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TW superstar
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Rieccomi.
E' sempre un piacere aprire una nuova discussione in questa sezione; non voglio stare a dilungarmi troppo, spero solo che questa mia ennesima fan fiction sia di vostro gradimento, spero di riuscire a portarla a termine e spero che vi emozioni come ha emozionato me nello scriverla. Alla mia migliore amica, che spera da tanto di leggere qualcosa scritto da me ed io non l’accontento mai. Alla mia migliore amica, che mi sta sempre accanto e mi sopporta, anche quando sono insopportabile. Alla mia migliore amica, perché ogni suo abbraccio è un dono. Perché non ti lasci salvare da me? Prefazione. Una volta ho letto che i giorni di sole sono i migliori, i più belli, i più felici, i più allegri, quelli in cui puoi uscire e divertirti senza pensare a nulla. Ma oggi c’è il sole e non vedo niente di perfetto. Ho sempre pensato che quando si scappa dalla propria vita debba piovere, nei libri è sempre così. C’è sempre la notte, le tenebre e acqua che cade dal cielo e si confonde con le lacrime delle persone che se vanno. Ma oggi c’è il sole che splende nel cielo. Nei libri è sempre tutto perfetto, qua non lo è mai. Qua non lo posso nemmeno chiamare realtà, perché questa non è vita. Capitolo uno. Il sole era alto nel cielo, il cielo era azzurro ed ospitava qualche nuvola di passaggio, le nuvole di passaggio erano bianche e restavano solo per qualche minuto proprio come le lacrime di Eleonora mentre buttava qualche vestito nel suo zaino. Eleonora passò velocemente davanti allo specchio, si sistemò il trucco ed uscì di casa. La sua nuova vita stava per iniziare, ma non era ancora arrivata in stazione che pensò di tornare indietro, sistemare i suoi vestiti nell’armadio e continuare a vivere facendo finta che tutto andasse perfettamente, che qualunque cosa accadesse fosse la migliore. E così fece. Non aveva abbastanza coraggio per abbandonare tutto e risolvere i suoi problemi. Non era mai stata una ragazza coraggiosa, non aveva mai fatto nulla per distinguersi dal branco, non aveva nessun talento particolare; era una semplice ragazzina, una diciassettenne come tante altre, che forse pensava e sognava troppo. Rientrò in casa, ripose i vestiti nel suo armadio, prese il biglietto per Milano e lo mise nel suo vecchio nascondiglio: non era ancora pronto per essere obliterato. Eleonora non riusciva a credere ai suoi pensieri: aveva programmato tutto da mesi, era tutto perfetto e già per la seconda volta tornava a casa, riduceva in briciole i suoi piani. Eleonora non era forte, Eleonora era sempre stata piuttosto fragile e si nascondeva dietro i suoi silenzi. Eleonora non era molto socievole, aveva pochi amici e la maggior parte di essi li aveva visti solo in web-cam. Eleonora odiava il suo paese, odiava essere a poco meno di un’ora da Roma e non averla mai visitata, odiava abitare in un territorio che sembrava di nessuno, dimenticato da tutti. Odiava avere dei genitori sempre troppo presi per curarsi di lei, odiava non avere né sorelle né fratelli con cui poter parlare almeno un po’, odiava non avere animali domestici da poter coccolare, odiava vivere nella solitudine. Odiava andare a scuola, anzi, odiava le persone che incontrava a scuola, odiava qualsiasi forma di vita e le eccezioni erano davvero poche, odiava non saper dialogare con nessuno. Odiava voler provare qualsiasi cosa e non poter fare nulla, odiava aver visto “Ho voglia di te” e aver sentito Pallina dire che desiderava fare ogni esperienza e a trent’anni guardarsi indietro ed essere consapevole di non aver tralasciato nulla, odiava sapere che non sarebbe cambiato mai nulla se lei non si fosse data una mossa, odiava non saper prendere decisioni, odiava avere dei sentimenti, odiava sentire troppo il suo cuore, odiava non saper vendicarsi, odiava non sapere odiare abbastanza. Passò buona parte del pomeriggio sdraiata sul letto ad osservare il soffitto e ad ascoltare musica, ad un certo punto infastidita da tutte quelle belle parole come “Tutto è possibile”, che non erano la realtà, si recò in cucina e notando che erano da poco passate le otto cenò. Non si preoccupò di cucinare anche per i suoi genitori, non si chiese nemmeno dove fossero: era abituata alle loro assenze, ai loro ritardi non giustificati, ai loro rientri non avvisati. Preparò la cartella per il giorno seguente mentre chiedeva al tempo di passare in fretta, non ne poteva più della scuola e non vede l’ora dell’estate. Non che le cambiasse molto, ma almeno non doveva svegliarsi presto e non doveva uscire di casa per attraversare quel suo paesino sperduto nella campagna. Ancora tre giorni e potrai tornare nel tuo amato letargo, pensò Nora. E così spense la luce. In quel momento sentì la porta d’ingresso aprirsi e diversi rumori: erano rientrati i suoi genitori. Eleonora decise di addormentarsi più in fretta che poté. Il mattino seguente si svegliò insieme con il primo raggio di sole. Fece tutto di fretta e senza creare rumore, poichè non voleva che i suoi genitori si svegliassero, non aveva voglia di parlare; prese lo zaino che poche ore prima aveva contenuto i pochi vestiti che le sarebbero stati necessari per i primi giorni a Milano, ma che aveva riposto nell’armadio, cacciò dentro i libri che avrebbe dovuto consultare durante le lezioni di quella mattina ed uscì di casa. Era presto, tremendamente presto, ma lei amava passeggiare con l’aria fresca delle mattine di Giungo contro gli occhi che si inumidivano. Fece quattordici volte il giro delle diciassette case che costituivano il suo paese. Diciassette, porta pure sfiga, pensò entrando a scuola. Commenti.
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Ultima modifica di {Alis*; 21-08-2009 a 19:36. |
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TW superstar
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Capitolo due.
La giornata scolastica, molto faticosamente, giunse a termine. Ad Eleonora sembrò che il tempo si fosse fermato proprio nel mezzo dell’ora di arte. Le piaceva quella materia, era sicura che avrebbe amato girare per i musei ed ammirare varie sculture, se solo ne avesse avuto la possibilità, ma odiava quella scuola e odiava ciò che insegnavano in quella scuola. Tante volte si rendeva conto che i suoi ragionamenti non erano molto logici e che sarebbero crollati alla prima obiezione, ma tanto nessuno le avrebbe mai chiesto cosa si aggirasse nel suo cervello. Per tornare a casa fece il giro largo, amava passeggiare. Dal suo LG tribe, l’unico regalo che i suoi genitori non le avevano negato, si connesse ad MSN. Aprì il gruppo “Like a storm of life” e cercò Marianna, la sua migliore amica. Fortunatamente la trovò in linea e prima che riuscisse ad aprire una conversazione, l’amica le fece un trillo, evidentemente era in casa e con un computer normale era più facile contattare la gente. Mari ti ha appena inviato un trillo. Nora scrive: “Ti odio u.ù” Mari scrive: “Mi diverto a farti i trilli, ti prego, lasciami fare” Nora scriva: “Oh, Mari, che noia!” Mari scrive: “Facciamo che ho un limite di cinque trilli a conversazione e posso chiudere e riaprire una nuova conversazione solo ogni tre minuti XD” Nora scrive: “No, non se ne parla neanche” Mari scrive: “E vabbè… come stai?” Nora scrive: “Tu?” Mari scrive: “Bene, ma non hai risposto alla mia domanda. Norì, so che non risponderai bene, ma rispondi, per favore” Nora scrive: “Ci ho riprovato, non ci sono riuscita” Mari scrive: “Nora, giuro che se non ti sbrighi ad andartene da lì, vengo a rapirti!” Nora scrive: “Ah, sarebbe tutto molto più semplice” Mari scrive: “No, Norì, devi farlo da sola. Ti voglio bene, lo sai, è per questo che voglio che tu venga via da lì. Finirai per soffocare. Prendi un biglietto per Roma, per Napoli, per Milano, per Trieste, per New York, ma vattene, cerca il posto a cui appartieni” Nora scrive: “Dubito che esista” Mari scrive: “Chi cerca trova! Facciamo una cosa: adesso apri la web, così ti controllo, prendi uno zaino, ci metti dentro qualche vestito e te ne vai” Nora scrive: “Mari, la vedo dura aprire la web: non sono ancora in casa, ma mi hai convinta. Entro, preparo tutto e cerco di farcela per davvero” Chiuse MSN, si scollegò da internet e ripose in cellulare nella tasca del suo Eastapak colorato. Entrò in casa, fortunatamente non c’era nessuno, solo l’odore del fumo delle sigarette di suo padre e quel profumo di vuoto che da anni le facevano compagnia. Cacciò giù un po’ d’insalata, ma non aveva fame, era agitata: sentiva che questa volta ce l’avrebbe fatta, sapeva che la sua vita sarebbe cominciata di nuovo e sperava che non fossero semplici sensazioni passeggere, ma la realtà. Quel giorno a scuola era stato decisivo: aveva capito di non centrare davvero nulla con quelle persone, per la prima volta si sentì veramente fuori luogo. Durante l’intervallo c’erano le sue compagne di classe ammucchiate sui tre banchi davanti a lei e discutevano su quali vestiti avrebbero indossato alla festa di fine anno scolastico quella stessa sera; c’era chi sarebbe andata a farsi truccare in profumeria, chi aveva un appuntamento dalla parrucchiera, chi si era fatta fare un vestito in sartoria. E poi due iniziarono a guardare Eleonora chiedendosi che cosa avesse potuto indossare di elegante quella ragazza con i capelli corti, nero corvino e con il viso per metà coperto da una frangia, non gli era nemmeno passato per la mente il dubbio che forse quella ragazza così strana, apatica e asociale non avesse mai nemmeno pensato di partecipare a quella ridicola festicciola di un’anonima scuola di campagna. Prese due canottiere nere e le mise sul fondo dello zaino, pescò un paio di jeans e li buttò sopra di esse, cercò qualche altro capo d’abbigliamento che le sarebbe potuto tornare utile, poi cacciò dentro il PC e chiuse l’Eastpak. Aprì il secondo cassetto della scrivania, cercò sotto tutti i fogli di brutta e alla fine lo trovò: un altro pezzo di carta, ma molto più bello e utile, il suo biglietto per Milano. Avrebbe iniziato da lì il suo viaggio. Con gli occhi lucidi uscì di casa e le sembrò di aver già vissuto altre due volte quella situazione, sapeva perfettamente cosa sarebbe successo ora: si sarebbe convinta che fosse tutto normale e sarebbe tornata a casa. E invece decise di cambiare il finale della storia, perché non è vero che tutto sta già scritto, il destino non esiste e siamo noi gli artefici del nostro futuro. Eleonora non riusciva più a fingere, Eleonora non poteva più restare in quella casa dove era stata cresciuta, Eleonora odiava il suo paese e tutto ciò che vi era sul suo territorio. Quando una voce metallica annunciò che sul binario quattro era in arrivo il suo treno, Eleonora uscì dalla sala d’attesa, attraversò il sottopasso e salì sull’interregionale. Appena trovò posto lanciò l’Eastpak sul sedile di fronte al suo e mise gli auricolari alle orecchie; mentre il paesaggio le scorreva sotto gli occhi anche nella sua mente scorrevano migliaia di pensieri. Era felice, era felice perché giurò che quel viaggio non l’avrebbe più fatto in senso opposto, era felice perché se ne stava andando dal suo paesino che odiava con tutta se stessa. Odiava le persone che abitavano là, persone meschine, ignobili, calcolatrici, sfruttatrici e doppiogiochiste; odiava dove era situato: lontano dal mare e lontano dalle montagne, lontano dal sud Italia e lontano dal nord Italia, era una via di mezzo e a Eleonora le sfumature non piacevano molto; odiava che quando lei non era ancora nata i suoi genitori si fossero trasferiti là da Roma. Eleonora a Roma non era mai stata, ma le sarebbe piaciuto andarci; ovviamente lo chiese ai suoi genitori, ma loro erano troppo occupati a lavorare o ad insultarsi tra di loro, così ci rinunciò. A Eleonora sarebbe piaciuto visitare tante altre città, Eleonora amava fare fotografie e nel suo paesino non c’era mai niente di interessante da immortalare per sempre, ma i suoi genitori erano troppo presi dai loro problemi o erano impegnati a farsi la guerra, loro avevano tempo solo per odiarsi ed odiare e dunque non avevano mai viaggiato con la loro figlia che sognava di diventare una fotografa. Fu un messaggio a distoglierla da tutti quei pensieri. “Nora, connettiti ad MSN: ho bisogno di parlarti.” Era un SMS di Marianna. Marianna era la migliore amica di Eleonora, nonostante abitasse molto lontano. Marianna abitava in Lombardia in una cittadina vicina a Milano ed aveva conosciuto Eleonora su un forum, il forum dei Finley che entrambe adoravano. Subito le rispose: “Mari, non sono in casa e ho paura che se mi collego dal cellulare si scarica.” “Ah, scusami! Sei in giro? Che fai di bello?” Leggendo quelle parole le spuntò un sorriso. Come poteva chiederle se fosse in giro? Come se non sapesse che lei non usciva quasi mai perché non trovava mai nulla di interessante da fare fuori dalle mura della sua camera. “Sono su un treno, viaggio verso Milano.” “E che ci fai su un treno che viaggia verso Milano?” “Scappo” scrisse quasi meccanicamente. Non le era mai piaciuto questo metodo per risolvere i suoi problemi, le sembrava da vigliacca, da persona debole, ma forse lei lo era, forse quella era l’ultima soluzione che le restava da provare. “Alla fine ce l’hai fatta a mollare tutto.” “Sì, per me là non c’è posto, non c’è mai stato e mai ci sarà. Io non voglio sprecare la mia vita tra quattro condomini, anzi diciassette, e campi di pannocchie.” “Norina mia, mi dispiace, mi dispiace tanto.” le rispose davvero addolorata Marianna, che soffriva per sentire l’amica così. “Anche a me. Sai, quando ero in stazione ho pensato di tornare indietro, di nuovo, ma ho capito che quello non è il mio posto e fra due ore sarò a Milano.” “Arrivi in centrale?” le rispose un po’ più felice Marianna pensando che tra poco avrebbe avuto con lei la sua migliore amica. “Arrivo a Milano.” “Sì, ma non c’è solo una stazione.” “Può darsi che sia la centrale, perché?” “Come perchè? Abito ad un quarto d’ora dalla stazione centrale di Milano e vuoi che mi lasci sfuggire l’opportunità di abbracciarti, finalmente?” “Grazie.” “Alle quattro sono lì, fammi uno squillo quando scendi.” Ed Eleonora passò il resto del viaggio ad ascoltare canzoni e a contare le case che vedeva vicino alle stazioni per tenere la mente occupata. Commenti qua. |
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Capitolo tre.
Eleonora arrivò a Milano con cinque minuti di ritardo, si mise in spalla lo zaino, scese dal treno e si sentì spaesata. C’erano tantissimi binari, qualche treno fermo che probabilmente aspettava l’ora della partenza e davvero tantissime persone. Pensò a come avrebbe fatto a trovare Marianna e proprio in quel momento sentì qualcuno che da dietro la abbracciava, o meglio, la stritolava. “MARIIIIIIIIIIIIII” urlò senza curarsi dei viaggiatori. “NORAAAAAAAAAA” urlò Marianna continuando a stritolare l’amica. “Che hanno questi da guardare?” sbottò Eleonora dopo che Marianna sciolse l’abbraccio. “Sono invidiosi” disse la milanese, poi aggiunse “Non sai come sono contenta che tu sia qui, per sempre” “Anche io sono contenta, davvero, ma non penso che mi fermerò per sempre: ho ancora tanto da vedere. Comunque, metà del nostro sogno si è avverato” “Prima o poi saremo anche sotto il Loro palco a cantare a squarciagola, insieme” disse fiduciosa Marianna, la solita ottimista. Tante volte Eleonora si chiedeva come avessero fatto a diventare amiche loro due: abitavano divise da centinaia di chilometri, una era sempre allegra e positiva, l’altra realista e spesso negativa, l’unica cosa che le accomunava era lo stesso anno di nascita. “Sì, ne sono sicura. Com’è che era? Se lo vuoi tutto è possibile” rispose per la prima volta fiduciosa Eleonora. E così le due amiche uscirono dalla stazione centrale di Milano cantando il singolo con il quale avevano conosciuto i Finley e grazie ai quali loro si erano conosciute. Per Eleonora era stata una fortuna trovare Marianna. Era lei che la confortava sempre, era lei che spesso le diceva che la felicità avrebbe fatto visita anche da lei, era lei che c’era sempre. Era grazie a Marianna, qualche altra ragazza e la musica che lei era riuscita ad andare avanti. “Senti, ne ho parlato con mia mamma e ho una proposta da farti” cominciò Marianna. “Spara!” disse Eleonora. “Ecco, visto che non hai un posto dove andare, visto che i miei spesso sono via e io sono quasi sempre a casa sola mi piacerebbe che tu venissi a casa mia. Non accetto risposte negative” “Ma io non voglio disturbare, avevo pensato di andare in albergo” “E come lo paghi? E comunque tu non disturbi, non disturberai mai. Davvero, mi farebbe piacere se tu venissi ad abitare da me. Per piacere, Nora” “Va bene, hai vinto tu, ma non per sempre” “Grazie, grazie, grazie, grazie, grazie. Te l’ho mai detto che ti voglio un’infinità di bene? Coooomunque mia mamma ha detto che ci viene a prendere fra cinque minuti, torniamo a casa, sistemi quello che hai portato e poi andiamo a comprare qualcosa dato che non penso che in quello zainetto ci sia stata molta roba” “Il necessario sì: portatile, iPod, qualche cambio e dei soldi” “Dai, si torna a Legnano” “Mari, perché vuoi andare a Legnano?” “Nora, ma ci sei? Dimentichi dove abito?” “Oh, è vero. Figata, figata, figata!” “Bah, ho visto città migliori” “Nah, non credo” disse Eleonora con gli occhi sognanti. “Lo so che tu ti sei già fatta l’incontro perfetto, ma non voglio che tu ti illuda. Legnano non è come Tor…” “No, non nominare quel posto, per favore” chiese Eleonora. “D’accordo! Comunque, ti stavo dicendo: Legnano non è una città grandissima, ma è molto improvabile che come scendi dalla macchina te li ritrovi davanti” “Lo so, lo so. Però è sempre Legnano e guarda, anche solo a leggere il cartello d’ingresso, io sento il loro profumo, che tra l’altro non ho mai sentito” A quel ragionamento contorto la madre di Marianna si girò verso la figlia e poi verso l’autrice di quella frase per controllare che non si sentisse male. Allora Marianna rassicurò sua mamma: “Non puoi capire, lei non li conosce e li segue da più di tre anni” “Non sei mai stata nemmeno ad un concerto?” chiese shoccata la madre di Marianna, che aveva dato a sua figlia il permesso di fare il giro d’Italia per assistere a quasi tutte le tappe dell’ultimo tour della sua band preferita. “No, nemmeno uno… sa, i miei non hanno mai avuto tempo nemmeno per chiedermi se ascoltassi della musica. Non credo che mi avrebbero mai lasciata andare ad alcun concerto, non mi hanno mai lasciata andare da nessuna parte da sola” “Mi dispiace, cara. E comunque dammi del tu. Ora pensa solo ad essere felice” “Grazie, davvero, ma come…” “Sa tutto” la interruppe Marianna. Nora le fece un semplice sorriso che espresse più di qualsiasi parola. Quando arrivarono a Legnano la mamma di Marianna lasciò le due ragazze davanti alla loro casa e disse alla figlia di non aspettarla quella sera dato che lei e suo marito sarebbero andati ad una cena di lavoro. La casa di Marianna era enorme. Non erano ancora entrate, ma Eleonora sapeva già cosa trovarsi: una volta l’aveva visitata tutta grazie alla web-cam e così prendeva sempre in giro l’amica dicendole che la reggia di Versailles non era nulla in confronto a casa sua e così fece anche quel giorno. “Io mi chiedo perché c’è così tanta gente che vuole vedere la residenza del re Sole quando qua c’è di meglio” “Smettila, Norì” “Chiamami ancora Norì e ti farò soffocare con il solletico” “E allora tu smettila di paragonarmi ai re francesi” “Ho solo espresso il mio parere. Comunque è una figata qua. C’hai pure la piscina!” esclamò. “Sì, ma non è poi così bello come credi, dopo un po’ ti stuferai” “Nah, non credo” ammise Eleonora. “Quando le persone ti staranno accanto solo per quello che hai me lo dirai” disse triste Marianna. “Scusami, non immaginavo, non volevo, non…” “Tranquilla, Norì, non ce l’ho con te, lo sai bene. Dai, ti faccio vedere la camera degli ospiti. Starai là, se non è un problema” “Ma figurati! Anzi, è già troppo” “Non ricominciare, ti prego. Andiamo, ti aiuto a sistemare la tua roba” Eleonora guardò l’amica e poi scoppiò a ridere, le disse che aveva solo lo zaino e allora, dopo aver posato il suo bagaglio a mano nella nuova stanza di Eleonora, visitarono i negozi di Legnano alla ricerca di qualche vestito. Quando fu ora di cena rientrarono, ordinarono due pizze e si sedettero sul divano a divorarla guardando le registrazioni delle prime puntate di Gossip Girl. “Hey, ragazze, siete ancora sveglie?” disse la madre di Marianna entrando in casa. “Sì, abbiamo appena finito di vedere l’ennesima puntata di Gossip Girl” rispose Marianna. “Ancora?” si lamentò il padre. “Papà, sono divertenti! Lei comunque è Eleonora, resterà con noi fino a…per un po’” “Sì, me l’hanno detto. Benvenuta” “Io non volevo disturbare, comunque grazie per l’ospitalità, signor Ce…” “Oh, non disturbi affatto, anzi! Marianna è quasi sempre in casa da sola, almeno le fai un po’ di compagnia” le disse affettuosamente Rossana, la mamma di Marianna. “Grazie” “Noi andiamo a dormire, buonanotte” “Buonanotte” risposero in coro le ragazze. “Mari, perché c’è Claudio Cecchetto a casa tua?” chiese Eleonora tirando una cuscinata all’amica. “Perché non me l’hai mai detto?” domandò tirandole un’altra cuscinata e scoppiando a ridere. “Non volevo si sapesse, sai com’è… e poi sono stanca di essere considerata la figlia di Claudio Cecchetto” “Hai ragione, regina Sole” “Ah, riprendi con questa storia? Odio i francesi e le loro ville, anzi, sei tu che me le hai fatte odiare” E le due ragazze riniziarono la loro lotta di cuscini. Commenti Qua. |
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Capitolo quattro.
La mattina dopo le due ragazze si svegliarono abbastanza presto nonostante si fossero addormentate tardi a causa di una guerra di cuscini che le aveva tenute impegnate. In casa trovarono solo un biglietto che le avvisava di farsi trovare pronte per le sette della sera poiché avrebbero avuto ospiti a cena. “Chissà chi hanno invitato questa volta, io certi tipi proprio non li reggo” si lamentò Marianna. “Vedrai che non sarà noioso” la rassicurò Eleonora. “Hey, che hai?” le chiese Marianna notando che dopo aver visto qualcosa l’amica aveva cambiato espressione. “Ho appena notato che sul tavolo c’è il mio cellulare e c’è il display che lampeggia” “Guarda chi è, magari è qualche amica” la incoraggiò Marianna. “Nah, non credo proprio” Eleonora si avvicinò al cellulare, ma proprio quando lo prese in mano la chiamata venne interrotta. Scoprì che sua madre l’aveva chiamata almeno un centinaio di volte nelle ultime ventiquattro ore, poi lesse il suo unico messaggio. “M*rda!” esclamò. “Nora, che succede?” “Devo andarmene, devono tornare a casa, non avrei dovuto fare questa pazzia, non avrei dovuto venire qua, alla fine hanno vinto loro, è sempre così” “Nora, che stai dicendo?” “Hanno chiamato la polizia, Mari” disse l’amica con le lacrime agli occhi. “Non andartene, per favore; troveremo una soluzione” “Sì, e come?” “Nora, perché ti arrendi sempre? Perché per una volta non combatti per ciò che desideri? La vuoi la libertà, la tua vita? Fai in modo che loro non te la rubino per distruggerla di nuovo” “Ma sono i miei genitori, Mari. Io non riesco ad odiarli, anche se è tutto quello che si meritano” “Nora, non c’è bisogno che tu li odi, è solo necessario che tu capisca che anche i genitori sbagliano e delle persone che sbagliano per diciassette anni ignorando la propria figlia non credo che si meritino il tuo perdono” “Comunque da qui me ne devo andare, non si tratta più della nostra amicizia: ora è coinvolta la tua famiglia e prima o poi la polizia mi troverà” “Pensi che ai miei importi qualcosa della polizia? Anche se non sembra, ogni tanto si ricordano di volermi vedere felice e se la mia migliore amica può rendermi felice sono anche disposti a corrompere, non è un problema” disse l'amica ridendo. “No, non voglio” “E allora troveremo un altro modo, ora non ci pensare. Sto pensando che potremmo andare a Milano, come sai là c’è la EMI e presumo che tu abbia capito il resto” “Non è detto che siano là, avranno anche altro da fare nelle loro vite oltre che passare il tempo nella loro casa discografica” rispose secca Eleonora, era ancora turbata per la storia dei suoi che avevano coinvolto le forze dell’ordine. “Oh, lo spero proprio. E comunque a Milano ci sono anche tante fotografie da fare, dunque non penso che tu non voglia fotografare una certa chiesa” “Andiamo!” le ordinò scherzando Eleonora cambiando subito idea. Le due amiche passarono una giornata bellissima per Milano dove Marianna obbligò Eleonora a comprarsi un vestito per la cena dato che nel pomeriggio l’aveva chiamata la madre per comunicarle quali ospiti avrebbero avuto a cena, ma comunque si rifiutò di dirlo all’amica. Rientrarono in casa verso le cinque e mentre sistemavano ciò che avevano comprato accesero la TV, entrambe si girarono non appena iniziò il telegiornale. “Wow, Norina, sei in TV, anche se quella foto non è una delle migliori” “Mari! È una cosa seria, c*zzo, c*zzo, c*zzo, i commessi che ci hanno viste oggi magari chiamano” In quel momento rientrarono anche i genitori di Marianna. “È successa una cosa che non avevamo previsto, un imprevisto” disse Marianna indicando la Tv. “Sembra che mia madre improvvisamente si sia ricordata che esisto, dovrei tornare a casa” disse Eleonora. “Ancora con questa storia, Norì? Mamma, dille che non deve” “Marianna ha ragione. E comunque stasera non vai da nessuna parte: fra un’ora inizieremo la cena e tutti gli ospiti sanno che ospito un’amica di Mari” “Grazie mille, ma non dovreste immischiarvi c’è di mezzo…” “La polizia” disse scocciata Marianna. “Non ne so molto, ma ho visto che tu e mia figlia siete molto legate, siete felici insieme… questo è l’importante. Per le forze dell’ordine ci penseremo, ora andate a cambiarvi: non avrete intenzione di cenare in tuta!” concluse il padre di Marianna. “Forse dovrei chiamare mia madre, la tranquillizzo e così lei ritira la denuncia o qualsiasi cosa abbia fatto con la polizia” disse Eleonora a Marianna mentre scendevano le scale. “Nora, ne parliamo dopo. Andiamo ad accogliere gli ospiti!” Proprio in quel momento entrarono gli amici del genitori di Marianna. Per prime fecero il loro ingresso due donne, che dovevano essere più o meno coetanee, accompagnate dai rispettivi mariti. Infine entrarono tre ragazzi, che dovevano essere i figli delle coppie. “Mari, io ti uccido, te lo giuro, se non mi viene prima un infarto” sussurrò Eleonora dopo aver visto chi era appena entrato in casa. “Ciao!” esclamò Rossana e scoccando due baci sulle guancie delle sue amiche. “Ciao!” risposero loro in coro. “Oh, lei è Eleonora, l’amica di Marianna” “Buonasera” disse lei timidamente volendo dire di chiamarla Nora, ma non riuscendo poiché aveva la gola secca. Tutti gli adulti si presentarono e passarono in salotto per fare un piccolo aperitivo. “Piacere, io sono Roberta, anzi, dimenticati che te l’abbia detto e chiamami Rose” le disse la ragazza. “Ok, io sono Nora” “Vedo che qui tutti amiamo il nostro nome” scherzò il ragazzo accanto a Rose. “Già” disse Eleonora sentendo la gola sempre più secca. “Comunque io sono Ka, suo fratello” “Lo so, io ti conosco cioè… conosco anche lui: Dani… però non è che proprio vi conosco… è che…” “Vi ascolta da quando è uscito Tutto è Possibile” l’aiutò Marianna. “Bene” le disse sorridendo Dani. “Forse è meglio raggiungere i nostri genitori: si stanno sedendo a tavola” annunciò Marianna rompendo quel silenzio fatto di sorrisi imbarazzati. La cena fu squisita e divertente nonostante Eleonora non fosse riuscita a parlare molto a causa della sua dannata gola secca che non si era ripresa nemmeno dopo ventitré bicchieri d’acqua. “Tu abiti qui a Legano?” le chiese Rose. “Oh, no. Abito in un paesino sperduto in provincia di Roma” “Wow, bella Roma!” precisò Ka. “Sì, lo dicono tutti. Io non ci sono mai andata: abito a più di un’ora dalla capitale” “E come conosci Mari?” Le due ragazze si misero a ridere, poi Eleonora rispose: “Grazie ad un forum dedicato ad un certo gruppo di nome Finley” “Wow!” esclamò Dani “Sono contento di avervi fatte conoscere” “Non ti prendere tutto il merito, in realtà tu non hai fatto molto” scherzò Marianna spegnendo l’entusiasmo di Dani. E così dopo altre domande, battute e sorrisi i ragazzi uscirono in giardino e sedendosi a bordo piscina iniziarono a schizzarsi l’acqua. Nel frattempo i loro genitori rimasero seduti a tavola a parlare. “Claudio, forse non sai una cosa: quella ragazza, Eleonora, l’abbiamo vista…” iniziò la madre di Ka. “Al telegiornale, lo sappiamo” concluse lui. “Sai che la stanno cercando? E, da avvocato, potresti essere accusato per sequestro di persona. È rischioso tenerla qua” lo ammonì Franco. “Beh, sarebbe più rischioso farla tornare in un paese dove non ha intenzione di vivere - disse Rossana - Marianna mi ha raccontato qualcosa e non è una buona idea quella di farla tornare a casa, nonostante appena ha sentito la notizia lei è stata la prima a proporre questa soluzione” “Beh, potreste trovare un compromesso con i suoi genitori o forse lei dovrebbe ribellarsi meno e accettare di restare ancora per un anno dove vive la sua famiglia: nessuno si è scelto i proprio genitori” continuò l’amico. “Franco, credo che i suoi genitori siano davvero orribili: non le permettono di andare da nessuna parte da sola, non è mai andata ad alcun concerto perché i suoi non le hanno mai chiesto nulla dei suoi interessi, abita ad un’ora da Roma e non è mai stata nella capitale!” “Potrebbe chiamare l’assistente sociale” suggerì la madre di Dani. “Ma sono sempre i suoi genitori, lei non lo farebbe mai” la continuò a difendere Rossana. “Beh, trovate una soluzione perché non credo che potrà restare qui per molto: prima o poi qualcuno la riconoscerà” Commenti Qua. |
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Capitolo cinque.
“Mamma, dato che sono solo le dieci noi avremmo deciso di uscire a fare un giro. È ok?” chiese Marianna. “Sì, certo. State attenti e non tornate troppo tardi” “Tranquilla, mamma, prima delle tre saremo a casa” “Come ‘prima delle tre’?” ma nessuno le rispose perché i ragazzi erano già usciti tutti. “Ti prendevano in giro, tesoro” la tranquillizzò Claudio. Mentre i loro genitori erano occupati a discutere di Eleonora e di migliaia di altre cose, i ragazzi arrivarono in discoteca. Rose sparì subito, la notò poco dopo Marianna mentre Dani la stava portando in pista. Marianna aveva sempre avuto un debole per Dani, anche se aveva deciso di non far sapere nulla al ragazzo: gliel’aveva insegnato suo padre, mai mischiare il lavoro con l’amore e lei non voleva una storia con un ragazzo che ci provava solo per avere un CD prodotto da Claudio Cecchetto, anche se sapeva benissimo che Dani non avrebbe mai fatto nulla del genere. In fondo il batterista era stato gentile con lei da sempre e forse aveva capito che era arrivato il momento di chiedergli almeno un ballo. Ogni volta che gli stava vicino sentiva delle fitte allo stomaco, forse erano le famose farfalle, ma lei aveva sempre creduto che fossero solo stupide metafore per bambini ed inoltre era convinta che avrebbe solo rovinato la sua amicizia dichiarandosi. Non erano mai usciti loro due soli, ma nonostante i quattro anni di differenza avevano parecchi amici in comune, così erano soliti ritrovarsi almeno a salutarsi ogni sera. Al bancone rimasero solo Ka ed Eleonora. Ka era sempre stato l’eroe della ragazza, il suo punto di riferimento, il suo “Finley preferito”, il protagonista dell’unica fan fiction che aveva scritto, ma non poteva di certo dirgli questo due ore dopo che l’aveva visto per la prima volta, così scelse l’opzione “taci e continua a bere il tuo drink”. Quella sera, senza sapere perché, fecero qualche brindisi, forse perché a nessuno dei due dispiaceva il sapore del Coca Malibù; terminarono di bere solo dopo una gara a chi beve più Ciupiti in cinque minuti. Poi, un po’ meno stabili di quando erano entrati, Ka le chiese se volesse accompagnarlo a casa, lei acconsentì così mandò un messaggio a Marianna per avvisarla che sarebbe rimasta da Ka. Arrivarono al suo appartamento, piuttosto ordinato per essere abitato da un ventiduenne senza la donna di servizio. Poi successe tutto troppo in fretta e offuscato dall’alcool per capirci qualcosa. La mattina seguente Eleonora si svegliò a causa del sole che entrava dalla grande finestra del salotto di Ka e a causa dell’aria fresca. Sentiva la testa pesante e non aveva alcuna intenzione di aprire gli occhi, sentiva una strana sensazione. Si rigirò un po’ sperando di riconoscere il materasso del letto della stanza degli ospiti della casa di Marianna, ma non fu così. Aprì gli occhi e vide che la finestra davanti al divano era spalancata, notò che lei era poco presentabile, andò alla ricerca della sua lingerie e si rivestì, poi dalla finestra comparve Ka che fumava una sigaretta. “Ciao” disse lui buttando la sigaretta nel portacenere. “Ciao” rispose lei confusa, prese le sue cose e se ne andò senza dire niente, senza chiedere niente: non voleva sapere nulla. Ka non provò nemmeno a fermarla, si accese un’altra sigaretta e si adagiò sulla sdraio che aveva comprato qualche giorno prima. Per lui non era una novità avere relazioni molto corte che non comprendevano la sfera sentimentale, ma essere stato con un’amica di Marianna, una sua fan, una di cui non sapeva quasi nulla l’aveva fatto riflettere e si sentiva uno strano peso dentro. C*zzo, non sarà nemmeno maggiorenne! Pensò cercando di sdrammatizzare quella conversazione con se stesso che stava diventando un po’ troppo seria. Quando fu fuori casa di Ka si maledisse da sola: ora dove sarebbe andata? Quale via avrebbe percorso? Decise di chiamare Marianna che le fece da navigatore satellitare attraverso il telefono; arrivò a casa e subito l’amica si precipitò ad aprirle. “Allora?” disse Marianna sorridendo. “Sì, è come pensi. Ma non posso raccontarti nulla” rispose Eleonora capendo cosa volesse sapere l’amica. “Perché?” “Perché non ho dei ricordi molto lucidi. Ieri in discoteca abbiamo brindato, mi ha portata a casa sua e stamattina mi sono svegliata sul suo divano” “Oh, tesoro, mi dispiace” le disse Marianna abbracciandola. “Può sembrare strano, ma non è poi così terribile” disse sorridendo Eleonora, anche se in realtà quella notte non era stata di certo la migliore della sua vita. “Colazione?” “Se c’è la Nutella sì. Comunque ci ho pensato: dopo chiamo mia mamma, le dico che torno e quando sono di nuovo là vedo di convincerla a lasciarmi tornare” “Se tua mamma si lasciasse convincere sarebbe un piano perfetto, altrimenti non è un buon piano” “È l’unico che abbiamo” sentenziò Eleonora facendo capire che voleva archiviare l’argomento e dedicarsi alla sua fetta di pane e Nutella. Dopo che Eleonora mandò un messaggio a sua mamma per avvisarla del suo ritorno, Marianna chiamò i suoi genitori e tutti insieme accompagnarono la ragazza in stazione. Subito dopo che loro se ne andarono, Eleonora entrò nella sala d’attesa. Vide entrare Ka che la raggiunse e le si sedette accanto. “Stamattina te ne sei andata senza dire niente” incominciò lui. “A parte che non credo ci fosse molto da dire e poi non ero ancora lucida per parlare” “So di non essermi comportato bene, ma abbiamo bevuto ieri sera e…” “Non è colpa di nessuno, lo so” cercò di concludere Eleonora, non ne voleva davvero parlare, ma Ka non stava zitto. “Di solito non mi comporto così, non vorrei che tu pensassi che…” “Non penso niente, ok? E, tanto per precisare, solitamente nemmeno io faccio queste cose” disse cercando di buttarla sul ridere Eleonora. “Per me quel bacio non ha avuto alcun significato, ok? Sono fidanzato e ieri sera ero ubriaco” “Certo, a dire la verità dopo essermi svegliata sul tuo divano ed essere scappata da casa tua non c’ho nemmeno pensato” mentì la ragazza. “Nemmeno questa notte ha molto significato” la informò lui con freddezza. “Non ho mai pensato che per te ne avesse, tranquillo” “Ti chiedo solo se puoi non distruggere la mia storia, sembra seria” “Tranquillo, a chi potrei dirlo? A Marianna, ma lei non lo direbbe a nessuno. La tua storia è salva. Mi domando solo perché tu ti sia disturbato a venire fin qua” “Volevo che fosse tutto ok: Mari mi ha detto che sei una nostra fan. Spero che non cambierai idea su di noi solo per un mio errore” “Non avevo intenzione di cambiare idea su di voi. E poi l’ho già detto: non è stato un errore di nessuno, per te è stata solo una notte come un’altra, lo posso capire” “Hey, hai specificato il ‘per te’ o è stata una mia impressione?” “Non importa, devo salire su questo maledetto treno. Ma sarà l’ultima volta che torno indietro, lo giuro. Molto presto sarò di nuovo a Milano e non prenderò mai più un treno” “Buona fortuna, Nora” Senza pensarci la abbracciò, forse per scusarsi, forse per regalarle un sorriso, forse perché si sentiva di farlo. Commenti Qua. |
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A Settembre, perchè spesso si porta via tutto. Capitolo sei. E mentre lei attraversava mezza Italia, il sole attraversava il cielo. Arrivò in stazione a Roma che la notte era già scesa, quindi le sarebbe stato impossibile visitare la capitale, prese un taxi e si fece lasciare alla stazione del suo paesino dove solitamente non passavano più di tre treni al giorno. Non aveva voglia di tornare subito a casa, di sentire altre urla, di vivere in altro odio. Era passato troppo poco tempo da quando se n’era andata, aveva trascorso troppo poco tempo felice in una grande città, aveva fatto troppe poche fotografie per essere stata a Milano. Scese dall’auto bianca ed entrò in stazione. La sua tentazione fu quella di aspettare lì il prossimo treno e salirci senza sapere dove fosse diretto, ma non poteva farlo. Perciò si limitò a passeggiare avanti e indietro sulla riga gialla, non c’era nessuno in quel piccolo edificio non degno del nome “stazione” dunque scese sui binari, proprio come faceva con Julie, una ragazza che aveva ospitato per un anno e tre mesi per un progetto di scambio culturale sponsorizzato dalla sua scuola, prima che tornasse di nuovo in Vermont. C’era il buio, la luce fioca di qualche lampione troppo lontano, le sue lacrime che scorrevano sulle guancie e migliaia di pensieri che le riempivano la testa. In quella serata rivisitò ogni ricordo che si era nascosto, che aveva voluto blindare nella sua mente e si accorse di aver vissuto pochi momenti felici. Continuò dritta su quel binario senza nemmeno rendersi conto di essersi allontanata un po’ troppo dalla stazione, senza accorgersi che anche le fioche luci dei pochi lampioni erano sparite. Ma era troppo impegnata ad ascoltare musica per stare attenta al mondo che la circondava, era troppo impegnata ad ascoltare la sua canzone, era troppo presa ad ascoltare il leggero fruscio del vento sulle sue gote infreddolite dalle lacrime, era troppo presa ad ascoltare i suoi pensieri. Staring out into the world across the street You hate the way your life turned out to be He's pulling up in the drive way Non poteva essere davvero finita, non poteva voler davvero arrendersi, non voleva smettere di combattere, non voleva restare in quel posto un minuto di più, non voleva rivedere i suoi genitori, non voleva piangere di nuovo, non voleva più nulla. Forse voleva veramente andarsene così. And you don't make a sound Cause you always learn to hold the things you want to say Your always going to be afraid Non aveva mai parlato, non aveva mai avuto il coraggio di ribellarsi, di dire la sua opinione. Preferiva stare zitta, tenere le cose dentro sé. Tanto anche se avesse detto qualcosa a qualcuno nulla sarebbe cambiato. There's only hate There's only tears There's only pain There is no love here Oh, so what will you do? There's only lies There's only fears There's only pain There is no love here Nora, vuoi davvero scappare di nuovo? Nora, vuoi davvero vivere il prossimo anno nascondendoti? Nora, non sei stanca di tutto questo? Nora, non pensi che dovresti tornare a casa ed affrontare la situazione da adulta, quale ormai sei diventata, anche se troppo in fretta? Nora, fatti forza. Broken down like a mirror smashed to pieces You learned the hard way to shut your mouth and smile Sai, Nora, sei un’ottima attrice. O forse sei solo uno specchio frantumato in mille pezzi che non ha intenzione di ridursi in briciole e scomparire per sempre. If these walls could talk they would have so much to say Cause everytime you fight the scars are gonna heal but there never gonna go away Nora, perché continui a pensare che i tuoi genitori siano perfetti? Nora, perché non hai mai avuto coraggio? Nora, perché non fai mai la cosa giusta? Combatti, e fregatene delle cicatrici, delle ferite che non si chiuderanno mai. Nora, non sei tu quella sbagliata. Nora, molte volte sono gli altri che sbagliano. Nora, perché non capisci mai? La distolse dai suoi pensieri un clacson assordante seguito da due abbaglianti, alzò il viso ed intravide un uomo alla guida del treno che gesticolava velocemente come se la stesse implorando di levarsi. Sentiva i vagoni sempre più vicini, i binari tremavano e le era difficile restare in equilibrio su una linea di metallo, il vento le aveva sciolto la coda con cui aveva raccolto i capelli, il clacson le perforava i timpani e il rumore del treno così vicino le impediva di sentire le ultime note di quella canzone così perfetta dei Simple Plan. E quando già si sentiva sotto quelle ruote di ferro fece un balzo e fu di nuovo sul marciapiede. Guardò il treno sfrecciarle davanti ed incominciò a ridere, una risata liberatoria seguita da lacrime trasparenti che racchiudevano troppo dolore per avere un colore preciso. Nora, sei matta? Nora, non hai il coraggio di fare nemmeno questo? Commenti qua. |
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Capitolo sette.
Eleonora rientrò in casa, sua madre era seduta sulla poltrona davanti al telefono, suo padre era affacciato alla finestra a fumare. Entrambi la fissarono senza dire nulla, non ce ne sarebbe stato bisogno. Eleonora salì in camera sua senza spiaccicare una parola e immediatamente accese il computer. Mari scrive: “Oh, sei tornata?” Nora scrive: “Sì, purtroppo” Mari: “Ci hai parlato?” Nora scrive: “No… e nemmeno loro l’hanno fatto” Mari: “Norina mia, fai vedere chi sei veramente. Ti prego, se non vuoi farlo per te, allora fallo per me: io non vedo l’ora che tu torni. E poi fallo per Dani che con il tuo ritorno avrà una scusa per venire a trovarmi” Nora scrive: “Anche la seconda è per te XD” Mari scrive: “Uff, presumo di sì. È che è stato gentilissimo l’altra sera, ma non mi ha più nemmeno mandato un messaggio” Nora scrive: “Beh, almeno è stato gentile” Mari scrive: “Cos’è successo ancora?” Nora scrive: “Ka è venuto in stazione, ha detto cose verissime e giustissime… è che lui è il mio eroe, lo è sempre stato e ora ho rovinato tutto” Mari scrive: “Non è stata colpa tua” Nora scrive: “Di certo non è stata colpa sua” Mari scrive: “Tesoro, con tutto quello che possa essere Ka per te, credo che sistemare le cose con i tuoi sia molto più urgente” Nora scrive: “Sì, hai ragione. Vado giù e ci parlo” Così scese le scale che la separavano da quelle due persone che, se avesse potuto, avrebbe evitato per il resto della sua vita. Entrò in salotto e la scena che le si presentò davanti fu la stessa del suo ingresso, i suoi genitori non si erano spostati di un millimetro. “Scusatemi” disse sedendosi di fronte alla madre, che non appena la figlia si accomodò le tirò uno schiaffo. “Ti rendi conto di quello che hai fatto?” le chiese urlando. “Sì, e mi dispiace, ma dovevo…” “Non ci importa di quello che dovevi fare, né un biglietto, né una chiamata! Ti rendi conto?” continuò ad urlare lei mentre il padre fumava senza sosta. “Ti ho già detto di sì!” strillò Eleonora. “E non mi rispondere così, signorina! Sono tutte quelle tue amiche del computer che ti hanno messo in testa di scappare, non è vero?” “Beh, almeno loro si preoccupano per me, loro mi vogliono bene. Credi che io non sappia che tu stia fingendo? Non ti è mai importato nulla di me ed ora perché mi assento da casa due giorni chiami la polizia?” “Eleonora, non ti permettere mai più di rispondere a tua madre in quel mondo!” intervenne il padre gettando la sigaretta. “Certo, certo. Voi invece potete dirmi ogni cosa? Sapete, io qui non ce la faccio più. Non sono scappata per farmi un giro, sono scappata per vivere e se voi non aveste finto di interessarvi a me chiamando la polizia ora sarei di nuovo a Milano” “Eleonora!” urlò indignata la madre. “Mamma, è la verità. Dopo diciassette anni non avete ancora capito che odio il mio nome, che odio non essere chiamata Nora e voi continuate con Eleonora!” “Sai a quante persone non piace il loro nome?” chiese il padre. “Sì, ma almeno i loro genitori accettano di chiamarli con soprannomi e diminutivi. Voi non sapete nemmeno se io abbia dei soprannomi. Non voglio litigare, non sono tornata per questo. Vi chiedo solo una cosa: lasciatemi in pace, lasciatemi partire, lasciatemi tornare a Milano, là c’è un’amica che è disposta ad ospitarmi. Per favore!” “Così sei andata a Milano…” disse sua madre. “Mamma, ti prego. Devi solo dire di sì e non chiamare alcuna forza dell’ordine quando sarò lontana” In quel momento squillò il telefono, la madre di Eleonora rispose e stupita passò il ricevitore alla figlia informandola che una sua amica desiderava parlarle. “Norina, ho appena finito di parlare con il padre di Dani” dissero dall’altra parte del telefono. “Mari?” disse lei titubante. “Sì. Sai che il papà di Dani è un avvocato, dunque ho pensato che ci potesse dare una mano” “Sì, potrebbe servire dato che il nostro piano si è frantumato” “Come immaginavo – rispose Marianna dispiaciuta – comunque, ci sono due soluzioni: puoi chiamare l’assistente sociale o il telefono rosa oppure puoi chiedere l’emancipazione” “Emancipache?” chiese Eleonora mentre sua madre diventava sempre più impaziente di scoprire chi chiamasse la figlia. “Emancipazione, Nora. Devi solo compilare dei documenti, verrà fatta un’indagine sulla tua famiglia e, se gli ispettori riterranno necessaria l’emancipazione, tu sei tutrice di te stessa. È come se tu fossi già maggiorenne” “Ma immagino ci voglia del tempo per questa emancipazione. Credo che diventerò prima maggiorenne” “Oh, si vede che non sei abituata alle vie facili” disse ridendo Marianna. “Cosa intendi?” “Beh, il padre di Dani è un avvocato, mio padre è mio padre… appena è tutto pronto ti chiamo. Poche ore e sarai salva. Ti voglio bene” e Marianna riattaccò. “Presto sarò libera” annunciò la figlia deponendo il ricevitore del telefono. “Cosa intendi? Chi era?” domando nervosa la madre. “Oh, se fosse stata una chiamata per te non avrebbe chiesto di me” “Eleonora! Non ti riconosco più! Adesso inizi anche a rispondere!” urlò il padre. Lei si limitò a sbuffare e senza più dire nulla uscì di casa sbattendo la porta. Con gli auricolari alle orecchie passeggiò per il suo piccolo paesino, mentre nel suo iPod passava Perfect dei Simple Plan lei rivisitò ogni luogo del suo passato che non sarebbe più stato parte del suo futuro. Arrivò in un parchetto ormai distrutto, le altalene erano state bruciate, il dondolo pendeva molto di più da una parte, lo scivolo era ricoperto da scritte, la panchina era l’unica cosa rimasta intatta. Aveva passato lì tanti giorni della sua infanzia: quando usciva dalle elementari passava le ore in quel quadrato di prato con le sue compagne di classe, poi quando loro tornavano a casa lei girovagava un po’ per il paese, spesso si fermava in stazione a vedere i treni e per l’ora di cena tornava a casa dove la maggior parte delle volte non era ancora tornato nessuno. C’erano solo l’odore delle sigarette di suo padre e il disordine della madre che le facevano compagnia e l’aiutavano a sentirsi meno sola. Per sconfiggere la solitudine aveva chiesto più volte di poter tenere un cagnolino, ma le era sempre stato negato tutto con un secco “no” e nessuna spiegazione. Hey dad look at me Think back and talk to me Did I grow up according to plan? And do you think I'm wasting my time doing things I wanna do? But it hurts when you disapprove all along Papà, hai detto di non riconoscermi più, ma la verità è che non mi ha mai nemmeno guardata. Sai, non riesco a ricordare nemmeno un istante in cui i tuoi occhi hanno cercato i miei, dunque concludo che tu non mi riconosca perché non mi hai mai vista. Per te sono un’estranea, una persona come qualsiasi altra, una di quelle che capitano per caso nel posto in cui ci troviamo, come due passeggeri dello stesso treno che condividono un breve tragitto e nient’altro in vita loro. Papà, sono cresciuta secondo i piani? Tu e la mamma ne avevate fatti alla mia nascita? Aveva progettato fin da subito di farmi del male? Papà, credi che stia sprecando il mio tempo a sognare cose che forse non avrò mai? Beh, pensa un po’ ciò che vuoi di me: il tuo parere non m’importa più. Presto non sarò più tua figlia, presto sarò mia, mia e basta e mi farò cambiare questo maledetto nome che mi avete costretto a portare fin dalla nascita. And now I try hard to make it I just want to make you proud I'm never gonna be good enough for you I can't pretend that I'm alright And you can't change me 'Cuz we lost it all Nothing lasts forever I'm sorry I can't be perfect Sai, un tempo desideravo renderti orgoglioso, volevo vederti felice grazie a me, ma sono sempre stata una ragazza lenta, lenta a fare ogni cosa, anche a capire che non ti è mai importato nulla di me e dunque non sarei mai riuscita a renderti orgoglioso di avere una figlia eccellente in qualcosa. Hai sempre preteso tutto da me: che fossi brava a scuola, che fossi brava in casa, che non ti dessi problemi, che mi comportassi bene con le altre persone. Ma non sono così e tu non puoi cambiarmi e io non cambierò mai più per te. Ora abbiamo perso davvero ogni cosa, ogni legame che ci teneva stretti è stato strappato, non posso continuare a fingere di stare bene e non lo voglio più fare, me ne andrò e sarai tu a stare male, forse. Forse quando sarò lontana sentirai un peso dentro, si chiama coscienza sporca. Ma probabilmente non sentirai nulla perché dentro te c’è solo sangue, ossa e muscoli immobili, il tuo cuore non batte. Commenti qua. |
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Capitolo otto.
Le canzoni scorrevano, come le sue lacrime, come i suoi pensieri, come i minuti ed Eleonora non ce la faceva più ad aspettare la chiamata di Marianna, non vedeva l’ora di essere liberata. Alla fine quando lei stava per andarsene dal parco sentì il cellulare vibrare, immediatamente pigiò il tasto con il ricevitore verde e rispose. “Nora?” chiese un uomo dall’altra parte del telefono. “Sì, sono io” rispose lei titubante e un po’ delusa che la chiamata non fosse di Marianna. “Ciao, sono Franco, il padre di Dani. Ti ricordi?” “Oh, sì, certo… buonasera” rispose Eleonora. “Mari mi ha prestato il suo cellulare. Dovrei chiederti dei dati per compilare i documenti poi sei definitivamente tutrice di te stessa” “Ma devono firmare qualcosa anche i miei genitori?” “No, tranquilla. A loro arriverà una semplice notifica del fatto che non sei più a carico loro” “Lei è un angelo, davvero. Non può immaginare quanto le sia grata. Ah, poi le volevo chiedere una cosa: posso cambiarmi il nome?” “Il nome?” chiese stupito il padre di Dani. “Sì, del cognome non m’importa molto. È che io odio il mio nome” “Ah, ok. Comunque sì, ma puoi farlo tranquillamente dopo. Mi ha detto Mari che torni a Legnano da loro” “Sì, per qualche tempo resterò da loro. Me la può passare?” “Certamente, ciao” “Noraaaaaaa” urlò dall’altra parte Marianna rubando il cellulare a Franco. “Prendo il primo treno per Milano, se qua ce ne sono, altrimenti prendo un taxi e mi faccio portare in stazione a Roma, ma non svegliarti nel cuore della notte per venire a prendermi: raggiungerò casa tua con i mezzi, ormai la conosco Legnano” “Sì, alle tre di notte ci sono per te i mezzi! E poi un bradipo si orienta meglio di te!” “Ma che paragoni fai?” rispose ridendo Eleonora. “I miei paragoni sono stupendi. Veniamo a prenderti noi e non si discute!” Alle sei del mattino seguente Eleonora ricominciò a vivere. Il treno arrivò a Milano con venti minuti di ritardo, ma nonostante tutta l’attesa che l’aveva logorata era finalmente quasi felice, stava bene. Esattamente come pochi giorni prima, quando per la prima volta aveva calpestato il suolo milanese, si ritrovò spaesata nonostante la folla che si ricordava fosse sparita; sentì Marianna urlare il suo nome dall’ingresso e così le corse incontro. “Piacere, io sono Nora” disse Eleonora avvicinandosi. “Sei un po’ stanca, vero?” chiese Marianna stupita dal comportamento dell’amica. “No, mi stavo solo presentando: ora sono una persona nuova. Sono Nora, senza nessun Eleo davanti… e magari come secondo nome mi faccio mettere Mia, come la ragazza di ‘Io sono di legno’. Bello, vero?” “Beh, a questo punto cambiati il nome in Nora e il cognome in Mia” scherzò Marianna a cui non era mai piaciuto leggere e che derideva sempre Eleonora, anzi Nora, perché passava le ore tra le righe dei libri. “È una bella idea, domani devo andare a fare le fototessere per i nuovi documenti d’identità. Ah, quanto amo il mio nuovo nome! Ciao, sono Nora. Piacere, sono Nora. Ah, bel nome, ma il mio è migliore: io mi chiamo Nora. Sono Nora, nome stupendo vero? Sì, Nora, solo Nora, piacere” esclamò Nora. “Ai tuoi genitori cosa hai detto?” le chiese Marianna cercando di recuperare l’amica dallo stato di pazzia. “Niente, che presto sarei stata libera, poi sono uscita, ho vagato per il paese, poi mi hai chiamata e così ho preso il treno. Il padre di Dani mi ha detto che a loro arriverà una notifica, se ne faranno una ragione” “Ok, comunque appena torniamo a casa dormiamo perché stasera si esce: verrà a cena da noi Dani con la sua famiglia e poi andiamo allo Station” “Cos’è lo Station?” chiese contenta Nora. “Un locale vicino alla stazione” “Ah, ok. E ci andiamo con Dani?” chiese divertita Nora. “Dani e dei nostri amici” rispose Marianna. “Tra i vostri amici ci sono anche i Finley?” “Bah, può darsi. Comunque è la prima volta che lo vedo dopo aver ballato con lui” disse Marianna con gli occhi languidi. “Ma non ti ha più chiamata? Nemmeno un messaggio?” “Beh, no – rispose Marianna come se fosse ovvio – non ha nemmeno il mio numero di cellulare” “Ah, è strano. Cioè, io non so molto di amori, amicizie, affetti, relazioni e queste cose qua, però lo conosci da tanto, è un amico di famiglia, passi le serate in discoteca con lui e non vi siete ancora scambiati i numeri di telefono?” “È che usciamo insieme solo quando magari dobbiamo uscire con i nostri genitori o se amici in comune ci invitano da qualche parte” “Dovresti farti avanti, dovresti chiedergli il numero… o se no, come ho letto in un libro, ti fai accompagnare a casa e prima di scendere gli scrivi il tuo numero sul braccio” “Beh, a volte i tuoi libri potrebbero tornare utili. Adesso vedo come andrà a finire stasera”. Subito dopo aver finito la seconda portata Marianna propose di iniziare ad uscire. “Mari, non sono ancora le nove” le fece notare sua madre, stupita dalla fretta della figlia “E poi manca ancora il dolce e la frutta!” “Sì, ma ho sentito dire che là c’è sempre tanta gente e se andiamo subito non dovremo aspettare per avere un tavolo” intervenne Nora, capendo l’impazienza dell’amica. “Sì, ha ragione” confermò Dani, evidentemente era felice anche lui di passare una serata fuori con i suoi amici e magari proprio con Marianna. “Bah, andate! E Dani, mi raccomando, che sei l’unico con un po’ di testa” disse scherzando il padre di Marianna. “Non c’è molto da fidarsi di lui” continuò a scherzare il padre del ragazzo. E così, senza nemmeno aver gustato le fragole con la panna montata, i tre ragazzi uscirono di casa; quindici minuti dopo furono nel parcheggio dello Station ad aspettare gli altri ragazzi che sarebbe dovuti arrivare. Dopo che Marianna presentò Nora a più di dieci suoi amici decisero di entrare, nonostante mancasse ancora qualcuno. Commenti qua. |
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Capitolo nove.
Quando i ragazzi iniziarono a prendere posto, Nora si accorse che Dani si precipitò sulla sedia accanto a Marianna e sorrise, il ragazzo che le stava di fronte, pensano che stesse cercando di attaccar bottone con lui, le sorrise e la saluto con un ”Hey”. Lei sorrise di nuovo per l’equivoco, ma iniziò a parlare con lui, in fondo doveva pur iniziare a conoscere qualcuno, in fondo era la sua nuova vita e non voleva passare sola anche quella. Le era sempre piaciuto sostare in luoghi deserti, le davano molta calma, ma molto probabilmente era perché era fermamente convinta che è meglio soli che male accompagnati e nel suo paese qualsiasi persona era una brutta compagnia. “Io sono Matteo, piacere” “Nora” rispose un po’ intimidita. “Sei nuova di qui?” continuò lui. “Sì, sono arrivata stamattina” “E hai già fatto conoscenze?” chiese divertito il ragazzo. “No, è che già conoscevo Marianna e per un po’ sarò sua ospite” “Aaaaah, Marianna, fortissima lei!” “Già, la mia migliore amica” “E come mai sei qua?” continuò a chiedere un po’ sbalordito dall’ultima affermazione della ragazza: non abitava lì vicino eppure era la migliore amica di Marianna, come poteva essere? “È una storia lunga” disse Nora e venne salvata dalla cameriera che veniva per le ordinazioni dei drink. “Ho tempo” la rassicurò il ragazzo. Ma chi me l’ha fatto fare? Perché non ho tagliato subito dicendo che il sorriso non era per lui? Pensò Nora. “Allora…” incominciò lei e proprio mentre faceva finta di pensare tutti furono distratti dall’arrivo di un ragazzo, quello che stavano aspettando da quasi mezz’ora, quello che – così le avevano detto – era sempre in ritardo. E lei non aveva capito che parlavano di Ka. Appena lui la vide restò a guardarla per qualche secondo, stupito più di lei dal rivedere quella ragazza così presto. Gliel’aveva detto che presto sarebbe tornata, lui le aveva augurato buona fortuna e gliela augurava veramente, ma non si sarebbe mai aspettato che Nora avesse vinto così velocemente, non pensava che avesse una così grande forza di volontà. Salutò tutti gli amici e poi prese posto, tra Marianna e Nora. “Hey” le disse sedendosi. “Ciao” disse lei sollevata per aver trovato un diversivo al terzo grado, ma un po’ seccata dal fatto che il diversivo fosse lui. Non lo odiava, come avrebbe potuto? E poi lui non aveva nessuna colpa. Era solo che si sentiva un po’ infastidita, in fondo c’era un altro posto libero, lontano da lei e avrebbe potuto sedersi là dato che le aveva chiesto di non rovinare la sua storia, dato che l’aveva pregata di scordarsi tutto nonostante sapesse che lei non ci sarebbe mai riuscita. “Come stai?” le chiese sfogliando la lista degli alcolici. “Bene. Comunque noi abbiamo già ordinato, penso che tu debba andare al bancone per far aggiungere la tua ordinazione” “No, aspetterò il secondo giro” “Ok” rispose lei e tornò a sorridere a Matteo, che nel frattempo sorrideva divertito a quella scenetta tra Nora e Ka: aveva scambiato il distacco di Nora per freddezza e noia e non era mai successo che qualcuno respingesse Ka, lui non poteva essere che felice. “Allora, stavamo dicendo?” chiese Matteo, che aveva perso il filo del discorso. “Bah, non mi ricordo – mentì Nora – com’è qua?” “Niente di speciale, ma è carino” “Ok” annuì lei e la cameriera la salvò di nuovo da un imbarazzante silenzio che era calato. Dopo che ognuno ricevette il proprio drink, Matteo iniziò una conversazione con un amico e la lasciò in pace; forse non era fatta per la compagnia, forse era destinata a vivere sempre sola, contornata da poche persone che entravano casualmente nella sua esistenza e dopo un po’ se ne andavano, forse aveva sempre vissuto tagliata fuori da ogni cosa perché era quella la sua natura, forse non sarebbe mai cambiata e col tempo sarebbe solo diventata un problema anche per Marianna. Questo era ciò che più la spaventava, non voleva causarle noie, non voleva ferirla, non voleva che la loro amicizia finisse, non voleva che la cacciasse da casa sua, non voleva che il suo sogno finisse. Sì, tutto quello che stava succedendo le sembrava solo un bellissimo sogno: avere Marianna accanto a lei, avere lì due dei suoi eroi, divertirsi a Milano. E aveva paura di perdere tutto. Non succederà si promise e senza disturbare nessuno si alzò ed uscì a prendere un po’ d’aria. Senza che se ne accorgesse Ka la seguì prendendo la scusa di aver bisogno di fumare una sigaretta. “L’ho capito, sai” disse lui comparendole davanti e spaventandola. “Mi hai fatto prendere un colpo!” gli disse sorridendo. “Scusa, non era mia intenzione” le disse davvero dispiaciuto. “Niente, non importa. Cosa avresti capito?” “Che mi eviti” disse lui senza girarci troppo intorno. “No, non è vero” si difese Nora. “A me sembra proprio così” “Beh, ti sbagli” disse un po’ scocciata. “Ecco, vedi, non mi sbaglio: sei fredda” “No, non è freddezza, è che sto cercando di non rovinare la tua storia” “Nora, che cosa stai dicendo?” le chiese confuso. “Oh, dai, lo sai benissimo. Dopo quella serata mi hai chiesto di non rovinare la tua storia, di dimenticare, ma non ci riesco, non ci riuscirò mai e se ti parlo potrei dire qualcosa di sbagliato. Credimi, è meglio così. Sei il mio eroe, non farò nulla che potrà rovinare qualcosa a cui tieni” “Nora, non devi ignorarmi” le disse quasi pregandola di non farlo. “Sì, si che devo, perché altrimenti rovinerei tutto, lo faccio sempre e anche con te, perché sei comunque il mio eroe, il mio punto di riferimento, il mio chitarrista preferito, ma è diverso da prima, ecco, l’ho detto, scusami” “Nora, scusami io non pensavo…” disse cercando di incrociare gli occhi della ragazza, che non volevano saperne di guardarlo mentre parlava. “No, non devi scusarti, ne abbiamo già parlato, non è colpa di nessuno. Tu sei Ka, sei il chitarrista dei Finley, io sono Nora, una fan come tutte le altre che si è lasciata trasportare un po’ troppo dalle sue stupidi illusioni. E poi, te l’ho detto, lo faccio anche per te, per non rovinare la tua relazione seria” “Non ho nessuna relazione seria, Nora – disse ridendo – ero solo preoccupato per ciò che era successo, cioè, avevamo bevuto, non ci conoscevamo nemmeno, dovevo trovare una scusa e mi dispiace averti ferita” “Perché dovrebbe dispiacerti, in fondo non ci conosciamo nemmeno” “Mi dispiace perché con nessuno ci si dovrebbe comportare come mi sono comportato e sono davvero dispiaciuto. Ti chiedo scusa, davvero” “Scusa per la freddezza di prima – disse lei sorridendogli imbarazzata – e scusa per lo sfogo” Restarono lì fuori per un po’. Lui fumava la sua Marlboro light, lei era appoggiata al muretto accanto a lui; parlarono tanto. Parlarono di tutto quella sera, parlarono dei Finley, parlarono di musica, parlarono del paesino in cui abitava Nora, parlarono di Roma che Ka aveva visitato molte volte mentre Nora mai, parlarono di Milano che entrambi avevano sempre amato, parlarono dei negozi del capoluogo lombardo, parlarono di shopping, parlarono di libri, parlarono di film e di TV e dopo aver ricordato la famosa ospitata dei Finley a Scalo 72 in cui Ka aveva imitato i capelli di Wolverine le propose di andare al cinema, tanto non era molto tardi: sarebbero riusciti ad assistere alla seconda proiezione. Nora rientrò nel locale a prendere il suo copri spalle e la sua borsa, avvisò Marianna che sarebbe tornata con Ka e dopo che lei con un sorriso a 2983846 denti le disse di non preoccuparsi che tanto sarebbe tornata con Dani, uscì di nuovo e con Ka si avviò verso il cinema, che si trovava a pochi isolati dallo Station. Commenti per "Perchè non ti lasci salvare da me?". |
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Capitolo dieci.
“Te l’ho mai detto che amo l’estate?” chiese Marianna a Nora mentre scendevano a fare colazione. “Come mai la ami?” “Ah, perché la sera si può uscire e stare in giro fino a tardi. E poi amo anche le cene con gli amici dei miei genitori” “Sarà, ma è sempre stato il contrario” “Beh, prima non capivo niente” disse ridendo Marianna. “L’ultima volta che hai detto di odiarle è stato un paio di giorni fa, durante la mia prima giornata milanese” “Ho cambiato idea” concluse radiosa Marianna. “E cos’è che ti ha fatto cambiare idea?” le chiese curiosa l’amica nonostante sapesse che tutto ciò aveva un nome ed un cognome. “Danilo Calvio, anche detto Dani, il ragazzo più… più dolce… più carino… più affascinante… più tutto d’Italia, nah, del mondo” “Oddio, addirittura!” esclamò shoccata Nora. “Ho fatto male a non provare mai a combinare qualche incontro/scontro per passare insieme un po’ di tempo. È carino, davvero. E gli voglio bene. Ieri gli ho anche lasciato il mio numero, sul braccio, come mi avevi suggerito. Mi ha sorriso, mi ha guardata divertito ed era stupendo. Norì, lui mi guardava, guardava me e sorrideva e poi mi ha ringraziata e mi ha dato un bacio, sulla guancia, ma comunque un bacio. Nora, cosa faccio? Cavolo, non posso innamorarmi!” “Perché no? – chiese stupita l’amica – l’unica storia seria che ho avuto è stato uno dei periodi più felici, almeno ero allegra” “Oh, e le storie non serie?” chiese ridendo Marianna. “Che idiota!” esclamò Nora. “Devi dirmi cosa fare, davvero” “Ah, ah, ah! Tu lo chiedi ad una frana come me?” “Forse dovremmo rivolgerci tipo ad un’agenzia matrimoniale, oppure affittiamo uno gigolò e chiediamo a lui dei consigli, oppure…” “Oppure lasci perdere le cavolate e fai quello che ti senti di fare senza troppe forzature. Credo che se Dani ti voglia bene non desideri una Marianna guidata da un’agenzia, tanto meno da uno gigolò. Io penso che lui voglia solo la vera Marianna. Poi non so, quella esperta in relazioni sei sempre stata tu, intendo relazioni in generale, contatti con il mondo esterno” “Perfetto, un ragazzino ha messo in difficoltà l’esperta di contatti con il mondo esterno. Non avrei mai dovuto ballare con Dani, cavolo!” “Ma perché, Mari?” chiese Nora continuando a non capire. “Boh, non lo so. Perché adesso non voglio innamorarmi di Dani, perché mi sono innamorata veramente di lui e non lo voglio adesso. Ho diciassette anni, quasi diciotto e vorrei anche divertirmi senza dover sempre stare a pensare che ho un ragazzo, però io Dani lo voglio. E poi so già che mi stuferò, mi sono sempre stufata di tutti i ragazzi con i quali sono stata e se mi metto con lui finirà nello stesso identico modo delle precedenti tre relazioni, ne sono sicura. Se mi innamorassi di lui fra un paio d’anni sarebbe tutto più semplice” “Se ti innamorassi di lui fra un paio d’anni molto probabilmente sarebbe tutto diverso, ti innamoreresti di un altro Dani. Tu ami il Dani che c’è ora, lui cambierà e se cambierai con lui può darsi che continuerai ad amarlo, ma se non sei con lui mentre cambia fra un paio d’anni avrai di fronte uno sconosciuto. E poi se è quello giusto non ti stuferai, ti stancherai di lui solo quando capirai che non è più la persona ideale per te” “Forse hai ragione, forse dovrei iniziare a leggere qualche romanzo rosa anche io” “Sì, sarebbe anche ora” scherzò Nora addentando la sua brioches al cioccolato. “E tu ieri sei stata al cinema? Bello il film?” “Fantastico” “Oh, Norì, non vorrai farmi credere che hai passato il tempo a fissare lo schermo o che non abbiate parlato” “Abbiamo parlato tanto ieri sera, ma di tutto e di niente. È stata una serata piacevole, sto bene con lui, è… un eroe” “Ma questo lo sapevamo già, io voglio novità” le disse ammiccando Marianna. “Non è successo nulla” ammise Nora. “Uff… ma nemmeno quando ti ha riaccompagnata?” “No, niente, ci siamo salutati. Ma poi cosa doveva succedere? Siamo due persone che si stanno conoscendo e che sono quasi amici” “Diciamo che prima hanno avuto uno scontro piacevole ed ora stanno cercando di conoscersi meglio. E comunque, Norì, non credo che rimarrete amici per molto. Dani dice…” “Non avrai detto quello che è successo tra me e Ka a Dani?” chiese terrificata Nora. “Beh… mi sa di sì. È che stavamo parlando di voi. Non sapevo…” “Cavolo, cavolo, cavolo. Mari, non lo deve sapere nessuno. Non voglio che si sappia e nemmeno lui vuole” “Mi fido di Dani: non lo dirà a nessuno, ora calmati” “Sì, ok, ma è complicato. Non ci sto più capendo niente. Mi ha detto che aveva una storia seria e di non rovinargliela, poi ieri sera mi ha detto che era solo una scusa perché non sapeva che dire” sbuffò Nora. “Norì, ti vedo bene con lui. L’ha detto anche Dani” “E perché l’avrebbe detto Dani?” chiese curiosa Nora. “Perché quando sei uscita, Ka ti ha seguita” “Sì, doveva fumare” disse Nora. “Nah, ha detto a Dani che doveva sistemare una cosa e allora abbiamo parlato di voi. Ha detto che vi vedeva bene insieme, allora gli ho raccontato di quello che avete fatto e poi, te lo devo dire, mi ha insospettito il fatto che non fosse sorpreso da quello che aveva fatto Ka, come se fosse una storia che sentiva tutti i giorni” “Bene, a me ieri sera ha detto il contrario. Mari, basta pensare a quei due, usciamo a fare un giro, ho voglia di vivere” ammise Nora. E così per la seconda volta della sua vita girovagò per le vie di Milano con la sua macchina fotografica attorcigliata al polso, la sua migliore amica accanto, tanta confusione nella testa e una gran voglia di non pensare a nulla. Però era buffo, aveva cominciato a vivere da poco e si era già creato tanto caos. Lei non era abituata al disordine, lei prima aveva ogni cosa sotto controllo, anche perché non aveva molto a cui badare. Però quel casino le dava una sensazione piacevole. Commenti per "Perchè non ti lasci salvare da me?". |
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