambio discorso.”
    “Si vede che non sei ancora pronta. Pensa solo ad essere più serena.”
    “Serena. E’ impossibile star serena se sono innamorata di un uomo ma aspetto un figlio da un altro.” I pugnetti strinsero poca sabbia. “Aveva ragione lui. Sono una pu**ana.”
    “Smettila, Maya, Santo Cielo!”
    Si tolse gli occhiali e scosse la testa. Non ce la faceva più a sentirla sempre lamentarsi, borbottare, umiliarsi, fare la vittima. La colpa era di chi le aveva ficcato in mente tutte quelle stupidaggini, perché poi lei non era abbastanza in grado di rendersi conto che non avevano senso. Shannon sapeva che ripeterglielo per l’ennesima volta non sarebbe servito, ed evitò qualsiasi altro comportamento che le mettesse ansia: il dottore aveva detto che doveva stare tranquilla.
    “Stenditi.”
    Maya lo guardò stralunata, arricciando il naso da una parte. “Eh?”
    “Stenditi. Sulla sabbia. Così ti rilassi.”
    Non che ci credesse poi molto, Maya fece come le era stato suggerito. Il cielo sopra di loro era una colata di smalto azzurro e lucido.
    “Va meglio?” le chiese lui, un paio di minuti più tardi. Era ancora seduto a pochi centimetri da lei, in silenzio. Forse per l’imbarazzo, forse perché era troppo preso dai suoi pensieri.
    “Veramente non più di tanto” spinse una manina fino ai fianchi di Shannon, a stuzzicargli la pelle sotto il cotone leggero della maglia. “Ti stendi anche tu?”
    Maya aveva la netta sensazione che non gli andasse per niente. Era visibilmente irritato, anche se la sua solita calma zen ne limitava gli effetti. Gli diede solo un piccolo bacio sulla tempia. Ora erano entrambi distesi sulla sabbia calda e soffice, l’uno accanto all’altra. Le loro spalle si toccavano.
    E Maya capì. Capì da quell’aderenza tra le loro spalle che loro due, insieme, erano invincibili. Sempre in prima linea, spalla contro spalla, a fronteggiare gli eventi, senza risparmiarsi mai. Si conoscevano da pochissimo, ma avevano condiviso quel genere di cose che uniscono due persone fino a renderli gemelli siamesi nell’anima. Te ne accorgi quando non hai nemmeno bisogno di parlare, e l’altro capisce, e se non parla nemmeno lui è perché sa che non che serve, che tanto va bene così, che delle mille cose che frullano in testa a ciascuno l’altro sa già tutto.
    Un colpetto arrivò a un piede di Maya. Si sollevò quanto bastava per vedere cosa fosse.
    Un bambino correva, in equilibrio un po’ precario, a dire il vero, verso di lei. Vicino ai piedi di Maya c’era una palla rossa, quella che sicuramente il piccolo stava andando a recuperare. Aveva forse tre anni, ed era dolcissimo nel suo costumino giallo coi delfini e la bandana azzurra che gli copriva la testolina dal sole.
    Quando fu vicino a Maya, il bambino si vergognò. Palleggiava con lo sguardo tra la sua pallina e il sorriso benevolo di Maya, che lo intimidiva così tanto, oh sì.
    “Tieni” gli disse lei, raccogliendo la palla scuotendole la sabbia di dosso e porgendola al bambino, che ora si mordicchiava un dito. “E’ tua questa, no?”
    Lui annuì, ma non era abbastanza coraggioso da avvicinarsi quel tanto che bastava a prendere la palla e poi svignarsela. Tuttavia, dopo qualche secondo di esitazione, lo fece, ed eccolo che già se ne ritornava indietro, con quella sua corsetta storta, stringendo tra le braccine la pallina rossa.

    “L’hai visto?”
    Anche Shannon si era tirato su, seduto, per gustarsi la scena. “Corre come te quando sei felice.”
    Maya finse di volerlo punire con uno schiaffo, ma lui per precauzione le bloccò entrambi i polsi e a sua volta la punì con un morso sulle guance.
    “Ahi, brutto..!” gli lanciò un’occhiataccia offesa e scosse le mani per liberarsi dalla sua stretta. “Non mi toccare! Guai a te!”
    E Shannon la fasciava con le braccia e se la stringeva al petto, e rideva ignorando le sue finte lamentele, a cui rispondeva con sonori schiocchi di labbra che le piazzava ovunque gli capitasse.
    “Smettila! Sdolcinato..” continuava a ribellarsi Maya, ma solo per finta. Figuriamoci. “Mi stai riempiendo di baci, che schifo.. Togliti!”
    Stava bene. Stava così bene con Shannon che rideva.

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