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Discussione: Just like heaven

  1. #91
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    Predefinito Re: Just like heaven

    (dal post precedente)


    Sta tremando mentre dice queste cose, eppure non se ne rende conto. Non mi aspettavo un discorso del genere. Sapevo che nella relazione con Shan ci fosse molto, ma molto di fisico, però a quanto pare ne ho sottovalutato l’aspetto astratto, per così dire. Solo adesso, a sentire questi ragionamenti, capisco che Maya ha trovato in lui l’unica opportunità per uscire dal labirinto in cui si trova da lunghissimo tempo. C’è qualcosa che non quadra, quindi! Sta immischiando in questo gioco anche i sentimenti di un'altra persona, e mi chiedo quanto sia giusto, quanto vero amore ci sia nell’illudere chi le è sempre stato accanto, a difenderla a spada tratta.

    “Maya, tu sei scema! Ti rendi conto che ti stai per sposare con una persona mentre ne ami un’altra?”
    “Che importa?” scrolla le spalle, con un sorriso disincantato. “Shannon non sarà mai mio. Si sentirebbe soffocare se lo legassi a me, lo sappiamo per esperienza. Non c’è futuro né speranza. E’ anche per questo che mi ha lasciato. E poi, io con Matty sto bene.”
    “Ma non lo ami!”
    “Sì, amo anche lui. Mi protegge, mi fa sentire utile, mi dà certezze e allo stesso tempo mi fa essere una certezza per lui. E poi c’è sempre. E’ l’unico uomo di cui mi fidi ciecamente. Forse non mi scava così dentro come Shan, ma mi dà una direzione da percorrere e una tranquillità da cui partire, ed è questo ciò di cui ho bisogno.”
    Fa una pausa durante la quale si convince a guardarmi nelle pupille. E’ una cosa che non fa mai troppo spesso, ha sempre lo sguardo rivolto altrove. Sotto alcuni punti di vista, fa anche bene. L’ho detto, ha degli occhi che sono delle armi improprie, meglio usarli con cautela. Sono così neri ed espressivi da mettere ansia e paura. Personalmente, mi hanno sgretolata parecchie volte: è come un’iniezione di sentimenti suoi, solo suoi, che arrivano così, crudi, vividi, torbidi. Impetuosi.

    “Sono convinta di una cosa, Daf. L’amore di Shannon mi rende libera. O meglio, l’amore che io ho per Shannon mi rende libera. In realtà non so bene cosa provi lui verso di me. Mi ha detto di amarmi, è vero” sorride con amarezza. “Piangeva mentre me lo ripeteva, sai? Io gli credo, riconosco quando è commosso e sincero, ma mi sono resa conto che è tutto nella sua mente. Non mi può amare davvero se non ha mai rinunciato a nulla per me. Anzi, ci ha messo poco a lasciarmi per riprendersi la sua vita.”
    “Anche tu dici di amarlo, ma non hai rinunciato a niente allo stesso modo.”
    “Forse è vero” pianta di nuovo gli occhi nei miei. Bruciano, stavolta: è lava che cola giù dalle sue palpebre. “Ma sono sicura di avergli dato tutto quello che avevo.”


    **

    Mattia

    La serata è finita: i nostri amici sono andati via, e io e Maya siamo rimasti soli. I miei genitori sono entrambi fuori per lavoro, per fortuna.
    Maya è andata a pulire e sistemare, mentre invece io la aspetto qui in camera, spalmato tra le lenzuola. Ho acceso la tv tanto per ammazzare il tempo, ma come al solito non c’è niente di interessante da vedere. Mi accendo una sigaretta, in tutto relax. Chiudo gli occhi per qualche secondo e assaporo il momento, assieme all’odore d’incenso nell’aria.

    “Amore?”
    Oh, è tornata. E’ proprio bellissima, mica lo so com’è possibile sentirmi sconquassato tutte le volte.
    “Ma ciao, bambola” sporgo le labbra e lei si china a baciarmele. “Finito di mettere in ordine?”
    Si spoglia e si infila una delle mie magliette, che le arrivano fino alle ginocchia, poi mi si stende accanto, a pancia in giù, con le braccia ripiegate sulla testa per schiacciare meglio il viso sui cuscini. “Sì. Sono stanchissima.”
    “Ci credo, povera Mimì. E’ stata una giornata lunga e intensa” le accarezzo i capelli, che le coprono la schiena. “Com’è andata con Shannon? Ancora non mi hai raccontato niente...”
    Fa riaffiorare il viso e si gira in modo da guardarmi in faccia, quindi mi si accosta stretta stretta e mi cinge il torace con un braccio. “Non c’è granché da raccontare. Abbiamo più o meno chiarito, gli ho anche detto del matrimonio.”
    “Ah sì?" spengo la sigaretta nel posacenere sul comodino. "E come l’ha presa?”
    “Mah, come vuoi che l’abbia presa... Ormai non sono più affar suo.”
    “Se fosse davvero così come dici tu, oggi non si sarebbe presentato.”
    “Lascialo stare, Tia, non dargli peso” si sposta su di me per sedersi sul mio addome. “Non voglio parlarne, non mi interessa più. Ho altro a cui pensare, adesso.”
    “Come vuoi” le accarezzo un ginocchio e poi sollevo la schiena per baciarla. Mi stringe forte. Mi vuole davvero un gran bene.

    Quando mi rilascia, spengo la tv e anche la luce. Nel buio mi sento più rilassato, anche quando non devo dormire. Pure Iaia si tranquillizza e si raggomitola tutta su di me, calma e silenziosa. Ogni tanto mi dà qualche minuscolo bacio sul petto o una carezza.
    “Allora, amore, sei soddisfatta di questa giornata?”
    Sospira come se stesse sorridendo di colpo, ma non riesco a vederla ora che la luce è spenta. “Moltissimo, tu?”
    “Anch’io. Sono fiero di te.”
    Un bacio violento mi colpisce le labbra. Sì che ci voleva.
    “Matty, è da qualche giorno che penso a una cosa strana. Nel senso... forse non è tanto strana, ma non capisco perché ho questo desiderio così forte che non mi lascia libera la mente nemmeno per un secondo.”
    “Ah, e di che si tratterebbe?”
    “Se te lo dico, ti prende un colpo.”
    “Ormai ci sono abituato!”
    “Ok, però prima fammi accendere la luce... voglio vedere che faccia fai appena lo vieni a sapere!”
    “Ma brava, ti diverti alle mie spalle!” strizzo gli occhi, abituati al buio, ora che la lampada torna a rischiarare la mia stanza. “Bene, procedi.”
    “Procedo? Sicuro?”
    “Sììì, che ansia, sbrigati!”
    Ridacchia, poi si sistema meglio seduta sulla mia pancia, piantandomi le mani, a palmo aperto, sullo stomaco. Oh, sì, come se non mi sentissi già male abbastanza.
    “Sei pronto?”
    “Tu mi vuoi far soffrire, dillo!”
    “Ma non è vero!” ride ancora e sgambetta un po’, poi mi prende le mani tra le sue e se le porta sulla pancia, facendole passare sotto la stoffa della maglietta. Apre poco poco la bocca, ma aspetta una frazione di secondo prima di parlare. A quanto pare, il momento della rivelazione è arrivato.
    “Voglio fare un bambino con te, Matty.”

  2. #92
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    Predefinito Re: Just like heaven

    Ciampino (Roma), casa di Mattia, 28 aprile 2009 ore 11.15


    Quando Maya si alzò, Mattia era in piedi già da parecchio. In realtà il povero ragazzo non aveva chiuso occhio per tutta la notte, dopo quella richiesta che lo aveva spiazzato. Ci aveva riflettuto poco, ma non vedeva motivi per non accontentare la sua donna.

    Un bambino... tante responsabilità, impegni, spese in più, preoccupazioni... e gioie. Sì, un bambino era ciò che ci voleva per far tornare il sorriso alla sua Maya. Non pensava fosse come un giocattolo, un passatempo, certo, ma sapeva che potevano quasi essere pronti a presentare il mondo a un angioletto che avrebbe avuto bisogno delle loro cure. Potevano garantirgli un’esistenza dignitosa e tanto amore. Il lavoro per fortuna non mancava: Mattia avrebbe continuato per qualche mese ad essere un istruttore di nuoto, dopodiché avrebbe rilevato l’attività di sua nonna, dietro esplicita richiesta della signora Silvana che altrimenti non sarebbe mai andata in pensione. Sarebbe stato un fioraio sui generis, ma in fin dei conti era cresciuto in quel negozio e gli sarebbe molto dispiaciuto venderlo. Maya invece era ancora in cerca di un posto, ma con la nuova laurea di sicuro avrebbe trovato qualcosa di suo gradimento e che avrebbe rimpinguato le tasche della futura famiglia Colucci.
    Per quanto riguarda la casa, invece, già da qualche giorno avevano iniziato ad informarsi, chiedere e proporre, e proprio quella mattina dovevano andare a vederne una per un eventuale acquisto. I ricchissimi genitori di Mattia si erano infatti offerti di regalare una casa al loro unico e adorato figlio. Maya non era stata molto entusiasta, perché si sarebbe sentita in debito per tutta la vita, ma i due suoceri avevano insistito talmente tanto che era diventato impossibile rifiutare. Dopotutto, se potevano permetterselo... Avrebbero anche venduto la villa dove abitavano allora per trasferirsi in un prestigioso appartamento, sicuramente più adeguato a una coppia di borghesotti di mezz’età.

    “Già in piedi?”
    Mattia fu scosso da quella voce ancora insonnolita, nonché dalla figura che era apparsa dal nulla. La ragazza aveva gli occhi ancora chiusi e il viso stropicciato, ma era incredibilmente tenera nella gigantesca maglietta, presa in prestito da lui, che le faceva da camicia da notte.
    “Hey! Ciao, piccola. Sì, mi sono svegliato presto” disse ripiegando a metà e poi mettendo da parte il giornale che stava leggendo. “Come va?”
    “Abbastanza bene... Ah, a proposito... allora non la prendo più, la pillola?” domandò mentre metteva mano, in un gesto meccanico che si ripeteva tutte le mattine, al blister argentato tirato fuori dai più profondi angoli di un cassetto.
    “Calcolando che ormai abbiamo uno scopo ben preciso, direi di no.”
    “Ufficiale?”
    “Ufficiale, mamma.”
    L’altra sorrise e lanciò tutta la confezione nel cestino. “Speriamo bene!”, quindi andò a dare un bacio sulla testa al suo uomo e uscì dalla cucina per andare a lavarsi.
    “Maya!” la richiamò lui. “Maya, la colazione!! Devi mangiare!!”
    “Ho già mangiato!” rispose lei da lontano.
    “Non mi prendere in giro, ti sei appena alzata! E ti ricordo che ieri sera mi hai fatto una promessa!”
    Lei lo ignorò, e così Mattia fu costretto ad alzarsi dalla sedia e raggiungerla in bagno.
    “Devi mangiare. Non voglio storie, fila di là” le ordinò con tono fermo che non le diede possibilità di obiettare. “Come pensi di poter mettere al mondo un figlio sano senza mangiare?”
    Maya guardò in basso, come faceva spesso. Capì che ormai quello era un metodo controproducente per attirare l’attenzione, oltre che molto stupido. Non avrebbe messo a repentaglio la vita del suo ipotetico bambino per uno stupido capriccio. Con la stessa velocità con cui aveva iniziato, si decise a smettere.
    “Vieni, dai” si raddolcì lui, ricordandosi che non sempre i suoi modi autorevoli e severi lo portavano ai risultati desiderati. Le prese una mano invitandola a seguirlo di nuovo verso la cucina, e le fece coraggio, perché sentiva che ne aveva bisogno. “Sono anche sceso in pasticceria a comprarti due ciambelle fritte. Sono ancora calde, sono andato a prenderle cinque minuti fa ed erano appena state fatte.”
    “Mmm... buone! Aspetta, hai detto due?” sorrise lei, timida.
    “Sì, due, come una volta. Una non ti bastava mai, se ricordi bene” le strizzò una guancia tra pollice e indice. “Forza, sbrighiamoci. Così dopo colazione ci prepariamo e andiamo a vedere la casa che piace a te.”
    Maya acconsentì senza lamentarsi. Dopotutto, aveva mai resistito alle ciambelle fritte?

    **

    Mattia era entusiasta. L’attico dove si trovava in quel momento insieme alla sua ragazza era luminoso e arioso come piaceva a lui, e la vista su Roma, da lì, toglieva il fiato. Seguiva le spiegazioni dell’agente immobiliare limitandosi ad annuire debolmente: nella sua testa, stava già riempiendo la casa di mobili, tende, vita. Riusciva a vedere con l’immaginazione, in un futuro non molto lontano, Maya ai fornelli, tutta presa a cucinare qualcosa di buono mentre un bimbetto dagli occhi blu la chiamava aggrappandosi al suo grembiule. Sorrise tra sé. La casa sarebbe stata perfetta per la loro famiglia. Era grande quanto bastava alle loro esigenze, forse anche un po’ troppo, e la zona in cui si trovava era centrale ma tranquilla.
    Maya lo seguiva, pochi passi più indietro. I suoi grandi occhi a mandorla scrutavano le stanze con sospetto, a volersi assicurare che non ci fosse nulla di poco gradito. Nel complesso, confermò a se stessa che le prime impressioni ricevute da quella casa, quando l’aveva vista dall’esterno, giorni prima, erano corrette. Era bellissima e ben suddivisa, la cucina molto spaziosa e comoda, così come tutte le camere e i due bagni, di cui uno era accessibile solamente dalla camera matrimoniale. Che quella fosse davvero la soluzione più adatta a loro? Il prezzo di certo non era molto vantaggioso, ma Mattia aveva detto che rientrava nel budget messo a disposizione dai suoi genitori. Anzi, sarebbe persino avanzato qualcosa.
    Il suo cellulare mandò due brevissimi bip. Distrattamente, continuando a pensare quale fosse il colore più adatto per dipingere le pareti del soggiorno, Maya lo estrasse dalla sua borsa.
    Un nuovo messaggio.
    “I’m leavin’, babe.”
    Sorrise e digitò una risposta stringata mentre teneva sott’occhio Mattia, perché non si accorgesse di nulla.
    Bip, di nuovo.
    “Love you too” lesse, ma quella volta non fece in tempo a rispondere.
    “Maya! Che stai facendo, sei rimasta indietro? Vieni qua, ci stanno le camerette!”
    Con nonchalance, la mora ripose l’apparecchio nella borsa quindi si affrettò a passi piccoli e svolazzanti verso il suo uomo, picchiettando il parquet con i tacchi a spillo. Mattia era appoggiato allo stipite della porta con l’aria di chi sogna ad occhi aperti, e sorrideva senza accorgersene. Vedeva lo stesso bambino che aveva immaginato prima, che ora era tutto preso a giocare con le costruzioni, rideva, lo chiamava, lo guardava con occhi di cobalto dal taglio orientale.
    Vieni, papà! Mi vieni ad aiutare?
    L’immagine si dissolse quando le dita di Maya si aggrapparono con dolcezza alla sua spalla.
    “Tutto bene, Tì? Hai una faccia...”
    L’altro sorrise appena e la strinse a sé, accartocciandola sotto il proprio braccio. “Stavo pensando... questa sarà una delle camerette dei bambini. E... hai ragione te. Abbiamo proprio bisogno di un cuccioletto.”
    “Arriverà, ne sono certa.”
    Mattia annuì, accarezzandole la pancia e convincendosi che la vita era stata davvero generosa con lui.

  3. #93
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    Predefinito Re: Just like heaven


    Los Angeles, 2 maggio 2009

    Shannon



    In tutta la mia vita, credo di aver sentito migliaia di sapori diversi sulla pelle delle donne. Si riesce a capire molto della loro personalità già solo annusandole. Mi diverte, è così facile, e poi mi piace da matti. Riesco sempre a fantasticare di una vita dietro quel profumo, di cosa vi si nasconda sotto, delle delusioni che ci sono oltre quel velo, delle speranze e delle giornate buttate. Ricompongo i pezzi, gli attimi delle esistenze delle donne, mi invento personaggi e salto così, quasi senza accorgermene, al livello dell’astrazione, dove tutto è più comodo e risponde a ciò che io voglio, e qui parte la vera festa. Mi intriga, è un gioco appassionante. Si può immaginare ciò che non c’è e goderne di più.

    Scendiamo nel particolare. Ad esempio, ora sto ispezionando un corpo di zucchero. Profuma di fiori di ciliegio, è morbido e liscio al mio tatto, arde d’attesa. Siamo in giardino, l’aria immobile tace ad esclusione dei leggeri sussurri delle foglie mosse da un vento placido. Granelli di sole scivolano sulla mia schiena regalandole timido tepore, tutto è ovattato, come le dita che si ancorano alle mie spalle senza lasciare il segno. E’ rilassante. Anche il ritmo che seguiamo lo è. Cadenzato, leggero, educato, una barca in una baia quando il mare è una placca d’argento.
    Il cuore inizia ad aumentare i battiti sempre più, fino a costringermi ad arrendermi alla tempesta che si è abbattuta sul nostro mare. Mi abbandono. Cado pesantemente sul corpo di zucchero che si scuote assieme al mio.
    E tutto è silenzio.
    Tutto è profumo di fiori di ciliegio.
    E’ sangue che colora il suo corpo di zucchero.


    Con il dorso di una mano cerco, per quanto possibile, di scrollare via il sudore dalla fronte. La languida mollezza dei muscoli, tipica di questi momenti, stavolta mi si presenta più lieve. Riprendo contatto col mondo attorno a me, ed è così che scorgo un telo che nasconde un corpo di zucchero.
    Profumo stucchevole marcisce nell’aria rendendola irrespirabile.
    Scivolo giù dal tavolo e mi guardo intorno, mentre mi tiro su i jeans. Non una parola esce dalla mia bocca. Mi schiarisco un po’ la voce, mi premo una mano sul petto per assicurarmi che il cuore abbia ripreso la sua marcia ordinaria, poi mi sciolgo come cioccolata in agosto andando a spalmarmi su una poltrona malconcia, finita qui chissà come.
    E’ un postaccio, un night club di pessima categoria, di quelli che sarebbero da evitare come la peste. Ci venivo durante i primi tempi che ero qui a Los Angeles, anni e anni fa, ed è inspiegabilmente ancora più squallido di allora.
    Ma corpo di zucchero è una perla che non mi aspettavo di trovare, in questa lurida fogna. Avrà vent’anni scarsi. Che spreco buttarsi così, soprattutto alla sua età. E’ carina, ha un visetto innocente sotto il trucco pesante che la fa sembrare più adulta e persa. Eppure, le piace il suo ruolo. Le piace svendersi e far contenti gli uomini. E’ il suo modo di amarli.
    Mi alzo dalla poltrona e metto mano alla tasca posteriore dei miei jeans. Prendo una banconota dal portafoglio e la lascio a un angolo del tavolo dove corpo di zucchero è ancora distesa, nel suo silenzio sterile.
    Faccio per andarmene, ma la sua voce sciropposa mi colpisce prima che possa oltrepassare la porta.
    “Torni anche domani sera?”
    Mi giro verso di lei e stringo le spalle, incerto su cosa dire. “Può darsi.”
    Ormai è diventata un’abitudine: quasi ogni sera mi avventuro in questa topaia solo per avere la mia dose di zucchero. Sa far bene il suo mestiere e parla solo se necessario, niente chiacchiere irritanti. Proprio quello di cui ho bisogno.
    Ride educatamente, dando piccoli colpetti con la punta del piede ai bordi del telo, che in questo modo svolazza facendomi intravvedere lembi di pelle bianca. “Sei rimasto soddisfatto?”
    “Il servizio è ottimo come sempre.”
    Balza giù dal tavolo con movenze feline, portando con sé il telo rosso scuro che si comprime contro il seno. Cammina con andatura lenta e sensuale, poggiando a terra solo la punta dei piedi, e mentre avanza non teme di bruciarmi con lo sguardo. Mi raggiunge e si ferma a pochissimi millimetri da me. Riesco a sentire il calore sprigionato dal suo corpo.
    “A domani, Shannon.”
    “Forse.”
    “Sono sicura che verrai.”
    Sorrido a malapena e mi lascio baciare. La sua lingua gentile ed esperta accarezza la mia diventando sempre più travolgente, poi si sposta sul mio collo, e dopo ancora lecca il lobo del mio orecchio. Sentire la leggera e variabile pressione delle sue labbra proprio qui mi manda in corto circuito non solo il cervello. Il telo rosso cade sul pavimento con uno sbuffo inascoltato, scoprendole completamente la carne bianca che fa friggere la mia.
    Qualcosa nei miei pantaloni mi fa intuire che non uscirò da qui per un altro po’.

    **

    Mi rigiro nel letto senza che nemmeno un velo di sonno si degni di avvolgermi con sé. E’ quasi giorno, fuori. Un giorno piatto, uguale ai precedenti e ai successivi. Mi annoio. Sono anche un po’ stanco, ma non abbastanza per poter dormire, dannazione. Fa caldo. Il condizionatore è già acceso, ma non basta. A costo di trasformare questa stanza in un igloo, premo con decisione un dito sul pulsante del telecomando del condizionatore, quello con il simbolo del fiocco di neve sopra.
    Oh, così sì.
    Mi stiracchio un pochino, facendo scricchiolare le dita dei piedi. Maya rabbrividiva quando lo facevo, le veniva la pelle d’oca e si staccava da me come se avessi fatto chissà che di schifoso. Sapete, quelle sue solite cose irrazionali... Le dava fastidio pure questo, ditemi se non è esagerato. Però era carina da far male.
    E se la chiamassi? Potrebbe aiutarmi a far passare il tempo.
    Uno squillo, due squilli. Troppi squilli. La chiamata si conclude senza risultati degni di nota. Fantastico.
    E’ meglio che mi alzi e vada a prendermi un bicchiere d’acqua di là in cucina.
    Ma che...? Nel mettere i piedi a terra ho inciampato in un grumo gigante di ciccia e pelo. Povero cagnolone! Non mi ero accorto che fosse qui! Si sveglia con un guaito strozzato, si spaventa, ma subito mi riconosce e tace.
    “Scusa” gli sussurro accarezzandogli la testolina e intravvedendo, nel buio ormai rischiarato dall’alba imminente, una pressante voglia di mandarmi a quel paese. “Coraggio, bello, seguimi.”

    Forse mi sento meno solo, nel sentire le zampette che tamponano il parquet con un rumore attutito, come se fossero piccoli batuffoli di cotone. Finito il mio bicchiere d’acqua, allungo a Sky un biscottino dei suoi, mentre rifletto sul da farsi. Non ho proprio voglia di tornare a letto e crepare di noia.
    Dirigo la mia rotta verso il divano, dove affondo seguito dal mio cucciolone, che mi si apposta sulle gambe. Coccolo un po’ il mio husky e accendo la tv, nella speranza di trovare qualcosa di interessante.
    Speranze vane.
    Notiziari, stupidi film romantici, documentari storici di cui non capisco un tubo, altri notiziari, repliche di partite di basket vecchie di settimane, una deprimente telenovela made in Mexico per casalinghe innamorate di bugie in technicolor.
    Sky scodinzola felice delle mie coccole, andando a pizzicarmi la pelle con il pelo della coda che frulla con energia. Mi ricorda Maya, questo gesto di nascondersi tra le mie braccia il più possibile, quasi fossero una tana. C’è una cosa che non mi ricorda lei, in fondo? Sto diventando un povero patetico. Ma facciamolo in grande stile, già che ci siamo.

    “Amico?” chiedo a Sky. “Che ne pensi di Maya? Cioè... di tutta questa giostra incasinata... Non so nemmeno io che cos’è che ho in mente. Però, stanne certo” gli do una pacca sul dorso, quasi fosse mio fratello. “A me, almeno un po’ manca. Era diverso. Non so se più bello, ma comunque diverso. C’era più soddisfazione quando facevo una cosa bella, perché avevo qualcuno con cui condividerla e che ne gioiva insieme a me. Oh, è proprio carina, Maya. Avresti dovuto vederla. E’ persino più bassa di me, sì, ma è ben fatta. Ha un visetto da ragazzina montato su un corpo da dea, anche se ultimamente sta facendo un po’ di pasticci con l’alimentazione quindi non so più come si è ridotta. Era una pulcetta con un cuore grande. Non mi guardava negli occhi quasi mai, perché diceva che le piacevano troppo i miei, la imbarazzavano. Arrossiva sempre per ogni minima cosa. Quando le facevo una domanda, era bello vedere come rispondeva. Ogni movimento del suo viso, ogni muscolo, ogni sguardo, era diverso di volta in volta, ma in linea generale seguiva due schemi. Se la risposta era affermativa, annuiva pianissimo e sbatteva le ciglia –oh, ne ha tantissime!-, poi le si disegnava pian pianino un sorriso delizioso. Credimi, Sky, delizioso. E diceva “sì!” con enfasi, come i bambini, marcandolo con un lievissimo cenno della testa e tanto entusiasmo nel cuore. Faceva sciogliere. Se invece la risposta era negativa, ma di un negativo di poco peso, non so spiegarmi... cioè, un no così, come tanti, come se ti chiedessi se hai fame... ecco, in quel caso socchiudeva le palpebre e scuoteva la testa pian piano, e... non so come faceva... ma le si gonfiavano le guanciotte, faceva sciogliere anche così... Ah, amico mio. Ho preso proprio una bella botta.”
    Forse è la prima volta che lo ammetto sapendo di essere sincero, e Sky sembra essere d’accordo con le mie parole. Chi tace acconsente, non è così? Gratto la sua testolina calda, al centro fra le orecchie.
    “Di sicuro ti sarebbe piaciuta. Ti avrebbe viziato più di quanto non ho fatto io!” ridacchio accarezzandogli il musetto.
    “Wof!”
    “Oh, certo. Ti avrebbe fatto diventare ciccione, a forza di rimpinzarti di cibo. Lo ha fatto anche con me! Ti ricordi che pancia che avevo, allora?”
    Niente risposte stavolta. Solo un’occhiata complice, da animale a animale. E capisco tutto quello che vuole dirmi, e che forse so già. Sorrido e sospiro, quindi lo invito ad alzarsi per farmi fare altrettanto. Nuova meta: la mia camera. No, mica per dormire. Ho solo bisogno del mio iPhone per chiamarla.

  4. #94
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    Predefinito Re: Just like heaven

    Aggiornamento super-celere :*


    Ciampino (Roma), 15 maggio 2009


    Ciao, piccolina.
    Ieri non ci siamo sentiti per niente. Come stai? Io bene, a parte i soliti doloretti alla spalla. Il medico mi ha assicurato che spariranno presto, devo solo continuare la cura e avere pazienza. Per il resto, tutto ok. Stiamo lavorando tantissimo. Spendiamo tutte le nostre energie su quest’album, lo stiamo facendo col cuore. Sarà bellissimo! Anche la mia canzone è quasi pronta: le ho cambiato il titolo, ora è Panacea. L’ho chiamata così perché serve a far dimenticare tutti i dolori e i dispiaceri. Credo di esserci riuscito. Vediamo se riesco a fartela ascoltare in qualche modo, magari mi faccio fare un video mentre suono e poi te lo mando. Lo sai che ci tengo a sapere il tuo parere.
    Tu invece cos’hai da raccontarmi oggi? Come vanno i preparativi per il matrimonio? Ti sei più ricordata di ordinare i confetti? Se ti serve qualche consiglio, ti ripeto, posso aiutarti. Non sono molto ferrato in materia, ma farò del mio meglio.
    Mi manchi, un po’. So che te lo scrivo sempre, ma è la verità! Era bello soprattutto quando sonnecchiavamo abbracciati. Mi sentivo libero da tutto e tutti, come se mi avessero filtrato l’anima e i pensieri per conservare solo ciò che veramente aveva valore. Ero sereno e appagato. Credo che dormire con la persona che si ama sia una delle cose più semplici ma speciali. Stavamo bene, vero? Tu facevi le fusa come un micetto, ed eri bellissima e tutta profumata di bimba.
    L’altra sera, a Roma, ho rivissuto quegli attimi. Fare di nuovo l’amore con te è stato meraviglioso. Quasi non riesco a credere che eri qui, tra queste braccia mie. Ti leggevo l’amore sul fondo delle pupille. Eri mia, eri mia tutta.
    E le tue coccole. I tuoi sorrisi, le tue frasi smozzicate, i sospiri, i brividi, il cuore che batteva veloce. Ti amavo e ti amo ancora, ma con la consapevolezza di non essere l’unico. So che tu sei felice con Mattia... prima o poi mi abituerò all’idea, te lo prometto! Dammi solo un po’ di tempo.
    Tu, nel mentre, pensa a te stessa. Mi fa piacere sapere che stai riprendendo a mangiare quasi normalmente. Voglio darti un consiglio: guardati allo specchio. Sei bellissima, lo sei davvero, e ci metto poco a spiegarti perché. Allora, si sa che io modestamente ho ottimi gusti, e a quanto pare anche Mattia, sennò non ti sposerebbe, mica è scemo. Quindi vuol dire che: o siamo entrambi ciechi, o sei te che ti sbagli.
    Pensaci, Nena. Pensa a che anima bella sei e in quale bel corpo ti trovi. Non sciuparlo. Non è riducendoti a un mucchietto di ossa che diventerai più bella. Anzi. Hai uno splendido fisico italiano, capperi, bisogna rendergli giustizia! Starai meglio anche tu, vedrai. L’anima si rilassa e si distende, quando ha più spazio da occupare. Certo, sempre nei limiti. Se diventi un dirigibile l’anima si stiracchia per poter arrivare ad occupare ogni angolino, quindi soffrirebbe anche in quel caso. E’ dura sia stare in tensione, sia stare tutti raggomitolati. La giusta misura è nel mezzo, come dico sempre anche se non sei d’accordo quasi mai. Dandoti dei consigli voglio solo impedire che tu ti faccia del male, perciò... ascoltali. Forse non ho sempre torto.
    Sai un’altra cosa, invece? Con il cortisone che sto prendendo mi sto gonfiando. Di sicuro questa notizia ti fa felice. C’è tanta ciccia in più da prendere a pizzicotti, adesso! Ma ricorda che anche per me vale il discorso che ti ho appena fatto, quindi alla fine della cura dovrò rimettermi in forma. Com’è che dicevi sempre, quella roba in latino? Mens, com’era?, in corp... Va be’, mi hai capito! Ecco. Mi sa che l’avevi dimenticato...
    Ora ti lascio. Vado a chiudermi di nuovo in studio, i ragazzi mi stanno aspettando. Oggi si lavora a Night of the hunter. Mi piace troppo! Dovrò trovare il modo di farti sentire anche quella. Tu invece cosa stai facendo? Hai dei piani per oggi? Spero che la tua giornata sia bella come se ci fossi io lì con te. Ma quanto sono modesto?! A parte gli scherzi, amore mio, divertiti e sorridi! E’ così bello il mondo!
    Ti mando un bacio, un abbraccione grande grande e un morso su un orecchio.
    Il tuo Shan che ti vuole tanto bene.
    Oh sì!


    Due occhi si erano mossi con impazienza a leggere l’ e-mail rigo per rigo, mentre il respiro si era arrestato in automatico. Speravano di sbagliarsi, anche di fronte all’evidenza. La rabbia ingrossò le vene dell’avambraccio, che andarono a mostrare la loro presenza al di sotto di una pelle imbevuta d’inchiostro. I denti bianchissimi si serrarono per tenere a bada il mostro che riaffiorava dalle viscere. Un pugno batté sul tavolo del soggiorno. Si alzò di scatto.
    Perché gli occhi che avevano letto quelle parole non erano gli occhi neri di Maya.
    Due iridi di ghiaccio stavano imparando ad ardere.
    E nulla fu più come prima.

    **
    Maya era in camera sua, seduta alla scrivania davanti ad un blocchetto di fogli per decidere la sistemazione ai tavoli degli invitati al ricevimento. Spense la sigaretta ormai consumata nel posacenere che aveva accanto senza nemmeno staccare gli occhi dalla lista, cosa che invece fece mezzo minuto più tardi, nel sentire il passo pesantissimo e affrettato di Mattia avvicinarsi. Capì subito che qualcosa non andava, perciò si alzò in piedi e gli si fece incontro per vedere come poteva aiutarlo.
    Ma non ne ebbe il tempo.
    Una mano larga e potente si abbatté con violenza sul suo viso prima che lei potesse capire cosa stesse accadendo. Gli occhiali le schizzarono via, cadendo lontano.
    “Pu**ana.”
    Rabbrividì, mentre la guancia colpita s’infocava. Non lo riconosceva più. Cosa gli era successo?
    “Pu**ana!”
    La voce si era fatta più tonante, le labbra di Mattia tremavano velenose mentre ripetevano la stessa identica parola. L’insultò andò a spalmarsi sulle quattro pareti della stanza, insudiciandola tutta, appestando l’aria.
    Maya capì subito, ma non si ribellò. In cuor suo sapeva di meritarlo. L’aveva tradito e in un certo senso continuava a farlo. Non le importava di come lui l’avesse scoperto. Forse un po’ lo desiderava addirittura, perché non aveva il coraggio di confessarglielo né di nasconderglielo. Aveva solo, inconsciamente, fatto sì che potesse accadere, senza rendersene conto. Aveva lasciato il computer acceso, con la schermata aperta sull’ultima e-mail di Shannon. Ma non se ne ricordava, l’aveva rimosso.
    E non si lamentava. Non mentre la furia di Mattia si scatenava su di lei, né mentre i pugni le colpivano il petto, il viso, la pancia, costringendola ad accartocciarsi su se stessa al pavimento. Nemmeno lì ebbe pace, ma fu paziente. Doveva scontare la sua pena senza lamentarsi. Tuttavia, presto sentì sulle labbra il sapore delle lacrime miste a sangue, e la paura finì di prenderla, per spremerla tutta. Mattia non si fermava, sembrava che la sua energia distruttiva non si esaurisse mai.
    E’ colpa mia. Non avrei dovuto farlo arrabbiare.
    In silenzio, sopportava e stringeva i denti. Sentiva che un occhio si stava gonfiando e che i graffi sul collo le bruciavano come se ci fosse stato versato sopra del succo di limone. Aveva paura. Stentava a credere che il mostro che la picchiava era lo stesso che diceva di amarla. Dov’è l’amore, in questo? Dov’è l’amore quando è la violenza a vincere? Un senso di disgusto l’attanagliò, ma solo per poco. Si convinse che Mattia ne avesse diritto. Se lei non gli avesse mancato di rispetto, non sarebbe mai successo, perciò doveva pagarne il prezzo e allo stesso tempo dimostrare che lo amava davvero. Lo lasciò fare, gli concesse di sfogarsi sul suo corpo colpevole, ignorò paura e dolore solo per lui.
    A un certo punto l’inferno sembrò arrestarsi, ma la ragazza non ne gioì. Capì subito cosa sarebbe successo dopo: il desiderio di Mattia stava crescendo. Sentì il bottone dei propri jeans sgusciare via dall’asola, sollecitato da dita crudeli e impazienti. Per la paura e per il freddo che le stava accarezzando le cosce ormai nude, rabbrividì. Se avesse avuto un Dio lassù, l’avrebbe pregato. Pensò a Simone, e ci mancò poco che il suo pianto si facesse convulso. Simone non osava nemmeno alzare la voce con lei... cosa avrebbe pensato, di una scena del genere?
    Non ci fu tempo né modo per pensarci. Mattia le era dentro e bruciava come un ferro caldo. Sopportò. Sopportò tutto. Pensò di nuovo a Simone. Lui la guardava, da lassù. Non voleva dargli un altro dispiacere, e fu per questo che prese una decisione irragionevole. Si fece forza e si scoprì il viso dalle mani che vi si erano serrate sopra da quando i colpi si erano fatti insopportabili. Incontrò gli occhi di Mattia, in alto sopra ai suoi, e si rese conto che mai erano stati così agghiaccianti, nella corsa verso il piacere. Ma ciò non bastò a farle cambiare idea, seppure il gesto che stava per compiere le costasse non poco. Tese le mani verso il viso arrossato che la sovrastava e lo accarezzò, lo sospinse delicatamente dalla nuca per avvicinarlo al suo. In nome di un amore più grande, baciò il suo carnefice. Forse in quel modo avrebbe potuto mascherare la realtà, Simo avrebbe pensato che stavano solamente facendo l’amore...
    Lo baciò ancora, mentre tutto il corpo di Mattia iniziava a palpitare. Il respiro e il battito del cuore erano frenetici, ma non al pari della paura di Maya, che continuava suo malgrado ad accarezzarlo, obbediente e silenziosa. Ignorava il suo sguardo e ignorò il grido bestiale che subito dopo rimbombò sulle pareti.
    E si sentì sporca. A nulla valsero le lacrime che le lavavano il viso a proprio modo. Si vergognò di soffrire. Doveva essere forte, anche se il suo corpo immobile era martoriato, così come la sua anima.

    (continua nel post successivo)

  5. #95
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    (dal post precedente)


    Mattia, appena ne fu in grado, si sollevò in fretta e chiuse la cerniera dei jeans, poi si asciugò gli angoli delle labbra con il dorso della mano, come dopo aver consumato un pasto soddisfacente.
    “Matty...”
    La voce le era rotolata via dalle labbra come un sibilo, e i suoi occhi doloranti tentavano di non mostrare troppa sofferenza. Nessuna risposta le giunse.
    “Matty...”
    Continuava a chiamarlo col diminutivo affettuoso, quasi non fosse stato lui a torturarla. L’altro taceva continuando a fissarla, fermo al centro della stanza, le braccia conserte.
    “Mi dispiace, Matty.”
    Picchiata e abusata, era stata lei a chiedere scusa. Quanto ci si può umiliare, per amore?
    Ma Mattia se ne andò, senza dire nulla.
    Maya rimase lì, a strisciare sul pavimento, ad aggrapparsi per sorreggersi e rimettersi in piedi. Non pianse. Ormai era tutto finito, non sarebbe servito. Si chinò a raccogliere gli occhiali che le erano volati via con lo schiaffo. Temeva si fossero rotti, invece si era solo un po’ storta la montatura. Li forzò un po’ con le dita e li sistemò, poi se li pose sul viso. E si diresse allo specchio, memore di ciò che le aveva scritto Shannon.
    Non c’era una parte del corpo che non le facesse male, e si rese conto di star tremando. Era bella, con tutti quei lividi, graffi e ammaccature? Non seppe rispondere. Forse Shan avrebbe detto di sì lo stesso. Maya non sapeva di esser bella della sua forza, dell’energia immensa delle donne che amano troppo. Era quasi un controsenso che sul suo viso ci fossero gli occhiali, quelle due lenti che le permettevano di vedere meglio tutto lo schifo che la circondava.




    Ciampino (Roma), 16 maggio 2009


    Sembrava una mattina come le altre. Maya era raggomitolata nel letto dove si era distesa la sera prima, anche se non aveva chiuso occhio. Aveva pianto tutta la notte, da sola, al riparo sotto la coperta presso la quale cercava protezione. Quando la sveglia suonò, non esitò ad alzarsi. Sentì dolore in tutte le ossa e i muscoli, ma le bastò stringere i denti e farsi coraggio. Andò a farsi la doccia, cercò di ignorare tutti i segni disseminati sul suo corpo offeso, poi indossò dei vestiti comodi e sufficientemente coprenti e andò in cucina a preparare la colazione. Mentre il latte si scaldava nel microonde, prese il cellulare e compose il numero di Shannon. Erano le otto del mattino in Italia e le undici della sera precedente in California, quindi sapeva che non l’avrebbe disturbato.
    Tre, quattro squilli.
    “Salve, risponde la segreteria di Shannon Leto, lasciate un messaggio dopo il segnale acustico.”
    La ragazza sorrise e riconobbe la voce di Tomo dall’altro capo del telefono. Non era la prima volta che lui le faceva questo giochino.
    “Ciao, Tomo.”
    “Ma non vale, non ci caschi mai!” rise il croato. “Allora, bella, che mi dici? Come stai?”
    “Bene, bene, grazie” cercò di pronunciare recuperando un’allegria sepolta. “Tu?”
    “Anch’io, tutto ok. Aspetta, ti passo Shan, mi sta già fulminando con gli occhi.”
    “Grazie.”
    Attese due secondi e poté ascoltarlo di nuovo. Era lontano milioni di chilometri, ma così incredibilmente vicino al suo cuore.
    “Amore mio bellissimo!”
    A sentirsi chiamare così, Maya avrebbe pianto, se avesse avuto lacrime rimaste. Quanta gioia, quanta vita c’era in quelle parole e in quella voce!
    “Buonasera, cuccioletto” gli rispose, mentre versava due cucchiaini di cacao nella tazza di latte. “Che fai?”
    “Niente di che, stavo uscendo. Tu?”
    “Mangio.”
    “Brava! Cosa mangi?”
    “Latte e biscotti per colazione.”
    “Bravissima. Ma... stai bene? Ti sento un po’ giù.”
    “No, amore, è tutto a posto” tacque per alcuni secondi e lui fece altrettanto, con la sola differenza che per una volta Shannon si fece incredibilmente scaltro.
    “Prendo l’aereo e vengo da te.”
    Avrebbe voluto dirgli di sì, di sbrigarsi, che non ce la faceva più a non averlo con sé, ma la paura di pagarne di nuovo le conseguenze era troppa. “Non c’è bisogno, sto bene.”
    “Maya, non dirmi ca**ate, lo sai che verrei da te senza pensarci due volte.”
    “Ma non serve...”
    “Sicura?”
    “Sì, sicura” si accarezzò un ginocchio, per rassicurare se stessa. “Devo lasciarti, ho un po’ da fare.”
    In realtà non era assolutamente vero, anzi, aveva davanti a sé una mattinata intera per annoiarsi, ma qualcosa la metteva a disagio nel parlare con lui. Forse voleva semplicemente evitare di scoppiare in lacrime da un momento all’altro, capendo che sarebbe potuto succedere con estrema facilità.
    “D’accordo. Ci sentiamo poi. Fa’ la brava!”
    “Certo, Nene. Buona serata, divertiti.”
    “Grazie, a più tardi.”
    E la voce oltreoceano svanì.
    Maya fece scivolare il suo telefonino sul piano della cucina. La tazza di latte nel microonde la stava aspettando. La tirò fuori di lì e la adagiò sul tavolino con un rumore soffice, quindi andò a rovistare negli scaffali per cercare i biscotti.
    Si sedette, stanca, e si stropicciò gli occhi. Non aveva voglia di far nulla, nemmeno di alzarsi di nuovo dalla sedia per andare a prendere il cucchiaino e il cacao, che aveva dimenticato. Cacao, sì, anche alla sua età. Il latte bianco l’aveva sempre nauseata. Quella mattina non le importò; di certo non sarebbe stata la colazione a scombussolarla, dopo tutto quello che era successo. Mangiò lentamente e senza pensare a nulla che non fosse leggere gli ingredienti sulla confezione dei biscotti. Era un rituale che si ripeteva tutte le mattine, senza un motivo specifico, quasi fosse un antidoto alla noia e un primo passo verso il risveglio definitivo.
    Non appena ebbe finito, lavò la tazza e la rimise al suo posto. Non c’era più niente da fare, in casa. Si avvicinò alla finestra e scostò la tendina di garza bianca che ricopriva i vetri. In strada, la vita era quella di sempre, di uno dei tanti mercoledì mattina. Si accarezzava un braccio mentre continuava a guardare la fila di macchine che procedevano a velocità moderata per colpa del traffico. Il suo cervello era come arrugginito.
    All’improvviso, però, credé di sentire un profumo. Un profumo fresco, familiare, maschile. Chiuse le tendine con un gesto brusco per sottrarsene, come se fosse da lì dietro che esso proveniva. Le sue narici però continuavano a fiutarlo nell’aria. Paura nera la punzecchiò. Non sapeva che fare. Uscire dalla cucina? Rimanere lì? Nascondersi in balcone?
    Maya era un povero cricetino impazzito in una gabbia. Il respiro a tratti le mancava, cercava di guardare ovunque per scoprire dove fosse il suo nemico, tendeva l’orecchio per ascoltarne i passi.
    Ma nessun rumore spezzava il silenzio gelido della sua casa.
    Nessun’altra presenza si nascondeva nei suoi angoli bui.
    Maya era sola. Sola e fo**utamente terrorizzata da qualcosa che si annidava nient’altro che nel suo cuore devastato.
    Lo capì solo dopo qualche minuto passato col fiato sospeso, gli occhi sgranati e la schiena contro il muro.
    Pianse. Pianse e urlò, e chiamò Simone, come in tutte le volte in cui aveva paura. Simone era il nome che da sempre le riempiva la bocca nei momenti più neri. Simone era quel grido a cui nessuno rispondeva.
    Si accartocciò di nuovo a terra, come la sera precedente, e le sue lacrime incontrarono il pavimento. Freddo. Freddo fuori e dentro, e Maya si sentiva morire. Voleva morire.
    E ogni urlo le strappava il cuore, ogni brivido le sballottava l’anima come una barchetta in un nubifragio. Niente, niente più poteva salvarla. La paura le avrebbe tolto anche l’ultima molecola d’ossigeno.
    Credeva già di sentire che lo spirito le abbandonava il corpo per ricongiungersi con quello di Simone, lassù, al di sopra di quel cielo così rigido e ingiusto. Cercava di nuovo le sue mani lunghe e fresche. Le avrebbe strette, riscaldate, baciate e baciate ancora. Erano stati d’inferno, gli anni senza di lui, lontano da quel viso chiaro, imperfetto eppure amato come nessun’altra cosa. Ecco Simo. Ecco Simo che la riprendeva con sé, la abbracciava, la cullava, sulla sua nuvoletta soffice e silenziosa. In Paradiso, tutti e due, ancora insieme, come quattro anni prima!

    Una chiave girò nella serratura.
    Fu col sentire quel rumore che Maya capì di non esser morta.
    Non c’era tempo per dispiacersene né modo per uccidersi sul colpo.
    Credeva che sarebbe bastato tapparsi le orecchie con le mani e premere il viso a terra per non vedere.
    Non bastò.
    Un profumo conosciuto e temuto incontrò le narici di Maya, ma stavolta era vero, terribilmente vero, e si avvicinava.
    Il nome di Simone, ripetuto ad oltranza come una cantilena, era quasi diventato una formula magica per scacciare il male.
    Ma si sa: per quanto affascinante, la magia non può nulla. Nulla.
    Ultima modifica di Baby Blue; 12-06-2011 alle 13:46

  6. #96
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    Mattia


    Credo che il ricordo di quella mattina mi avvelenerà l’esistenza. Lo porterò con me fino alla tomba. Mai, mai mi perdonerò ciò che avevo fatto la sera precedente alla prima e ultima donna che io abbia mai amato.
    Non ne abbiamo parlato mai più. Il nostro rapporto è cambiato, le nostre vite hanno preso strade completamente diverse, siamo lontani, in tutti sensi. Ma io ce l’ho qui, in testa, e non c’è modo di lavarla via. Sarò sempre colpevole, in ogni attimo della mia stupida vita.
    Era una calda mattina di maggio, ma il sole e l’aria pulita non bastavano a calmarmi. Avevo un bisogno disperato di chiedere scusa, di riparare in qualche modo, di non lasciarla sola. Per questo ero tornato a casa sua: speravo di parlare, chiarire, farmi perdonare e assicurarmi che stesse bene nonostante tutto. Ciò che vidi, invece, non era quello che mi aspettavo.
    Maya era a terra, arresa come una bambina di fronte a un soldato nemico. Tremava, piagnucolava il nome di Simone, non sembrava più un essere umano. Era quasi un mucchietto di polvere.
    Il cuore mi si strinse: capii che era stata la paura ad annientarla. La paura di me.
    “Piccola...”
    Le accarezzai la testa, e lei urlò per il terrore. Ci riprovai, ma la reazione fu la stessa. Gridava, si dimenava a terra, piangeva, si graffiava il viso. Era impazzita. Dovevo fare qualcosa per calmarla. La sollevai dal pavimento e lei urlò di più, scalciava, iniziò a tossire, sudava. Non capivo cosa avesse e non sapevo come potevo aiutarla. D’istinto la riportai in camera sua, la distesi sul letto e provai a scuoterla per farla tornare in sé, ma non funzionava.
    “Maya!”
    Lei continuava a dire cose senza senso, a contorcersi, e io provavo a bloccarla. Con una mano avvolsi entrambe le sue, per i polsi, mentre con l’altra le tenevo premuta la fronte di modo che non scuotesse troppo la testa. Ero convinto di non essere la persona più adatta a farla rinsavire. E come avrei potuto, io che ero la causa del suo malessere? Altre soluzioni non c’erano, però. Dovevo agire nella maniera migliore perché quell’incubo finisse.
    Premetti le labbra sulla sua tempia, dove impressi tantissimi, piccolissimi baci. Sapevo che, quando Maya era agitata, fare e ricevere quel gesto la calmava.
    Il suo pianto disperato non si arrestava, ma io continuavo, e le sussurravo all’orecchio che andava tutto bene. Pian piano i tremori si affievolirono, finché non si placarono del tutto. La mano che tenevo sulla sua fronte si spostò prima sulle sue guance e poi tra i capelli. La sentii rabbrividire.
    “E’ tutto ok, Mimì.”
    Iniziò ad assecondare le mie carezze, a cercarle. Liberò le sue mani dalle mie e mi abbracciò. Era talmente disorientata e confusa che stringersi a me era l’unica cosa che potesse venirle in mente. Pianse ancora, ma in silenzio. Si era spaventata a morte per ciò che le era successo.
    Volevo essere attento a non sbagliare, a non farla scivolare di nuovo, ora che stava ritrovando l’equilibrio. Continuai a coccolarla per tutta la durata del suo pianto muto, e quando finì provai a scostarmi un po’ per osservarla bene in viso.
    Era semplicemente distrutta. La sua pelle non aveva più colore, gli occhi erano gonfi e arrossati. C’erano i segni dei graffi ancora freschi e i lividi che io le avevo procurato la sera precedente, che le occupavano in particolare la metà destra del volto. Era quasi irriconoscibile, e quell’orrore era stato fatto da me. La accarezzai con le nocche, piano, e lei si adagiò in quel tocco come aveva fatto poco prima.
    “Va meglio?”
    Annuì serrando le palpebre e rincantucciandosi contro di me. “Non te ne andare.”
    Non capivo. Stava male, per colpa mia, ma mi chiedeva aiuto, mi voleva con sé.
    Ho sempre detto che Maya ha un bisogno grande di amare, che molto spesso diventava irrazionale. Forse era per questo che, nonostante quello che le avevo fatto la sera prima e la paura che le aveva fatto perdere il cervello per qualche terribile minuto, mi cercava e mi implorava di non lasciarla. E’ una persona molto fragile e bisognosa di cure, affetto, protezione. In quel momento ero io a potergliene dare, e quindi era giusto così. E poi Maya ha uno strano modo di sentirsi legata alle persone: quando sente che le anime sono un po’ lontane, che non combaciano bene, esige che siano almeno i corpi a farlo, per coprire quell’imperfezione. Infatti non mi sorpresi minimamente quando il lungo bacio che mi stava dando acquistò un sapore piccante. Lei si era spostata su di me, continuava a baciarmi e mi accarezzava l’inguine. In un primo momento provai a resistere, a farle capire che sarebbe stato meglio evitare, che le parole sarebbero state più utili a chiarire. Ma aveva ragione lei: in certe situazioni si comunica meglio così. Volli però dare più dolcezza possibile a quell’incontro, anche per ripagare tutta la crudezza del precedente.
    Con movimenti lenti e pacati mi girai, così da averla tra il mio corpo e il lenzuolo, e iniziai a spogliarla, ma solo dopo aver avuto il consenso dai suoi occhi traboccanti. Presto fu nuda, e mi apparve più forte di sempre. Non saprei nemmeno dire perché. Presi entrambi i suoi seni tra le mani, ma erano così grandi che a malapena riuscivo a stringerli. Erano perfetti: la forma, il colore dorato, la consistenza maledettamente dura che mi faceva perdere la testa. Mi spogliai anch’io, e il rituale ebbe inizio. Occhi negli occhi, mani nelle mani. Sentii che noi due, insieme, eravamo un piccolo cosmo. Niente, niente mai avrebbe potuto spazzarci via.
    Ma mi sbagliavo, e me ne accorsi poco dopo, quando i nostri corpi stremati e accaldati si accarezzavano.
    “Ti amo, Shannon” mi sentii dire.
    Ma io, ca**o, mi chiamo Mattia. Mattia.
    Non soffrii molto, forse perché non mi meravigliai affatto. Non sapevo dire se si fosse solo sbagliata o se credeva che io fossi Shannon. Maya aveva un disperato bisogno di amare ed essere amata da qualcuno, per vivere davvero. Capii solo allora che quel qualcuno non potevo essere io.




    Ciampino (Roma), 20 maggio 2009
    Mattia




    Per qualche secondo mi fermo in silenzio ad osservare la mia ragazza, con una spalla poggiata allo stipite della porta del bagno. Lei è davanti allo specchio a legare i capelli in una coda alta, e lo fa con attenzione, per renderla perfetta.
    Mi muovo verso di lei, da dietro, e le poso un bacio sulla spalla. E’ un tantino frigida, non si muove né ricambia le mie effusioni. La bacio ancora, stavolta dietro l’orecchio, e si arrende. Chiude gli occhi e mi lascia stringerla un po’.
    “Hai pranzato, amore?”
    Annuisce, ma so che non mente, ormai non sa più farlo. La ricompenso calcandole le mani sulla vita stretta e invitandola a girarsi verso di me. Lo fa senza esitare.
    Purtroppo sono passati ancora pochi giorni dal fattaccio, quindi i segni sono ancora ben evidenti. Mimì si sta rifiutando di uscire di casa proprio perché non vuole che la gente sappia e capisca, nemmeno i nostri amici. Io... io non lo so... ho già fatto troppi danni, vorrei che sia lei a scegliere.
    “Tu?”
    “Ho mangiato il panino che mi avevi fatto stamattina.”
    “Ah, già” si stacca da me ed esce dal bagno. La seguo fino al salone, dove una torre di panni da stirare la sta aspettando. Il ferro è già caldo. Inizia il suo lavoro senza fare un fiato. Io invece mi stendo sul divano : voglio proprio rilassarmi dopo una mattinata di allenamenti. Nel pomeriggio però dovrò tornare in piscina a fare i corsi di nuoto neonatale.
    Accendo la tv, che si sintonizza su un programma di cucina. Mi affretto a cambiare canale prima che mi venga l’orticaria.
    “Dobbiamo parlare” mi sento dire dalla voce incredibilmente ferma di Maya.
    Spengo subito la tv e mi gratto la pancia. “Che c’è?”
    Sbuffa, imprecando sottovoce contro la nuvoletta di vapore che, uscita dal ferro, le ha sommerso il viso. Interrompe ciò che stava facendo e mi si mette davanti, in piedi, con le braccia conserte, ma non in segno di sfida, quanto di inquietudine. La vedo molto fragile, addirittura più del solito, e mi sento uno scemo a non capire dov’è il problema.
    “Parto, Matty. Io... devo. Devo farlo.”
    Ora le sue mani sono entrambe sulla testa, quasi per evitare che esploda.
    “Parti?!”
    “Sì. Sì, è... non posso più... Mi dispiace.”
    E corre, scappa. Stamattina è così, un’ombra che sfreccia tra le stanze. Mi alzo e la inseguo: è in camera sua, ha tirato fuori la valigia da un angolo remoto dell’armadio, l’ha aperta e poggiata sul letto, e inizia a riempirla con qualsiasi cosa le capiti tra le mani.
    “Si può sapere che cos’hai?”
    “Niente che tu non sappia già” continua frenetica a rimpinzare la valigia di vestiti e biancheria. “Ma non posso ancora prendere in giro sia te che me stessa.”
    Non sta piangendo. Ha finito la scorta di lacrime.
    C’è un sentimento che la tormenta e che non la lascerà in pace finché non gli darà ascolto. Perché dovrei trattenerla? Ormai non c’è più niente da proteggere. La nostra relazione si è spenta col primo schiaffo che le ho dato. Non merito di averla accanto, ho paura di farle male di nuovo e non voglio che succeda. Lei per me è tutto, tutto, e voglio che abbia solo il meglio.
    Il meglio.
    E’ per questo che taccio, acconsentendo alla sua decisione. Maya era lontana con l’anima, ma da sempre. In fin dei conti, ora non cambierà molto: il sogno di una vita insieme è già sfumato.

  7. #97
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    Predefinito Re: Just like heaven

    Los Angeles, CA, 22 maggio 2009, ore 15.00


    Maya



    Se non fossi qui con un preciso intento, forse presterei più attenzione al paesaggio che mi circonda. L’aria inevitabilmente si spinge nelle mie narici: è fresca, frizzante, forse anche un po’ dolciastra, ma non mi soffermo troppo su cose così frivole quando invece ho un cuore in ebollizione.
    Sono fuori dall’aeroporto. Mi guardo intorno per cercare visi familiari tra tutti quelli che mi circondano. Come se fosse possibile! Però, sarebbe tutto più facile se Shan fosse qui e, che so, mi si parasse davanti senza che io mi sbizzarrisca a cercarlo in giro per la città. Come correrei ad abbracciarlo!
    Ma basta, Maya, svegliati, non perdere altro tempo, ché già ne hai poco. Ok. Ok, ora sono di nuovo in me, presumo. Bene, iniziamo col fare il primo passo di questa maratona: dove devo andare? Estraggo il cellulare dal taschino dello zaino stracolmo e cerco il messaggio che vale oro colato.

    7714 Melrose Avenue.

    Questo è l’indirizzo che mi serve, quello del The Hive. Shannon è di sicuro lì. Beh, di sicuro forse no, ma ci sono buone probabilità e, se non lo trovo oggi, mi apposto lì e aspetto che si faccia vivo, un giorno o l’altro. Spero presto, che non ho quattrini a sufficienza per mantenermi qui a lungo!

    Passiamo allo step two: ho bisogno di un taxi. Nessun problema, questo posto ne è pieno! Mi accosto ad una macchina guidata da un uomo di mezz’età dalla simpatica aria messicana e muovo una mano per richiamare la sua attenzione. Sembra pensieroso, ma non malinconico, quasi fosse perso in ricordi piacevoli che gli disegnano un sorriso beato sul viso.
    “Salve” pronuncio, un po’ imbarazzata. “Posso venire con lei?”
    Posso venire con lei? Ma come mi è uscita? Manco fossi una bambina che scongiura la baby sitter di non lasciarla sola! Per fortuna però il tassista sembra non farci caso, anzi, pare divertito nel vedermi così, tutta spaesata, che a malapena mi ricordo quale lingua devo parlare.
    “Certamente, signorina, venga!” con uno scatto rapido scende dalla vettura e mi si avvicina. E adesso che fa? Oh, mamma, ecco che succede come nei film, guarda. Ah, che stupida che sono, ma no! Vuole solo aprirmi la portiera per farmi entrare! Ma com’è gentile, signore! Lo ringrazio, mi seggo sul sedile, poi aspetto che lui torni al suo posto.
    “Dove la porto?” mi domanda, iniziando ad uscire dal parcheggio.
    Gli ripeto l’indirizzo che ho letto pochissimo fa, poi entrambi tacciamo mentre la macchina va ad inserirsi, come un tassello mancante, nel mosaico del disordinato traffico losangelino. Quanto ci vorrà? Mi sembrerà, in ogni caso, un’era geologica, e di questo ne sono consapevole. Non ho di che affliggermi, per ora, anche se l’ansia mi martella il cuore tanto da farmi temere di ritrovarmi col petto bucherellato come uno scolapasta. Voglio una sigaretta. No, non è vero, non voglio una sigaretta: non posso fumare in taxi. Uff, cavoli, l’auto-convincimento non ha mai avuto successo con me. Voglio una sigaretta, ne ho bisogno, devo rilassarmi. Eh, no, no. Poi puzzo di fumo e non sarebbe il massimo. Già faccio schifo così, dopo quel viaggio lunghissimo, mi ci manca solo la scia di tabacco e poi sì che sono da buttare in discarica! Neanche se mi rottamassero ci ricaverebbero qualcosa! Evviva l’autostima. Ma che posso farci, sono una grassa, acida e impresentabile nana con i piedi lunghi come transatlantici, che non sono esattamente ciò che di più sexy e femminile si possa richiedere, per non parlare del naso da suino, del sedere a papera, o ancora del dente sbeccato anche se non si nota molto, i lividi vari o la fronte larga come un campo da golf!
    Certo che sono proprio scema. Sono dall’altra parte del mondo per rivedere l’uomo che amo, e che in che pensieri mi perdo? Ah! Dio, dev’essere la stanchezza del viaggio a farmi delirare così.
    Mi abbandono dunque meglio al sedile della macchina, guardando distrattamente fuori dal finestrino i filari di palme che si snodano ai due bordi delle strade. Sono a Los Angeles. A Los Angeles, dove vive l’unica persona che sa dar pace a questo cuore imbizzarrito!

    Sto arrivando, Shan! Sono sotto il tuo stesso cielo. E’ un mese che siamo lontani, e ora... ora so quanto vali tu per me. Credimi, anche se non sono capace di dirtelo né di dimostrartelo come vorrei e se ho sbagliato tante volte. Però sei importante, lo sei davvero, e io non ce la faccio più a fingere il contrario. Mi manchi, è scontato, ma è così. Mi manchi troppo, perché con te mi perdevo tutte le volte per poi ritrovarmi nel fondo dei tuoi occhi, e ne uscivo sempre da persona migliore. Perché tu avevi quel potere di pescare l’anima mia e farla riaffiorare in superficie, e lei respirava, respirava te.



    **


    Entro. Non entro. Oh, mamma, ho paura. Ma che paura, Maya, piantala! Non fare la bambina!
    Qualcuno esce dalla porta, parlando al telefono. Conosco questi capelli biondi con la ricrescita, questo corpo da grissino che riveste un’anima tutto pepe e fantasia... Jared! Mi è mancato anche lui! Non posso disturbare la sua conversazione. Nemmeno si è accorto di me! Beh, certo, direi. Sono nascosta dietro un bidone dell’immondizia. Che puzza. Miseriaccia. Meglio togliersi di qua.

    Salto fuori con un balzo, ma Jay proprio non mi nota. Sembra anche parecchio arrabbiato con la persona con cui è al telefono. Fantastico... Ah, ecco, sta chiudendo la chiamata. Magari ora posso disturbarlo. Sempre con discrezione.
    Faccio scorrere le rotelle della mia piccola valigia sul marciapiede. “Jared...?”
    Mi ha vista, ha sentito che lo chiamavo, ma non mi riconosce. Abbassa poco poco gli occhiali sul naso, per vederci meglio. “Ma che... no... no!” ride. “Pensavo non avresti più capito che questa era la cosa più giusta da fare!”
    Mi abbraccia, ma non così forte come fa Shan, mi scompiglia la frangetta. Non sembra per niente sorpreso, ma solo felice. Forse in cuor suo sapeva che un giorno o l’altro avrei fatto la pazzia di venire a dare la caccia al suo fratellone.
    “Shan è qui?” gli chiedo subito, senza esitare.
    “No, piccola, è in spiag-COSA CA**O HAI FATTO?”
    Ecco, quello che temevo. Gli era sfuggito, all’inizio, che ho un occhio nero. Beh, avevo gli occhiali da sole di proposito, per nasconderlo... stupida me, li ho tolti senza pensarci.
    “Ah, ma niente, una sciocchezza delle mie! Sono caduta dalle scale.”
    Aggrotta le sopracciglia, ma ha capito, e ha capito anche che non deve fare domande, perché non mi aiuterebbe affatto. Mi sorride con un po’ di tristezza e abbassa la voce.
    “Quanto tempo ti fermi a LA?”
    “Non so... non ho molti soldi per trattenermi troppo... in realtà devo ancora trovare un albergo” indico con la testa la valigia che ho portato con me.
    “Albergo? Ma scherzi? C’è casa mia!”
    Oh, no, no, per carità. Casa sua è dove abita pure Shan, io che ne so che...
    “No, guarda, ti ringrazio, ma... non lo so come può andare con tuo fratello, non possiamo stare sotto lo stesso tetto... e poi non voglio pesarti!”
    “Tu ti fai troppe paranoie. Vieni!” mi prende la valigia e si allontana in direzione di un suv blu scuro parcheggiato a una ventina di metri da qui. “Hey, non mi segui?”
    Ah, sì, cacchio, non stavo capendo più niente. Mi rimetto gli occhiali (meglio!) e mi affretto sulla scia di Jay.
    “Scusa la domanda... ma dove stiamo andando?”
    “Prima a casa mia, così sistemi le tue cose nella stanza di quel pazzo...”
    “No, il pazzo sei te! Mica posso dare tutto per scontato! Insomma, Jay, non possiamo ancora sapere se...”
    “Ok, ok, va bene! Se preferisci c’è comunque la stanza degli ospiti.”
    “Ecco, andrebbe già meglio.”
    “Bene, allora ti accomodi in casa, ti riposi, ti fai una doccia e tutto quello che ti serve, e poi andiamo a Malibu da Shan. Che ne dici?”
    “Per me va bene... salgo?”
    “Eh, certo, mica ti lascio qua” mi sorride mentre si mette la cintura.
    Salto in macchina (che fatica! Essere bassi è imbarazzante, soprattutto in momenti come questi, quando a malapena riesci a metterti sul sedile) e tiro un sospiro. Mi rilasso. Ok, non c’è più nulla di cui preoccuparsi. Sono a LA, ho incontrato Jay, ora sistemo tutto e poi... beh, poi vado a cercare quel nanetto. Chissà che sta facendo. Sorrido. Immagino già il sorriso buffo di quando mi vedrà.

  8. #98
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    Predefinito Re: Just like heaven

    Un allegro gruppetto di cinque, sei persone, sta giocando con la sabbia. Palette e secchielli sono sparsi ovunque vicino a loro. Ridono, sembra che si divertano.
    Da una parte non vorrei disturbarli, ma dall’altra me ne frego.
    Cammino lentamente sulla sabbia calda. Non brucia troppo. Ho tolto i sandaletti, li porto in mano e lascio che ondeggino allo stesso vento leggero che mi pettina i capelli all’indietro. Guardo l’oceano. E’così fo**utamente immenso e rabbioso. Chissà se si è stancato di allungarsi su queste coste. Forse vorrebbe alzare i tacchi e andarsene da qui. Magari anche lui, come me, ha un sogno da rincorrere. Lo guardo ancora. Sarà bello sentire la sua musica: la terrò come sottofondo della mia esperienza qui a Los Angeles. Mi accompagnerà in ogni momento, ne sono certa.

    Passo dopo passo mi sto avvicinando al gruppetto. Riesco a distinguere Shannon, eccolo lì a riva! Sta prendendo l’acqua con un secchiello. Ha dei jeans chiari e leggeri, corti fino al ginocchio, e una canottiera nera. La sua testa è coperta da un cappello di paglia, e gli occhi da un paio di Ray Ban scuri.
    Le mani mi tremano un pochino, un brivido mi inumidisce la spina dorsale. E, amiche, sappiate che quando sentite freddo in spiaggia a Malibu nonostante ci sia un sole da record, ebbene, mi sa che avete trovato la persona giusta.
    O, almeno, è quello che auguro per me.
    Ho tanta voglia di correre lì da lui, che sta riempiendo il secchiello in mezzo alle onde, per abbracciarlo forte e cadere in acqua tutti e due insieme, e ridere, ridere ancora, forte fino a sentir male alla pancia. Voglio le sue coccole, le sue mani un po’ ruvide, i suoi abbracci da piovra...
    Li avrò presto, devo stare tranquilla. Alla fine Jared ce l’ha fatta a convincermi. Lui mi ha detto che sono rimasta nel cuore di Shan, anche se frequenta altre persone e sembra tornato quello di sempre. Io mi fido, so che Jared non mente su queste cose.
    Sono a pochissimi passi dal gruppetto che gioca a costruire castelli di sabbia. Shananà è tornato alla base, trionfante col suo secchiello d’acqua, e ora è inginocchiato a terra, a scavare. Mi avvicino in direzione della sua schiena. Nel frattempo, qualcuna delle ragazze che sono con lui prova ad invitarmi ad andarmene, sfoggiando un bello sguardo fulminante. Non può bastare così poco a demotivarmi.
    Metto i sandaletti in borsa e stringo forte forte le braccia attorno al suo collo arrossato e riscaldato dal sole. Ciao, amore! Lui perde un po’ l’equilibrio verso avanti, ma non cade, si prende solo uno spavento.
    “Ma che caz..?”
    Si protegge mettendo le mani avanti e inchiodandole alla sabbia di modo che eviti di schiacciare la faccia lì sopra. Lo lascio subito libero, anche perché non voglio massacrargli la schiena, quindi scivolo giù da lui, raggomitolandomi da un lato.
    Si gira subito a guardare l’intruso che ha osato disturbare il suo momento di gioco. E non parla. E’rimasto a bocca aperta, povero! E’ così sorpreso da aver perso la parola!
    “Hey, amore!” gli sorrido cercando di farlo riprendere. “Amore..? Amor-AAAH!”
    Si è risvegliato tutto di un colpo e mi sta stringendo tra le braccia, forte. Mi fa anche male, ma non importa. E’ sudato e bollente, non vorrei che si scottasse, il sole brucia parecchio qui... Ah, ahi, la spalla... la spalla massacrata... Che dolore!
    “Non hai idea di quanto...” sussurra con la voce un po’ incrinata. Ma dai! No, amore! “...di quanto ho aspettato questo momento.”

    Amore... amore grande, che tenerezza che mi fa. Allento di poco l’abbraccio, e così posso sistemarmi in modo da potergli dare un bacio. Eccolo. Ha fretta, tanta fretta, è agitato, disperato, sembra che debba rubarmi un po’ d’anima per tenersi in vita, e lo fa con classe. Mi chiedo come sia possibile. Sa baciare come nessun altro. E ha proprio il cuore da batterista. Dovreste sentire come tuona, qui, sotto questa canottiera.
    Anche quando il bacio è ormai sciolto teniamo i visi l’uno rigorosamente appiccicato a quello dell’altra. Il suo nasone è sepolto nella mia guancia. Ooh, mi mancava. E sorride, e profuma di tabacco e cose buone, e mi tiene per la vita con una presa dolce, come si fa con qualcosa di fragile e prezioso.
    “Ma stai tremando?” gli chiedo mentre gli accarezzo la schiena. Ha bisogno di respirare a fondo e calmarsi. In realtà ci sta provando, ma l’emozione non lo aiuta affatto. E’ sensibile in maniera sconcertante.
    “Lascia stare, sono un povero scemo” spiega, imbarazzato, stampandomi un bacione su una guancia prima di alzarsi in piedi e porgermi la mano per permettermi di fare altrettanto.
    Con le mani mi tolgo la sabbia di dosso. Mi tengo un pochino indietro rispetto a Shan, che sta parlando con le ragazze con cui stava giocando. Non so se ricambiare i loro sguardi di sfida o cosa. La situazione che si è creata è abbastanza strana, lo ammetto, ma non dipende da me. Cioè, sì, dipende da me. Abbasso gli occhi e faccio prima, ecco.
    “Scusate, ragazze, io... me ne vado, spero che non sia un problema. E’ venuta a trovarmi la mia amica dall’Italia, mi ha fatto una bellissima sorpresa e vorrei passare un po’ di tempo con lei, se non vi dispiace... Maya?”
    Shannon conclude la sua spiegazione girandosi per cercarmi. Sono appena dietro di lui.
    “Dimmi” mi avvicino di quel paio di passi che basta.
    “Vieni, ti presento le mie amiche.”
    Mi faccio coraggio e stiro le labbra in uno dei sorrisi più finti dei miei ultimi ventitré anni. Non voglio fare stupide scenate. Io davvero non sono nessuno per Shan, se non un’amica, come loro. Le mansioni sono le stesse, non è un segreto per nessuno, ma dov’è il suo cuore?
    “Ragazze, lei è Maya. E, Maya, loro sono Claire, Jenna, Lorraine e Sam.”
    “Ciao” pronuncio timida, evitando di farmi incenerire dallo sguardo della mora con la bandana in testa. Un braccio di Shan mi cinge in fianchi con nonchalance, ma basta a ricaricarmi della forza necessaria a non darmela a gambe dalla paura. Queste tizie sono tutte alte e con fisici perfetti, ci metterebbero zero a schiacciarmi!

    “Bene, allora noi andiamo” sorride Shan, tranquillo, passando un ultimo sguardo alle sue simpatiche amiche per salutarle. “Forza, dolcezza, da questa parte” mi sussurra subito dopo, mentre mi guida in una passeggiata sulla spiaggia. Abbiamo talmente tanto da dirci che non sappiamo nemmeno da dove cominciare. Non siamo nemmeno tanto sicuri di chi debba essere il primo a parlare, tant’è che rimaniamo in silenzio per un po’, approfittandone anche per organizzare il discorso da fare.
    Il sole sta quasi tramontando sulle coste della California. Il cielo pian piano si fa aranciato. Mi piace, così. Sulla riva, tante altre orme sono state lasciate da chissà quante persone durante la giornata. Ora ci sono anche le nostre. Le mie accanto alle sue. Ed è strano realizzarlo così, ma finalmente so che non cammino più da sola.





    (continua nel post successivo)

  9. #99
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    Predefinito Re: Just like heaven

    (dal post precedente)

    Shannon


    Mi ha spiegato tutto. Lo ha fatto con estrema semplicità e un pizzico di paura che ancora non si è dissolta. Ha parlato a bassa voce. Gli occhi mi cercavano solo di tanto in tanto, perché per la maggior parte del tempo erano fissi sulle sue mani che si torcevano a vicenda. Tutto il suo dolore mi si è materializzato davanti, e io non posso, non voglio crederci. L’occhio gonfio, i tagli, i lividi, il dente sbeccato, non possono essere opera di una persona innamorata.
    “I graffi sul viso li ho fatti io, però” ha tenuto a specificare.
    Lo giustifica. E non c’è motivo, non c’è più il senso di quell’amore che, ora lo capisco, c’era davvero. C’era, c’era, e c’è ancora, almeno da parte di Maya. Parla di lui come solo chi ama un mostro potrebbe: dipingendolo come il migliore degli angeli. Ma solo perché il sentimento non fa vedere la realtà. Mi ha supplicato in ogni modo di non odiarlo, di non vendicarmi.
    “Non è stata colpa sua. Era solo molto arrabbiato, capisci?”
    No, non capisco. Come si fa a fare del male a una donna? Come si fa a fare del male a questa donna?

    Non ho parole per risponderle. Ho un male atroce allo stomaco. Non riesco a pensare che abbia potuto sopportare tutto questo solo perché amava me. Amare non può essere una colpa, mai, in nessun caso, nemmeno nel suo. Mattia non ha giustificazioni. Dovrebbe marcire all’inferno.
    Non so cosa mi è rimasto da fare. Siamo seduti sulla sabbia e a malapena ci guardiamo. Ho paura di toccarla e farle male, ma ho una voglia tremenda di sentirla sul mio petto, per dirle che non è sola, che la amo fo**utamente e che per niente al mondo la farò tornare in Italia da quel pazzo. Deve stare qui, qui, dove nessuno si azzarderà mai nemmeno a sfiorarla senza prima passare sul mio cadavere.
    E’ bellissima, nonostante la pelle sia più spenta e le gambe molto più magre rispetto a quando ci siamo conosciuti. Degli shorts di jeans le lasciano scoperte, al di sotto di una canotta bianca a fiorellini blu che non le fascia il seno, come invece succedeva spesso, prima, con qualsiasi cosa indossasse. Maya sta pian piano sparendo, e io la osservo, incapace di fare qualcosa per impedirglielo.
    Sta giocando con della sabbia, distrattamente. Se la fa scorrere tra le dita, ne raccoglie un’altra manciata e la lascia cadere giù di nuovo, ripetendo gli stessi gesti in maniera meccanica. Non vuole pensare.
    Io ho paura di esplodere. E non saprei con chi o cosa prendermela, su chi sfogarmi, non ho un dannato rullante da massacrare finché le bacchette non si spezzino. Mi odio. Lei ha pagato per una colpa che era anche mia. Non è giusto. E io non sapevo un ca**o, non potevo fare niente per bloccare quelle mani che la consumavano! Ma devo stare calmo, devo, devo. Così non la aiuto in nessun modo. Devo essere forte io, per trasmettere energia a lei. Chiudo gli occhi. Respiro. Respiro ancora e lascio che il sangue scorra tranquillo. Riapro gli occhi. Maya sta ancora giocherellando con la sabbia.
    Tendo una mano e le accarezzo il braccio, dalla spalla verso giù. Voglio che mi guardi. E infatti lo fa. Sorride in maniera appena percettibile. E’ stanca, triste e preoccupata, ma non vuole darlo a vedere.

    “Vieni qui” le sussurro piano per invitarla ad abbracciarmi. Eccola. E’ uno scricciolo che ha tanta voglia di amare e crede di non saperlo fare. Non ha nemmeno idea di quanto si sbagli.
    “Reggiti forte al mio collo, pulcetta. Ti porto a casa.”
    Mi alzo dalla sabbia con un piccolo sforzo e inizio a passeggiare verso la strada, dando le spalle al mare che brontola.
    “Tutto ok?”
    “Sì sì!” risponde con una tenerezza infantile mentre si sistema meglio su di me. Si aggrappa forte con le braccia alle mie spalle e poi sospira, come una bambina. “Shan, posso chiederti una cosa?”
    “Certo.”
    “Mi dici che sono solo tua e basta?”
    Mi scappa da ridere. Le spettino i capelli e le stampo un bacio sulla testolina. Il suo bisogno di affetto è indice di una mancanza profonda. Ma so colmarla. Sì, sono l’unico che possa farlo.
    “Sei solo mia e basta, pulce.”
    Mi ringrazia con un bacio innocente sul collo.
    “E anche tu sei solo mio e basta” specifica, dandomi un altro bacio. “Quindi di’ alle tue amichette di stare alla larga, capito?”
    “Se proprio ci tieni...”



    Maya


    Le impronte! Le impronte, sì, eccole di nuovo! Mi piacciono un sacco. Sono il segno che dopo il nostro passaggio niente rimane più come prima. La sabbia, che qualche minuto fa era piatta, adesso è tutta bucherellata. Forse è meno bella, ma più vissuta, e questo la rende meravigliosa.
    Le impronte che ci stiamo lasciando dietro adesso non sono più quattro. Sono solo due.
    Ma nessuno è solo.
    Ce n’è un'unica fila perché mi sta portando in braccio.
    E siamo insieme.
    Ed è più bello così, quando lui mi sostiene perché non ce la faccio.
    Perché da sola non ce la faccio.
    Nessuno è nato per essere solo.

  10. #100
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    Predefinito Re: Just like heaven

    Questo è il post n° 100. Wow, devo ammettere che fa un certo effetto... Sono passati due anni!

    Un saluto e un ringraziamento a AnniePhantom e ..Ambrosia BlackRose.. che mi seguono

    Se ci dovessero essere errori, scusatemi. Ho finito di scrivere ora e non ho la mente abbastanza lucida per accorgermene.


    Los Angeles, CA, 22 maggio 2009



    Casa di Jared era esattamente quanto di più strampalato Maya dovesse aspettarsi. Infatti, quel pomeriggio in cui vi aveva fatto ingresso per la prima volta, era rimasta sorpresa e al tempo stesso divertita.
    La confusione regnava sovrana nella villa di North Hollywood. Una confusione creativa, però. Chitarre sparse a terra, pastelli, cavi, cartacce appallottolate che sarebbero state meglio in un cestino, ciotole ormai piene solo di qualche briciola.
    L’ambiente era amichevole e rilassato, familiare, semplice. Era insomma una casa da vivere, non una casa museo dove ogni suppellettile dovesse rimanere nello stesso esatto posto in cui era stata disposta.

    Maya si era trovata subito a suo agio. Jared l’aveva fatta accomodare nella stanza degli ospiti, una modesta ma accogliente camera dalle pareti bianche, come tutto il resto della casa. A parte il letto, di legno chiaro, vi erano un piccolo armadio e un comodino. Una porta-finestra si apriva sul lato destro della casa, affacciandosi su una sottile striscia del giardino che continuava sul lato posteriore, dove ospitava una piscina.
    Le piaceva quell’angolino. Lo sentiva già suo. Era proprio ciò che più le si addiceva, e anche Jared era soddisfatto di vederla tranquilla, pur sapendo che quella sistemazione non sarebbe durata a lungo.
    Infatti, com’era prevedibile a Jared Leto, un tipo molto arguto che però a volte -come in questo caso- arguisce anche cose che sono alla portata di una vasta fetta d’umanità, appena Maya tornò a casa insieme a Shannon tutto cambiò.
    Il batterista, senza pensarci due volte e sotto gli occhi impotenti di quella che ancora non si era capito se fosse la sua ragazza, la sua amica o la sua badante, aveva infatti sollevato la valigia e lo zaino che si trovavano nella stanza degli ospiti per portarla altrove.
    Ed è facilmente intuibile dove, senza che ci sia Jared Leto ad illuminarci di sapienza.

    La stanza di Shannon era, nemmeno a dirlo, più grande, luminosa e spaziosa, tuttavia non era molto più piena. Un armadio, due comodini ai lati del letto e una lampada da terra. Ecco tutto. Era in effetti abbastanza vuota, ma le esigenze del suo occupante non richiedevano altro. Una porticina bianca lucida era ritagliata all’interno di una parete dello stesso colore, tanto che sfuggiva agli sguardi sommari. Oltre di essa era il bagno personale di Shannon.
    E di chiunque si avventurasse, debitamente o meno, tra le lenzuola del semi anziano, eppure ancora piacente, Leto.
    “Per fortuna una parte dell’armadio è libera, puoi già usarla” la informò Shannon, sudaticcio per il caldo. Si era tolto la canottiera, ormai umida, buttandola sul parquet, nel bel mezzo della stanza. “L’avevo svuotata tempo fa, quando avevamo deciso che avresti passato l’estate da me. Ti ricordi?”
    Maya annuì, andando a sedersi sul bordo del letto. Il materasso era più duro del suo, ma anche più comodo.
    “Non ho mai voluto riempirla di nuovo. In fondo ho continuato a sperare che un giorno qualcuno avrebbe preso posto nel mio cuore e nella mia camera.”
    “Qualcuno?”
    “Sì, qualcuno. Sto cercando la persona che ne abbia il coraggio.”
    “Pff, ma piantala” rispose lei, stendendosi in tutta risposta. “Il coraggio non basta, per stare con te. Dovresti averlo imparato.”
    Shannon, vedendola così, abbandonata sul suo letto, che praticamente gli si offriva su un piatto di argento, non ignorò la tacita chiamata. Si avvicinò a passo lento e usò la voce morbida di quando voleva essere persino più sensuale del solito. “E’ vero. Bisogna essere proprio dei pazzi masochisti.”
    “Può darsi” rispose Maya con un mezzo sospiro che non chiarificava meglio il discorso. Gli occhi neri erano fissi al soffitto, stanchi ma non per questo spenti. “Posso essere la tua pazza masochista?” chiese poi, così, dal nulla, con un tono un tantino più vitale.
    La prima reazione di Shannon fu una risatina, mentre si stendeva sopra di lei e le si abbarbicava stretto. “Mi stai chiedendo di essere la mia ragazza, quindi.”
    La mora annuì tra i baci che lui le stava disseminando tutto attorno al collo. Iniziava a sentire caldo e freddo insieme. Gli accarezzò la testa e trattenne le dita nei capelli sottili. Le erano mancati. Aveva quasi dimenticato cosa si provasse a sentirseli tra le mani. Erano pochi e corti, sì, ma lisci e morbidi in maniera quasi inspiegabile. Le piacevano, sfumati di lato. Sembrava di star accarezzando del velluto. Un soffio di tenerezza le tracciò un sorriso dolce sul viso, annebbiato subito dal ricordo di un’altra testa, ricoperta da solo qualche millimetro di capelli folti e rasati dove le mani le scorrevano fluide, quasi pungendosi. E con l’altra testa, ritornarono l’altro profumo, le altre labbra, l’altro respiro...
    Si irrigidì. Le mani scivolarono via dalla testa di Shannon e ricaddero sul materasso con un movimento rigido. Per un attimo temette di non sapere più chi fosse l’uomo che la stava spogliando.
    Ma puntuale come un orologio svizzero, per una volta, arrivò un bacio a scioglierla di nuovo e confortarla. Come poteva non riconoscere il sapore, la passione di Shannon, la temperatura e la morbidezza delle sue labbra?
    Mai era stata così felice. Rispose al bacio e si lasciò guidare, si abbandonò per qualche secondo come se stesse galleggiando sul pelo dell’acqua. Tutto cambiò subito e senza dispiaceri quando la sua coscia incontrò qualcosa dall’indubbia consistenza.
    “Cosa succede lì sotto, Leto?” gli domandò tra le labbra, sorridendo.
    “Cosa vuoi che succeda? Quello che deve succedere” rispose l’altro con un sussurro affaticato.

    Fare di nuovo l’amore fu persino più appassionante dell’ultima volta, in quella camera d’albergo a Roma. Si erano ritrovati, si erano ritrovati davvero, ed erano liberi di amarsi senza paura perché non era mai stato più lecito di così. Fu concitato quanto bastava, e al tempo stesso fu dolce come doveva. Pian piano il guscio che ricopriva ognuno dei due si sgretolava. Non c’era più niente che impedisse loro di prendere il volo insieme. Il sudore colava, le preoccupazioni diventavano polvere e sarebbero state portate via dalla prima folata di vento. Stavano lasciando dietro di sé tutte le contraddizioni della loro storia sofferta. I corpi tremavano e le anime si spingevano fuori dal bozzolo, nascevano veramente, per la prima volta.
    Il vero Shannon stava facendo la conoscenza della vera Maya. Qualcosa di unico era giusto dietro la loro porta.
    No, non in senso metaforico.



    **


    Jared era rientrato nella sua umile dimora dopo aver cenato con un’insalata poco condita e una fetta di pane tostato, il tutto servito in uno dei tanti locali che frequentava con assiduità.
    Parcheggiando la macchina in garage, vi aveva scorto anche la moto di Shannon, capendo quindi che doveva essere lì, insieme alla sua bella. Bella, poi... Carina, forse. Beh, sono gusti. Non è che si è belli solo quando si è biondi.
    Ma questo il sapiente Leto sembrava ignorarlo, più per convenienza che per reale convinzione.
    Era insomma tornato nel suo regno con la sicurezza di trovare suo fratello e Maya, e invece rimase deluso quando chiamò entrambi e nessuno rispose, a parte l’eco. Silenzio. No! Spalancò gli occhi blu e tese le orecchie. Qualcosa si sentiva, si sentiva eccome...
    E lui era troppo perfido per resistere.


    (continua nel post successivo)
    Ultima modifica di Baby Blue; 27-06-2011 alle 19:31

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