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Titolo: Be Mine
Autrice: *Karin_Kuzumaki* Genere: Real Life Rating: Giallo Genere: Commedia romantica con sfumature drammatiche e comiche. Desclaimer: Non scrivo a scopo di lucro. I personaggi non mi appartengono eccetto i genitori di Karin e la sua amica Kumiko. Gli altri sono reali. I fatti accaduti sono puramente casuali, frutto della mia immaginazione. Nota: Questa è la mia prima Fan Fiction, quindi ecco un via vai di errori grammaticali, parole senza senso, che si perdono, si ripetono. Può benissimo non piacervi, ma lo stile potrebbe migliorare (o addirittura peggiorare -.-"), con i capitoli a seguire.. Per ogni commento o insulto c'è il... Topic dei Commenti: http://forum.teamworld.it/showthread...42#post4499242 1. Ricordi che riaffiorano Presentazione: "Datemi un sogno da vivere, perchè questa realtà mi sta distruggendo..." Turbata da un incubo senza fine, Karin si risvegliò di soprassalto nel cuore della notte; provava un misto di emozioni: angoscia, disperazione, paura, solitudine. Alla cieca tastò la parete in cerca dell'interuttore, ma non la trovò. Allora cercò di localizzare la stanza nel buio e provò alla sua destra, verso il comodino. Quando la fioca luce di una lampada illuminò la stanza, finalmente si calmò, ma non troppo. Questo non è un incubo. E' la straziante realtà. L'orologio digitale sul comodino, segnava con delle cifre rosse le 3 e venti. La ragazza guardò fuori dalla finestra. La notte avanzava scura, ad illuminare c'era solo la luna. Una luna a falce. Di tanto in tanto veniva coperta da nuvole grigie di passaggio. Veloci, come pecorelle. Maligne. Karin rimase immobile nel letto avvolta nelle coperte, con lo sguardo spento. Non aveva intenzione di dormire, perchè sapeva che se avesse chiuso gli occhi sarebbe ritornata indietro, a quel terribile giorno. E i ricordi si sarebbero trasformati in tragedia. Una tragedia che conosceva troppo bene, e non voleva rivivere. Eppure lui era lì, seduto sul bordo del suo letto ad accarezzarle la testa guardandola dolcemente, come faceva prima. Restava a guardarlo, anche se sapeva che al suo posto c'era solo il completo nulla. E quel tocco sui capelli scuri non esisteva più da tempo. Era solo un brutto scherzo della sua mente, ma non voleva cancellarlo, era bello sentire che lui era ancora presente nel suo cuore e nella mente. La figura lentamente svaniva, il contatto si affievoliva, poi più nulla. Accese l'i-pod con un debole colpo di pollice, spulciò tra le varie canzoni, ma non trovò nessuna che la soddisfasse. Niente che potesse darle conforto in un momento di debolezza come quello. Da tre anni non c'era più. Non si era ancora abituata del tutto a quel vuoto dentro di sè, che la tormentava. Le mancava. Molto. Troppo... quanto l'aria. No... lui era la sua aria. E non aveva più senso respirare, perchè l'aria non c'era più. La morte gliel'ha portata via. Per sempre. Eppure era così bello, a volte, far finta che lui fosse ancora qui, con lei. Credere in una finzione, in una bugia. Una bellissima bugia. Un lampo di lucidità illuminò per un attimo la sua memoria, e si chiese come avesse fatto a non ricordare quella canzone. A Beautiful Lie. Si mise a pigiare febbrilmente i tasti nella ricerca di quello che sembrava lo scopo della sua vita. La trovò e premò il tasto del Play con decisione. Partirono le prime note della canzone, l'eco deciso delle chitarre, poi, quelle parole. Lie awake in bed at night Think about your life Do you want to be different (different?) Così decise, sicure... graffianti... Sembravano parlare di lei. Try to let go all the truth The battle of your youth Cause this is just a game Sentì una lacrima scivolarle sul viso. Curiosa e capricciosa. It's a perfect denial Such a beautiful lie, to believe in So beautiful, beautiful That makes me... No! Non devo piangere... comandò a se stessa. It's time to forget about the past To wash away what happened last Ma non servì a niente, perchè fece soltanto aumentare le lacrime, che le bagnarono il viso, tra gli singhiozzi soffocati. Quante volte l'aveva ascoltata quella canzone? Milioni. Eppure sembra la prima volta, fa male solo ora e quanto era vero quello che cercava di trasmettere. Era così attaccata a quel giorno, a quell'incubo reale... era intrappolata in una bugia, una bellissima bugia... ma il passato bisogna cancellarlo, se ci fa male. Sentì l'abbaiare di un cane del vicinato, un abbaiare soffocato, come i suoi pensieri. Quasi verso l'alba la ragazza si riaddormentò tra quelle note che si ripetevano all'infinito, ma non erano mai abbastanza, e di nuovo, volare tra quelle strofe. Un solo pensiero. Lui... che con il suo sorriso, le cullava gli incubi sfumandoli in sogni. Mattina. La sveglia stava suonando. Quel noioso "biii biiip" continuava a rimbombarle nelle orecchie, insistente e fastidioso. Oh no, già mattina! Che schifo di buongiorno... Spense la sveglia schiacciandola con il peso morto del suo braccio. Ritornò il silenzio, si calmò e riprese a dormire, tranquilla. Dopo un po', forse un po' troppo, sentì la porta della stanza accanto aprirsi. Oh no, Chris...! Scostò il lenzuolo celeste che la copriva, si alzò con fatica, con un mal di testa terribile. Si stroppicciò gli occhi e per un attimo restò lì, sul bordo del letto, a fissare il vuoto. Toc-toc. Qualcuno stava bussando, ma la porta non si aprì. Solo una voce ancora assonata parlò <<Karin, so che sei lì impalata a fissare chissà che, lo fai ogni mattina! Muoviti che devi andare al lavoro!>> Ancora assonata, Karin rispose con un <<Si, papà...>> di malavoglia. <<Non puoi evitare i tuoi ventBIIIIP anni!>> e con questo si allontanò dalla porta con i suoi passi pesanti. Come se non lo sapessi... Si cambiò i vestiti buttandoli alla rinfusa, come sempre. Pescò dall'armadio una felpa, un paio di jeans. Un abbigliamento molto anonimo. Uscì dalla camera e corse verso il bagno dove prese lo spazzolino e cominciò a lavarsi i denti. Fissò lo specchio davanti a sè. Vide riflettersi una ragazza dai capelli corvini e leggermente mossi avvolgere un viso pallidiccio. Gli occhi castani erano stanchi, le occhiaie erano sempre lì, non evidenti, ma c'erano. Traccia di quelle notti insonni. A quel pensiero distolse subito lo sguardo dallo specchio. Finì e scese le scale arrivando in cucina dove suo padre sorseggia un espresso, leggendo il giornale. <<'Giorno, Chris...>> L'uomo distolse un attimo lo sguardo dal giornale <<Ti sei alzata, bella addormentata, eh?>> <<Aahw...>> sbadigliò <<scusa, ma non ho dormito bene...>> Il padre intuì subito il motivo. Era sempre quello... da tre anni. <<Sempre lo stesso incubo?>> Fece una smorfia, come per dire che erano evidente. Aprì il frigorifero e prese un cartone bianco del latte con sopra disegnata una mucca, più bianca che nera, che pascolava e mostrava il suo generoso di dietro. Una pausa di silenzio. Si sentirono solo i cereali che cadevano nella ciottola verde mela della ragazza. <<Mi dispiace, tesoro...>> riuscì a dire l'uomo alla fine, rimettendo giù il giornale che ormai sapeva a memoria, ma non trovò altre parole per confortare la figlia. Non era mai stato bravo a consolare la gente. Karin sospirò, fece un cenno come per dirgli che non importava, e cominciò a mangiare a piccoli cucchiaiate, per far durare il più possibile quella modesta colazione. Chris guardò l'orologio analogico alla parete e si alzò d'improvviso, prese il palmare e la solita cartella rossa con vari documenti che si portava sempre appresso. <<Devo andare... sono in ritardo per il lavoro. Vuoi un passaggio?>> <<No, grazie Chris... vado a piedi con Kumiko.>> <<Ah, ok... a stasera allora. Buon lavoro, tesoro.>> le diede un veloce bacio sulla fronte, poi aprì la porta che dava sul giardino e al garage, uscì e la chiuse dietro di sè. Ritornò quasi subito. <<Le chiavi dell'auto!>> mostrando cosa aveva dimenticato. Poi uscì di nuovo. La ragazza sentì il rimbombo dell'auto che si allontanava dal queartiere, poi il silenzio. [Continua nel post sotto]
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» PIECES OF TIM A fanpage dedicated to Tim Kelleher. Enjoy it H E R E . ![]() Ultima modifica di *Karin_Kuzumaki*; 31-08-2008 a 12:30. |
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Terminò la colazione, leccandosi le labbra con un accenno di screpolatura, e riordinò il tavolo, passandoci sopra un panno color panna.
Un bellissimo husky bianco con chiazze scure bluastre sul dorso e sulle orecchie fece il suo ingresso nella cucina. <<Musky! Ti sei svegliato... hai fame, bello?>> esultò la padroncina con una sfumatura di profonda tenerezza nella voce. L'husky la guardò con le sue pupille chiare che avevano lo stesso colore dei ghiacci dei poli e cacciò fuori la sua rosea e ruvida lingua. La ragazza accennò un sorriso, raccolse la ciottola gialla vuota dall'angolo pappa del cane e la riempì dei suoi croccantini. Musky ci si tuffò letteralmente dentro, agitando la folta coda. <<Buon appettito, Musky...>> e la ragazza ritornò in camera. Aprì la finestra per dare aria a quella stanza che sapeva di vissuto, e preparò la borsa. Portafoglio, taccuino, cellulare, chiavi... Tra una pausa l'altra vorrei rileggermi un libro. Magari uno vecchio che non leggo da tanto... Si avvicinò alla piccola libreria, trabbocante di libri e riviste. Scelse la copia de Il Giardino segreto, ma nel prenderlo qualcosa scivolò via, leggero, cadendo sul pavimento di legno. Una fotografia. Era girata e non la mostrava. Incuriosita si abbasò, la raccolse e la girò. Ebbe un tuffo al cuore. Alam... Avrebbe riconosciuto quel volto fra mille. Ed ogni volta, quel tuffo. Quel tuffo che la portava lontana dal presente, che la faceva immergere in quel passato ovattato, facendole rivivere ogni istante dimenticato, ma non sparito. Si è scelto di seppelirlo in fondo alla memoria, perchè fa male, ma restano lì. Certe cose non puoi cancellarle. Mai... E con quella foto mille ricordi che riaffiorano. L'incontro al bar, le lunghe chiamate mettendo da parte i libri, le risate in compagnia... Sì, Lui... con la sua espressione spensierata, il suo caldo sorriso e i suoi occhi verdi... di un verde intenso, di speranza. E accanto a lui c'era lei, Karin. Ancora felice, come non mai. Come non lo era più da tempo. Erano in vacanza in Canada, lì erano davanti alle Cascate del Niagara. Un emozione unica, da condividere con la persona che più ami. Una delle prime vacanze passate insieme; ritrovarsi in un posto che non conosci, persone che non conosci, posti nuovi da scoprire, ma al tuo fianco c'è lui, e questo ti basta... per sempre. Ma niente è per sempre, niente è eterno. Possono durare quanto tempo vuoi, anche dieci miliardi di anni, ma alla fine tutto muore, tutto cessa. Karin sentì una stretta al cuore. Sentiva una fiamma serpeggiarle nel petto senza darle scampo. Ripensare ad Alam le faceva lacerare il cuore. Perchè la causa della sua morte... è stata lei. [To be continued...] |
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2. Tre anni prima - Will I Rebirth?
Presentazione: "E mi chiesi se un ricordo sia qualcosa che hai ancora o qualcosa che hai perduto." In un appartamento del quartiere periferico di Phoenix, nel silenzioso corridoio fa eco una voce femminile. <<Karin...? Dove sei?>> La porta della stanza in fondo al corridoio si aprì cigolando piano, e apparve una ragazza sui diciasette anni, ancora in pigiama. <<Qui, mamma...!>> gridò silenziosamente e si ricacciò dentro, lasciando aperta la porta. La donna dai capelli biondo cenere, legati in un chignon disordinato, fece capolino all'entrata. <<Ma qui c'è stata la terza guerra mondiale!>> esplose guardandosi intorno. Il letto disfatto era orrendamente travolto da un mucchio enorme di vestiti anonimi che cresceva a dismisura man mano che due mani esili li lanciava dall'armadio. Alcuni cadevano e finivano sul pavimento, già ingombro di vari libri, riviste, fumetti e foto cartacee di ogni genere, sparpagliati in giro un caos mai visto sulla Terra. <<Ehm, scusa mamma, sai cercavo la sciarpa che mi avevi regalato per Natale, ma non la trovo...>> si giustificò la figlia allungando il viso fuori dall'armadio, smettendo per un attimo di tirare fuori indumenti e lanciarli in giro. La madre la guardò con fare severo, ma poi aggrottò la fronte <<Quale?>> <<Quella di seta bianca con i ricami lilla. Era bellissima...>> precisò la figlia. La donna scorse l'ora dall'orologio che aveva sul polso <<Ma tesoro, non puoi mettertene un'altra? Stai facendo tardi!>> <<Ma quella mi porta fortuna! Oggi ho l'interrogazione di storia!>> ribattè allargando le braccia. La fulminò con lo sguardo <<Non ti servirebbe se avessi studiato, Karin..!>> <<Ma io ho studiato...>> fece un ghigno a denti stretti <<... ma non ricordo più niente!>> Incorciò le braccia sul maglione rosso <<E pensi che una semplice sciarpa possa evitarti di prendere una D?>> <<Ma magari funziona, che ne sai?>> <<Studierai durante la ricreazione! Guarda che papà di uccide se porti a casa una D, eh! Ora muoviti, che fai tardi...>> La ragazza annuì pensierosa. <<E stasera, quando torno>> continuò la donna <<voglio vedere questa stanza perfettamente pulita e ordinata, capito?>> non le lasciò il tempo di rispondere che era già sparita in corridoio. Lanciò un occhiata all'orologio. In fretta e furia, Karin si cambiò, lanciando il pigiama sul letto ancora disfatto. Jeans, felpa, sciarpa... pronta! Scorse di nuovo l'orologio. 30 secondi per prepararsi, niente male come nuovo record! Senza ontare che si era già lavata. Scese velocemente le scale e atterrò con un salto dal terzo gradino, dove trovò i genitori in cucina a fare colazione guardandola con rimprovero per il salto. <<Ciao papà!>> rivolgendosi a Chris, che la salutò a sua volta, poi guardò Aires, ma non fece in tempo a salutarla. <<Buongiorno ritardataria...>> fece la donna con il chignon disordinato, continuando a spalmare la marmellata all'arancia su una fetta di pane integrale, senza distogliere lo sguardo dalla sua colazione. <<'Giorno mamma!>> mormorò Karin calandosi nel ruolo della figlia perfetta che non era. Aprì la credenza per cercare i soliti cereali al cioccolato. <<I cereali sono finiti, tesoro...>> annunciò Aires addentando la fetta. <<Ah...>> la guardò con il labbro tremulo <<E io che mangio?>> <<Non fare quella faccia, sembri Musky che chiede la cioccolata!>> Musky era cagnolina di casa. Un bellissimo cucciolo di husky. Il suo nome per intero era Evangeline Musk-rose, ma col tempo è diventato semplicemente Musky. Karin aveva l'abitudine di dare nomi assurdi a tutto ciò a cui teneva. <<Infatti è quello che chiedo, mamma...>> <<Ci sono delle briosche al cioccolato, lì, nel forno... cioccolato e cioccolato e ancora cioccolato... sei fissata, tesoro.>> Chris guardò la moglie divertito <<Ma se la mangi sempre anche tu, amore?>> Scoppiarono tutti e tre a ridere. Finirono velocemente la colazione, tra battute improvvisate e piccoli risa mattutine. Poi, Dlin-dlon, il campanello suonò, un rumore che fece eco in tutta la casa. Si stupirono nel momento, ma sapevano già c'era dietro la porta. Puntuale come sempre. Chirs e Aires guardarono la figlia, che a quel suono arrossì imbarazzata. <<E dai muoviti, tesoro! Che fai lì impalata? E' arrivato!>> intervenne la madre spingendola piano giù dallo sgabello. La ragazza addenttò l'ultimo boccone della briosche, afferrò lo zaino e corse verso l'ingresso, ma nell'avvicinarsi, rallentò. Portò la mano al petto. Sì, il cuore le batteva a mille. E solo una semplice porta la bloccava dal suo paradiso. Appoggò la mano sulla maniglia tonda. E girò tirando la porta versò di sè. Una fredda ventata improvvisa la inebriò, ma appena vide la figura che aveva davanti le guance s'infiammarono. Era stupendo... avvolto in un giaccone nero più grande di lui con una sciarpa grigia a riscaldargli il collo, ma quella bellezza coperta non faceva che risaltarlo. I loro sguardi si incontrarono e Karin ai perse in quegli occhi in cui c'era il verde di tutti gli smeraldi del mondo. La sua voce la riscosse <<Hey, buongiorno...>> <<'Giorno...A-Alam...>> Sorrise <<Ricominci a balbettare il mio nome come tempo fa?>> <<Eh... lo sai che mi metti in ansia con la tua presenza>> sbuffò Karin. Rise divertito <<Oggi fanno 2 anni, Karin...>> La ragazza si stupì <<Te ne sei ricordato?>> Da dietro la schiena, Alam tirò fuori una rosa, che stava dischiudendo i petali rosei. <<Buon anniversario, amore...>> e le schioccò un bacio sulle labbra, facendola avvampare. Karin svvicinò il viso al fiore e insipirò cogliendone il dolce profumo <<E' bellissima... grazie, Alam... non dovevi.>> <<Beh, ne è valsa la pena, visto che hai pronunciato perfettamente il mio nome!>> Gli tirò una leggera gomitata mentre lui sorrideva divertito per la sua reazione. Con quel suo sorriso perfetto, che ti contagiava e ti trasmetteva la sua felicità, la sua allegria... il suo amore. Karin si avvicinò a lui e lo baciò leggera sulle labbra ancora dischiuse per il sorriso, cogliendolo alla sprovvista. <<Ehi, ladrona di baci, questa me la paghi, vieni qua...>> e la strinse a sè, baciandole il collo. [Continua nel prossimo post...] |
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Karin passò le piccola dita tra i suoi capelli chiari, leggermente arruffati, poi scese e gli accarezzò la guancia liscia e rosea.
Scesero in strada, diretti verso la scuola. E' l'ultimo anno, devono farcela. Erano convinti che avrebbero superato le difficoltà. Volevano disegnare un futuro insieme, il loro desiderio. Poteva sembrare un'assurda concezione della mente caotica di due adolescenti, ma era il loro sogno, e ci credevano. Mano nella mano camminavano per le vie ridendo spensierati, sfrecciandosi battutine sarcastiche, per poi far finta di arrabbiarsi, ma fare subito pace. Era il loro giorno speciale e volevano viverlo al meglio. Svoltarono un vicolo e arrivarono ad un incrocio. Si fermarono. Dovevano separarsi. <<Ci vedremo ancora oggi, vero?>> chiese ansiosa. <<Scherzi, vero? Certo che ci vediamo... non ho organizzato tutto per niente...>> e le fece l'occhiolino. Lei rise <<Ok... passi a prendermi a casa?>> <<Aha... e sì, non farò tardi!>> bofonchiò precedendola sulle parole. Si strinsero forte la mano. Alam la fece voltare leggermente verso di lui per darle un bacio leggero sulle labbra, sorridendole e soffiandole dolcemente sul nasino congelato. Si allontanarono prendendo il tratto per la propria scuola, ma ogni tanto si giravano, come sempre, per cogliere l'attimo per fare l'ultimo saluto, l'ultimo sorriso, camminando all'indietro come i granchi, ma stando attenti a dove mettevano i piedi. Karin era in preda alla felicità, quella giornata sarebbe stata ricca di sorprese e non vedeva l'ora di viverle tutte. Si voltò ancora per guardare Alam allontanarsi, ma non lo vide. In realtà Alam era dietro un albero, si era nascosto per farle uno scherzo. La ragazza, delusa, si rigirò e sentì appena un flebile miagolìo provenire alla sua sinistra, in strada. Vide un battufolo bianco in mezzo alla strada. Di un bianco meno abbagliante della neve. Era un gattino abbandonato, accuciato e miagolante. Perchè non si toglie dalla strada? si chiese preoccupata. Poi guardò attentamente, più da vicino e notò una chiazza rossa. Ha la zampa insanguinata! Karin adorava gli animali, in particolare i gatti e non si sarebbe mai sognata di abbandonarne uno, ancor meno in difficoltà. Scese velocemente in strada incurante della neve che aveva sotto i piedi e che la facevano scivolare, ma aveva buon equilibrio. Corse più veloce che potè verso il gattino ferito che miagolava e lo raccolse delicatamente. Due fari confusi proiettarono la luce su di lei, minacciosi. Un camion stava per arrivare, era poco distante e non si sarebbe fermato per via dell'asfalto scivoloso. Karin vide i fari luccicanti puntati addosso, il clacson suonava ripetutamente, avvertendola. Ma lei rimase immobile, tremante per la paura. Il corpo sembrava morto, non riusciva a muoversi. Il sangue le si congelò dalla paura. Troppa. Il felino continuava a miagolare insistente, ma lei non riuscì nemmeno a sentirlo. Non sentiva niente, solo la paura che la paralizzava. Che la divorava man mano che il camion si avvicinava. Paura di morire. Chiuse gli occhi nella speranza di potersi salvarsi. D'un tratto sentì due braccia, dietro di lei, spingerla verso l'altra parte della strada, facendola rotolare sulla fredda fanghiglia del marciapiede, ormai grigia. Ruote che stridono, lamiere che si piegano. Poi un urto. Uno schianto. Un corpo che cade rovinosamente sull'asfalto. Karin si alzò fremendo. Era ancora scossa e sgomenta. Credeva che sarebbe morta, sotto quel camion. Il cuore le martellava fortissimo nel petto, e si stupì che continuasse ancora a battere. Un dolore lancinante alla gamba sinistra, che non riusciva a muovere. Poi una forza invisibile la costrinse a voltarsi e assistè ad una scena raccapricciante. Degli occhi verdi la stavano fissando. Vuoti e spenti. No, non è possibile... La fissavano sgranati, e la tormentavano. Sembravano incolparla di quello che era successo. Il camion che la stava per investire si era schiantato contro due alberi secolari, con il parabrezza frantumato in mille schegge come l'enorme ragnatela di un ragno e i fari ancora accesi che illuminavano la terribile scena che aveva davanti. Non ha potuto evitare il peggio. La ragazza si portò una mano davanti alla bocca, incredula. Gli occhi cominciavano a pizzicarle. Un corpo senza vita era steso sull'asfalto ghiacciato, rivolgendo l'ultimo sguardo a lei, salvandole la vita, ma offrendo la sua. No! Non può essere vero...! Un liquido rosso colava dalla nuca e sgocciolava sul cemento ghiacciato. Inesorabilmente. Sangue. La voce le si fermò in gola, ma la disperazione era troppa. Il viso era intrappolato in una smorfia di dolore lancinante. Gli occhi vedevano la realtà. Vedevano ciò che il cuore si rifiutava di vedere e capire. Alam... è... morto. Calde lacrime sgorgarono dai suoi occhi, appanandole la vista. Offrendole un riparo momentaneo da ciò che aveva davanti, dalla crudele verità. Un urlo straziante si alzò dal suo petto. Con tutta la forza che aveva, con tutto il fiato e l'aria di cui era in possesso. Finchè la voce non le morì in gola e si consumò del tutto. Poi, il buio più totale. [Continua nel prossimo capitolo...]
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» PIECES OF TIM A fanpage dedicated to Tim Kelleher. Enjoy it H E R E . ![]() Ultima modifica di *Karin_Kuzumaki*; 03-09-2008 a 16:37. |
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3. A photograph of You and I
Presentazione: "Il peso che mi porto da allora è grande. Troppo grande..." Il libro giaceva per terra. La fotografia le scivolò via dalle mani e cadde sul pavimento, vicino ai suoi piedi. Accasciata a terra la guardò a lungo. Immobile. Incapace di fare nient'altro che contemplare quel frammento ormai perso di Alam. Un susseguirsi di immagini le vorticò in testa, senza lasciarle scampo. Scosse la testa nella speranza di poter scacciare quei ricordi, e strinse gli occhi. Insipirò forzatamente, poi si allungò verso il pezzo di carta per raccoglierla, ma risuonò, improvvisa, l'ultima strofa di Was it a Dream? e la interrupe. Was it a dream? Was it a dream? Is this the only evidence that proves it A photograph of you and I A photograph of you and I A photograph of you and I Rimase con il fiato sospeso ad ascoltare quelle parole. Era il cellulare che squillava, ma lei lo ignorava completamente tanto era assorta nell'analizzare lettera per lettera il significato di quelle frasi che facevano male come violenti schiaffi in viso. Dopo tre lunghe chiamate, finamente si accorse che quella melodia proveniva dalla sua borsa. Si alzò barcollante e si butto sul letto afferrando il cellulare e rispose senza nemmeno vedere chi fosse.<<Pronto...?!>> Una voce fin troppo familiare risuonò nell'apparecchio, lamentosa. <<Kariiin? Ma dove sei? Sono davanti a casa tua, ma non mi apre nessuno! E questa è la quarta volta che ti chiamo!>> E all'improvviso sembrò svegliarsi da un lungo letargo <<Ah, Kumiko, sei tu.... oddio Kumiko, sei tu!!! Scusa, ma non ho sentito il campanello, e nemmeno il cellulare! Cioè, il cellulare l'ho sentito, ma credevo che...>> <<Karin?>> la interuppe l'amica, già stufa delle solite scuse. <<Sì?>> <<Spicciati ad aprirmi per amor del cielo!!!>> E riattaccò ancor prima che potesse risponderle, come sempre. Karin scese frettolosamente le scale, oltrepassò la cucina, e si precipitò verso l'ingresso aprendo la porta. Sulla soglia si materializzò la morbida figura di Kumiko, avvolta in un cappottino beige. Era molto freddolosa l'amica, sempre coperta, persino d'estate, <<Scusa, Kumi! Ok, le scuse te le faccio dopo, entra pure, vuoi qualcosa da mangiare?>> <<No, grazie, ho appena preso una briosche al bar all'angolo mentre ti aspettavo.>> si trascinò dentro chiudendo la porta dietro di sè e appese il capottino sull'appendiabiti vuoto all'ingresso <<Mi ero preoccupata sai, credevo ti avessero rapita i marziani!>> fece con tono ironico e si frizzò i capelli biondo miele, dopo essere liberati dalla prigionedell'elastico. <<See, magari... vivrei per farmi rapire, allora...>> esclamò Karin, pensando subito ai Guys. Arrivarono in cucina e si sedettero sulle scale di marmo lucido. <<Sicura che non vuoi qualcosa?>> chiese nuovamente alla bionda. <<Mmh... hai le barette dell'altro giorno?>> Karin la guardò stralunata. <<Dai quelle che mangia il tipo...>> <<Jared...>> la riprese la mora <<le granola, intendi... sì, dovrei averne ancora qualcuno...>> Si alzò dalle scale e aprì la credenza tirando fuori una confezione colorata e afferando una baretta anonima. <<Ah, senti... hai dieci minuti per parlare?>> chiese Karin fingendosi indifferente, mentre allungava la baretta all'amica. <<Spara...>> suggerì Kumiko, scartocciando la baretta e mordicchiandola. Aveva già intuito tutto. L’amica era una libro fin troppo aperto. Karin si sedette al suo fianco e parlò quasi a macchinetta, riversando fiumi di parole su quello che era successo quella mattina. La foto, la canzone, i ricordi. Tutto quello che aveva rivissuto, sugli incubi che non volevano abbandonarla, sul dolore della perdita. Kumiko restò ad ascoltarla pazientemente, la fece sfogare, le accarezzò la testa, quel gesto che spesso riusciva a calmarla. Vide una lacrime scivolare sul viso di Karin, quindi si affrettò ad abbracciarla in quel momento di debolezza dell'amica, che era già fragile di suo. <<No, non piangere, Kari. Non devi pensarci, dai... non devi mollare. Sei stata forte fino ad adesso.>> le sussurrò piano sull'orecchio per calmarla. La ragazza non riuscì a trattenere i singhiozzi, ma non fece uscire nessuna parola. Non ne aveva la forza. <<Non è stata colpa tua, Kari...>> continuò la bionda <<E' inutile ripensarci, è stato solo un incidente, di cui non hai colpa.>> Kumi ha ragione... ma il peso che mi porto da allora è grande. Troppo grande... Lentamente si calmò. La presenza di Kumiko le infondeva serenità come nessun'altra. Non faceva altro che scappare da lei a sfogarsi, eppure dopo tutti quegli anni lei le era ancora lì, vicino a lei. Si asciugò le lacrime con il dorso della mano, dove vi trovò traccia di mascara liquefatto e pian piano si ricompose. Non molto elegantemente si soffiò il naso, facendo ridere la bionda. <<Kumi... scusa... io... so che hai problemi anche tu, ma sei la persona che più mi conosce qui e mi fido ciecamente di te, scusami io...>> <<Sssh... lo sai che parli troppo? Me lo dici sempre, ormai la so a memoria quella frase...>> Musky le stava fissando dall'angolino pappa con i suoi occhioni tristi. Percepiva le emozioni della sua padroncina? Forse... ma si avvicinò alla ragazza e strusciò il pelo bianco contro le sue gambe e guaì triste. Karin si abbassò e gli fece una grattatina sul dorso <<Grazie, Musky...>> L'husky passò la lingua ruvida sulle guance bagnate e salate per via delle lacrime, facendole bruciare ancora di più. Kumiko li guardò con occhi sognanti <<Quant'è bella questa cagnolonaa! Ogni volta che lo vedo è sempre più bella, posso accarezzarla?>> <<Certo fa' pure, Musky le adora le carezze..>> disse con voce rotta. <<Non parlare, Kari... sembri una gallina strozzata, ahah... dai, vai a prepararti che dobbiamo andare...>> si avvicinò al cane e lo accarezzò sul dorso. Musky sembrò godere dell'affetto e ricambiò con una leccata. Poi un'altra. E un'altra ancora. E le bagnò tutto il viso con la sua saliva. <<Ma Musky! Solo una leccatina, mica devi mettermela incinta! Ahaha...>> lo rimproverò Karin divertita. Risero di cuore. E mentre Kumiko rimase in cucina a giocare con il cane, Karin risalì in camera per prendere la borsa per il lavoro. E la rivide, la fotografia. Nuovamente girata, sul pavimento. La raccolse cauta e la mise sul tavolino di legno vicino alla finestra, sempre girata. Rivederla le avrebbe solo fatto male. Quando tornerò la metterò insieme alle altre cose. Devo dimenticarmi di lui... devo provarci. Chiuse le ante della finestra, che davano sul giardino di casa e sulla strada. Tirò le tende bianche, lasciando che un piccolo spiraglio di luce si riflettesse sul muro. Raccolse la copia de Il Giardino Segreto e decise di lasciarlo a casa per oggi. Tanto non avrei tempo per leggerlo. Lo rimise al suo posto, sulla libreria. E non si accorse. Non si accorse che con il vento qualcosa scivolò, dentro la sua borsa. Una voce si estese dalla cucina fino al piano superiore <<Oddio Kariiin! Siamo in un ritardo mostruoso, dobbiamo andareee!!>> Si riflesse nello specchio tondo in camera per darsi un ultima sistemata ai capelli, poi afferrò la borsa e scese le scale. Ignara. [Continua...] |
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Did we create a modern myth Did we imagine half of it Would happen in a thought from now... Save yourself Save yourself La musica nelle orecchie, un auricolare per ciascuno e il piede che forma una mezza luna nell'aria. Le due ragazze hanno finito il turno come cameriere al Chocolat Cafè della signora Connor per cui lavoravano. Si sono concesse qualche ora di shopping nel centro commerciale di Phoenix, ora sono sedute su una panchina dell'ultimo piano, profumando ancora di caffè e pancake appena sformati. <<E' davvero bellissima questa canzone, sai. Di chi è?>> chiese Kumiko, verso il secondo bridge. <<E' una delle mie preferite. E' dei 30 Seconds to Mars.>> rispose Karin. La bionda la guardò stupita <<Cosa? E' loro?>> <<Si... c'è qualcosa che non va?>> biascicò la mora. <<Beh... non mi sembravano il tipo di band che facesse melodie così dolci...>> La guardò torva <<Kumi, quando fai così non ti sopporto!>> L'amica allargò le braccia <<Ma che ho detto?>> Alzò gli occhi al cielo <<Niente e tutto...>> <<Eh? Che? Certo che sei strana davvero forte...>> <<No, tu sei strana... come fai a giudicare delle persone dall'aspetto fermandoti solo alle apparenze? I Mars sono persone meravigliose, te dico, te lo ripeto, te lo ribadisco e te lo confermo!>> Kumiko sospirò <<Ok, ok, ho capito... non ho detto questo, scusa...>> <<Non importa, scusami te se mi sono lasciata andare...>> Kumiko ebbe un flashback. Si ricordò di parole lontane, di desideri dimenticati, pensieri aperti solo a lei. E le venne un idea grandiosa. <<Kari-san... ho appena avuto un'idea! Mi sono ricordata che giorni fa hai detto che tra un mese c'è il concerto dei tipi a Milano, giusto?>> Annuì <<30 Seconds to Mars...>> precisò pronta.<<L'ultima data europea e ci tengo ad andarci. Vorrei rivedere molte persone.>> <<Ecco, ti accompagno, ti va?>> Non fece in tempo a finire la frase che Karin l'acchiappò stritolandola letteralmente. Si staccò quasi immediatamente per verificare che non ci fosse nessuna una traccia di menzogna, ma si aggrappò nuovamente al suo collo. Farfugliò veloce una frase inarticolata, come nel sonno, che era vagamente simile ad un "Grazie mille". E intanto mille paia di occhi le guardava accennando un sorrisino e scuotendo la testa. <<Certo che quando si parla di loro vai fuori di senno, eh?>> notò Kumiko, ormai abituata all'imprevedibilità dell'amica e ai suoi abbracci, che se non fosse per l'esile corporatura della'amica, sarebbero stati micidiali. <<Aspetta, ma sei sicura?>> domandò la mora, ignorando l'affermazione <<Non ti piace la loro musica, e nemmeno loro. E poi da Phoenix a Milano spendi tantissimo, con andata e ritorno...>> Alzò le spalle <<Pazienza... era da tempo che volevo visitare l'Italia, sai. Vedo il lato positivo, Kari...>> <<Sei un angelo, Kumi-san! Se mi accompagni i miei stanno molto più tranquilli. Pensano che io possa perdermi o cacciarmi in qualche situazione che non potrei gestire da sola, ma quello è il paese in cui sono cresciuta...>> <<Mmh...>> mugugnò figendo di pensare <<Chris e Aires non hanno tutti i torti, sai. Conoscendoti potresti fidarti di qualcuno di cui non dovresti o arrivare in ritardo per la navetta, o dimenticare i documenti o potresti addirittura...>> Kumiko continuò le ipotesi, ma le sue parole andavano a vuoto. Karin guardava in alto, fuori dalla cupola di vetro dell'edificio, sotto cui erano sedute. Ammirava il cielo blu terso, volando su una nuvola e proiettando la mente lontano. Molto lontano da dove era seduta. Kumiko smise di parlare, perchè l'amica non replicava come era solito fare e si accorse che non l'aveva minimamente ascoltata e si offese. Ma guardandola così serena e spensierata, cosa che non era più da tempo, tralasciando i momenti in cui pensava ai Mars, preferì non interrompere quel suo paradiso immaginario. Sì, aveva fatto la cosa giusta. Solo quella band, di cui non si ricordava più nemmeno il nome, sarebbe stata capace di darle un conforto che lei non aveva potuto darle e farle dimenticare, anche solo per un istante, quella persona che regnava ancora nel suo cuore. Alam. [Continua...] |
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4. In the Moonlight
Presentazione: "Chi sei tu che nel buio della notte osi inciampare nei miei più profondi pensieri?" - William Shakespeare Ore 1.37: due figure femminili appoggiate alle transenne metallizzate davanti all'Alcatraz di Milano. Una ragazza dai capelli color miele e una spruzzata leggera di lentiggini sul viso, dormiva tranquilla con la testa appoggiata sullo zaino e la giacca color sabbia le copriva lo stomaco. Un'altra figura, magra ed esile, contemplava il cielo punteggiato di stelle, in cui padroneggiava una bella luna a spicchio. Il sonno si attardava a farle visita, minacciandola di evidenziare le occhiaie che le assicurava un'aspetto da vampiro. Appariva sbiancata, il rossore sulle guance compariva solo nei momenti di imbarazzo o pianto. Il vento divideva in filamenti i suoi scurissimi capelli, talvolta nascondendole gli occhi o le labbra. L'aria notturna era fresca e piacevole, satura di vento. Accarezzava la pelle con leggeri soffi ad intervalli. In un silenzio assordante come quello riusciva a rimanere lucida e rilassata, pensando a tutto e a niente. Ma quella notte aveva bevuto troppo, con l'amica, spinta dall'infrenabile bisogno di lasciarsi andare. Non riusciva a reggere l'alcol, poichè aveva sempre evitato di bere. Non ne gradiva il retrogusto. Si stava pian piano riprendendo dalla sbronza. La prima forse. Guardò la ragazza bionda che dormiva al suo fianco e sorrise. Mi ha accompagnata qui nonostante non le piacciano i marziani... cerca di farmi felice, è davvero un'amica... Le cicale stavano cantando. Crii-criii, crii-criii. Qualche auto passava davanti alla discoteca, abbangliandola, ma frecciava diritto, senza fermarsi. Senza chiedersi, cosa fanno qui due ragazze e quest'ora? La ragazza pensò a Loro. Tim, con quell'aria da vampiro e lo sguardo sfuggente. Il tenero Tomo, un morbido orsacchiotto da coccolare. Shannon, l'animale! Una massa di muscoli sulle braccia, ma un grande cuore d'oro nel petto. Poi c'era lui, Jared... non riusciva a trovare parole che potessero racchiudere tutta la sua essenza. Tremendamente colto? Sicuro. Semplicemente pazzo? Confermato. Enigmatico? Anche troppo. Misterioso? Impenetrabile? Sfuggente? Probabilmente era tutto questo. E per lei non c'era persona più interessante e migliore al mondo. Era un uomo che stimava immensamente. In tutti quegli anni che seguiva la band aveva imparato a conoscerli giorno per giorno, supportandoli in ogni progetto di cui si facevano portavoce, in ogni ostacolo che incontravano e affrontavano. E l'ammirazione cresceva a passo con il tempo con cui la luce della Luna raggiungeva la Terra. 0,8 secondi di anni luce, circa. E le veniva un brivido pensare che il vento che proveniva dalla California avesse rubato un frammento della Loro presenza e riversasse su Phoenix, inebriandola della loro essenza. E... Un improvviso passo felpato la fece riscuotere dai suoi pensieri. Una figura si aggirava sul marciapiede e sembrava dirigersi verso di lei. Non era l'unica persona che passeggiava in quella strada, eppure la mandò in panico appena ne vide l'ombra. <<C...Chi è?>> chiese timorosa. La figura sussultò per attimo, facendo un passo indietro per lo spavento. <<Scusa, non capisco l'italiano.>> la ombra gesticolò <<Spero tu capisca l'inglese. Non volevo spaventarti, credevo che qui non ci fosse nessuno... e scusa se ti ho svegliata.>> Questa voce leggermente roca... questo brivido sulla schiena... <<Ah... non importa. La mia amica sta ancora dormendo, non hai svegliato nessuno. Scusa se ti ho spaventato, io direi.>> Le veniva quasi da ridere. Si stava scusando con un perfetto sconosciuto! Di lui vedeva un'ombra allungata verso di lei. <<E tu? Come mai non stavi dormendo?>> le chiese inaspettatamente lo sconosciuto. Come se la conoscesse da sempre. Una domanda sfacciata scaturita dalla notte. Karin era incerta se rispondere o meno. Era abituata a guardare negli occhi con chi conversava, parlare con un volto davanti, familiare o sconosciuto che fosse. Il fatto di parlare con una figura che non si mostrava la mandava in panico, ma per educazione decise di rispondere. Poteva trattarsi di un echelon venuto per il concerto e a quell'idea si rilassò di più. <<Beh, io non riesco a dormire quasi tutte le notti, ci sono abituata... e poi devo fare da guardia a questa dormigliona...>> fece una pausa per prendere aria <<Sei un echelon? Sei qui per il concerto dei 30 Seconds to Mars?>> chiese quasi speranzosa. L'ombra dello sconosciuto tremò. Rideva. Come se fosse una domanda priva di senso. <<No, sono venuto per fare una passeggiata notturna... non riuscivo a dormire nemmeno io...>> <<Troppo caffè, eh?> cercò di ironizzare la ragazza, che intanto si era alzata e stringeva l'asse di ferro delle transenne. L'ombra si stava allungando ancora verso di lei. Ora riusciva a distinguere una figura scura che avanzava con una eleganza incredibile. <<Credo di si...>> rispose ridacchiando <<e tu, sei una echelon?>> chiese sicuro, come se sapesse già la risposta. <<Si...>> rispose fiera la ragazza, mettendo da parte per un attimo la timidezza <<mi sembra da un'eternità... vedi, la band che si esibirà qui domani sera è quella che sostengo e amo da anni...>> La figura smise per un attimo di avvicinarsi. Non poteva scorgere l'espressione che aveva, e nemmeno il volto, ma sembro' stupirsi un po' <<Ah...>> poi ancora <<Ah...>> e dopo una lunga pausa <<...grazie...>> Karin lo guardo' interrogativa sebbene non aveva nessun viso davanti <<...come?>> La figura fece ultieriori passi in avanti e si mise sotto la luce arancione di un lampione, mescolata al chiarore della Luna. Karin riuscì a scorgere una figura slanciata e mingherlina. I capelli corvini gli ricadevano sugli occhi sempre puntati in basso. Avanzò ancora lentamente, poi alzò lo sguardo e lo posò su di lei con un sorriso leggermente malizioso. Alla ragazza mancò poco per svenire. Oh... mio... dio... Quel chiarore soffuso lo rendeva irreale ai suoi occhi. Sembrava uscito da uno dei suoi infiniti sogni dedicati a loro. <<....J-Jared......?>> Ridacchiò <<Chiunque vuoi che io sia...>> imitò la frase di Ryan di The O.C. La ragazza si stroppicciò gli occhi ignorando la risposta, come se Jared non stesse parlando realmente con lei, ma fosse comparso lì e basta. <<Oh cavolo, allora ho davvero le allucinazioni, ora...>> Rise di nuovo. Aveva dei pantaloni scuri sformati e una maglietta scozzese stroppicciata sotto una giacca sportiva di pelle, sempre scura. <<Dammi il nome di chi vuoi, ma sono veramente io... in carne ed ossa, o almeno quello che ne resta.>> Era, infatti, dimagrito ulteriormente per interpretare un copione che gli avevano proposto, sebbene avesse ripromesso a se stesso di non farlo mai più. La ragazza scavalcò con leggera fatica le transenne e a piccoli e lenti passi gli si avvicinò, ancora incredula di chi avesse davanti agli occhi. I loro sguardi s'incatenarono. <<...ma... non capisco... p-perchè qui?>> Jared scrutò la Luna alta nel cielo, con le mani in tasca. Disinvolto. <<Non saprei... mi ci hanno portato le gambe. Non è carino? Farsi portare dalle gambe senza poterle comandare... potrebbero portarti alla morte, ma non puoi fermarle...>> [Continua....] |
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<<Dammi uno schiaffo...>>
Distolse immediatamente lo sguardo dalla Luna e la guardò strabuzzando gli occhi <<Oddio...perchè?>> <<Voglio vedere se questo e' un sogno...>> rispose tranquilla la ragazza. Fosse almeno la cosa più naturale del mondo farsi prendere a schiaffi dal tuo idolo. Sorrise lievemente. <<Testarda... ti faccio male sai.>> <<Figurati, ho le guancie di ferro, io...>> <<Oh no, non ho intenzione di finire in galera...>> <<Non rischi, ho già compiuto 18 anni... puoi farlo.>> Un po' intimorito di farle male le diede un buffetto sul viso. <<Questo ti sembra uno schiaffo? Devo chiamare mia madre per darti lezioni, allora...>> Poi sciaff, glielo diede veramente. <<Ahiii! Ma mi hai fatto male!>> esplose tenendosi la guancia rossa e guardandolo formando con la bocca una O perfetta. Rise. E la luna sembrò risplendere abbagliante quanto il sole. <<Sei tu la ragazza dalle guance di ferro...>> poi bisbigliando <<...di ferro arruginito, direi.>> e si mise a ridere. Lo guardò torva <<Ehi!>> e gli mollò uno schiaffo leggero, ma abbastanza forte per stordirlo. E subito dopo averlo fatto si pentì amaramente. Me**a... ma che ca**o mi è saltato in mente??? Jared ci rimase di sasso con l'impronta delle cinque piccole dita di Karin ancora sulla guancia <<Ma ti sei bevuta il cervello? Come ca**o ti permetti?!>> sembrava seriamente scosso e furioso. <<Scusa, mi dispiace! Perdonami, è che sono un po' sbronza e non sono abituata, scusami, ti prego...>> implorò Karin, sincera. Silenzio. D'un tratto Karin esplose in una risata cosmica, tenendosi la pancia. L'alcol, a quanto pareva, stava ancora facendo effetto. Jared sbalordito la guardò contorcersi dalle risate per quella situazione paradossale. Le labbra di Jared si incresparono in un sorriso sghembo. E si mise a ridere anche lui, contagiato. Che ragazza strana... <<Se questo è un sogno, è davvero strano forte!!>> esclamò Karin al culmine della sbronza. <<Mai vista una persona ridere in quel modo... superi persino Shannon!>> <<Davvero? Rido peggio di Shanimal?>> <<Non ti fa onore, sai...>> Continuarono a ridere, come se si conoscessero da una vita. Come se fosse normale ridere sguaitamente come loro facevano nel pieno della notte. Le cicale avevano smesso di cantare, ma miracolosamente Kumiko continuava a dormire tranquilla. E il tempo scorreva implacabile e rapido. Perchè quando sei a tuo agio il tempo è tiranno e si sbriciola tutto, facendoti diventare avido. Karin scorse l'ora dal suo polso. <<Cavolo, abbiamo riso per tutto questo tempo?>> <<A quanto pare...>> accennò un sorriso <<La cosa più stravagante della situazione è il fatto che non so nemmeno come ti chiami o chi sei...>> Gli tese la mano <<Meglio tardi che mai... piacere, Karin...>> Jared gliela strinse <<Piacere... sai, non ho mai riso così tanto con una perfetta sconosciuta... sarà perchè ho bevuto troppo di questa roba... cos'hai detto che è?>> <<Ribena... succo di more.>> <<C**o, è buona da morire... non l'avevo mai bevuta.>> mandò giù un sorso di un liquido violaceo da una bottiglia e riprese <<Dicevo... non ho mai riso così tanto con qualcuno che non conosco... sei davvero una persona singolare...>> <<Direi che se parti da questo aggettivo, sei solo sulla punta dell'iceberg...>> <<Mi devo preoccupare allora...>> Karin non lo sentì. Buttò invece, la testa indietro e urlò a quarciagola, come se fosse sola al mondo. <<Mi devo preoccupare ancora di più...>> osservò stupito il cantante. Karin si battè la mano sulla fronte improvvisamente senza sentirlo. Un lampo di sobrietà a quanto pareva. Jared sgranò gli occhi <<Oddio, che succede?>> fulminato dalla scioccante imprevedibilità della ragazza. <<Sono davvero deficiente, come ho potuto essere così sfacciata?!>> strinse gli occhi, serrando la bocca. Alzò un sopraciglio <<Non comprendo...>> <<Ti ho parlato come se fossi una persona qualsiasi, e per tutto questo tempo! Non sarai abituato e avrai creduto che fossi una maleducata e sfacciata. E non voglio apparire così, perchè non lo sono. E' che sono ubriaca ed è la prima volta... sappi comunque che sicuramente non sono in me, ora... oddio forse avrei dovuto darti pure del Lei!>> La guardò per un'attimo aggrottando la fronte, poi si mise a ridere appoggiandosi alla transenna. <<Ehi, perchè ridi?>> <<Sei tu e le tue paranoie che mi fanno ridere! Ahaha...>> <<Eh?>> <<Sei davvero forte... mi piaci...>> Karin avvampò all'istante, ma si riprese subito. Non lo dice con quel significato... Non fece in tempo a rispondergli che il Blackberry squillò sulle note di Closer dei Nine Inch Nails, che il ragazzo aveva appena tirato fuori e acceso. Un po' infastidito, Jared si girò allontanandosi di qualche passo e rispose <<Pronto...?>> Dall'altra, a chilometri di distanza, una voce rauca e profonda, accennata da una nota di sonno, strepitò appena Jared rispose. <<Jared?! Lo sai che ore sono?! Emma mi ha svegliato mentre dormivo per dirmi che tu eri sparito! Non ti vedeva nell'hotel, ti aveva chiamate ma avev il cellulare spento!>> <<Senti, Shannon, non ho 5 anni, ok? Mi sono solo fatto un giro, tutto qui.>> si giustificò Kared, tranquillo. Era abituato alle crisi isteriche di suo fratello, quando qualcuno lo svegliava mentre dormiva serenamente. Si comportava sempre così, esattamente come la madre. <<Avvisa prima di sparire, almeno! Emma c'è proprio per questo! Non farla stressare inutilemente, Jared. E' già sciupata dovendoci seguire. E ora ritorna in hotel, devi riposarti...>> <<Sì, ora arrivo...>> <<Ma dove sei?>> <<Davanti all'edificio in cui suoneremo domani sera..>> non si ricordava il nome della discoteca. <<Ma che ca**o ci fai lì? Potrebbero esserci fangirls, potevi almeno farti scortare da uno dei bodyguard! C'è n'è uno in servizio a quest'ora. Com'è che si chiama... quello grosso e tozzo, con i capelli un po' sparati di qua e di là... dai, quello che puzza di calzini al formaggio.>> <<... mi sembra si chiamasse... Shannon! Aaaahahah...>> <<Davvero molto, molto spiritoso. Vediamo chi ride dopo... fila dritto all'hotel!>> <<Si, ok, arrivo subito...>> e riattaccò, rimettendo il Blackberry nella tasca della giacca sportiva. Si rigirò verso Karin <<Era mio fratello... dice che devo dormire...>> poi quasi in un sussurro <<...devo ritornare in hotel...>> <<Beh ha ragione. Sono venuta apposta per rivedervi suonare, mica per vedere il frontman dormire sul palco, ahaha...>> Silenzio. Jared aveva lo sguardo fisso sulle sue scarpe. <<Signor Leto, si è offeso?>> tento' di scherzare Karin, evidentemente brilla. Jared alzò lo sguardo e la guardò intesamente, senza dire niente. Karin si sentì persa e confusa, ipnotizzata da quegli occhi grigi. Il cantante le si avvicinò. La ragazza sentì il suo respiro leggero sulla pelle. Un'altro passo. Che stava succedendo? Jared sembrava sicuro di sè e avanzava senza distoglierle gli occhi di dosso, come un predatore con la sua vittima. Non un accenno di sorriso. Gli occhi erano diventati due fessure. Un'altro passo ancora. Karin andò in iperventilazione. La sua presenza gli infondeva fiducia e sicurezza, ma quegli occhi, improvissamente seri, le mettevano panico. Ma non si mosse. Non distolse lo sguardo. Poi, improvvisamente, un flashback. Un paio di vivaci occhi verdi, pieni di speranza. Un ampio sorriso, caldo, contagioso. Poi un corpo che viene travolto da una vettura. Gli occhi perdono il loro luminoso colore. Sono diventati spenti, vuoti... morti e la guardano, incolpandola. E Karin istintivamente indietreggiò gridando <<No!>> Sentiva l'infrenabile bisogno di scappare. Si sentì una mina vagante, una stella senza ubicazione. Voleva essere dappertutto, fuorchè lì. Jared sembrò stupirsi per la sua reazione, ma non voleva darlo a vedere e cauto avanzò di nuovo, ma Karin indietreggiò di due passi. Perchè? Perchè ho paura? Perchè mi allontano? Invece lo sapeva bene il perchè. In mente aveva solo un nome, che continuava a vortirle in testa. Alam, Alam, Alam.... <<Perchè ti allontani?>> chiese Jared, come se le avesse letto nel pensiero. Distolse lo sguardo, sperduta <<Io... non lo so... non venirmi incontro, ti prego...>> Jared sentì qualcosa che lo colpì in pieno stomaco, ma non era nulla di tangibile o di materiale. Non sapeva cos'era, ma faceva male. <<Perchè... perchè non posso?>> le chiese ad un tratto incerto. La ragazza si strinse le spalle <<...ti prego...>> supplicandolo quasi. Jared indietreggiò a sua volta <<Scusa... non volevo spaventarti.>> Ci fu un lungo silenzio da parte di tutti e due. Poi Jared si voltò improvvisamente, dandole le spalle <<Beh, grazie per la chiacchierata, ora devo proprio andare. Buonanotte... Karin...>> sussurò, si allontanò con la stessa grazia con cui era comparso. E si dileguò nella notte. [To be continued...] |
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5. La Ragazza della Notte
Presentazione: “Perchè lo pregava quella ragazza scaturita dalla notte? Perchè si era opposta?” Jared si allontanò nel buio della notte inseguito solamente dalla sua stessa ombra. Avanzava con passo lento, fissando il marciapiede. Era confuso. Lo scarso rumoreggiare del traffico faceva da colonna sonora ai suoi pensieri. Respirò forte l'odore del buio e della notte, che gli entrò nei polmoni. Sembrò calmarsi. Gli occhi cominciavano ormai a pizzicargli e doveva muoversi a ritornare all'hotel o sarebbe crollato in strada. Sospirò. Sentiva un macigno nel petto, dopo essersi allontanato da quella ragazza assurda. Cosa aveva fatto per farla agitare così? Doveva essere solamente un augurio di buonanotte, e invece l'aveva spaventata inutilmente. Qualcosa spezzò i suoi pensieri. Delle grida. Si girò di scatto guardandosi intorno, ma vide solo poche persone camminare tranquille dall'altro lato della strada e vetture che avanzavano stridendo sull'asfalto, come se non avessero sentito niente. Nulla. Poi un lampo. E corse, corse e corse ancora. Non sapeva bene il perchè, ma doveva correre. Quasi incosciamente ritornò lì, dove aveva incontrato casualmente quella ragazza, e scorse la sua figura. Si tranquillizzò. Ma durò solo un attimo. Un'altra figura, nettamente più robusta e imponente di lei, la stava trattenendo per il polso tirandola a sè con violenza. La figura barcollava leggeremente. Era ubriaco marcio. Istintivamente Jared corse verso di lei per aiutarla, ma si bloccò quasi subito, sbalordito. Quella che ha davanti sembra una scena di arti marziali. E solo in quel momento notò che Karin non era per nulla terrorizzata, non aveva paura come invece dovrebbe essere. Era fredda e sicura. Tirò un calcio per aria e colpì l'uomo in pieno volto. Poi roteò su se stessa e ne mandò un'altro, più forte, con l'altra gamba. E quasi gli spacca il naso sporgente. Kumiko era appoggiata al muro dell'edificio, in lacrime, evidentemente disperata. <<Non provare mai più a toccare la mia amica, capito?!>> gridò Karin furiosa. <<Giuro che se ci riprovi ti cambio i [connotati, lurido bas***do!>> Si liberò dalla morsa dell'uomo tirandogli un pugno nello stomaco burroso e con decisione gli infilò due dita negli occhi, acceccandolo. L'uomo gridò forte tenendosi gli occhi. Dopo un po' susseguì un'altro urlo di dolore, più forte, che si espanse sul marciapiede. Ora l'uomo era disteso per terra contorcendosi dal dolore. Emanava un odore nauseabondo di patatine fritte e uova marce. Lanciava gemiti di dolore simili a quelli di un suino quando viene macellato. Era stata lei, quella ragazza che le era sembrata tanto debole e fragile. Con suo enorme stupore lo aveva preso per i fianchi con la forza di un uragano, lo aveva alzato da terra e rilanciato per terra. Jared aveva avuto una fot***a paura che quelle braccia si sarebbero spezzate sotto quel mostruoso peso. Ha steso un uomo il doppio di lei! Ca**o, ma questa ragazza è una forza della natura, ma è davvero terrestre? E se Karin l'avesse sentito gli avrebbe volentieri risposto che non lo era... perchè lei era marziana. L'uomo si rialzò con un enorme fatica, increspando la pancia in mille risvolti di grasso, frutto della sua ingordigia. Era paonazzo in viso, ma non era ferito gravemente. Anzi, sembrava quasi che la ragazza l'avesse risparmiato per pietà. L'uomo la guardò per un ultima volta e non riuscì nemmeno a far uscire un sussurro da quanto terrore aveva negli occhi e corse via, se così si poteva chiamare il ritmo con cui si muoveva, barcollando e tenendosi la schiena. Jared, ancora incredulo a cosa avesse assistito, indietreggiò dalla sua posizione, senza farsi vedere. Ora faceva un po' paura anche a lui quella creatura tanto apparentemente fragile. Girò sui tacchi dileguandosi in fretta, come se avesse appena assistito ad un crimine e lui l'ultimo testimone. Quando fu a debita distanza, sì calmò. Sentiva e arterie pulsare nelle tempie. E si mise a ridere. E' troppo fott***mente forte quella Karin... Compose velocemennte un numero e ordinò all'autista di un taxi di venirlo a scortare in quella via. Riattaccò e puntò lo sguardo sull'altra parte della strada. Attraversò ed entro nel bar vicino, aperto con fascia notturna. Era deserto, nemmeno un anima viva. Sembrava il deserto in Arizona. Dietro il bancone, appoggiata alla casa, vi era una cameriera annoiata che masticava una gomma da ormai ore. Jared si calò il cappello ancora di più e ordinò un caffè decaffeinato. Lo sorseggiò in un tavolo vicino alla vetrata. La cassiera lo aveva riconosciuto nonostante il cappello e cercò furtivamente di scattare qualche foto col cellulare, senza farsi vedere. Ma Jared scrutava con lo sguardo oltre la vetrata, senza nemmeno notare la sua presenza. Vide la città di Milano attraverso quel vetro. Istintivamente pensò a lei. Aveva i capelli scurissimi, lunghi e sciolti. Come una notte senza stelle. Erano leggeremente mossi e fluttuavano nell'aria, spettinati da un fresco vento. Si ricordava ancora il suo sguardo vagante. Quei scurissimi occhi castani. Profondi, come piccole perle nere che riflettevano il mondo che vedevano. Ti assorbivano come un buco nero poteva fare. Assomigliava ad una bambolina di porcellana. Piccola, magra. Fragile... ma dopo quello a cui ha assistito poco fa ci credeva un po' meno. Perchè non hai voluto che mi avvicinassi a te? Ripensò alle sue ultime parole, e si sentì leggermente offeso. "Io... non lo so... non venirmi incontro, ti prego..." Perchè lo pregava quella ragazza scaturita dalla notte? Perchè si era opposta? Non aveva conosciuto ancora una donna che avesse rifiutato un suo gesto. Qualunque esso fosse. Tranne ovviamente sua madre, Costance. Forse era in questo che aveva sbagliato. Conoscere donne che gli cadevano ai piedi davanti alla sua bellezza o per soldi, senza contare quello che aveva realmente dentro. Le uniche persone semplici che aveva attorno erano sua madre, suo fratello, Tomo, la sua segretaria Emma, e un paio di vecchi amici. Pure Tim. Ma per il resto il mondo intorno a lui era falso. Luccicava sì, ma non era fatto d'oro. Si era ormai abituato alle donne di quel "mondo" da quando è diventato abbastanza famoso per essere riconosciuto per strada. Per quanto ti sforzi di rimanere attaccato a terra, dopo anni immerso in quella celebrità, non puoi evitare di andare in orbità, farti crescere l'autostima, anche se di poco. Ma dopottutto, pensò, perchè rimuginare su queste cose solo perchè una qualsiasi semplice ragazza si è sottratta al suo sguardo? Ci sono altri milioni di ragazze al mondo, non gliene importava poi molto, no? E invece sì. Gliene importava, eccome. Quella ragazza aveva messo in subuglio i suoi pensieri. Si chiese perchè non le piacesse. Cosa c'era di sbagliato in lui? Cosa gli mancava? Non era forse abbatanza affascinante per lei? Si chiese perchè lo avesse evitato... ha avuto paura? Di lui? Faccio paura, io? No, ma che stupidaggini vado a dire... almeno spero di non far paura... ora ho qualche dubbio... non ne sono più sicuro! Divenne improvvisamente insicuro, incerto, confuso. Da quanto pensava gli venne quasi mal di testa. Si porse mille domande, ma non ebbe nessuna risposta. Sapeva a chi doveva rivolgere quelle milioni i domande, ma al solo pensiero di riavvicinarsi a quella ragazza gli metteva una fioca paura. Ecco, ora sono io che ho paura... ma che ca**o mi succede? Non era per l'incredibile forza che manifestava Karin. Forse perchè... era diversa. Rideva per cose prive di senso, eppure se cercava di entrare nel suo ruolo (è facile per un attore, no? n.d.a.) capiva il suo senso d'umorismo. Era ingenua, distratta. Perdeva spesso il filo del discorso e non ti ascoltava se veniva travolta da altri pensieri, ma ti capiva con un solo sguardo. Pareva nasconderti qualcosa che tu non potevi sapere, ma dovevi scoprire. Andava pazza per cose estremamente semplici e banali. Aveva colto molte sfumature di quella stravagante personalità, solo in un ora. Ma aveva la sensazione che si fosse perso qualcosa. Non sapeva cosa avrebbe fatto se l'avesse rivista. Sapeva soltanto d'essere nervoso, impaurito, forse. Ma non l'avrebbe ammesso, mai. All'improvviso voleva sapere ogni cosa di lei. Vedere le sue foto da bambina, guardarla fare colazione, incartare un regalo, dormire. Vivere. Sentiva l'ansia e la paura crescergli dentro. Non credeva di essere così... vulnerabile. [Continua nel prossimo post...] |
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Il clacson di un taxi sul ciglio della strada, suonò e spezzò i suoi pensieri. Jared si alzò dal tavolino e si affrettò a pagare, appoggiando una banconota stroppicciata da cinque dollari sul bancone e uscì frettoloso, senza sorridere, senza salutare. E infranse i sogni di una cassiera innamorata.
S'infilò dentro la vettura e porse il biglietto di presentazione dell'hotel in cui alloggiava, all'autista. Il conducente guidò, un po' nervoso. Aveva una ottima parlantina ed era perfetto per quel lavoro, ma l'inglese era il suo punto debole. Ciò nonostante cercò di fare conversazione con il suo cliente. <<Bella giornata, eh?>> <<Veramente è notte...>> gli fece notare Jared. Oh miseriaccia, è vero... <<Comunque direi di sì...>> continuò Jared incurante <<assurda, ma piacevole direi.>> Il signore al volante non capì cosa volesse dire, ma non glielo chiese. Conversazione sì, ma senza invadere nella privacy. <<Sono felice per te, fanciullo...>> ingnorando chi avesse davanti... o meglio, dietro. (ahaha n.d.a.) Jared evitò di parlare. Era stremato ormai, al limite delle forze. Voleva solo buttarsi in un letto e dormire fino alla fine dei suoi giorni, da quanto era stanco. Si voltò verso il finestrino e passò il breve tragitto a contemplare Milano che correva. Passato qualche minuto, la vettura accostò davanti all'hotel indicato. Spiccavano le 4 stelle dell'hotel sull'edificio ben illuminato. <<Siamo arrivati, figliuolo...>> annunciò con entusiasmo. Quello che a Jared era stato negato in quel momento. Pagò e, senza prendere il resto, scese e sparì dentro l'edificio, lasciando il conducente con una domanda. E il resto? [Continua nel prossimo capitolo!] |
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