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Discussione: Just like heaven

  1. #101
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    Predefinito Re: Just like heaven

    (dal post precedente)



    “E’ qui la festa??” domandò sarcastico con un sorriso radioso.
    Era successo già altre volte che Jared si intrufolasse per dispetto in camera del fratello mentre era impegnato in certe attività. Ma non negli ultimi venti anni.
    Inutile descrivere il quadretto che si ritrovò davanti. Shannon acchiappò al volo un cuscino e lo schiaffò sopra Maya per coprirla almeno quanto bastava, quindi si alzò verde di rabbia e, nudo com’era, corse fuori dalla camera a rincorrere il fratello, manco avessero cinque anni a testa.
    “Io ti ammazzo! L’hai fatto apposta!”
    “Ma vi stavate divertendo, volevo unirmi a voi!”
    “Sei impazzito?!”
    E nel frattempo correvano intorno alla penisola della cucina, l’uno che cercava di acchiappare l’altro e ridurlo in poltiglia.
    “Jared, a me non interessa un ca**o che tu sia entrato proprio in quel momento solo per farci un dispetto, ma pensa a Maya! Lo sai che è timida! Sto facendo di tutto per farla star bene, e tu che fai? Rovini tutto così? Sei un... aaah, maledetto, io ti rovino!”

    Mentre parlava così, una figura emerse dalla penombra del corridoio e si introdusse nella cucina, camminando a passi leggeri e testa alta. Era nuda e disinvolta, quasi fiera delle proporzioni del suo corpo. Si fermò davanti al frigorifero, lo aprì e si chinò a prendere una birra dal ripiano più in basso. La stappò con l’apribottiglie che era appoggiato sulla mensola lì accanto e iniziò a sorseggiarla.
    “MAYA?!”
    La ragazza staccò le labbra dalla bottiglia, si girò e sorrise tenera al suo uomo. “Dimmi, amore. Vuoi un goccio?”
    Shannon credeva che lo stessero prendendo in giro. Si schiaffò una mano in fronte e temette che gli occhi gli fossero usciti dalle orbite. “Siete impazziti tutti e due!”
    “Sei tu quello che corre nudo in casa, bro. Io ho almeno la decenza di essere vestito.”
    “Sta’ zitto! E tu,” disse indicando la ragazza che continuava a trangugiare birra, “fila in camera!”
    “Shan, se pensi che per me sia un problema vedere la tua ragazza nuda, sappi che non lo è affatto...”
    “Nemmeno per me è un problema farmi vedere nuda da tuo fratello, cucciolo.”
    “Ma lo è per me!” urlò il batterista. “Per me, ok? Quindi: Maya, vattene in camera mia e non chiamarmi cucciolo quando sono inca**ato, e tu, Jared, vattene a fare in c**o da qualche altra parte.”
    “Hey, hey, hey, Signor Ospite, mi sta cacciando fuori da casa mia?”
    Shannon non sapeva più che pesci pigliare.
    “Cucc-Shannon” si corresse Maya aprendo vari sportelli per cercare il cestino dove buttare la bottiglia di birra, ormai vuota. “Non c’è bisogno che io ti ricordi che la parola ‘pudore’ non rientra nel tuo vocabolario, vero? Fosse per te, i vestiti non li useresti proprio. Ma sono tutte cose che sai già. Ti sto solo rinfrescando la memoria, mi sembri un po’ confuso. E poi dai, Shan, ma ti pare! Che me ne frega se Jared mi vede? E’ tuo fratello, Santo Cielo! E’ come se fosse anche il mio!”
    Shannon si massaggiò le tempie, poi con pollice e indice della mano destra si distese la pelle del viso, partendo dai fianchi del naso verso gli zigomi. “Ok. Ok, ok, ok.”
    Ripeteva la stessa sillaba senza che ci fosse realmente un senso in ciò che stava pensando.
    “Fate come vi pare” disse, rassegnato, e si ritirò in camera sua.

    Maya e Jared rimasero soli in cucina. Si guardarono non capendo cosa dovessero fare. Non avevano nemmeno ben chiaro se Shannon se la fosse presa o no.
    La ragazza si appoggiò con la schiena al frigorifero e incrociò le braccia sul seno. Qualcosa fece capire a Jared che Maya non solo era carina, ma che aveva addirittura tutte le carte in regola per finire nel suo letto! Ovviamente non si sarebbe mai permesso, però... era la prima volta che capiva che, con quelle forme, era pure ovvio che avesse fatto perdere la testa al suo fratellone!
    “Sai, Jay” mormorò lei, giù di morale. “Ho paura che si sia offeso.”
    “Pure se fosse, gli passerà subito.”
    “E cosa mi consigli di fare?”
    Jared estrasse il Blackberry dalla tasca per rifiutare una chiamata da parte di Emma. “Beh, ci sono molte cose che potresti fare. Dai retta a me, sco**telo un’altra volta, almeno è felice e soddisfatto e si dimentica di questa scenata da puritano.”
    La mora sorrise, apprezzando l’idea e annuendo piano con la testa. “Sì... sì, in effetti si potrebbe.”
    “Ah, comunque, prima che vada a divertirti, volevo farti sapere che hai un gran bel cu*o.”
    “Dici davvero? Grazie!” rispose, sinceramente grata. “Anche tu, comunque.”
    La situazione si era fatta imbarazzante.
    “Ok, vado a sco**rmi tuo fratello.”
    E di certo continuare su questa linea non avrebbe aiutato affatto. Ma ormai si era praticamente rigirato il mondo.

    Quando Maya tornò nella stanza di Shannon, lo trovò avvolto in un accappatoio nero. Si era appena fatto una doccia veloce.
    “Questa convivenza inizia molto male, Lucarini, ti avverto!” la informò lui non appena la vide entrare.
    “Forza, Shan. Non è successo niente.”
    “Niente? Io non mi inca**o per niente.”
    “Infatti di solito ti risparmi la fatica. Tanto lo sai che non risolvi” gli si avvicinò, ma non troppo. “Sprechi solo tempo ed energie.”
    Shannon sbuffò e mormorò qualcosa che Maya non riuscì a capire. Aprì il cassetto della biancheria, tirò fuori un paio di boxer e se li infilò, poi andò in bagno ad appendere dietro la porta l’accappatoio che si era appena tolto.
    “Non sarà mica che sei geloso, Shan?”
    “Ma fammi il piacere...”
    Maya sorrise. Sapeva di aver centrato il problema. Andò verso di lui e gli buttò le braccia al collo. Lo guardò in viso. Aveva davvero il muso lungo e lo sguardo sfuggente. Sollevò il mento e provò a baciarlo, ma lui si scansò. Non affatto arresa, calcò le mani sulla nuca di Shannon e ripeté lo stesso gesto, ma la risposta fu identica.
    “Non vuoi farti baciare, eh? Bene, bene, me ne ricorderò.”
    Così dicendo, gli voltò le spalle per uscire dalla stanza. Shannon però fu lesto: le serrò le mani sulla vita, la sollevò e si lanciò sul letto, portandola con sé. Era successo tutto così in fretta che la ragazza l’aveva a malapena capito. Ora si trovava di nuovo imprigionata tra il materasso e il corpo di Shannon. Nessuna gabbia era mai stata così bella.

    “Ho solo paura” ammise lui, guardandola dritto negli occhi. Era lievemente agitato e non faceva che accarezzarle la fronte, quasi fosse lei quella che doveva essere calmata.
    Da parte sua, Maya lo lasciava fare. Si rendeva conto che stare in silenzio e non interromperlo mentre svelava il piccolo segreto lo avrebbe aiutato.
    “Una paura... tremenda. Per te. Voglio risparmiarti anche le più piccole stupidaggini, tipo mio fratello che ci becca mentre facciamo l’amore. Sei piccola, basta poco a spezzarti.”
    “Ti sbagli.”
    Non era riuscita a tenere la bocca tappata.
    “Lo spero. Ma spero anche che non ci siano occasioni per provarlo. Hai già... sopportato parecchio.”
    Le sfiorò quindi, pianissimo, la palpebra livida. Temeva di farle male, ma al tempo stesso sperava che quel tocco leggero potesse farla stare meglio. Non capiva che aveva davanti una donna dalla forza eccezionale, proprio per tutto quello a cui aveva fatto fronte senza abbattersi?
    “Ca**o, non riesco nemmeno a pensarci...”
    “Basta. Basta, Shan, per favore” lo supplicò lei rabbrividendo senza rendersene conto. Il ricordo le bruciava dentro più delle ferite. Quelle almeno si sarebbero chiuse, prima o poi. Voleva ancora un bene immenso e inspiegabile a Mattia, e la sua mente a volte stava meglio se pensava a lui. Maya era convinta che prima o poi avrebbe rimosso quell’episodio, come era già successo con altri avvenimenti.
    Tuttavia, al momento si sentiva scombussolata. Troppe cose da affrontare. Come si faceva a scappare dalle situazioni?
    Per il momento, le basto farlo dal contatto con Shannon. Sgusciò via e si alzò, senza dir nulla. Andò in bagno e si sciacquò il viso. Sì, sì, le avrebbe fatto meglio, le guance si sarebbero sbollite in fretta.
    Shannon, nemmeno a dirlo, l’aveva seguita. Aveva aspettato con pazienza che si rinfrescasse, poi volle sincerarsi che stesse bene.
    “Va meglio?”
    Lei annuì, tamponandosi il viso con un asciugamano.
    “Scusa se ti ho...”
    “Non importa” lo interruppe subito, calcando le parole con una mano aperta verso di lui. “Senti, ti va se usciamo un po’? Ne ho bisogno.”
    “Sicuro! E poi dovremmo anche cenare, visto che è tardi e ancora non lo abbiamo fatto... Non hai fame?” poi si ricordò. Avrebbe voluto sotterrarsi. Più si impegnava per il bene di lei, più le provocava, involontariamente, dei dispiaceri. Come poteva aver fame, se rifiutava il cibo? “Dio, scusami, sono un idiota.”
    Maya non diede peso alla faccenda. Magari avrebbe mangiato solo qualche cosa, tanto per farlo contento e non vederlo più preoccupato. Non voleva pesargli in nessun modo. Voleva che Shannon sorridesse davanti a lei, non che si facesse prendere dall’apprensione o roba simile.
    Andò a vestirsi, e lui, ammutolito, fece lo stesso. L’avrebbe portata in un ristorantino piccolo, tranquillo, per farla sentire a suo agio e introdurla pian piano nella sua nuova città. Non voleva farla trovare al centro di baccano e movida già da subito. Credeva che il suo angioletto avesse bisogno di muovere un passo alla volta. A poco a poco le avrebbe fatto capire che lei era davvero tutto il suo mondo, ma in quel momento era ancora difficile rendersene conto, per entrambi. Sarebbero stati bene, lì, in quel ristorantino sulla spiaggia. Shannon sarebbe stato soddisfatto di vederla mangiare. Ed era serena, mentre mangiava a bocconi piccoli e lenti. Forse un po’ silenziosa, ma serena. Ma anche Shannon, come Mattia, era troppo innamorato per accorgersi di molte cose. Non avrebbe pensato che, in quei minuti in cui lei si era allontanata per andare al bagno, avesse rigettato quel poco che aveva mangiato, semplicemente inserendo indice e medio nella gola. Shannon in cuor suo aveva già vinto, ma non sapeva che le guerre non si compongono di una sola battaglia. Tantomeno se la battaglia è solo apparente.

  2. #102
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    Predefinito Re: Just like heaven


    Los Angeles, CA, 26 maggio 2009



    La band aveva appena finito di provare Hurricane per l’ennesima volta, dopo ore e ore che i poveri ragazzi erano chiusi in studio a subire la tirannia di Jared. Era buono e caro, per carità, ma quando lavorava troppo diventava a malapena sopportabile. Shannon e Tomo negli anni avevano imparato a farci l’abitudine, ma ovviamente non Maya, che ci abitava insieme da appena due giorni, e tanto era bastato a farle capire che rimanendo in silenzio e in disparte non avrebbe urtato la sua sensibilità.

    Jared era stato il primo ad uscire dallo studio, chiacchierando con Emma di un qualche appuntamento dall’avvocato per il giorno successivo. Teneva tra le mani una bottiglina di plastica contenente chissà quale bevanda salutistica rinfrescante. Maya aveva tentato di capire di cosa si trattasse, ma le sue inesistenti conoscenze in quel campo non glielo permettevano. Era solo sicura che non fosse tè. Jared non si sarebbe mai fatto appestare il sangue da una schifezza simile!
    Tomo nel frattempo si massaggiava il viso, mormorando qualcosa che la ragazza sentì ma non ascoltò. Non era comunque rivolto a lei, perciò non fece differenza. Si vedeva che era stanco, eppure era sempre sorridente e rilassato.
    “Ragazzi, io vi lascio. Vado a prendere Vicki al lavoro” disse alzandosi dalla sedia e facendo attenzione a non inciampare in qualche filo elettrico seminato sul pavimento. Neanche se fosse scoppiata una bomba lì dentro ci sarebbe stato così tanto disordine. Infatti Shannon a volte si lasciava andare a paternali che duravano interi quarti d’ora, nella speranza di riuscire a recuperare almeno qualcosa. Speranze vane.
    “A domani!” salutò Maya muovendo piano le dita e reclinando la testa di lato, come faceva molto spesso quando sorrideva.
    “Ciao Tomo” disse anche il batterista con un cenno del capo. Aveva ancora le bacchette in mano.

    I due rimasero così soli in studio: Maya seduta su un amplificatore inutilizzato e Shannon sul suo sgabello, alla batteria. Si guardarono. Facevano un po’ ridere: lui era praticamente un uomo distrutto, tutto sudato nonostante non avesse fatto grandi cose, invece lei aveva gli occhi piccoli piccoli per il sonno. Il fuso orario stentava ad essere recuperato. In compenso, i segni sul viso stavano quasi sparendo, a parte un taglio sotto l’occhio sinistro, che aveva tutta l’aria di voler lasciare la cicatrice a perpetuo ricordo.
    “E adesso?” domandò Shannon mentre riponeva le bacchette in una sacca e si metteva in piedi.
    “Io andrei a farmi una bella dormita.”
    “Sono le sette del pomeriggio, Maya, resisti.”
    “Ho sonno. E ho mal di testa. E ho sonno.”
    “Hai sonno, sì, lo so” Shannon le accarezzò alla sfuggita il mento e fece per uscire dalla sala. Si accorse però che Maya non lo stava seguendo, quindi si girò verso di lei, che era ancora lì, seduta sull’amplificatore con la solita aria abbacchiata. “Allora?! Non vieni?”
    “Dai, Shan, sono stanca...”
    “Ho capito, ma mica puoi rimanere lì per sempre!”
    “Uffa” e si massaggiò il viso, come i bambini. Shannon sorrise e chiuse la porta, rimanendo in sala di registrazione. Una simpatica idea si era affacciata alla sua mente. Anzi due. Scartò subito quella più impura in ragione della stanchezza di Maya, che di certo non l’avrebbe aiutato, quindi fece una bella cosa: andò a sedersi al pianoforte.
    “Stai per fare quello che penso?”
    “Può darsi” si sfregò le mani prima di poggiare con delicatezza i polpastrelli sui tasti bianchi. Chiuse gli occhi. Sapeva suonare il pianoforte da una vita, anche se negli ultimi tempi lo faceva sempre più di rado. Jared ne aveva preso il monopolio. Il fratellino era indubbiamente più bravo e accorto, aveva mani più adatte, una postura migliore e via dicendo. Ma cosa impediva a Shannon, alle sue mani callose e tozze e alla sua anima irruente di avvicinarsi ad un pianoforte? Di sfiorarlo con la stessa delicatezza con cui aveva imparato a rapportarsi a Maya, di farlo con una passione ordinata, di farlo con dedizione e per il solo gusto di fare un piccolo regalo alla persona amata?
    Le dita si mossero. Con un po’ di timore, ok. Con la stessa delicatezza di un pachiderma, ok anche quello. Era partito con le intenzioni giuste, ma suonando si era rivelato qualcosa di diverso. Senza più niente nel cervello, rincorreva i tasti. Non poteva farlo con delicatezza perché non c’era Maya lì, sotto le sue dita. Non c’era carne bollente. C’erano tasti, tasti freschi, ed era diverso ma bello allo stesso modo, era una pioggerella fresca d’estate, ricevuta col naso contro il cielo. Era felice, Shannon. Era felice perché quelle note formavano una melodia che lo faceva star bene per davvero, che gli faceva fiorire nella mente le immagini di momenti passati, a ritroso. Mani strette, sorrisi chiari, schiocchi di baci, odore di cappuccino schiumoso e cornetto alla crema. Come quella mattina. Era l’undici di marzo, alle porte di Roma. Shannon, Jared e Tomo erano entrati in un bar per rifocillarsi. E una barista piccola e chiacchierona era corsa a servirli. A stregare lui, Shannon, con un cappuccino e un cornetto alla crema.
    E lei era lì, adesso. Era quasi difficile credere che la barista e la sua attuale donna fossero la stessa persona. Era passato poco tempo, ma troppe cose erano successe, tanto da spingere Shannon a suonare una canzone del genere, e tanto da indurre Maya a piangere di gioia, in silenzio, senza farsi scoprire e senza sapere nemmeno perché.
    Era una canzone di qualche decennio fa. La suonavano i The Cure. E si chiamava Just Like Heaven.

    Shannon concluse la sua esibizione tirando un sospiro. Lasciò che il cuore si riaccomodasse per bene al suo posto e posò le mani sulle cosce. Sorrideva e lo sapeva. In un attimo si ritrovò tra le braccia di Maya che si era lanciata verso di lui e lo stringeva quanto più forte poteva. Gli era grata. Di che? Non lo sapeva nemmeno lei. E intanto si abbracciavano, e si sentivano due idioti, e lui ridacchiava alle frasi farfugliate e sconclusionate di lei che non riusciva ad esprimere la sua felicità. Continuò così per un po’. Si sentivano stupidi, ma non c’era niente di meglio che coccolarsi per illudersi di non essere stanchi.
    “Che dici, andiamo a fare un bagnetto in piscina?”
    “Ho già il costume” rispose Maya mostrando una bretellina turchese al di sotto della sua maglia bianca.
    “Io no. Inizia ad andare, vado a metterlo e ti raggiungo” la incoraggiò con una lieve pacca sulla spalla, quella che non le faceva male. Non voleva rischiare di beccarsi una gomitata sulle gengive per vendetta, come era successo quella stessa mattina mentre si alzavano dal letto.
    Maya portò i suoi passi ondeggianti fuori dalla sala, così come Shannon che però prese una direzione diversa svoltando nel corridoio. La ragazza invece proseguì fino al soggiorno e si soffermò un attimo davanti ad uno dei divanetti. Tra i cuscini, acciambellato come sempre, Sky dormiva beatamente. Era un cane giocherellone e sempre attivo, ma il caldo lo faceva soffrire molto. Lo stordiva. Dopotutto era un husky, e Los Angeles non era proprio il suo habitat, decisamente. Maya si inginocchiò a terra e protese una mano sulla testolina di Sky. Voleva farlo giocare un po’. Era stato solo per tutto il giorno, le dispiaceva. Piano piano il cucciolo aprì gli occhietti, uno azzurro e l’altro marrone.
    “Ciao, amore” disse la ragazza mentre la sua mano veniva leccata da un cagnolone quasi felice. Raccolse da terra la pallina blu con cui Sky giocava sempre e gliela fece rotolare davanti al muso, ma la reazione non fu quella che sperava. La pallina venne solo mossa da un paio di zampate lente, poi perse ogni attrattiva.
    “Ho capito. Vuoi uscire fuori?”
    Lo incoraggiò a saltare giù dal divano spingendolo con dolcezza, ma quello si ritrasse guaendo, un po’ come faceva Shannon quando non gli andava di fare qualcosa. La mora si arrese, dispiaciuta per il malessere del suo nuovo amico, con il quale fin da subito aveva imparato a familiarizzare. Si mise in piedi e prese il telecomando del condizionatore da sopra una mensola. Pensò che l’aria fresca lo avrebbe aiutato a riprendersi. Prima di uscire, si assicurò che la ciotola del cibo e quella dell’acqua fossero piene, quindi diede una grattatina sotto il mento al suo compare e sparì fuori dalla porta a vetri. In giardino, le sdraio erano già pronte ad aspettarla.

  3. #103
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    Predefinito Re: Just like heaven

    Shannon era tornato, saltellante e felice, con addosso solo un costumino blu attillato. I timidi rotolini di ciccia sui fianchi erano la cosa più tenera di tutto l’insieme. Non che fosse propriamente grasso, a quei tempi. Era gonfio, ecco tutto. Tutta colpa delle medicine per la spalla.
    Si sedette sulla sdraio accanto a quella di Maya che nel frattempo si era addormentata. Era davvero molto stanca, seppure non avesse fatto altro che stare a guardare per tutta una giornata, o al massimo strimpellare il basso insieme a Jared per suggerirgli qualche interessante sequenza di note che lui, da solo, non riusciva a trovare. Shannon però voleva evitare che si addormentasse quando ancora era giorno, se non altro per farle recuperare orari normali. Le accarezzò le pancia, calda di sole, e provò a farle il solletico. Piano piano quella rinvenne, mugolando per il troppo sonno e per i “lasciami stare”.
    “Niente bagnetto?”
    “Boh... sì, magari dopo, adesso voglio riposare un po’” farfugliò lei cercando una posizione comoda sulla sdraio, finché Shannon non la aiutò abbassandole lo schienale in posizione totalmente orizzontale, in maniera che potesse stare distesa. Fatto ciò, il batterista decise di tuffarsi da solo. E così fece. Nuotò poco, due bracciate, poi galleggiò per una manciata di minuti, rilassato. Aveva chiuso gli occhi. Sentiva la tensione abbandonarlo pian piano, defluire via, evaporare. Tutto era tranquillo e silenzioso intorno. Adorava quella pace.
    Pace che, peraltro, durò ben poco. Shannon credé di aver perso un battito cardiaco, quando sentì quello “splash” così rumoroso e inaspettato a un metro scarso da sé. Moby Dick era venuto a prenderlo? Beh, più o meno. Una ex balena aveva fatto la sua comparsa nelle placide acque della piscina di casa Leto, ed era una ex balena che non faceva poi così ribrezzo. Aveva un costumino turchese e un nasino all’insù che smentivano ogni ipotesi di pericolosità della ex balena stessa.
    “Non avevi sonno?”
    “Certo” rispose la ex balena andando ad allisciarsi la sua preda. Gli aveva cinto il collo con le braccia e il busto con le gambe. “Ma non potevo lasciarti da solo.”
    “Ah no?”
    “No. E poi mi andava di coccolarti” e così dicendo lo baciava e gli accarezzava la testolina che, da bagnata, sembrava esser fornita di un numero di capelli addirittura minore. “Che facciamo stasera?”
    “Stavo per chiedertelo... Allora, vediamo... La cena con i miei amici non si può ancora fare” disse, stringendo le labbra e andando ad affidare un piccolo bacio alla punta del naso di Maya. Avevano deciso che non sarebbero usciti con l’allegra brigata finché non fossero spariti tutti i segnacci dal corpo di lei. Discreti com’erano, gli amici di Shannon avrebbero sicuramente fatto domande a cui sarebbe stato difficile e doloroso rispondere. Per questo la coppia aveva convenuto che sarebbe stato meglio ritardare l’incontro di qualche giorno.
    “Se ti portassi al cinema?”
    “Per me va bene, ma ho paura che ti riconoscano e parta l’assalto al Leto.”
    “L’assalto al Leto, come dici tu, potrebbe partire ovunque, quindi tanto vale decidere a prescindere. E poi non è nemmeno detto che accada.”
    Maya provò a spremere le meningi per cavarne qualche soluzione per la loro serata. La fronte si era aggrottata e il dentino sbeccato teneva prigioniero il labbro inferiore. Goccioline cadevano giù dai capelli bagnati, lungo il viso e fino al collo. Shannon si divertiva a seguirle con lo sguardo o catturarle con le labbra, cosa, quest’ultima, che lo dilettava alquanto.
    “Ci sono!” proruppe la balena made in Italy. “Facciamo la pizza? Io e te, qui, a casa! Dai, ti va? Ce l’avete la farina? E il lievito? Eh? Eh, amore, ti va? Ci divertiamo! Ma Jared si ferma a cena qui? Chiamiamo anche Tomo, Vicki e Emma?”
    Il batterista fece finta di non essere preoccupato dall’istantanea pazzia causata dall’improvvisa epifania che la sua ragazza aveva avuto. Pizza. Sì, va be’, se proprio non c’erano altre idee... Seratina tranquilla, niente di movimentato, si sta a casa, comodi comodi... ah, già! Pizza! Forse sarebbe riuscito a far mangiare a Maya qualcosa più del solito! Fu per quello che acconsentì.
    “Contentissimo, caspita.”
    “Bravo Pandaman” gli pizzicò una guancia e saltò fuori dalla piscina. Corse verso la sua sdraio, prese l’asciugamano e se lo arrotolò attorno, infilò le ciabatte e scappò via.
    “Dove vai?”
    “A preparare l’impasto! E’ tardi e deve lievitare!! Tu intanto chiama tutti, tutti!!”
    Tutti? Shannon sospirò e la assecondò. E nel frattempo si convinse che la serata avrebbe anche potuto non essere poi così male.



    **

    “Jared, adesso basta parlare di lavoro” lo interruppe la sua assistente con un tono quasi da mamma. Emma gli era seduta accanto e proprio non riusciva a vederlo così abbattuto. Lo conosceva da anni, ormai. Aveva imparato a gestire le sue crisi e addirittura a tenergli testa, cosa che non era mai riuscita nemmeno a Shannon.
    Il cantante rifugiò entrambe le mani nei capelli lunghi e biondi. I suoi gomiti erano inchiodati al tavolo e arricciavano leggermente la tovaglia. Provò a dominarsi. La tensione accumulata negli ultimi mesi era sempre più opprimente. Sì, la causa con la Emi ormai non si sarebbe più tenuta, il disco era quasi pronto, ma qualcosa non lo soddisfaceva ancora.
    Maya provò a tirargli su il morale facendogli scivolare nel piatto, con delicatezza, un quadratino di pizza con le zucchine. Pareva l’avesse apprezzata. Jared ringraziò con una timida occhiata. Non aveva fame e, se aveva mangiato, lo aveva fatto solo per non fare un torto a sua cognata. E poi, odiava a morte le zucchine. A morte! Da quando aveva quattro anni e sua madre gliele scodellava tutti i mercoledì sera! Addentò la pizza, svogliato, e a fatica la ingoiò pezzetto dopo pezzetto.
    Suo fratello lo osservava camuffando la preoccupazione dietro il solito sorriso dipinto. “Birra, bro?”
    Il biondo scosse la testa, inutilmente. Il suo bicchiere si riempì comunque. Osservava il muoversi delle bollicine sul vetro con sguardo apatico, congelato, senza un vero interesse. Tomo provò a svegliarlo tirandogli il tappo della Coca Cola su un braccio.
    “Lasciatelo stare, dai.”
    Maya gli accarezzò la testa un paio di volte, prima di alzarsi.
    “Vado un attimino in bagno.”
    E andò via.
    Gli altri continuarono a mangiare o a chiacchierare. Il clima era abbastanza rilassato, a parte Jared che, ombroso, taceva e fissava il vuoto. Ogni tanto si riduceva anche a bere birra per mascherare il saporaccio di zucchine. La sua smorfia di disgusto di certo non poteva passare inosservata. Shannon, com’è ovvio, sapeva del suo odio per le zucchine, e si era divertito un mondo nel vederlo fingere di adorare quella pizza.
    “Puoi anche non mangiarla, sai?” lo informò.
    “La tua ragazza si offenderebbe se la lasciassi nel piatto” gli spiegò l’altro.
    “Dalla a me, la mangio io.”
    “Oddio, grazie. Stavo per vomitare.”
    Vomitare.
    Vomitare.
    La mano di Shannon si era tesa per afferrare il pezzo di pizza porto da Jared.
    Vomitare.
    La mano di Shannon tremava.
    La pizza cadde sulla tovaglia.
    Vomitare.
    Erano passati cinque minuti da quando Maya si era alzata da tavola, e ancora non aveva fatto ritorno.
    Uno strano sospetto si fece luce nella mente del batterista.
    Shannon si alzò e corse via.

  4. #104
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    Predefinito Re: Just like heaven

    A volte Shannon aveva la lucidità di scegliere come comportarsi in previsione delle conseguenze dei propri gesti, anche nei momenti dove c’era meno modo e tempo di ragionare.
    Avrebbe urlato, sbattuto i pugni sulla porta per entrare.
    Le avrebbe detto che non poteva continuare così, che si sentiva tradito per una verità taciuta, che i suoi sforzi non avevano portato a nulla e, soprattutto, che si era stufato di vederla stare male.
    Ma non l’aveva fatto. Era sicuro che non avrebbe risolto nulla. Aveva incontrato Maya in corridoio. Troppo tardi. Tuttavia gli era bastato guardarla fissamente per capire che non si era sbagliato. I miti occhi castani che ben conosceva erano acquosi, stralunati, gonfi di un segreto. O forse anche più di uno.

    “Cosa ca**o hai fatto...?” esordì, quasi minaccioso. Erano state quelle iridi calde e bisognose d’aiuto a fargli cambiare atteggiamento. La mano che le aveva stretto su una spalla si bloccò giusto in tempo, prima che la strattonasse come l’istinto gli comandava. Strattonarla. Strattonarla le avrebbe fatto tornare in mente qualcosa di orribile, e non era questo che Shannon voleva. La stretta sulla spalla si trasformò in un abbraccio. Fu più un crollo di Shannon su Maya che non viceversa, come avrebbe invece dovuto.
    “Non farlo mai più” le ordinò, sottovoce.
    “Di che parli?”
    Maya aveva capito che ormai non c’era più niente da nascondere, ma così rispondendo sperava di sbagliarsi.
    “Lo sai” fu tutto quello che disse lui prima di premersela più forte contro il petto. Il cuore, i polmoni gli esplodevano. Sentiva i tessuti tirare al limite dello strappo. “Dimmi cosa ca**o devo fare per farti stare bene.”
    La lacrimuccia facile di Ciampino quella volta, miracolo!, si trattenne. Non seppe nemmeno lei come. Dai suoi occhi potevano sgorgare fiumi anche per minime sciocchezze.
    “Fammi sentire che non sono sola su questo mondo.”

    Fu tutto quello che disse mentre le labbra di Shannon la fissavano. Erano socchiuse e scosse da sospiri profondi, quelli che si fanno per calmarsi. Shannon non aveva mai pensato che lei potesse sentirsi sola, proprio ora che erano tornati insieme. Se non aveva scavato sotto la superficie, era forse perché gli andava di godersela un po’, questa serenità esteriore. Non era stata la cosa più intelligente da fare, e soprattutto perché lui sapeva che c’era ancora qualche conto in sospeso, ma si era fermato. Si era fermato per recuperare energie e continuare meglio la corsa. Eppure, la piccola donna al suo fianco aveva ancora molti mostri con cui combattere, e da sola non ce la faceva. Non sapeva nemmeno chiedere aiuto. In quel momento, ad esempio, non riusciva neanche a ricambiare l’abbraccio di Shannon. Se ne stava ferma tra le sue braccia, così, come un manichino. Un manichino di pelle e ossa, e un cuore che batteva in dissonanza col resto del mondo.


    **


    Maya guardava davanti a sé. Vedeva un uomo e una donna nudi. Lui era dietro di lei, le baciava la nuca e le accarezzava la pancia, sussurrando qualche parola ogni tanto. La giovane donna sembrava spaventata, e chiedeva aiuto a lei dilatando il profondo nero degli occhi. Maya mosse un passo per raggiungerla, e vide la ragazza fare altrettanto. Erano vicinissime. Allungò quindi una mano, ma non trovò il calore che si aspettava. Era freddo. E non strinse nulla. I suoi polpastrelli avevano urtato qualcosa. Come una parete. Una parete che la separava da loro, da quell’uomo e quella donna dallo sguardo terrorizzato. Tastò di nuovo quella cortina invisibile. E si accorse che era uno specchio.

    Riconobbe allora se stessa, in quella donna scarmigliata e pallida. Quello nello specchio, dietro di lei, doveva essere Shannon: il tatuaggio sulla spalla era il suo. Già. Sentì il sesso di lui irrigidirsi un secondo dopo l’altro, e premersi dolcemente contro la parte bassa della sua schiena. La cosa che le sembrò strana fu il fatto che non sembrava volersi intrufolare in lei. Era eccitato, sì, ma sapeva più o meno dominarsi. E lei? Lei a malapena sapeva dove fosse. Il parquet, liscio e fresco sotto i piedi, sembrava quello della loro stanza da letto. Sospirò, rabbrividì. Si chiese se non stesse impazzendo. La mente le giocava brutti scherzi abbastanza spesso, negli ultimi tempi.
    Lasciò che Shannon la accarezzasse ancora e alzò il mento per offrirgli meglio il collo. Da così, poteva guardare il soffitto, e non più i propri occhi impauriti riflessi nello specchio.
    “Sei bellissima.”

    Non sapeva nemmeno come ci fosse finita lì, nuda davanti allo specchio. Trovava il tutto estremamente imbarazzante. Soprattutto quando Shannon la penetrò di colpo con tre dita.
    Le diede fastidio. Non seppe spiegarselo. Strizzò gli occhi, ingoiò la saliva e inspirò aria attraverso i denti serrati. Shannon, nel mentre, continuava le sue intrusioni. Lei lo odiava. O meglio, stava per odiarlo. Come altro doveva dirgli che si sentiva fo**utamente sola, non fisicamente, ma dentro? Niente la confortava più, nemmeno i sorrisi clementi del suo uomo. Aveva sperato e creduto che potesse succedere, ma era rimasta delusa dalla realtà. Stava bene con lui, ma non così bene come immaginava, e ne sapeva bene la ragione: un conto in sospeso con se stessa. C’era qualcosa che la corrodeva ancora, e che l’avrebbe tormentata finché non se ne fosse liberata. Era come se nessun altro tenesse l’altro capo del gomitolo della sua fragile esistenza. Non aveva senso. Le veniva da vomitare, e stavolta non ci sarebbe nemmeno stato bisogno delle dita in gola.
    “Basta.”
    La lingua di Shannon le contava le vertebre cervicali. Sembrava volesse consumarle.
    “Ho detto basta.”
    Invece lui continuava.
    “BASTA!”
    Aveva urlato. Non avrebbe voluto, non le piaceva alzare la voce, non da quando quella di Mattia le era risuonata dentro per distruggerla. Posò le dita sulle labbra, come per serrarle e far finta che non fosse successo nulla, poi si staccò da Shannon e andò a rannicchiarsi sul letto.
    “Vieni qui.”
    Lo aveva sussurrato, per bilanciare l’urlo precedente, non voluto.
    A Shannon non rimaneva far altro che assecondarla. Le polemiche erano del tutto inutili. Obbediente, si stese accanto a lei e si accorse che non piangeva. Le accarezzò i pomelli delle guance, che erano arrossati, e lasciò lì la sua mano. Il pollice giocherellava agli orli degli occhi neri di lei, nell’eventualità di dover raccogliere lacrime che, comunque, non sarebbero uscite.
    “Devo raccontarti molte cose, Shan.”
    Lui la guardava senza fiatare. Sapeva che non avrebbe dovuto interromperla. Il momento giusto era finalmente arrivato, seppure non l’avessero nemmeno cercato.
    Ci furono parole. Parole dolci per un racconto che faceva ancora male.

  5. #105
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    Predefinito Re: Just like heaven

    Specifico ora che non insinuo nulla sulle abitudini di Shannon. Purtroppo, non lo conosco.



    “Simone non è stato il mio primo amore, né l’ultimo, né il più importante. Simone desiderava solo qualcuno da proteggere. Anche se era lui, in realtà, quello che aveva bisogno di cure e affetto.”
    Shannon la ascoltava in silenzio, senza privarla di uno sguardo di conforto. Le poche parole appena ascoltate non gli permettevano di capire tutto. Respirava addirittura cercando di non far rumore.
    “Quando ci siamo messi insieme avevo diciassette anni, e lui ne avrebbe fatti ventitré un paio di mesi dopo. Ci conoscevamo già da un po’. Era il fratello di Daphne, che stava in classe con me ed Elisa al liceo.”
    Piccoli pezzettini iniziavano a ricomporsi.
    “Era un tipo abbastanza strano. Non parlava molto e, se lo faceva, sapeva dire solo cose spiacevoli. Ai suoi genitori, ai suoi fratelli, a chiunque. Con me non parlava proprio, prima di metterci insieme. Non che avessimo chissà che da dire, in fondo. Ma era bello, in una maniera che non saprei spiegarti. Aveva i capelli di un castano caldo non troppo scuro, e poi erano folti e sempre spettinati. Mi piacevano da morire, i suoi boccoli, e anche i begli occhi verde chiaro che imploravano costantemente tenerezza. Era solo, come un cane. Aveva bisogno di qualcuno che lo amasse senza tirarsi indietro nei momenti difficili, e io me la sono sentita di combattere al suo fianco. Non me ne sono mai pentita, Shan. Nei due anni della nostra storia, entrambi abbiamo sofferto molto. Litigavamo spesso, anche. Ma poi, credimi, ci bastava guardarci per capire che non potevamo fare a meno l’uno dell’altra.”
    Maya sorrise nostalgica, senza accorgersene. Le guance le si erano colorate appena, ma al buio era impossibile vederle.
    “Certo, però, che Simo aveva proprio un carattere difficile, soprattutto nel primo periodo. Sempre silenzioso, scostante. Pensa, non lo avevo mai visto sorridere. Non riuscivo ad accettare l’idea che quel ragazzo non avesse gioie e che nessuno si preoccupasse di dargliene. Ci ho messo del tempo a capirlo, ma alla fine avevo sentito che, davvero, il mio desiderio più grande era proprio veder sorridere quel viso bello e triste.”
    Chiuse gli occhi e ricordò il pomeriggio di metà aprile in cui aveva ricevuto la ricompensa più grande: il sorriso di lui nell’accoglierla in camera sua. Si erano scambiati solo poche parole prima che lui la baciasse. E dopo, subito dopo, avevano fatto l’amore, lì, sul letto disordinato, di nascosto dal mondo.
    “L’ho amato quanto più potevo, Shan. Gli ho dato tutto, e lui ha dato tutto a me. Non è stato sempre facile, anzi, quasi mai. La nostra era una storia un po’ tormentata, a dire il vero: ti ho detto, litigavamo spesso, facevamo pace e litigavamo di nuovo, e tutto, sempre, per un unico motivo.”
    Un silenzio abbastanza lungo seguì.
    “Simo si drogava. E beveva, anche.”

    Shannon avrebbe voluto sotterrarsi. Lui stesso non era un santo: beveva perché gli piaceva e, quando capitava, fumava pure qualcosa di rilassante. Non ci vedeva niente di male. Ma il suo era un pensiero piuttosto egoista: il fatto di stare bene anche così non escludeva che le persone attorno a lui potessero soffrirne. Anzi. In questo si sentì simile al Simone che stava imparando a conoscere, almeno stando al poco che ne sapeva.
    “Si drogava nel senso che, principalmente, si bucava, ma non solo.”
    “Ah.”
    Le abitudini di Shannon erano, se vogliamo, meno gravi di quelle di Simone. Tuttavia il batterista ricordava il passato, le esperienze vissute direttamente e non, soprattutto nello stare accanto a suo fratello che, nonostante fosse stato un ragazzino, di problemi del genere ne aveva avuti fin troppi.
    “Speravo di poter essere io, a salvarlo. È stata dura, soprattutto perché non avevo nemmeno idea di cosa fare, poi lui non collaborava per niente, mi diceva un sacco di bugie, scappava e dovevo correre in giro per Roma e dintorni per ripescarlo... puoi immaginare. Era un ragazzo pieno di problemi. Ma gli volevo bene, e lui ne voleva a me. Ah, e, sai, c’era una cosa che faceva spesso e che mi piaceva da matti. Una cosa da niente, in realtà. Mi copriva tutto il viso con una mano. Ma con dolcezza: era il suo modo di dirmi che mi voleva bene. Non è mai stato bravo con le parole, e nemmeno io sono mai riuscita a parlargli come avrei voluto. È per questo che non ho mai fatto in tempo a dirgli quanto lo amassi, Shan. Se n’è andato prima che fossimo pronti a dire cosa provavamo l’uno per l’altra. Ecco il motivo per cui, da allora, dico ‘ti amo’ con troppa facilità, come è successo anche tra noi due.”
    Un pugno di Maya si strinse attorno a un lembo del lenzuolo.
    “Il mio rimpianto più grande è proprio di non essere stata capace di confidarglielo. Lui aveva un bisogno tremendo di quelle due parole, ma io... ero troppo piccola per accorgermi di quanto lo amassi, e forse ne avevo anche paura. Ma da allora non è cambiato molto” ammise. Aveva una voglia tremenda di abbracciare Shannon, ma si ordinò di non farlo, o sarebbe scoppiata a piangere. “Shan, io non ho mai saputo dov’è il confine tra il voler bene e l’amare. Nemmeno oggi. Mi conosci, sono una frana a tradurre in parole ciò che sento. Ho sempre paura di non riuscire a farmi capire o di illudere chi ho di fronte. Quando ti dico che ti amo, ad esempio, credo che sia troppo poco. Non conosco parole per spiegare quanto vali per me e, se esistono, ti prego, insegnamele. Faccio di tutto per dimostrartelo, ma mi rendo conto che non basta. Con Simo... con Simo però sembrava funzionare anche così. Sotto questo punto di vista, eravamo uguali. Anche quando mi sfiorava soltanto, io capivo. Ci parlavamo in silenzio. Forse comunicare col corpo mi riesce meglio. L’ho visto con Simone, con Mattia e anche con te. Però capisco che è un limite, e devo superarlo, così come devo imparare a chiamare le cose col proprio nome, senza averne paura.”

    Shannon non sapeva come comportarsi: era la prima volta che si trovava in una situazione simile. Strinse le mani di Maya ma non si azzardò a fare di più, col timore di sbagliare. Tacque per tutta l’ora successiva, durante la quale la sua ragazza raccontò tutto degli anni che l’avevano segnata, di quell’amore in cui continuava a credere, della passione che lui aveva per il disegno e la pittura, dei sogni che avevano visto svanire subito dopo che si erano realizzati.
    “Poi finalmente ci riuscimmo: Simo smise di drogarsi e di bere. Credo che quello sia stato il periodo più felice della mia vita. Non sai che gioia, che soddisfazione è stata vederlo finalmente sano e spensierato. Ma è durata poco, giusto qualche mese. Purtroppo ricordo ancora bene quella... quella sera di settembre. Ero andata a dormire da lui. Lo vedevo stanco e spento, non si capiva che cosa avesse. Diceva di essere solo un po’ malinconico, ma non se lo spiegava neanche lui. Ci abbracciammo tanto. Eravamo due teneroni, ci facevamo sempre un mucchio di coccole, peggio di me e te. Simo mi promise che il giorno dopo mi avrebbe portato a mangiare fuori, poi io mi addormentai. Lui ci metteva sempre di più a prendere sonno. La mattina successiva, quando mi svegliai, mi accorsi che aveva i piedi freddi. E le mani, le labbra, tutto... non riuscivo a svegliarlo, non respirava, era... rigido... Se n’era andato, Shan. Di punto in bianco, senza preavviso, mentre mi teneva tra le braccia come aveva sempre fatto.”

    Maya stava piangendo. Aveva resistito fino ad allora, ma non era più riuscita a trattenersi. Il ricordo del corpo inerte di Simone sarebbe stato un dolore che mai si sarebbe affievolito. Erano passati quasi quattro anni e ancora non riusciva ad accettare ciò che era successo. Simone era troppo giovane perché il suo cuore si potesse arrendere all’improvviso, non era giusto, non si poteva...
    Anche Shannon aveva gli occhi lucidi. Ora che era a conoscenza di tutto, si chiedeva se fosse in grado di poterla aiutare. Tuttavia, non poteva né voleva esimersi. Avrebbe imparato di giorno in giorno, difficoltà dopo difficoltà. Ne valeva la pena. Si sarebbe sempre battuto per la serenità della sua donna.
    “Mi manca tanto, Shan.”
    Era difficile risponderle. Illuderla con uno stupido “lui ti guarda da lassù” era l’ultima cosa che avrebbe fatto. Frasi del genere non aiutano. Come fare a dar sollievo a una mano protesa nel buio, che non trova niente? La si stringe tra la propria. Non importa se non si è la persona che si cercava. È l’amore, quello vero, che si riconosce. Anche su una pelle diversa, dentro uno sguardo diverso, sotto voci diverse, è lo stesso amore che si annida. Assume varie forme, forse per evitare che ci si annoi. L’errore più grande è non scoprirlo, passare oltre senza indagare, credere che possa essere solo uno e immutabile.
    Le dita di Shannon le accarezzarono una guancia, rigata dalle lacrime che via via rotolavano giù dagli occhi. Se c’era un modo per darle forza, lui lo stava cercando, senza peraltro riuscirci.
    “Io con te mi sento amata come quando ero con Simo” gli spiegò lei. “È per questo che tantissime volte ho paura di ciò che ci lega e mi comporto in modo strano. Ma è altrettanto vero che preferirei morire piuttosto che lasciarti andare. Non riuscirei a sopportare di nuovo di separarmi da chi amo così tanto.”

    Tutto fu più chiaro, alla mente del batterista.
    In sua assenza, Maya non mangiava più per uccidersi e poter raggiungere chi l’amava, in Paradiso.
    Con lui, Maya non mangiava perché non si perdonava di nascondergli un segreto simile. Si sentiva sola perché le preoccupazioni, le ansie del passato che si sovrapponevano al presente le impedivano di accorgersi che Shannon le era accanto più che mai. Ora che tutto era stato detto e il peso le era stato tolto, sarebbe andata meglio. Shannon la strinse più che poteva, sempre attento a non farle male. La amava. La amava e sapeva che era così, con tutti i pro e i contro. Le premette le labbra sulla fronte e rimasero fermi, per molto tempo. Fu una notte lunghissima.

  6. #106
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    Predefinito Re: Just like heaven

    Maya non aveva chiuso occhio. Aveva un mal di testa atroce, per colpa del pianto. Accanto a lei, il batterista finalmente dormiva, ma solo da qualche minuto. Eppure era quasi l’alba. Si sganciò dalla stretta delle sue gambe premurandosi di non svegliarlo. Voleva alzarsi e uscire in giardino a fumare. Magari si sarebbe rilassata. Aveva i nervi a fior di pelle e praticamente zero energie. Infatti, il solo atto di mettersi in piedi fu un’impresa al limite dell’eroico. Tremolava tutta, le ginocchia sembravano non farcela. Su, Maya, su, si ripeteva. Pescò dall’armadio un vecchio vestito informe, tanto per coprirsi prima di lasciare la stanza, poi prese le sigarette da sopra il comodino e uscì.
    Sky era appisolato appena oltre la porta della camera. Da quando Maya era arrivata in casa, Shannon non dormiva più da solo, e quindi non c’era spazio sul materasso per il cucciolo, che non si accontentava più nemmeno di dormire ai piedi del letto. Anche se, magicamente, qualche mattina la coppia si svegliava con un bell’husky spaparanzato addosso.
    La ragazza oltrepassò la cesta di Sky e camminò in maniera che le ciabattine non facessero troppo rumore in corridoio. La porta della stanza di Jared era chiusa, il che significava che il cantante era in casa e si stava godendo le sue quattro ore scarse di sonno. Sempre che non stesse in compagnia.
    Anche fuori faceva molto caldo. Maggio era agli sgoccioli, dopotutto. Maya evitò di immaginare le temperature di luglio o agosto. Invivibile. A costo di farsi uscire le branchie, avrebbe passato due mesi interi a mollo in piscina.
    Piscina.
    Maya ebbe un sussulto. Sul bordo della piscina era seduto a gambe incrociate un ragazzo che contemplava l’acqua. Sembrava avesse addirittura freddo: era tutto raccolto in una grossa felpa grigio chiaro, con tanto di cappuccio calato sulla testa. Uno sconosciuto in casa! Maya non sapeva se correre a chiamare Shannon o telefonare alla polizia, ma ad ogni modo non ebbe tempo di ragionare. Lo sconosciuto si era accorto che non era più da solo, in giardino.
    “Hey, piccola, quasi non ci speravo più, che venissi...”


    **

    Il sole stava spuntando, sulle colline di Hollywood. Un’altra cocente e frizzante mattinata stava per prepararsi nelle strade della città. Nel giardino di casa Leto, però, quasi niente era regolare.
    Su un angolo di prato, Simone e Maya fumavano come una volta. Chiacchieravano, ridevano, si facevano i dispetti, almeno finché Simone non si decise a mettere da parte l’aspetto ludico per parlare di cose serie, ovvero del perché era tornato sulla Terra.
    Maya non si preoccupò troppo nel vederlo abbandonare le vesti del giocherellone. Sapeva che sarebbe successo, e sapeva anche qual era la realtà, ovvero che Simone era morto, cosa che ignorava la prima volta che le era apparso, a Londra.
    “Senti, Chicchetta, avrei delle cose da dirti anche stavolta.”
    “Come sempre” gli pizzicò una guancia. “Dimmi pure.”
    “Bene, allora direi di iniziare col dirti che sono contento che sei riuscita...”
    “Che sia riuscita...”
    “La pianti di fare la maestrina?!” le sorrise. Non era davvero cambiato niente, nemmeno nelle fossette che gli scavavano le guance quando sorrideva.“Che sia riuscita a dire a Shannon di noi due. E mi dispiace un casino se hai dovuto soffrire in quel modo. Te l’avrò detto milioni di volte, negli anni, ma...”
    Simone non riusciva ad andare oltre, col suo discorso. Muoveva le dita nel suo modo tipico, un po’ da bambino, che a Maya era sempre piaciuto tanto. Nello sguardo aveva conservato la luce raggiante degli ultimi mesi di vita, che invece a Londra era più offuscata per colpa della necessità diversa che lo aveva portato lì. Questa volta Simone non doveva più fare da papà, da guida: era semplicemente un amico con tante cose da dire. Era seduto sul prato con le gambe rannicchiate al petto e dondolava i piedi, infagottati nelle All Star bianche, a ritmo alternato. I riccioli erano un po’ disordinati, ma non importava granché. Svolazzavano di qua e di là al vento leggero. Il viso era ben raso e la pelle era rimasta chiara, leggermente arrossata sugli zigomi. A Maya piaceva ancora tantissimo. Lui sarebbe rimasto un venticinquenne per sempre, e lei ormai, coi suoi ventitré anni, lo aveva quasi raggiunto. In cuor suo, sapeva che sarebbe rimasta la sua piccola anche quando ne avrebbe avuti sessanta e lui sarebbe venuto a trovarla. Simone sarebbe stato sempre uguale, e lei lo avrebbe guardato con gli stessi occhi di quando aveva diciassette anni e le farfalle nello stomaco.
    “Non importa, Chicco” lo rassicurò appuntandogli un boccolo ribelle dietro un orecchio.
    “Ma come no?” ridacchiò nervosamente e batté un piede a terra, contrariato. “Va bene, passiamo avanti, tanto è inutile discuterne. Dobbiamo parlare di Mattia. In tutta onestà non so nemmeno da dove cominciare. Vedi, io... sapevo già che sarebbe successa... quella cosa. Quando venni a Londra, e ti dissi di perdonare chi ami e chi ti ama, era perché sapevo che Shannon ti avrebbe tradito e che tra te e Mattia sarebbero successe cose meravigliose e cose terribili. In tutto questo sei stata fantastica, Mimì. Hai una forza immensa” disse sorridendole. “Non dimenticarlo mai. Tu... tu hai una qualità abbastanza rara. Riesci sempre a trovare una scusa per amare. Non che non sia un bene, per carità, ma... cioè, se ogni tanto ti inca**i invece di chinare sempre la testa mica ti fa male, sai?”
    “Vuoi dire che mi dovevo inca**are con Mattia?”
    “Mi pare il minimo. Devi farti valere, mica sei uno zerbino! E come dovevi inca**arti con Mattia, allo stesso modo devi fare, che ne so, quando Shannon non alza la tavoletta prima di andare in bagno. Non puoi stargli sempre dietro con lo straccetto in mano per pulire, bella mia. Questo era un esempio stupido, ma ricordati che, se c’è qualcosa che non ti sta bene, devi dirlo. Non darla sempre vinta a tutti. Nessuno dice che siano sempre loro ad aver ragione, no? E non è che ti sto invitando a fare polemiche ogni volta che ne hai modo, voglio solo farti capire che anche te hai una dignità. L’altra volta ti ho detto di perdonare, ed è giusto, giustissimo, te lo confermo ora. Ma prima di perdonare, magari di’ la tua. Ecco tutto.”

    (continua nel post successivo)

  7. #107
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    Predefinito Re: Just like heaven

    (dal post precedente)


    Simone allungò le gambe e puntò i palmi delle mani sul prato. Il cielo sopra di loro si stava schiarendo. Lo guardò. Sapeva che sarebbe dovuto tornarci molto presto, ma fece finta di niente. I dolori ancora non si stavano facendo sentire.
    “A dirlo sembra quasi facile” sussurrò Maya con aria pensierosa, mentre si stropicciava gli occhi per il sonno. “La verità è che non riesco ad arrabbiarmi con chi amo.”
    “Con me ci riuscivi benissimo!”
    “Per forza! Tu me le levavi proprio, brutto disgraziato!” lo abbracciò forte per un bel po’ e gli sbaciucchiò una guancia, fino a fargli perdere l’equilibrio. Caddero entrambi distesi sull’erba, sfiniti dalle coccole e dalle risate. Gli occhi di Simone erano chiarissimi. Sembrava quasi più bello del solito.
    “Da quant’è che sei così stupendo?”
    “Dovresti saperlo” e le fece il solletico sul collo prima di prenderla su di sé. Si trovavano di nuovo come nella loro ultima notte: Simone disteso e Maya accucciata sopra, col faccino incastrato tra il petto e il viso di lui.
    “Amore” chiamò lei, stringendogli una mano. “Cosa credi che sarebbe stato di noi, se tu fossi stato ancora... ancora... eh, Simo?”
    Aveva paura delle parole, Maya. Simone la rassicurò come sempre, le baciò i capelli e le disse che non lo sapeva e che era andata bene così, perché con ogni probabilità prima o poi, col tempo, si sarebbero lasciati, e invece in questo modo sarebbero rimasti insieme per sempre.
    “Ma tu sei felice, Simo?”
    “Me lo chiedi tutte le volte” sorrise. “Sì, amore, sono felice. Sono felice perché tu esisti.”
    “Ti amo tanto.”
    “Ti amo tanto anch’io, Mimì” le accarezzò la schiena. “Aah, non farmi piangere...!”
    “Giusto, giusto, Simone non piange mai...” si tirò su e lui fece altrettanto. Erano di nuovo seduti uno accanto all’altra.
    “Devo ancora dirti un paio di cose, ora che ci penso. La prima è che devi mangiare. Punto. Non facciamo scherzi, Maya, mi stavi facendo imbestialire da lassù.”
    “Scusa.”
    “So perché lo fai, Maya, so tutto, ma non è una giustificazione valida. Sei diventata una formichina e non è bello” gli accarezzò un ginocchio. “E poi... ok, dovrei dirti una cosa importante, ma è meglio che tu la scopra da sola. Però posso anticiparla.”
    “Brutta o bella?”
    “Bellissima.”
    Maya si ravvivò, impaziente. “Quando???”
    “Beh, in realtà è già successa... ma tu non lo sai!”
    “E ti pareva” fece la finta offesa, incrociando le braccia. “Indizio...?”
    “Nessun indizio! Che fai, bari? Io lo posso sapere, tu no!” rideva mentre l’abbracciava, ma all’improvviso una fitta lancinante lo colpì nel petto, in profondità, spezzandogli il respiro.
    Maya se ne accorse. Sbiancò e strinse le braccia attorno al corpo di lui, tentando di sorreggerlo. “Simone!!”
    “Sto... bene” disse lui, riprendendosi. Era durato solo un attimo. “Sono già schiattato ufficialmente una volta, non può succedere di nuovo.”
    “E cos’era, allora?”
    “Il segnale che devo sbrigarmi a tornare su” si massaggiò il petto. “Ok, è meglio che vada prima che succeda ancora.”
    “Ah, quindi è possibile” gli accarezzò il viso. “E’ così che torni in Cielo, Simo? Muori un’altra volta?”
    L’angelo in trasferta si arrese. “Esatto. Volevo evitare di dirtelo ma mi sono fregato da solo.”
    Maya lo abbracciò. Simone provava il dolore della morte sia per andarsene che per scendere sulla Terra, cosa che lei non sapeva.
    “Posso starti accanto mentre te ne vai?”
    Ci pensò un po’, ma alla fine cedette. “Solo se pensi di non soffrire troppo.”
    La ragazza annuì. “Vieni, amore. Stenditi. Poggia la testa qui” si batté una mano sulle cosce.
    Simone fece come gli era stato indicato. Si sentiva molto debole e sapeva che non ci sarebbe stato molto da aspettare. Allungò una mano verso il viso di Maya, che coprì con tutte e cinque le dita. Era il gesto, il suo gesto, quello delle dichiarazioni d’affetto non dette.
    “Ciao, Chicca” sussurrò con l’ultimo filo di voce.
    “Buon viaggio, amore mio. Torna presto.”
    Fece appena in tempo ad ascoltare le parole di lei. Un’altra fitta, questa volta definitiva, lo vinse. E dopo, subito dopo, mentre ancora Maya baciava il viso che si stava raffreddando, il corpo di Simone diventò lentamente cenere, e anche la cenere si dissolse. Sulle gambe magre ed abbronzate della ragazza non c’era più niente. E in Cielo? Il sole, già sorto da un bel po’, le impediva di scorgere la sua stella. Ma nel vento, in quel leggerissimo vento che si era alzato da pochissimo, delle dita invisibili strinsero le sue, in un soffio, per un attimo che non avrebbe dimenticato mai.

  8. #108
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    Predefinito Re: Just like heaven

    Los Angeles, 30 maggio 2009


    Ci aveva messo tutto l’impegno.
    Ok, si erano un po’ bruciacchiati, ma... suvvia, aveva fatto anche di peggio!
    Shannon guardò il piatto dove aveva impilato, uno sopra l’altro, i cinque o sei pancakes che aveva appena rimosso dalla piastra dove li aveva cotti. Versò sopra di essi dello sciroppo d’acero, attento a non esagerare, poi li spolverò con dello zucchero a velo. Non era di certo il mago dei fornelli, tuttavia la buona volontà aveva fatto la sua parte.
    Soddisfatto del discreto risultato, andò a portare il piattino sulla tavola, che era già preparata per la colazione. Succhi di frutta di ogni genere, biscotti, cereali, muesli, latte, toast, yogurt e barattoli di marmellata coprivano ogni centimetro quadrato della sua superficie. Mancava solo il caffè, che ancora gorgogliava nella caraffa. E sì, certo, mancava anche Maya.

    La nostra beniamina infatti ancora non si era fatta viva fuori dalla loro camera. Forse era ancora sotto la doccia, o a rifare il letto, o chissà. L’unica cosa stranamente certa era che Shannon si era alzato, lavato e vestito prima di lei. Dieci minuti prima di lei, non di più.
    “Shannon, c’è puzza di bruciato... tutto ok?” si sentì urlare da un angolo non meglio definito della casa.
    “Sì, sì, più o meno” rispose mentre correva ad accertarsi che il caffè fosse pronto. La caraffa gli scottava le mani; doveva sbrigarsi a portarla in tavola. “Non vieni a mangiare?”
    “Un attimo solo, finisco di spolverare la libreria e sono da te!”
    Shannon scosse la testa con un sorriso. A Maya piacevano un sacco i lavori di casa... o meglio, le erano utili per sfogarsi quand’era troppo felice o troppo triste, e quello, per fortuna, era il primo caso. Da quando era stato confessato tutto su Simone, infatti, le acque si erano calmate, e Shannon non aveva più il bisogno di guardarle il fondo delle pupille per rapirle pensieri e segreti. Ormai poteva farlo per il semplice gusto di affogare in due pozze nere e torbide.
    “Finito! Cos’hai preparato?”
    Il rumore dei passetti leggeri e rapidi l’aveva preceduta, tant’è che Shannon le aveva già versato il caffè nella tazza quando lei lo raggiunse.
    “Pancakes!”
    “Sììì!”
    “Metti da parte l’entusiasmo, ragazza” la avvertì Shannon mentre si sedevano entrambi, ognuno al proprio posto. “L’aspetto non è granché.”
    “Il bacon di ieri era sicuramente più carbonizzato, se può consolarti” sorrise l’altra, osservando il piattino giallo che le era di fronte. In realtà non le sembravano poi così male, anzi, erano abbastanza invitanti. Prese la forchettina e ne assaggiò subito un pezzetto per scoprirlo.
    “Come sono?”
    “Non male. Peccato solo per il leggerissimo retrogusto di carbonella.”
    “Lo so, mi dispiace! Li avrei rifatti, ma non ho abbastanza farina... Ah, se non ti piacciono non sei mica obbligata a finirli.”
    “Nessun problema, sono buonissimi così.”
    “Davvero?”
    “Davvero.”
    Shannon aveva puntato il mento sul palmo della mano e guardava Maya davanti a sé. Provava una gioia immensa nel vederla mangiare di nuovo: pian piano stava infatti facendo piccoli progressi, e di certo il suo appetito ancora non era ben sviluppato, ma era molto importante che, perlomeno, non rifiutasse quel poco cibo che si procurava durante la giornata. Shannon evitava di rimproverarla. Dopotutto, gli bastava darle le giuste attenzioni per evitare che facesse storie.
    “Sei poi riuscita a terminare il libro che stavi leggendo, ieri sera?” le domandò mentre sorseggiava caffè.
    “Credo di essermi addormentata a tre pagine dalla fine. Erano quasi le quattro del mattino, sono crollata.”
    Il batterista allungò una mano verso di lei perché gli desse la propria. La strinse con dolcezza, la accarezzò sul dorso con un pollice e non la lasciò andare. “Ti sei riposata?”
    “Sì. Ho dormito proprio bene. E tu? Ho sentito che ti muovevi più del solito, ma non ti ho chiesto niente, avevo paura di peggiorare le cose... tutto a posto?”
    “Non ero molto sereno, tutto qua.”
    Maya scosse la testa in segno di disapprovazione, andando a punzecchiare con gli occhi furbetti ma premurosi il paffuto viso del suo ragazzo. “E come mai?”
    “Sono preoccupato per mio fratello” ammise senza esitare, poggiando la tazza, ormai vuota, sul tavolo. “Voglio dire, ci sono un sacco di casini in questo periodo, per tutti, ma lui... boh, è strano rispetto al solito. Non so che combinerà, non riesco a controllarlo a sufficienza e mi spaventa come potrebbe comportarsi. Hai visto anche tu, ha un pessimo carattere. Non vorrei che combinasse qualche bel danno. Gli rimane sempre così facile!”
    “State parlando di me?”
    Jared era piombato in cucina proprio in quell’istante, con il preciso scopo di andare a raccattare uno dei fantastici biscottini che sua cognata aveva preparato il giorno prima. Ne erano rimasti giusto pochi, in una ciotola verde ben lontana dalla portata del cane. Iniziò a sgranocchiarne uno con aria altezzosa, mentre guardava fuori dalla finestra.
    “Oh, che bello. Continuate pure.”
    Suo fratello sorrise alla compagna, mezza cementificata, per farle capire che Jared non era affatto irritato, ma anzi si divertiva a sapere che il suo nome fosse sulla bocca di qualcuno. Il suo ego si gonfiava a dismisura.
    “Aspettate, ora che ci penso...”
    Jared aveva ingoiato ciò che rimaneva del biscottino e aveva sfregato le mani per liberarle dalle briciole.
    “Maya, seguimi un attimo, mi serve un tuo parere.”
    “Va bene.”
    “Lasciala mangiare, prima...” osservò Shannon con un tono che sapeva di rimprovero leggero.
    “Ah, giusto, giusto” si corresse il cantante, sciogliendo i lunghi capelli biondi sui quali ormai la ricrescita era spaventosa. Non aveva tempo né voglia di sistemarli, era stressato, al limite dell’esaurimento: figuriamoci cosa poteva importargli di una chioma multicolor quando c’era la casa discografica a dargli abbastanza rogne. Jared infatti, tra i tre, era forse quello che più soffriva della terribile situazione che si era creata con la Emi. Non che per gli altri tutto fosse rose e fiori, ma lui era la persona meno paziente e più suscettibile a attacchi d’ira e pianificazioni di vendette che poi andavano in fumo grazie al buonsenso. Suo fratello ci aveva visto bene.
    Quando Maya si alzò da tavola non aveva finito di mangiare i pancakes.
    “Non te la prendere, Shan, sono buonissimi, ma... sono già piena, non riesco a finirli.”
    “Nessun problema, va’ pure.”
    In fondo aveva mangiato e bevuto a sufficienza. Non c’era di che preoccuparsi.
    La ragazza raggiunse quindi il cognato, che la precedeva di pochi passi sul corridoio, in direzione di una delle tante stanze vuote della casa, le quali, negli ultimi tempi, venivano utilizzate come deposito di strumenti e cianfrusaglie varie.
    La stanzetta non era affatto male: chiara come tutte le altre, era arredata in maniera semplice ed essenziale. Un tappeto ricopriva il pavimento, e addosso al muro c’era un piccolo divano sommerso di spartiti, fogliacci, cavi elettrici. E un basso.
    Era passato un sacco di tempo da quando Maya aveva suonato seriamente, per l’ultima volta. Le erano successe moltissime cose che l’avevano distratta dalla musica: la laurea, Shannon, il matrimonio... Arrivando però in casa Leto, tutto si capovolse com’era ovvio che accadesse. La musica era tangibile, tra quelle mura. Era un altro coinquilino, si potrebbe dire. In fondo in quella casa stava per vedere la luce un album, e di creatività se ne respirava a bizzeffe, anche se, però, i problemini non mancavano. In particolare, uno di questi problemini si chiamava basso. Negli album precedenti la band non aveva lasciato grandi spazi allo strumento, ma stavolta c’era bisogno di cambiare. Matt non c’era più, il suo basso non c’era più. La band si stava evolvendo, cresceva sul piano professionale e sul piano umano, e Tomo credeva che anche il basso avrebbe dovuto avere un’incisività maggiore. Non che avesse dovuto prendere il sopravvento, ma doveva essere più presente di prima, giusto un po’. Questo aveva sollevato non poche problematiche, in mancanza di un bassista che potesse creare musica insieme a loro, anche in vista di come l’avrebbe poi suonata dal vivo.
    “Kelleher? E’ un caro ragazzo, ma la nostra musica ce la scriviamo noi” aveva commentato Jared all’ingenua domanda della cognata, che ancora non sapeva tutto delle dinamiche della band. Infatti erano il Grande Capo e Tomo ad occuparsi del ‘problema’, ma al momento non erano riusciti a dar vita a nulla di sensazionale o anche solo soddisfacente: i tempi stringevano, l’ansia cresceva e l’irritabilità di tutti pure. Per questo il cantante, convinto che mali estremi richiedano rimedi altrettanto estremi, se non di più, si era rivolto a Maya, quasi per scommessa. O forse per disperazione. Maya dal canto suo sì, era una bassista, ma non a livelli straordinari. Tuttavia era in possesso di una tecnica discreta e tanto bastava e avanzava per il compito che le era stato affidato.



    (continua nel post successivo)

  9. #109
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    Predefinito Re: Just like heaven

    (dal post precedente)


    Già un paio di giorni prima Jared si era mostrato interessato a quanto la giovanissima italiana gli aveva fatto ascoltare. Sulla base di un prototipo di Kings and Queens, stava prendendo forma qualcosa che, a parere del Sommo Leto, non sarebbe stato completamente da buttare.
    “Ok, Lucarini, Kings and Queens è tua” le aveva detto, dondolandosi su una sedia con aria ben poco professionale.
    “Che cosa???”
    “Pensaci tu a metterla in musica. Mi fido, mi piace il tuo stile e soprattutto hai capito cosa stiamo cercando. Ah, questo non vuol dire che fai come ti pare: quando ti sembra che qualcosa funzioni, parlane con me o con Tomo e noi ti diremo se si può. Chiedere a Shan non vale: lui è di parte e oltretutto non ci capisce granché. Ecco, magari giusto per il ritmo, o roba del genere, ma nient’altro.”
    Maya era lusingata per l’opportunità ricevuta, sebbene fosse al tempo stesso spaventata... Voglio dire, era pur sempre una sottoposta di Jared Leto.
    E, attenzione, non solo come bassista tappabuchi!
    Infatti, per regolarizzare la sua permanenza negli Stati Uniti, avrebbe dovuto presentare all’Ambasciata italiana un documento che attestasse che stava lavorando presso qualcuno. Ebbene, si era ricorso alla soluzione più semplice:
    “Lucarini” le era stato detto una sera, a cena. “Sei la nostra nuova colf.”
    Ovviamente aveva deciso Jared. E ovviamente Shannon non poté che approvare una tale decisione, visto che non ce n’erano altre. L’unica un po’ perplessa era Maya, più che altro perché si chiedeva quanto potesse essere credibile.
    “E allora ci farai anche da finta interprete! Ovviamente non ci serve perché l’inglese per fortuna lo sanno ovunque, ma... Che altre lingue conosci, a parte l’italiano e l’inglese?”
    “Ho studiato spagnolo e francese al liceo...”
    “Grandioso.”
    “E greco moderno e danese all’università.”
    “Inutili. Ma fanno scena. Forza, firma qua, aspetta che ci aggiungo la postilla dell’interprete...”

    E si era compiuto il misfatto. Maya era diventata ufficialmente la colf e l’interprete dei Thirty seconds to Mars, con tutti gli onori e gli oneri che ciò comportava. Incluso arrabbiarsi con Jared che allagava il bagno quando faceva la doccia.





    “Allora, Mayalì, vorrei farti sentire una cosa” le disse Jared mentre si sedeva sul divano. Aveva già imbracciato il basso. Subito iniziò a suonare un motivetto e a cantare contemporaneamente: si trattava di Hurricane.
    Nel frattempo Maya gli era di fronte, ad ascoltare interessata. Come tutte le volte in cui si concentrava, arricciava il naso e la fronte e si strizzava le guance con una mano, facendo quella faccia che faceva sempre ridere Shannon.
    “Non è male” disse alla fine. “Però non credo che sia molto coerente con tutto il resto. Ci metterei qualcosa di più semplice e cadenzato che però non spicchi troppo... Aspetta, ti faccio sentire. Accompagnami con una chitarra.”
    Jared porse il basso alla sua amica e andò a prendere una chitarra nella stanza di fronte.
    “Bene. Sei pronta?”
    E iniziò. L’unica cosa che Maya fece fu pizzicare un’unica corda con il pollice. Seguiva passo passo con la testa le note a cui Jared dava corpo e, quando lo riteneva opportuno, pizzicava di nuovo la solita corda. Fece così più volte, a intervalli abbastanza regolari. E a Jared piaceva. Creava la sensazione di lieve angoscia che lui cercava. Maya aveva davvero capito qual era il suo compito: aiutare suo cognato a mettere in musica un sistema di sensazioni che a volte gli creava difficoltà, esattamente nella forma che lui aveva in mente, senza stravolgere niente. Doveva assisterlo nel partorire, diciamo così, melodie che gli erano già annidate dentro.
    “Aspetta.”
    Jared la interruppe prima che l’intro fosse finita.
    “Credo che possa piacermi. Rifacciamola un attimo daccapo, per sicurezza...”
    Maya obbedì, e stavolta nel suonare chiuse gli occhi e dondolò piano col corpo. Questa seconda volta si rese conto anche lei che funzionava davvero.
    Quando ebbero finito, Jared la guardò meravigliato. Aveva un sorriso dolcissimo, che finalmente cancellava la stanchezza e il malumore che spesso gli rovinavano le giornate. Da troppo tempo, i suoi occhi elettrici sembravano schermati da un vetro opaco che li offuscava non rendendo loro giustizia.
    “Ci stai dando davvero un grande aiuto, Maya” le disse mentre si alzava per abbracciarla. In realtà non si erano mai scambiati eccessivi gesti d’affetto, fino ad allora, ma sapeva che il loro legame si sarebbe ben stretto col passare del tempo. “Non so proprio come ringraziarti.”
    La ragazza gli diede un bacio sonoro su una guancia. “Figurati. E’ il minimo che io possa fare per voi.”
    Jared la lasciò andare ma continuò a tenerle una mano. “Non vedo l’ora di farla sentire a Shan e Tomo. Ah, a proposito, sai mica se la spalla di Shannon gli sta ancora facendo male?”
    “Ho preferito non chiederlo, perché poi hai visto che faccia che fa, non gli piace ammettere di sentire dolore. Però ho notato che fatica a muovere il braccio, a sollevare le cose...”
    L’americano scosse la testa, dispiaciuto. “Non ci voleva proprio” sospirò. “Se suona anche oggi, non gli passerà più. Bisogna tenerlo lontano dalla batteria almeno per un giorno.”
    “Non so se basterà...”
    “Già. Vedremo. Intanto che ne dici se gli proponi di andare a fare un giro, così, tanto per distrarlo? Di sicuro accetterà. Per farti felice rinuncia al lavoro senza pensarci due volte.”
    Maya sorrise, annuendo. “Va bene. Vado a sentire se gli va di uscire.”

  10. #110
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    Predefinito Re: Just like heaven

    La sottoscritta risorge e vi propina i nuovi capitoli :3
    ...se ci siete ancora, grazie!



    Il centro commerciale era affollato a sufficienza, come in ogni mattinata di fine maggio che si rispetti. Tra la gente, Maya e Shannon passeggiavano indisturbati, mano nella mano. Ogni tanto si fermavano di fronte a una vetrina, indicavano qualche vestito esposto, ci pensavano su e poi entravano, ma il più delle volte uscivano senza comprare niente, perché non erano abbastanza convinti.
    Dopo un’ora, avevano comprato delle scarpe sportive per Shannon e dei completi intimi per Maya. Lui avrebbe voluto anche comprarle un bell’abito, ma finora non avevano trovato nulla di adatto.
    Camminando, arrivarono di fronte al Disney Store.
    “Nooo, guarda che bello!” disse la ragazza con stupore, sbirciando attraverso le vetrine una quantità infinita di pupazzi, gadget e affini. Erano tutti bellissimi, colorati e morbidi. Sembrava stessero aspettando proprio lei, che li guardava con lo stesso entusiasmo di una bambina di quattro anni. “Entriamo?”
    Il batterista non se lo fece ripetere due volte e, insieme a lei, si lanciò in tutta fretta all’interno del negozio. La seguiva passo dopo passo, felice perché lei lo era, e la assecondava in ogni cosa.
    “Guarda che bello, Shan! Un Nemo gigante!”
    “Ti piace?”
    “Tantissimo!” e gli accarezzò il dorso. “Senti com’è morbido!”
    La mano di Shannon raggiunse quella di lei, sulla stoffa rossa che componeva il pesciolino dall’aria buffa. “Prendilo, dai.”
    “Ma scherzi? Costa un patrimonio!”
    “Non fa niente! Se ti piace, te lo regalo.”
    “No, amore, grazie, ma... è troppo.”
    Shannon si arrese con una scrollata di spalle. Sapeva che insistere non avrebbe portato a nessun risultato, con una ragazza testarda come la sua. “Come vuoi” disse, e si diressero insieme verso la parete dove erano esposte le tazze per la colazione. Dopo mille ripensamenti, Maya ne scelse una di Dumbo e Shannon una di Tarzan, poi, prima di raggiungere la cassa, presero anche delle fantastiche lenzuola con Timon e Pumbaa, che avevano incontrato l’entusiasmo unanime della coppia.
    Una volta usciti dal negozio, una grande busta rosa si aggiunse alle due che portavano già con sé.
    “Bene, adesso vediamo se riusciamo a trovare un bel vestito per te” disse Shannon mentre, con il braccio libero, teneva Maya per i fianchi. “Così puoi metterlo stasera.”
    Infatti era in programma, per quella sera, la famosa cena con gli amici. I segni della brutta giornata con Mattia erano quasi spariti tutti, a parte il taglietto sotto l’occhio sinistro che davvero, ormai, aveva lasciato la cicatrice, e anche la situazione di Maya poteva permettere di uscire a cena senza incorrere in spiacevoli sorprese col cibo.
    Il batterista si fermò di fronte ad una vetrina al di là della quale un manichino indossava un vestito azzurro dal taglio semplice. “Che ne pensi di questo? Ti starebbe bene.”
    La ragazza lo osservò, ma non pareva troppo convinta. “Carino, però forse è un po’ troppo scollato.”
    “Mmm... va be’, possiamo entrare lo stesso. Magari troviamo qualcosa che ci piace.”
    “Sì, infatti, proviamo!”
    Quando furono dentro, chiesero aiuto ad una commessa che mostrò loro vari abiti, gonne, canottiere, camicie e tantissime altre cose. Shannon si era praticamente innamorato di una gonnellina nera a balze, convinto che addosso alla sua ragazza sarebbe stata strepitosa, e anche la commessa era dello stesso avviso. Così, qualche minuto dopo, Maya finì in camerino a provarla insieme a un mucchio di top, per vedere quale ci stesse meglio.
    “Ti piaccio così?”
    Shannon sorrideva in quel suo modo caratteristico, con tanto di famigerato luccichio marpione negli occhi. Era convinto che la sua donna fosse bellissima, e di certo non aveva bisogno di conferme per ricordarselo, ma quelle cosce dorate e ben fatte, seppure non lunghissime in ragione della bassa statura, erano semplicemente sconvolgenti.
    “La gonna ti sta troppo, troppo bene, cavoli... Girati... aaah, avevo proprio ragione.”
    La mora si appuntò una ciocca di capelli dietro l’orecchio, facendosi passare sul volto un velo di timidezza. “E del top che te ne pare?”
    “Non so. Te che dici?”
    “Beh, non è brutto” si rassettò il bustino nero e aderente. “Però mi sembra un po’ troppo... aggressivo.”
    “Più che altro, così vestita andresti bene per Halloween. O per una nottata alternativa” il batterista si grattò il mento. “Sai, ripensandoci bene...”
    “Niente strane idee, Shan, concentriamoci sulla cena. Ci vorrebbe qualcosa di più spensierato, non credi? Aspetta, vado a cambiarmi.”
    Apparse da dietro la tenda un minuto dopo, con indosso sempre la gonnellina nera e un semplicissimo top rosso a fascia. “Forse questo è più carino. Vero?”
    “Sì, ti sta anche meglio. E’ più dolce, più adatto a te.”
    “Già, mi sento a mio agio” disse sistemandosi un po’ meglio. “Provo gli altri o scegliamo direttamente questo qui?”
    “Vada per questo” sorrise, dandole un altro sguardo d’insieme. Con i capelli raccolti era ancora più bella, e i piedini, ficcati al volo nelle All Star verdi con cui era uscita di casa, gli facevano tenerezza. Sicuramente, più tardi li avrebbe visti nelle scarpe rosse che avevano comprato giorni prima, quelle col tacco a spillo. Aspettò con pazienza che Maya si spogliasse e si mettesse i vestiti che portava prima, dopodiché entrambi si diressero in cassa, pagarono e continuarono la passeggiata nel centro commerciale.

    **
    “Soddisfatta delle compere?”
    “Io sì, molto” rispose Maya mettendosi comoda sul sedile. Erano ancora fermi nel parcheggio, seduti uno accanto all’altra. “E tu?”
    “Anch’io. Soprattutto delle lenzuola di Timon e Pumbaa.”
    “Vero? Sono fantastiche! Adesso che torniamo a casa le metto subito.”
    “Brava, stavo appunto per chiedertelo.”
    Shannon si stava sistemando sul naso gli occhiali che usava per guidare. Erano grossi e abbastanza spessi, tanto da farlo assomigliare al personaggio di un qualche cartone animato.
    “Fatti vedere bene...” disse lei, già sorridendo come tutte le altre volte, poi si allungò per baciargli una guancia. “Sei proprio bello, Pandaman.”
    “Niente in confronto a te.”
    Maya sorrise e si lasciò baciare, prima con dolcezza e poi con trasporto. Era incredibile, ma negli ultimi tempi i baci avevano assunto un sapore diverso: Shannon era ormai diventato a tutti gli effetti irrinunciabile. Aveva voglia davvero di passare con lui ogni singolo minuto. Lo cercava continuamente, faceva di tutto perché stesse bene, gli risparmiava le fatiche, non perdeva occasione per fargli le coccole e sopportava i suoi difetti rispondendo con un sorriso mite. Erano passati solo pochi giorni da quando era arrivata a Los Angeles, ma erano bastati a stabilire tra i due una complicità totale, una dedicazione assoluta dell’uno all’altra senza che se ne rendessero veramente conto.

    **
    “Sei pronta?”
    “Non ancora...” disse Maya con imbarazzo mentre cercava i sandali nella scarpiera. Sapeva di essere lenta nel prepararsi, ma proprio non riusciva a darsi una mossa.
    “Allora vado a comprare le sigarette, mentre finisci di vestirti.”
    “Ok, tanto non dovrebbe mancarmi molto.”
    Quando Shannon uscì di casa, Maya iniziò a truccarsi e sistemare i capelli, che proprio non ne volevano sapere di assumere un aspetto presentabile. Non li voleva completamente lisci, altrimenti le avrebbero evidenziato troppo il viso, tondo come un’anguria, né voleva lasciarli ondulati, perché all’improvviso non le piacevano più. Arricciarli con il ferro era fuori discussione: ci avrebbe messo un sacco di tempo. Rendendosi conto che non c’erano altre soluzioni, accese la piastra. Almeno, così, sarebbero stati ordinati. Mentre con la solita lentezza lisciava ciocca per ciocca, Shannon rientrò.
    “Ci siamo?”
    A giudicare dal mollettone in cima alla testa, avrebbe detto proprio di no.
    “Mezzo minuto e ho fatto, giuro!”
    “Ti sta anche cercando Jared. Vuole sapere se hai lavato la sua camicia blu, quella a quadri.”
    “Certo, gliel’ho pure stirata e messa nell’armadio!”
    “Che ne so, sta impazzendo, dice che non la trova.”
    Maya sistemò la frangetta, staccò la piastra dalla presa elettrica, spense le luci e uscì dal bagno. La capigliatura non era perfetta, ma, dopotutto, quando mai lo era stata? “Vado ad aiutarlo. Aspettami qui, faccio presto.”
    E non appena la vide sparire dietro la porta della camera di suo fratello, Shannon uscì di corsa per andare a prendere qualcosa in macchina.

    (continua nel post successivo)

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